Scollinare

19 Giu

Accarezzando un rosmarino.

Quando inizi a scrivere, ti insegnano che la differenza la fa il tuo modo di descrivere le cose.

Accarezzando un rosmarino.

Prendi la villa, con il balcone sospeso sul mare, le rocce grigie con la schiuma del mare che le copre con un ritmo perfetto, il rosmarino, con il suo piccolo tronco, che spunta da una fessura tra le rocce.

Oppure prendi il rosmarino, il suo pungente profumo, l’ispido rametto, la sensazione strana di annusarsi le dita, prendendo al naso odori che ricordano cose.

Oppure la tua stanchezza, il sole caldo, il vento, costante, quasi fastidioso, il cielo quasi coperto, il mare rumoroso, il profumo di cucina che viene dai tavoli del piccolo ristorante, una piantina di rosmarino, coraggioso, un ramo che arriva vicino alla strada. Delle due ragazze, nude, che prendono il sole, una ti guarda fisso, mentre accarezzi il ramo, quasi tu stessi accarezzando lei.

Pur sempre, accarezzare un rosmarino.

Tutto sta nel come vedi le cose, nel come le racconti, nel come le vuoi leggere.

Ecco.

Scollinare.

Da Milano, per scollinare, si può andare a Nord, colline di boschi fitti, ville, strade pulite, gente spartana e laboriosa, e poi i laghi. Strade anonime, speranza appesa ai distributori, sempre più radi, infilati tra i capannoni industriali. Niente di memorabile, se non per alcune storie, vecchie ma non ancora ammuffite, di contrabbando, di partigianeria, di amori di lusso.

Oppure andare a Ovest.

Wild Wild West.

Pianura, che come la schiena di una donna, lentamente si alza, per il punto d’osservazione migliore al mondo, l’incavo della schiena. Dove la pianura finisce, iniziano le colline, lentamente, a rispettare il passo di chi le fa in moto. Strade sempre più strette, che seguono i fiumi, gallerie umide, buie, sospette, boschi ai limiti dei campi, dove si coltiva farro, colza, lavanda, grano. Le stalle, lungo i paesi, con ancora le vecchie insegne, le vecchie macchine, come se nessuno avesse troppa fretta, come se la città, dove tutto si può comprare velocemente, non fosse così vicina, così indispensabile. Ai passi ci si arriva arrampicandosi su tornanti disegnati per i carri, stretti per le macchine, impegnativi per le moto, che strisciano sull’asfalto rovinato, mal curato. Mancano le protezioni alle strade, ti tocca andare con un passo che possa tener conto della sabbia, della ghiaia, del terriccio, dello scivolare dello pneumatico, attirato verso valle, del tuo tenere il respiro. E’ lunga, da salire, questa strada.

Si inizia a scollinare quando la valle si apre, in una pancia più morbida, di paesi e strade meno nervose, con i primi segni del mare che, in pochi kilometri, aspetta paziente.

Scollinare.

Arrivare sulla vecchia Aurelia. Ho uno strano primato. Segreto e inutile. Come tutti i primati, forse.

L’Aurelia io l’ho fatta tutta, dall’inizio alla fine. Da Nord a Sud, sempre con il mare di fianco, attraversando città, paesi, borghi, con la Francia e l’Italia che cambiano veloci, il Ponente e il Levante.

A Levante, per storia, eventi, passato, per vita insomma, ne conosco i segreti più intimi.

Arrivare sulla vecchia Aurelia, prendere decisi direzione Nord, salire, ancora, per superare il Golfo, con la strada che si perde tra l’anonimato di paesi disabitati e ristoranti per comitive, arrampicate fino a qui con pullman e macchine.

Seguire pazienti la lunga discesa, ancora, al mare. Seguire i paesi, attraversandoli rallentando, i limoni dai terrazzi, le calendule, i pini marittimi sul bordo della strada, i negozi incastrati nei piccoli spazi, le finestre che riflettono il mare e il sole.

Alla stazione, girare nella piccola strada, parcheggiare subito.

Seguire il muro della villa, accarezzando la pietra e il muschio, scendere dalla piccola stradina nascosta tra la villa e le case, all’ombra dei muri e degli ulivi, arrivando sulla piccolissima terrazza, che lotta con gli scogli. Essere assorbiti dal rumore del mare, dal sole, dalla pace, dal buon profumo di acciughe marinate, di vino bianco, dai sorrisi dei pochi, pochissimi, che questo come altri posti qui a Levante conoscono o hanno appena scoperto. Sedersi su una piccola sedia di legno, bianca, la vernice consumata dalla salsedine e dalla pigrizia del titolare, perchè queste sedie te le ricordi da quando eri bambino. Sempre loro. Sempre lo stesso minestrone, con il basilico profumato, sempre lo stesso Vermentino, la stessa focaccia, che luccica ammiccante per l’olio sugli angoli, la stessa acciuga marinata, lo stesso mare, lo stesso posto.

Una pianta di rosmarino ha avuto il coraggio di crescere in una crepa, appena sotto la villa, con i rami che sfiorano la strada. Di una bellezza, pensi, quasi totalizzante.

Accarezzi il rosmarino, alzandoti in piedi, osservando le ragazze nude. Da sempre, le ragazze si spogliano, su questi scogli, sentendosi riparate dagli sguardi.

Da sempre.

Da sempre, da quando lo ricordi, scollinare è questo.

Un solo verbo.

La certezza matematica di una solitudine beata, consapevole, duratura, di una roba più adatta a un lupo che a un essere umano, fatta di profumi, di mare, di sensazioni che solo un’amore infinito può dare.

La solitudine di una certezza, tutta in un verbo. Scollinare.

Un viaggio mirato, quasi un pellegrinaggio, una questione di vita o di morte, un tuffo nei ricordi, un bagno di profumi e di sensazioni, l’osservare divertito la gente, che se la tira un sacco per aver trovato un posto così, gli sguardi, il vino, il Vermentino che solo qui trovi, che cerchi tutto l’anno, che nessuno vuole darti, il pesce cucinato li, lo scoglio più a Nord da dove ci si tuffa con il beneficio del dubbio e la grande fatica di risalire, asciugarsi sulle rocce, con il vento freddo, respirando il mare e i suoi rumori, guardando il cielo, assumendo che, questo è uno dei momenti per cui vivi, questo è uno dei posti per i quali sorridi, questa è una delle condizioni che chiami pace.

Ecco, voce del verbo scollinare.

Una Risposta to “Scollinare”

  1. Sèt Dré Schersà 20 giugno 2016 a 07:09 #

    Non ho il Vermentino, ma ho il Lambrusco. Ho anche un lupo italiano e il rosmarino. Ho i postumi della “Festa ad la piàsa vècia”. Ne è valsa la pena per la spalla cotta. Ho l’Albero della Vita di Klimt tatuato sulla schiena, da sette giorni. Credo di aver scollinato ieri, se si può scollinare anche senza mare. Ho scollinato giù a Po, mentre Zion si rotolava nell’erba. Penso di aver scollinato, non lo so, si può fare anche così?

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