me too
Improvvisare
Io posso solo improvvisare, nella vita c’è ritmo, battere e levare.
Mi hanno fatto cadere lo spartito, un colpo di vento, un figlio di troppo, la noia dell’inverno e qualche brutto risveglio.
Guardo la luce entrare, l’alba che arriva dopo una notte di luna piena, la notte che lascia il passo al mattino e io che non ho dormito, che vorrei dormire, che non ho amato, che vorrei amare.
Improvvisare.
Senza la sicurezza di esser ancora capaci di dormire, con il ragionevole dubbio di non essere capaci ancora di amare.
Amare ancora.
Il battere e levare, il ritmo placido della vita, la corrente fredda del mare, le pause tra gli alberi all’ombra, il caldo strozzante nella macchina, il sorriso di un bambino nello specchio retrovisore, i piedi nudi, quasi per forza, quasi ovunque, il sentore di aver già vissuto qualcosa di simile, forse il 99, era stata un’estate calda così, il vino rosso freddo, le parole degli amici, una donna che mi sorride e io che rimango come un ragazzino, impassibile.
Seduto sull’angolo di questo letto, che è stato un campo di battaglie stupende, che è stato un pezzo di paradiso, che è un deserto scomodo, che appoggio sempre i piedi a terra per il conforto di sapere che c’è un oggi, sicuro anche un domani.
Respiro dal naso, battere e levare. Prego tutte le mattine, per chi mi ha vinto, per chi mi ha cinto, per chi è stato e per chi sarà. Mai per me.
Ho davanti una giornata d’estate e non ricordo di nessuno che le abbia prese, le giornate d’estate, fin dall’alba.
La marmellata di fragole è un regalo, imparo a farmi regali da solo, più che difendermi è sorprendermi.
Annuso le dita cercando il suo odore, così come lo avrei voluto trovare sulle lenzuola, sui sedili di una macchina, nei posti dove so di averlo trovato fino a poco fa.
Il caffè è uno dei sei segreti del mio mattino. Gli altri cinque li improvviso. Pur di averne sei. Numeri.
Svegliarmi solo, è meglio che solo svegliarmi.
Le ragioni per cui voglio svegliarmi solo sono cinque. L’ultima è il caffè. La terza è nella bellezza della solitudine del mattino. D’inverno cede il posto alla tristezza di svegliarmi solo. Liste diverse, ritmi diversi, stagioni diverse.
Rubo una camicia, un sorriso, furtivo mi muovo in casa mia, quasi non volessi disturbare.
Mi rado osservando nello specchio la lama affilata che segna un confine, sul collo l’elenco dei baci non ricevuti, sulle labbra tutti quelli non dati. È ancora sostenibile, questo dolce peso sulle labbra, perchè poco è il tempo che è passato.
Non ho nessuna intenzione di essere salvato, capisci?
Ho scavalcato la recinzione, un altro confine, tra quello che tutti avrebbero fatto e quello che avrei fatto io.
Esco facendo le scale senza guardare.
Non ho paura di cadere, improvvisando.
Ho scritto fino a mezzanotte sperando nel sonno, ho lavorato fino alle due, sicuro del sonno, alle quattro mi sono rassegnato.
Come i pugili.
Agile improvviso.
Un destino vestito da disgrazia
Mi serviva un pretesto, una scusa, plausibile, che sembri vera.
Per fare il bagno tuffandomi dalla punta, mare mosso e vento gelido, la condizione perfetta avrebbe detto Vittorio, che fa il pescatore, troppo pericoloso avrebbe risposto Lorenzo, che fa il padre.
Mestieri diversi ma utili uguali, ho imparato da me.
Potrebbe anche piovere, lo sta facendo da qualche parte dietro alle colline, come quando eravamo in quella casa sull’Isola d’Elba, nascosta in una vigna a due passi dagli scogli, che tanto piaceva a mio padre e mia madre.
Faccio fatica a tornare, da questo posto, lo so già da qualche tempo, ma ogni volta che arrivo mi torna il pensiero. È un posto magico per questo: stando fermo al sole sotto un diluvio di cicale e onde, guardando l’orizzonte azzurro, ti viene da trovare il rosario di buone ragioni per tornare. Ma è una corona sempre più breve, una preghiera sempre meno sentita, uno sforzo sempre meno necessario. Succederà, è una speranza e una promessa, di non doverlo più recitare, questo rosario.
È così inospitale la mia anima, da assomigliare alle siepi di rosmarino che si arrampicano sugli scogli. Forse più ai fichi d’India. Perché faccio splendidi fiori e i miei frutti sono buoni, basta saperli raccogliere.
Mi picchia il cuore nelle tempie, per l’acqua gelata, per le voci in sottofondo, per le piccole cicatrici che in mare bruciano, disinfetta bruciando, ma solo il tempo guarisce.
Sorrido guardando la costa, sempre più lontana, mi piace sgridare la vita nuotando, sculacciando la morte con le bracciate forti.
Mi serviva una scusa per arrivare qui.
Arriva il pomeriggio e anche il Libeccio, spazza via i curiosi e le foglie morte, ho un ritmo in testa, sarà la musica di questa estate.
Ho paura di settembre, odio ottobre, disprezzo novembre, per questo nuoto adesso.
Ho paura di avere qualcuno nel letto, odio la colazione insieme, disprezzo le cene da amici, per questo nuoto adesso.
L’Oriente e l’Occidente si incontrano dentro ai miei progetti, ho la certezza che tutto sarà fatto, solo tempo, ci vorrà tempo.
Mio padre dice che mi vuole bene, voce tremante al telefono. Sarà il caldo, dico, che ti fa tremare la voce. Oppure un figlio che non fa altro che scappare e combattere, che non ha ancora conosciuto la pace, che la pace vorrebbe averla al suo fianco, invece fa la guerra. Va bene il caldo, come scusa.
Tanto tempo, ci vorrà. Per voler ancora trovare le lenzuola calde, per voler litigare per un film, per lasciar cadere sorridendo, per sorridere di un successo non tuo. Gli dico.
Non risponde.
Tempi tecnici di telefonate che sotto il sole sugli scogli sembrano durare ore.
Non hai tutto questo tempo, risponde.
Lo so, se no non sarei venuto a nuotare. Qui, solo.
Vediamoci per un caffè. Quando torni.
Torno prima che faccia buio, quasi che nessuno si accorga della mia assenza, quasi che la mia assenza non sia davvero così fondamentale.
Rubo un sassolino e ci gioco mentre cammino sulle colline, le gambe, mi fanno male le gambe.
Sono seduto a cena, osservo mio figlio mangiare con fame, la fame dei bambini.
Chissà cosa mi ha portato così lontano da tutta questa normalità in cui tutti si siedono comodi.
Chissà se sono davvero destinato a morire nuotando, continuando a combattere, oppure fermandomi, come un gioco scarico, come un fuoco esaurito.
Il racconto dei miei tradimenti, la storia delle mie assenze, il lungo elenco delle mie colpe, una spunta delle mie disattenzioni, una lista delle cazzate.
Sono tutte cazzate.
Tutte cazzate.
Che come un pesante zaino, porto a spasso con me. E alle quali ho voluto smettere di aggiungere alte pietre.
Francesco, sono tutte cazzate.
Lo so, ma sono semplicemente stanco di chiedere scusa.
Succede, scusate.
Per questo nuoto solo.
Solo nuoto.
Perché sono stanco di sentirmi responsabile dei mali e delle sofferenze, come se io non ci avessi rimesso altrettanto, come se il mio cuore non fosse pieno di cicatrici, non avesse smesso di battere per un bacio, per un sorriso, per un successo, come se io fossi un autore freddo, un automa.
Invece sono qui, con le cicatrici che bruciano.
Solo che, questo me lo hai insegnato tu, papà, chiedo sempre come stai, sorrido sempre, figuriamoci ammettere che
smettessi di sorridere, smettessi di nuotare, farebbe un male enorme.
Non saprei di cosa ho paura, forse non ho paura, sento solamente chiamare il mio nome, a gran voce, da cose che mi allontanano dalla costa.
Sarà l’estate
Le rivoluzioni di Alfeo
Le rivoluzioni di Alfeo sono tutte raccolte in un racconto, per ora sedici pagine, e tengono botta sul computer da qualche mese, sospese tra una lunga lista di cose da fare, persone da vedere, telefonate, messaggi, articoli, post.
Le rivoluzioni di Alfeo sono un bel racconto, me ne rendo conto da solo, non ho bisogno di lettori felici e lettrici adoranti.
Lo dovevo a mio zio, Alfeo appunto, e al suo modo strano di vivere, prima, e morire a un certo punto. Facendo una, l’ultima, rivoluzione.
Non scrivo da mesi. Seriamente.
Leggo pochissimo, il tempo che mi avanza viene divorato, come il bagnasciuga, da un mare impetuoso di cose da fare. Distinguo le priorità per sesto senso, e mi fido poco dei primi cinque, figurarsi del sesto.
Questa mattina ho iniziato a pensare.
Guidando.
E mi è venuto in mente che forse è arrivato quel momento lì.
Io sono un bell’albero.
Ho rami in fiore, curo i piccoli germogli, ho fatto frutto per parecchie primavere, lo farò ancora.
Mi sono accorto, tutto in un anno, che per far frutto devo tagliare i rami secchi.
Gli uomini sono come alberi.
Non crescono per paura di tagliare rami secchi.
Relazioni, lavori, perdite di tempo, paure, morbosi rapporti con il passato.
Ho provato da me.
Per necessità, ho tagliato il primo ramo. Fa un male enorme. Poi il secondo, fa lo stesso male, ma sei preparato. Poi il terzo. Tolgo cose, che sembravano indispensabili. Rimodello una vita, non pensavo di doverlo fare a trentasette anni. Ma è così. Non pensavo molte cose, ne pensavo tante altre. Penso sempre, ininterrottamente.
Un flusso costante di possibilità, di sfumature, di pensieri che galleggiano.
Alfeo non ha mai fatto una rivoluzione più bella di quella che è partita questa mattina.
Nei rami ci stava finendo anche questo blog.
Io scrivo per vivere, non vivo per scrivere, ma ho bisogno di scrivere. Come di respirare, come del mare. Bisogni primari.
E non sto scrivendo. Se non piccole cose trascurabili.
Allora mi son preso del tempo. Tagliare questo ramo sarebbe una gran bella sofferenza, per uno come me attaccato alla memoria.
Allora mi son detto, aspettiamo l’estate. Tagliamo d’autunno. Facciamo come se fosse tagliato, questo ramo, ma lo teniamo lo stesso.
Quest’estate voglio nuotare e scrivere, leggere e bere.
Quattro semplici cose.
Prioritarie.
Non scriverò molto qui.
E’ ora che si dia forma alle paure e ritmo alle pagine.
Nuoterò dove so di trovare pace, pesci, correnti. Scriverò, ho già pensato, da quel terrazzino all’ombra. Leggerò, un sabato di questi andrò in centro, sfiorando tutti i libri della grande libreria, e scegliendone quattro. Berrò vino, per accompagnarmi.
Era giusto dirlo.
E’ troppo tempo che non scrivo.
La migliore rivoluzione che Alfeo abbia fatto. Lui, uomo tutto d’un pezzo se non per quel cuore, ridicolmente debole, che lo ha lasciato a piedi come una Lambretta ingolfata, fino a fermarsi del tutto, ha provato lui a far rivoluzioni per tutta la vita. In giacca e cravatta, con un panciotto sempre ordinato, capelli indietro e occhiali fini e neri.
Delle sette rivoluzioni che ha iniziato pubblicamente, se ne ricordano cinque. Due lo portarono in prigione, due gli fermarono il cuore, una andò a buon fine, con anche la banda del Paese che, nel giorno di Pietro e Paolo, passando dal suo balcone, lo ricordava.
Le due che nessuno ricorda sono state le più dure.
E verranno dimenticate.
Camminava per la cucina sempre di fretta, spaventato dal passare del tempo. Mangiava stando attendo a non sporcare il panciotto, e dormiva con il giornale sul comodino.
Era il suo modo di dire alla vita: sono pronto, partiamo, con queste fottute rivoluzioni.
Invece niente.
Povero Alfeo.
La migliore, la sua vera rivoluzione, l’ha fatta oggi, con quel piccolo nipote a cui voleva insegnare la politica, le donne, il tabacco e la scopa in coppia.
Tutte cose, ho imparato, che si fanno solo con del buon Lambrusco.
Questo, zio Alfeo, lo ricordo perfettamente.
Radio Havana
La radio suona indecisa e gracchiante un pezzo dei Green Day, lo speaker lo annuncia come un grande classico degli anni 90, pronunciando il titolo con quel l’odioso e traballante accento che hanno i giovani della seconda generazione, cresciuti a Sponge Bob e baseball senza sottotitoli.
Cristo, i Green Day sono un grande classico.
Ho sentito bene.
Nonostante il caldo, la domenica il caldo sembra sempre più feroce, recupero le forze per mettere del caffè dentro alla moka. Colombiano, duro e aspro, dovrebbe farti nostalgia dell’Italia, invece ti fa solo venir voglia di un bravo gastroenterologo.
La piccola catena che lei mi ha regalato, batte ritmica ballando dal polso sulla moka, mentre stringo fino a sentire le guarnizioni lamentarsi.
Siamo rimasti così. Io con una catena al polso, lei con un ricordo al cuore, promettendoci in un aeroporto semi deserto, che la catena sarebbe ritornata al suo polso e la malinconia nel mio cuore. Le cose, questo lo posso dire, vanno sempre rimesse a posto. Costasse una vita intera. Così, con questa promessa, le ho stretto il collo salutandola con un bacio appena appoggiato alle labbra.
Ok, sarebbe stato meglio un “ti amo”, così struggente da rimanere, piccole cicatrici le parole, fino al mio ritorno.
Non abbiamo bisogno di storie scontate, di finali struggenti, di dolori e rimpianti.
Abbiamo avuto abbastanza, di queste cose, per questo ci siamo rifugiati uno nelle braccia dell’altra. Così i nostri corpi si parlano, le nostre verità galleggiano nel vino delle nostre conversazioni, non ci risparmiamo niente, nemmeno qualche graffio.
Il caffè è pronto, cerco dell’acqua fredda, aprendo le finestre da cui passo. Sessanta metri quadrati, un piso por blancos, un fottuto mini appartamento senza acqua fredda.
Guendalina, la nativa che mi porta da mangiare, riesce a portare sei bottiglie d’acqua in un sol colpo, salendo le scale di legno come fosse cosa da tutti i giorni. Io riesco a finirle in due giorni, la sete da caldo, la sete da rhum, la sete che contrasta la fame.
È destino che io la domenica sia solo.
Un destino in cui io e Dio abbiamo messo le mani, e come co autori non siamo un granché.
Se riuscissi ad arrivare alla spiaggia in fondo allo stradone, nuoterei.
È una buona cosa da fare di domenica. I grassi turisti americani galleggiano a riva, come boe bianche quasi lucide.
Le ragazze del posto fanno a gara a sorridere ai bianchi. Venti dollari e compri del tempo, la pelle olivastra, la timidezza dei sogni rovinati e, se ti va bene, un paio di malattie veneree.
Prendo carta e penna. Le lettere. Le nostre lettere, lei dice di volerle mettere tutte in un libro. È una cosa che mi fa ridere, come la sua timidezza dei piedi.
Ha i piedi timidi, a letto nudi, li nasconde e io adoro trovarli con le mie dita.
Accarezzo piano il foglio pensando ai suoi piedi.
È finita che ci scriviamo lettere, messaggi di un amore che una catena promette di riportare alla base.
Io torno sempre.
Mi porto dietro un pezzo di mondo, ogni volta. Racconto per pochi, delizia dei miei occhi, ricordi e memorie che faccio solo mie.
Spengo la radio e mi accendo una sigaretta. Tabacco panamense, acido e secco. Ti ci abitui. A tutto ci si abitua. Anche alla distanza.
Al tabacco, al caffè, ad essere fedeli a un’idea, a parlare da soli, a correre tra un terminal e l’altro, alla distanza.
I bianchi, alla domenica, non vanno a puttane, vanno alla messa nella grande chiesa, la cattedrale, dove le donne sventolano ventagli colorati e gli uomini sudano in camicie di lino trasparente.
Poi, i piccoli bar aprono le danze, birra ghiacciata importata direttamente da oltre confine, tortillas di pesce, sigari, puttane, biliardi inclinati e rovinati, tequila, la notte di domenica che sconfina nel lunedì mattina e tutti che tornano a lavorare.
Mi vanno di traverso le domeniche, ultimamente.
Prendo un libro, un pareo, la vecchia bici rossa, di ruggine più che di vernice, e pedalo sotto il sole, guardando il lento beccheggiare della periferia. Qui non c’è nessuno, al mattino. Sono tutti a lavorare nelle fincas dei ricchi, locali o bianchi. Tornano la sera, accendono fuochi dove grigliano galline e patate, mangiando mais bollito per ingannare l’attesa. Sono l’unico bianco che scende in strada la sera, anche se la gallina grigliata non riesco proprio a mangiarla.
Sono l’unico bianco che ha l’impellente urgenza di veder finire la domenica.
Che è il giorno in cui Dio si è riposato, che è il giorno in cui i charter fanno ritorno nel Vecchio Continente, che è il giorno in cui io penso troppo.
Una crema densa di ricordi, un fiume in piena di pensieri che rompe gli argini, che si calma solo al tramonto, quando riesco a trovare del vino, del ghiaccio e del tabacco decente.
Ogni domenica che passa, ha il suo tesoro, in qualche modo mi avvicina al ritorno.
Ogni lunedì che inizia, mi ricorda che tornerò, renderò la catena, mi prenderò dei baci, dei silenzi, delle mani sul corpo, dei discorsi sospesi a mezza voce nella penombra delle stanze del nostro amore.
Appoggio la vecchia bicicletta a una palma, entro nel chiosco passando dalla stretta passerella di legno, per non scottarmi i piedi sulla pietra.
Cammino sempre a piedi nudi appena posso.
È la mia protesta al capitalismo, la mia battaglia personale.
Il capitalismo ha risposto, infilandomi vetri nella pianta del piede, bruciandomi i talloni, rovinandomi le dita. Ho i piedi di un vecchio indigeno. E il cuore di un marinaio. Gli occhi di un giostraio, zingaro.
Ordino acqua, lime, caffè e un piatto di uova.
Valle Gringo.
Se non fossi io, la barista andrebbe scopata sul posto.
Se non fossi io.
Non mi scoperei mai una donna capace di portarmi caffè e uova appena le chiedo e anche ben cucinate.
Scoparla significherebbe dover portarsi le uova da soli, e prepararle il caffè.
E andare per le strade di notte, a cercare una donna capace di portarti caffè e uova appena le chiedi.
Il circolo infinito. Le cose infinite non fanno per me.
Tranne questa catena. Che porto al polso.
Ho la speranza che sia più di una catena, più di un ricordo, più di una speranza.
Ho il disincanto di sapere che per farlo, dovrò farmi caffè e uova da solo.
Per lei potrei farlo.
Non è romantico da dire, capisco.
La vita mi ha inselvaggito.
Cane di strada.
Ecco cosa sono.
Qui i randagi vengono uccisi di notte, per gioco.
Per questo, sarebbe il caso io tornassi.
Per portare la catena alla sua proprietaria e dirle sottovoce: non serve tu mi dia niente da portare addosso. Ho dentro te.
Ed è la cosa più vicina all’amore che ho sentito nella mia vita.
Baffi
Le pareti bianche sono state dipinte da poco, uniforme e neutro riflette l’ombra del lampadario e assorbe le luci della strada. I rumori no, arrivano dal lungo viale alberato, che poi è l’unico, differenza tra arterie e vene, che porta dalle colline giù fino al mare, passando dalla stazione che vomita turisti inglesi e americani e dalla grande rotonda su cui affacciano i bar dei vecchi.
L’aria è fresca, niente nuvole, si vede il grande carro, proprio sopra la finestra, e dal piccolo balcone si possono contare le luci delle ville, sulla collina a Sud. La baia lascia passare aria fresca e odore di mare, di muschio, di pesce e di estate.
Il Piccolo dorme di un sonno profondo e calmo, un respiro rumoroso, costante, le braccia abbandonate sul cuscino, le mutande stropicciate, il viso rilassato. Ho preso da bere, qualcosa di forte ho chiesto a Eva, e dei libri.
Perché so perfettamente di non dormire. La prima notte, qui, non dormo mai.
Lascio che l’aria fredda mi passi sui piedi, mi osservo la pancia, respiro profondo, e rido del sentire il mio respiro sul mento, nudo.
Sono nudo, in un letto di un hotel.
Una cosa che, per me, è una piacevole abitudine. Il cuscino è quadrato e duro, le lenzuola sono inamidate e inutili, il tavolino è pieno di vestiti, le scarpe sono in ordine davanti alla porta.
Veniamo dal tramonto, il tramonto di Levante è una questione di ore. Inizia con il caldo del pomeriggio, con il sole che si sposta sopra la collina.
Quello è il momento di andare al piccolo molo, arrampicarsi sugli scogli e buttarsi a picco nell’acqua gelida della baia del porto. Con qualche bracciata, molto fiato e pazienza, si torna a riva.
E mentre tutti fanno per andare, ci si sdraia bagnati sulla sabbia tiepida. E li si resta, a parlare, o anche semplicemente a guadare i gabbiani che volano in cerchio dal campanile fino al mare. Le ombre si allungano e sembra che la spiaggia si calmi, finalmente.
Con la spiaggia deserta ci si sposta a ordinare il vino, un bianco bastardo e umile, tirato su nelle vigne sopra la spiaggia, a sole, salsedine, pazienza e bestemmie. Va servito in bicchieri da osteria, per non farlo sentire a disagio, e va bevuto a sorsi abbondanti, mi hanno detto, perché contadini e partigiani lo hanno bevuto così per anni.
È l’ora delle parole e dei ragionamenti, il sole meno caldo, la calma, il vino. Parole, silenzi, sguardi. Tempo, dorato come il mare con i riflessi del sole, prezioso.
Adora, mio amato sognatore, salire sulla gruccia del bagnino, sedersi e farsi raccontare il mare, le correnti, i suoi pesci, le scogliere. Storie che conosco, sempre le stesse, quasi le volesse ricordare per raccontarle ancora, a sua volta. Chi ama il mare è così, adora sentire e risentire le stesse storie. Chi ama, forse, è così: adora la sicurezza di una storia o di un racconto.
Al solito giriamo scalzi, bagnati e semi nudi per i budelli del centro, con passo lento, mentre tutto il paese esce a cena, vestiti da sera, scarpe lucide e profumi dolci d’estate.
Come zingari turisti, passiamo attraverso la gente, camminando con un passo che permetta alle domande di ricevere risposte. Sembriamo rubati a un naufragio, in mezzo a tutta l’eleganza dello struscio del centro.
Ceniamo ridendo stanchi e mozzicando un pesce, di cui raccontiamo la storia. Le guance, grasse e lucide, vanno succhiate, il petto morsicato, insieme alle olive abbrustolite con il rosmarino.
Sono i giorni di mare. Il mio mare. Mio. Per davvero.
Non ho ombrelloni, menù alla carta, programmi, animazioni, ho il mare, la salsedine, la sabbia, i gabbiani, i pini marittimi, le cicale, le papere e le correnti di vento che disegnano nuvole.
E sto bene.
Qui.
Lo sono sempre stato.
Perché del mare conosco il respiro, la rabbia, la calma, la malinconia di novembre, la gioia di giugno, l’allinfarai delle serate di luglio, la fretta di agosto, la noia di febbraio, il freddo di marzo, le correnti e le onde, il ritmo e i frutti, la pesca e gli scogli.
E forse il mare è la migliore delle dimostrazioni d’amore, del mio essere capace di amare, tutto e sempre, di qualcosa.
Il Piccolo sta bene, per davvero.
Amare una cosa così grande è questione di generazioni. Si passa con il sangue, l’amore per la perfezione.
Così, nel letto, osservo le pareti bianche, so che non dormirò, e rido del mio respiro che accarezza il mento nudo.
Ho dei gran bei baffi. Mi sono tolto la barba, che insieme alle camicie era una delle mie certezze.
I baffi stanno bene, con le camicie e con il mio umore.
Rido del mio mento e delle mie guance.
E rido nel guardarmi allo specchio.
Senza barba.
Ma pieno d’amore.
Sembro un trafficante, roba che scotta, fine anni ottanta, baffi imperiali e camicie fiorite. Soldi, alberghi anonimi sul mare, pareti bianche e macchine veloci.
Sarebbe una bella storia.
Per questo mi piacciono i miei baffi.
Mi raccontano storie divertenti di un futuro ambientato in un passato remoto.
I baffi.
Chi lo avrebbe mai detto, in così poco spazio così tanta fantasia
Venerdì
Scollinare
Accarezzando un rosmarino.
Quando inizi a scrivere, ti insegnano che la differenza la fa il tuo modo di descrivere le cose.
Accarezzando un rosmarino.
Prendi la villa, con il balcone sospeso sul mare, le rocce grigie con la schiuma del mare che le copre con un ritmo perfetto, il rosmarino, con il suo piccolo tronco, che spunta da una fessura tra le rocce.
Oppure prendi il rosmarino, il suo pungente profumo, l’ispido rametto, la sensazione strana di annusarsi le dita, prendendo al naso odori che ricordano cose.
Oppure la tua stanchezza, il sole caldo, il vento, costante, quasi fastidioso, il cielo quasi coperto, il mare rumoroso, il profumo di cucina che viene dai tavoli del piccolo ristorante, una piantina di rosmarino, coraggioso, un ramo che arriva vicino alla strada. Delle due ragazze, nude, che prendono il sole, una ti guarda fisso, mentre accarezzi il ramo, quasi tu stessi accarezzando lei.
Pur sempre, accarezzare un rosmarino.
Tutto sta nel come vedi le cose, nel come le racconti, nel come le vuoi leggere.
Ecco.
Scollinare.
Da Milano, per scollinare, si può andare a Nord, colline di boschi fitti, ville, strade pulite, gente spartana e laboriosa, e poi i laghi. Strade anonime, speranza appesa ai distributori, sempre più radi, infilati tra i capannoni industriali. Niente di memorabile, se non per alcune storie, vecchie ma non ancora ammuffite, di contrabbando, di partigianeria, di amori di lusso.
Oppure andare a Ovest.
Wild Wild West.
Pianura, che come la schiena di una donna, lentamente si alza, per il punto d’osservazione migliore al mondo, l’incavo della schiena. Dove la pianura finisce, iniziano le colline, lentamente, a rispettare il passo di chi le fa in moto. Strade sempre più strette, che seguono i fiumi, gallerie umide, buie, sospette, boschi ai limiti dei campi, dove si coltiva farro, colza, lavanda, grano. Le stalle, lungo i paesi, con ancora le vecchie insegne, le vecchie macchine, come se nessuno avesse troppa fretta, come se la città, dove tutto si può comprare velocemente, non fosse così vicina, così indispensabile. Ai passi ci si arriva arrampicandosi su tornanti disegnati per i carri, stretti per le macchine, impegnativi per le moto, che strisciano sull’asfalto rovinato, mal curato. Mancano le protezioni alle strade, ti tocca andare con un passo che possa tener conto della sabbia, della ghiaia, del terriccio, dello scivolare dello pneumatico, attirato verso valle, del tuo tenere il respiro. E’ lunga, da salire, questa strada.
Si inizia a scollinare quando la valle si apre, in una pancia più morbida, di paesi e strade meno nervose, con i primi segni del mare che, in pochi kilometri, aspetta paziente.
Scollinare.
Arrivare sulla vecchia Aurelia. Ho uno strano primato. Segreto e inutile. Come tutti i primati, forse.
L’Aurelia io l’ho fatta tutta, dall’inizio alla fine. Da Nord a Sud, sempre con il mare di fianco, attraversando città, paesi, borghi, con la Francia e l’Italia che cambiano veloci, il Ponente e il Levante.
A Levante, per storia, eventi, passato, per vita insomma, ne conosco i segreti più intimi.
Arrivare sulla vecchia Aurelia, prendere decisi direzione Nord, salire, ancora, per superare il Golfo, con la strada che si perde tra l’anonimato di paesi disabitati e ristoranti per comitive, arrampicate fino a qui con pullman e macchine.
Seguire pazienti la lunga discesa, ancora, al mare. Seguire i paesi, attraversandoli rallentando, i limoni dai terrazzi, le calendule, i pini marittimi sul bordo della strada, i negozi incastrati nei piccoli spazi, le finestre che riflettono il mare e il sole.
Alla stazione, girare nella piccola strada, parcheggiare subito.
Seguire il muro della villa, accarezzando la pietra e il muschio, scendere dalla piccola stradina nascosta tra la villa e le case, all’ombra dei muri e degli ulivi, arrivando sulla piccolissima terrazza, che lotta con gli scogli. Essere assorbiti dal rumore del mare, dal sole, dalla pace, dal buon profumo di acciughe marinate, di vino bianco, dai sorrisi dei pochi, pochissimi, che questo come altri posti qui a Levante conoscono o hanno appena scoperto. Sedersi su una piccola sedia di legno, bianca, la vernice consumata dalla salsedine e dalla pigrizia del titolare, perchè queste sedie te le ricordi da quando eri bambino. Sempre loro. Sempre lo stesso minestrone, con il basilico profumato, sempre lo stesso Vermentino, la stessa focaccia, che luccica ammiccante per l’olio sugli angoli, la stessa acciuga marinata, lo stesso mare, lo stesso posto.
Una pianta di rosmarino ha avuto il coraggio di crescere in una crepa, appena sotto la villa, con i rami che sfiorano la strada. Di una bellezza, pensi, quasi totalizzante.
Accarezzi il rosmarino, alzandoti in piedi, osservando le ragazze nude. Da sempre, le ragazze si spogliano, su questi scogli, sentendosi riparate dagli sguardi.
Da sempre.
Da sempre, da quando lo ricordi, scollinare è questo.
Un solo verbo.
La certezza matematica di una solitudine beata, consapevole, duratura, di una roba più adatta a un lupo che a un essere umano, fatta di profumi, di mare, di sensazioni che solo un’amore infinito può dare.
La solitudine di una certezza, tutta in un verbo. Scollinare.
Un viaggio mirato, quasi un pellegrinaggio, una questione di vita o di morte, un tuffo nei ricordi, un bagno di profumi e di sensazioni, l’osservare divertito la gente, che se la tira un sacco per aver trovato un posto così, gli sguardi, il vino, il Vermentino che solo qui trovi, che cerchi tutto l’anno, che nessuno vuole darti, il pesce cucinato li, lo scoglio più a Nord da dove ci si tuffa con il beneficio del dubbio e la grande fatica di risalire, asciugarsi sulle rocce, con il vento freddo, respirando il mare e i suoi rumori, guardando il cielo, assumendo che, questo è uno dei momenti per cui vivi, questo è uno dei posti per i quali sorridi, questa è una delle condizioni che chiami pace.
Ecco, voce del verbo scollinare.
Quitters
– sei una vittima degli eventi, in pratica
– non direi. Più un lucido pianificatore che ha sbagliato qualche misura
– tu non hai mai avuto le misure dell’amore
– tu non conosci il mio lato pratico. Che è molto fisico. Vado a occhio nelle situazioni, a braccio nei casini, di petto nelle sofferenze.
– e alla cazzo in tutto il resto.
– ci può stare.
– non si può dire che tu non ti dia tutto.
– si ma solo se la cosa si fa tremendamente pericolosa.
– vedi che sei una vittima degli eventi
-nah. Ho un elevata soglia del dolore e un senso di precarietà al contrario.
– capisco sempre meno
– soffro poco e adoro perdere l’equilibrio.
– cinico e puttaniere.
– così ti fai brutta pubblicità
– a me?
– siamo stati un noi, secoli fa. Se dai del puttaniere a me, ti dai della puttana.
– vero.
– che poi non lo sei. Se no, probabilmente ti avrei sposata.
– non ho voluto esserlo con te.
– cazzo. Peccato.
– nessuno, vecchio puttaniere, ammetterebbe che, per culo o per intuito, vinci sempre facile. Per questo nessuno te la darebbe vinta.
– darmela vinta, confermando di essere puttana. Moccia scriverebbe una trilogia per molto meno.
– comunque abbiamo perso tutti e due. Chiunque sa di essere un noi e poi si ritrova ad essere tornato solo un io, sa di aver perso. In amore si scommette tutto sul raddoppio.
La verità, in effetti fa pensare.
(Possibile titolo del dialogo: facevamo la differenza, adesso facciamo la differenziata, ma ognuno a casa sua)