La Fica Saltellante

Gerry sudava, copiosamente, dalla fronte, dal collo, dal petto, dalle ascelle, anche dal culo, a dirla tutta.

Era a cinque metri dal palco, sulla sinistra, in un’area riservata tenuta vuota da due buttafuori tutti vestiti di nero, con grandi tatuaggi per grandi braccia. Due luoghi comuni lucidi di sudore e abbronzatura fai da te.

Nell’area riservata di solito ci stanno le fidanzate della band, il produttore, qualche amico e i giornalisti.

Giornalisti ce ne erano tre. I soliti. Ormai nessuno scriveva più di band punk. I pochi che lo facevano erano nostalgici quarantenni, calvi e con gli occhiali.

Amici non ce ne erano. E nemmeno fidanzate.

Questo più comprensibile visto che La Fica Saltellante era un duo di ragazze, una suonava la chitarra e l’altra cantava. Una era bella da togliere il fiato, con un corpo avvolto in una maglietta nera dei Ramones, jeans attillati e piedi nudi. Cantava benissimo, quasi ferma, senza mai guardare il pubblico. La seconda era più brutta, meno appariscente, più in carne, e decisamente più sudata. Suonava la chitarra e un sintetizzatore.

Il risultato erano dei pezzi belli, carini, facili, di una specie di punk acustico che era una bella sensazione.

Gerry sudava, restando immobile, perchè voleva capirci qualcosa. Di questo duo, di questa coppia, di cui tutti parlavano.

Gerry faceva il produttore. Lo aveva sempre fatto. Il punk era lo stagno dove pescava i suoi pesci. Uno stagno sempre meno popolato, sempre più strano, sempre meno affascinante.

Una novità come quelle due ragazze era da tenere in conto. Potevano essere, loro, quella scossa di cui tutti avevano bisogno.

Gerry aveva prodotto tutte le principali band punk della penisola, chi aveva avuto un senso era passato da lui, a Milano, nel piccolo studio di registrazione ricavato in una mansarda al confine con Garibaldi. Zona di aperitivi, cravatte, moda. E punk.

Le ragazze avevano appena finito di suonare, due dei tre giornalisti si erano avvicinati. Più per provarci, pensava Gerry. Maiali viscidi. E anche inutili.

Lui aspettava, sempre fermo, sempre più sudato.

Una delle due era uscita, con decisione, dalla sala, l’altra stava con la chitarra in mano a parlare con un giornalista.

Gerry uscì, nel giardino davanti al locale.

Periferia nord di Milano, vialoni, case popolari, alberi e disagio. Notte, luglio, caldo, zanzare, umidità.

La ragazza fumava guardando un tavolino con degli egiziani seduti a bere birra.

  • te lo avranno chiesto mille volte: ma che cazzo di nome è La Fica Saltellante?

Lei si era girata, guardandolo e aspirando dalla sigaretta. Era proprio bella, forse venticinque anni, piccola, e terribilmente sexy in quella maglietta dei Ramones.

  • si. Me lo chiedono tutti. Di solito per provarci. E’ l’inizio della fine. Io di solito rispondo che ho un fidanzato. E che se vogliono il mio fidanzato può spiegare il nome.
  • Ma non vedo nessuno con te, stasera.
  • Perchè sono sola.
  • Bene. Allora rispondimi
  • Comunque ho un fidanzato e non ho nessuna voglia di uscire con te.
  • Nemmeno io. Sono troppo vecchio. Ma voglio produrre la tua band, fare un disco serio, e provare a fare un tour che non tocchi per forza tutte le bettole di periferia delle grandi città.
  • Chi sei?
  • Gerry Moldini.
  • E chi cazzo sarebbe?
  • Io.
  • Chi sei nel senso di che lavoro fai, intendevo.
  • Produttore.
  • Nessuno produce più musica punk.
  • Vero. Tranne il sottoscritto.

La ragazza sembrava incuriosita. Aveva spento la sigaretta e si era messa a braccia conserte davanti a Gerry.

  • Cristina
  • Gerry
  • lo sapevo già
  • la tua socia come si chiama?
  • Giulia.
  • Bene. Se vuoi la aspettiamo.
  • Non credo arrivi tanto presto. Tende a farsi tutti i giornalisti che incontriamo.
  • Non credo che serva a molto per la vostra band…
  • Ah, nemmeno io. Ma serve a lei.
  • Beh, punterei su un produttore piuttosto
  • Non ne conoscevamo
  • Fino ad ora.

Gerry prese un biglietto da visita e lo diede a Cristina. Aveva anche mani piccole ed affusolate.

  • chiamatemi quando avete finito
  • per provarci con un produttore?
  • nah, per fare un disco

 

To Be Continued…

Non me lo aspettavo così – figli e padri

Il Piccolo cresce, si direbbe vertiginosamente. Supera, in altezza, gli amici un anno più grandi e in intelligenza buona parte dei suoi compagni. Ha le costole a vista, magro come se non mangiasse mai, la schiena dritta e le scapole fuori, segno di una altezza venuta troppo presto. Ha le mani di un bimbo, che fanno cose da bimbo, e il naso ancora non pronunciato. La voce cambia, di giorno in giorno, ma non te ne accorgi, se non riguardando vecchi video. Ha i piedi lunghi, come i miei, le ginocchia perennemente sbucciate, le gambe muscolose. La testa è grande, per questo raccoglie tutti quei pensieri che lo fanno rimanere spesso in silenzio. Gli occhi vivaci al mattino e stanchi la sera, come quelli di tutti i bambini d’estate. La pelle odora ancora di bambino, qualche pelo spunta sulle gambe, ma si vede che è l’inizio di una cosa che arriverà con il tempo.

Cresce il suo corpo, è un corpo bello e forte, lo porterà in giro senza grossi problemi, si direbbe.

Cresce la sua anima, trova sempre più spazio nel corpo e nel mondo. Prende le misure, la sua anima, con gli amori del padre e della madre, con il disordine della scuola, con l’ordine delle case, due, la fortuna dei figli separati è di avere due case. Una è un rifugio dell’altra. In una si tengono i sogni, nell’altra i giochi. Due letti, per gli stessi sogni, due televisioni, per gli stessi cartoni, due vite, parallele, scandite da ritmi che, per fortuna, sono ragionevoli. Lo spazio è l’unico vantaggio della separazione, per un bambino. Raddoppia, e aiuta a superare la paura che si dimezzi l’amore. La matematica della separazione è una scienza difficile e approssimativa. La fisica della separazione raddoppia gli spazi da riempire.

A volte chiede, sempre più timidamente, che sua madre e suo padre tornino insieme. E’ un sogno sempre più debole, un ricordo sempre più spento, un desiderio che si sta arrendendo alla vita. Ma lo chiede.

A volte chiede, sempre meno timidamente, di essere lasciato solo. Si siede sul pavimento, incrocia le gambe, e gioca da solo.

Preoccupiamoci, mi diceva una voce, la voce che tutti i padri hanno nella testa, che urla appena il figlio non sorride, che urla appena il figlio non fa le cose che ti aspetteresti. E’ la voce dell’egoismo, che sogna per gli altri una vita simile alla tua. Stupida la voce, stupide le orecchie che la ascoltano.

Invece no. Non mi preoccupo. Anzi. Lascio che questi silenzi, queste pause, mi entrino nel cuore, e mi facciano ragionare. Il silenzio di un bambino.

A volte ride, la risata di un bambino. Ride per le cose belle, divertenti, per un film, per un ricordo, per una battuta, per suo padre che cade. Ride di un riso contagioso, pieno. Cado apposta, lo ammetto, solo per sentire quella risata. E’ una complicità segreta che mi ha dato mio padre, uomo serio e buono, che sa farmi ridere tantissimo.

A volte piange. Per stanchezza, quasi sempre. Si stanca della vita, della rabbia, della noia, e piange. Il pianto stanco fa grandi lacrimoni.

Siamo due maschi. Siamo due maschi fatti uguali, padre e figlio. Non fatti benissimo, a dire il vero. E ci osserviamo. Ci guardiamo con curiosità, ci prendiamo le misure, ci tocchiamo. Sarà una grande storia, la nostra, del prenderci le misure e del provare a oltrepassarle. Lo si vede già adesso.

Colpa mia, che vivo la vita sfidandone i limiti, da quando ero bambino. Colpa sua, che in una volta sola ha ereditato i grandi piedi, il sorriso, e la testa.

Dura, dice suo nonno, che è il capostipite di queste nostre teste.

Per mio figlio ho inventato una vita intera, buttando via quella che avevo prima, ho lasciato che lui ne disegnasse i confini, li proteggo gelosamente, ho fatto insieme a lui un progetto, per andare insieme verso un punto, che resta sempre un po’ oltre a dove siamo arrivati.

Ci andiamo ancora per mano, anche se, giorno dopo giorno, la mano del padre è sempre meno cercata. Anzi, davanti agli altri, agli amici, è meglio non offrirla, la mano. Che lascia imbarazzo.

Mi abitua, giorno dopo giorno, a un amore in cui lui detta le regole e io i confini. A volte le regole e i confini non vanno bene insieme, allora una piccola guerra, incendio veloce negli occhi e nella voce, scoppia violenta.

E’ l’amore più grande, se guardi i confini, che abbia mai vissuto. E ogni guerra lo rende più grande, ne disegna nuovi confini.

Per questo lascio che a vincere queste guerre sia sempre lui. Io mi limito a osservare, il mio orgoglio, la mia vita, i miei ritmi, sgretolarsi come torri di un castello che, a dirla tutta, era quasi inutile costruire.

Mi piace lasciare che scopra da solo le cose. Le cose belle, che poi si trasformano in un racconto stupendo. E’ bello sedersi, e stare ad ascoltare un bambino che racconta una cosa che credevi di conoscere perfettamente. Invece è tutto nuovo.

Le cose brutte, il dolore, la sofferenza, la morte, il rifiuto, l’amore dei grandi, che è spigoloso e difficile da capire se sei grande, figurarsi se sei piccolo. Mi limito ad esserci, a stare dietro di lui, a portata di abbraccio. Le mie misure sono queste. Le distanze si misurano in abbracci e la presenza non si misura in ore ma in sorrisi.

Mi chiede di spiegargli le cose. Tutto. E’ lecito chiederlo. Ci si aspetta da un padre, l’amore spiegato al mondo e il mondo spiegato con amore.

A spiegare le cose a un bambino, a volte, le capisci meglio anche tu. E’ una sorpresa, ritrovarsi a capire la vita un po’ meglio, grazie agli occhi di un bambino.

Lo affascinano le misure, la matematica dei numeri e quella degli oggetti. Niente di più lontano da me, che adoro la fisica delle parole, la metrica della punteggiatura e il ritmo delle frasi.

Allora io faccio i conti con il mio non saper fare i conti, una fatica enorme.

Leggiamo insieme, i libri sono un mondo che sta scoprendo, mi fa felice.

Parliamo di Dio, c’è un grande bisogno di Dio nel mondo, e un grande bisogno di portarcelo facendo cose e non parlando.

Parliamo anche di viaggi e di sogni.

Non sa cosa vorrebbe fare da grande. E chiede a me, cosa volevo fare alla sua età.

Il tramviere, rispondo.

Lui ride.

Il tramviere del 9 o del 29.

Che fa il giro della città.

Poi sono finito a fare altro.

Per questo, gli dico, non è fondamentale che tu lo sappia già adesso, cosa vuoi fare. Basta che, a un certo punto, tu ti accorga di non esser padrone del mondo e del destino, tuo e di chi ti sta vicino.

Lui ride, le cose profonde lo fanno ridere.

Io rido. Le cose che fanno ridere un figlio, fanno ridere anche un padre.

Non me lo aspettavo così.

 

 

Me lo dicevi anche tu

Arriviamo con il caldo di mezzogiorno, il sole e un cielo azzurro infinito.

Un ronzio corale, un rumore di sottofondo largo e avvolgente. Api, migliaia di api.

Non avevo mai visto un campo di lavanda. La collina ricoperta di viola e verde, la terra durissima, spighe di grano clandestine, un profumo incredibile, l’aria calda piena del profumo di mia nonna, Laura.

Resto in piedi, sotto al sole, vicino alle piante, guardando le api. Mi viene in mente la penombra della cucina e della sala, le tapparelle tirate giù a metà, a proteggere la casa dall’estate. L’odore di pancotto, e di lavanda, ovunque. La televisione in bianco e nero, la tavola apparecchiata, e la Nonna.

Io piccolo, forse dieci anni, l’inizio di una estate di quelle che sembrano infinite, seduto a tavola che aspetto.

Parlava poco, la nonna, e sorrideva sempre. Ricordo la voce acuta, il dialetto serrato, gli scherzi di mio padre, mio padre che rideva, la nonna che rideva. Mi sembrava la gioia potesse essere qualcosa così. Niente di più.

Seduto a tavola, la sentivo armeggiare in cucina. Mi sono alzato, e sono andato a tuffare le guance dentro al grembiule blu.

La lavanda.

La lavanda per me è il passato e più dolce.

Mia mamma che metteva i sacchettini di lino nei cassetti, i miei maglioni che sapevano di lavanda, io che li annusavo durante i compiti in classe.

Ritorno dove sono.

Alzo lo sguardo, pensando che ci sono storie che dovrei scrivere, per esempio quella della lavanda.

Per esempio quella dei ricordi dolci, gli uomini che si scassano vivendo, come orologi cinesi, e i ricordi che li aggiustano un po’, giusto per continuare ad andare avanti.

Ti amo, dico sottovoce, guardandola mentre fa le foto alla lavanda.

Sorride e viene a darmi un bacio.

Ti amo è riduttivo, dovrei dire. Tu sei una sfida, una corrida, un palio, un campionato, tu sei tutta una serie di cose che non immagini nemmeno e che io nemmeno riesco a spiegare.

Come in tutti i campionati, come tutte le corride, scommettono su di noi.

Facile, scommettere su una partita così, da fuori.

Sorrido, la accarezzo, e guardo la lavanda.

Io scommetterei su di noi, penso. Lo ho fatto. Sei la mia più grande scommessa.

Accarezzo una pianta.

Sorrido, stare dentro quel grembiule era davvero facile.

Arrivederci (tranquillo)

Non so come, ma sono finito ad aprire il secondo cassetto del comodino e a guardarci dentro. Cercavo, forse, qualcosa. È un cassetto contenitivo. In ogni casa ce ne è uno. Serve ad accumulare cose, misteriosamente ritenute necessarie, fino all’esplosione. Poi si apre, di solito una domenica di novembre, quando ti viene voglia di pulire la vita, e si svuota. Quasi tutto, tutto quello che sembrava indispensabile, viene buttato.

E ho trovato un quaderno, nero, piccolo, con scritte solo domande. Ogni pagina una data e una domanda. Ho passato un periodo abbastanza lungo della mia vita a farmi domande. Le scrivevo.

Era, forse, un modo per rimuovere il dolore, di cancellare la paura, di avere più sicurezza. Non lo so, davvero, perché ho iniziato un quaderno di domande.

No.

Non ho ancora risposte. Alla maggior parte delle domande che mi sono scritto, non ho ancora trovato risposta.

Non mi spaventa, anzi provo quasi sollievo. Avessi le risposte che cerco, che ho cercato, sarei annoiato.

Sono domande belle, rotonde, profonde, dei pozzi per l’anima.

Poi mi sono trovato a fare la borsa per il mare.

Mettere sempre meno cose, avere sempre meno bisogno di cose.

Poi mi sono trovato in un parcheggio, sotto grandi Pini marittimi, assordato dalle cicale, avvolto dal caldo afoso, accerchiato dalla gente.

Il mare.

Mi ricordo di un viaggio a Ponente, era Pasqua, una Pasqua bassa di almeno una decina di anni fa. Sicuramente di più.

La spiaggia deserta, il freddo, e l’illusione di trovare risposte nel mare.

Viaggiare fino al mare covando la segreta speranza di arrivare e trovare risposte. Era una delle mie più docili debolezze, quella di cercare risposte nei posti, nelle persone.

Ci credevo.

Imbraccio lo zaino, ho deciso di camminare, con lo zaino pieno. Porto poche cose. L’indispensabile.

Ma è pieno.

Cammino seguendo la linea dei faraglioni, secoli di calcare, sabbia, ciottoli, rosmarino, pini, cicale.

L’odore del mare e del sudore, i piedi che scivolano.

La sensazione di non essere indispensabile al mondo.

Mi era già venuta, una volta, la prima volta che, seduto nella metro di New York, ho avuto l’idea di essermi perso. E di non essere indispensabile.

Una leggerezza stupenda.

Accarezzo la testa della donna che mi accompagna. È stanca. Ciondola insicura, sul sentiero che scende verso il mare.

È la donna più bella che mi abbia mai accompagnato. Per come mi accompagna. Per come evita di aspettarmi. Per come si fa inseguire.

Assomiglia alla nostra vita, questo sentiero. È difficile, scivoloso, adesso è anche scomodo.

Succede, quando la destinazione è un posto meraviglioso, che si debba fare fatica.

La tengo per mano. Io non sono bravo ad amare. Non lo sono mai stato. Mai.

Eppure tenerla per mano, accompagnarla, è la cosa che mi viene più naturale.

L’ultimo pezzo del sentiero è un incubo di sassi, lastre di roccia, aghi di pino. Ci superano tutti.

Coppie di turisti, come noi, gruppi di ragazzi.

Scendono sicuri, un passo invidiabile.

Io non voglio arrivare primo.

Non ho fretta.

Voglio arrivare. So dove voglio arrivare. E con chi.

Ecco, su quel quaderno nero c’è una domanda, in una delle prime pagine. Anno 2009.

Perché non sono capace di amare?

Che è posta male.

Amo tantissimo. Ho amato tantissimo.

A volte male.

Non ho la risposta.

Non cerco risposte.

Ho una destinazione. Ho, per la prima volta, una compagna.

Inaspettata, se volete.

Una compagna, su questo sentiero, in cui non abbiamo fretta e traballiamo come se fossimo lì per ballare la musica delle cicale. Un ballo tutto nostro, il catalogo delle nostre insicurezze, la fiera delle nostre debolezze, uno spettacolo pirotecnico di difetti. Un sentiero davvero difficile, se ce lo dicevano prima, ci portavamo le scarpe giuste.

Nella vita non ho mai le scarpe giuste.

Lei ne ha un sacco di scarpe. Adoro i suoi zoccoli nuovi, sanno di mare e di dolcezza.

Ma qui servivano scarponi da montagna.

Pazienza, rallentiamo.

Insieme. Così facciamo, noi, da quando ci siamo incontrati.

L’idea è questa. Io risposte non ne ho ancora, e il quaderno lo ho buttato nel cestino di una fermata dell’autobus. Era inutile tenerlo, come la maggior parte delle cose che ci sono in quel cassetto.

Però ho un sentiero su cui andare.

E, quando è difficile, quando diventa ripido, quando è sconfortante, rallento, e ascolto le cicale.

Arrivo.

La guardo. La bacio.

Siamo arrivati, le dico.

Che bello, mi risponde.

Succederà ancora, che arriviamo. Noi arriveremo.

Le dico.

Ma non capisce.

Ciuccio Frizzante

Tutte le caramelle costavano dieci lire. Tutte tranne i ciucci frizzanti, cinquanta lire. Uno sproposito. Prendi gli spumoni, dieci lire. Le banane, dieci lire. Le fragole gelatinose, dieci lire. Anche le coca cole, frizzanti, quasi acide, dieci lire. Non si capiva perchè i ciucci frizzanti fossero a cinquanta lire. Non erano nemmeno più grossi delle altre caramelle.

Dietro al bancone c’era Nina, la moglie del proprietario. Serviva i caffè e si occupava della tabaccheria. Aveva due seni enormi, gonfi, giganteschi, per tre quarti messi fuori, illuminati dal sole che entrava dalla vetrina.

Marco mi aveva appena insegnato a fumare. Non ci vuole molto, ad imparare a fumare. Solo devi imparare a non tossire, a nascondere il pacchetto da dieci, e a darti delle arie da grande mentre fai le prime boccate. Avevamo fumato insieme, Marlboro rosse, in un vicolo proprio dietro alla tabaccheria.

Una spesa in più, per le mie finanze pericolanti. Dovevo tenere una parte dei miei soldi per i gettoni della sala giochi, una parte per i ciucci frizzanti, e adesso una parte per le sigarette.

Avevo una fidanzata, si chiamava Francesca. Era della provincia, il padre era un uomo basso, sempre ben pettinato. Aveva anche un fratello piccolo, che si portava sempre in giro. E due tette enormi, anche lei.

Ero circondato da seni enormi.

Ed ero felice.

Francesca non era felice di essere la mia fidanzata. Anzi.

Non ero un buon partito. Ero bravo a basket, ero simpatico, niente di più. Cercavano, Francesca e le sue amiche, quelli vestiti bene, quelli forti, i capi.

Io non avevo nessun interesse a vestirmi bene, ad essere un capo. Giocavo a basket, fumavo un paio di sigarette, tornavo sempre a casa presto. Questo mi bastava.

Così, la nostra storia d’amore non andava un granchè bene.

Anzi.

Si avvicinava settembre, che era il banco di prova di tutte le storie d’amore. Perchè tornare in città significava decidere se continuare a vedersi o lasciarsi.

Così Francesca una sera aveva voluto parlarmi.

Ci eravamo incontrati nel buio di un vicolo.

Fumavo.

Lei mi aveva baciato, appassionatamente, scoordinata. Le avevo subito toccato il seno destro.

Mi dava sicurezza.

Poi era scoppiata a piangere.

Mi aveva confessato di avere un altro fidanzato a Milano. Poco male, avevo pensato. Avrei dovuto studiare molto, giocare a basket, fare le mie cose. Quindi quasi meglio.

Aveva detto che ci saremmo dovuti lasciare, sabato. Mancavano tre giorni.

Poi mi aveva lasciato lì, nel vicolo.

Il pomeriggio dopo ero andato a comprare duecento lire di caramelle.

Nina aveva una maglia verde scuro, i seni, esplosivi, quasi tutti fuori.

Mi sorrideva sempre.

Un signore, prima di me, stava comprando le sigarette.

-Nina se mi fai vedere le tette ti lascio la mancia!

Aveva urlato, per farsi sentire da tutto il bar.

Lei era scoppiata a ridere.

E poi, sempre ridendo, si era messa davanti al bancone e con due mani aveva tirato fuori la tetta destra. Un esplosione, una specie di eruzione, da quella maglia verde. Kili di carne, rosa. Lei rideva, tutti ridevano. Alcuni urlavano.

Io ero fermo, davanti alla cassa, con gli occhi sbarrati e duecento lire in mano.

Poi era tornata in cassa, sistemandosi il seno.

-Tu non chiedermelo, piccolino. Che sei troppo giovane per queste cose.

Io ero arrossito, sentivo le guance esplodermi.

Presi le caramelle e uscii.

Alla sera chiesi a Francesca di farmi vedere il seno.

Mi guardava senza espressione.

Poi mi chiese di seguirla.

In un vicolo.

Arrivati sotto a un lampione, si tirò su la maglietta.

Due seni, grandi, tesi, più scuri.

Ne toccai uno, con la mano.

Con l’altra tenevo la sigaretta, spenta.

Poi mi baciò.

E se ne andò

 

 

 

Se capita, perchè no?

Dodici chiavi, in un mazzo senza nessun portachiavi. Tutte uguali, tranne una, rosa. Un anello, latta rovinata, che le tiene insieme. Appoggiate sul mobile laccato, vicino alla porta, proprio sotto alla fotografia in cui due facce sorridenti, acqua sui capelli bagnati, sulla pelle, guardano l’infinito dell’obiettivo. Che in questa casa diventa la porta della cucina.

Chiusa.

La luce viene dalla sala, passa densa tra la polvere che rimane sospesa, si vede riflessa sulla copertina di un grande libro, lucida la copertina riflette, il resto è un divano in disordine, cuscini sparsi, i resti di una battaglia tra l’uomo e la sua tv, persa dall’uomo a giudicare dallo stato del divano. Sul tavolo, nell’angolo della sala vicino alla finestra, una bottiglia di vino, rosso, ne restano quattro dita, aperta. Un bicchiere, quasi vuoto. Due piatti, uno porpora, il secondo azzurro, di un azzurro bellissimo che ricorda la Grecia, il mare, l’estate. Ti viene da cercare la sabbia sul pavimento. Invece ci sono un paio di pantaloni, lanciati, una camicia, e un paio di scarpe di cuoio marrone, quel genere di scarpe vecchie al punto giusto, con la forma dei piedi, la pelle tirata, le storie dei passi che hanno fatto, della pioggia che hanno preso, e della vita che hanno vissuto. Il cuoio delle scarpe, se è un buon cuoio, è il manifesto migliore della vita dell’uomo che le indossa.

C’è odore di miele e cera, candele ebraiche, appoggiate su un mobile, colate in parte, forse sciolte dal caldo. Ricordo di un viaggio, forse di una vita passata, odore acre e intenso.

Tutto così immobile, sospeso.

Un luglio terrificante, per il caldo, dicono. Per la noia, altri dicono. La città si spegne, muore, si accascia, si arrende, al caldo che fonde i marciapiedi, che piega l’orizzonte, che uccide i vecchi e terrorizza le mamme. Così i momenti di vita sono la sera, quando cala il sole, e il mattino, quando sorge, fa già caldo, ma è ancora sopportabile.

Si alza, barcollando, per l’insicurezza, non per la sbronza. Non c’è alcol da smaltire, solo noia da combattere. Da fare i conti con la reale voglia di alzarsi, per affrontare ancora tutto.

Entra in sala. Si siede al tavolo, guardando la finestra, le spalle curve, le mani giunte con i gomiti appoggiati sulle gambe. Come se dovesse osservare un particolare. Qualcosa di fondamentale, da trovare nell’orizzonte ritagliato dalla finestra.

Si vedono solo alberi, palazzi, cielo azzurro.

Resta fermo per dieci minuti. Respirando. Davvero, come se dovesse trovare una cosa fondamentale, nascosta nell’orizzonte.

Poi si alza, senza più barcollare.

Entrando in bagno accende la doccia e lascia cadere i boxer.

Il silenzio è rotto dal rumore dell’acqua. Dissacrante, l’unico rumore in tutta la casa.

L’acqua non è mai abbastanza fredda.

L’asciugamano non serve, sembra di tornare bagnati poco dopo.

Lascia i capelli bagnati, pettinandoli dietro, fa sempre ridere assomigliare a un gangster.

Si fa la barba con precisione metodica, sono linee di schiuma che scompaiono rapite dalla lametta, precisi tagli. Un rito.

Recupera i pantaloni e le scarpe in soggiorno. Indossa una camicia, azzurra. Ha solo camicie azzurre. Senza un motivo. Solo pigrizia, forse abitudine.

Prende il mazzo di chiavi. Le osserva.

Cerca una sigaretta sul mobile. Accende.

E’ ora di farlo, pensa.

Senza sapere come andrà a finire. Ma è ora di farlo.

Esce di casa.

Così è iniziato tutto

 

Less is More: l’uomo che sono

Stanotte ho scritto un pezzo per la rivista di moto. Avrei voluto iniziare scrivendo che si trattava dell’ultimo pezzo che avrei scritto. So che non sarà così. Ma è come se lo fosse.

Pensavo al motociclista che sono diventato. Disordinato, impreparato, con un fiuto incredibile per perdersi. Lontanissimo dal luccicante casino dei raduni e dalla moda della moto come giocattolo per grandi.

Ho scritto di questo.

E ho aperto un vaso di pensieri, densi, che mi hanno portato a una notte insonne. E’ raro per me, non dormire. Ma è stupendo, quando devi affrontare pensieri così grandi.

L’uomo che sono è come il motociclista che sono. Impreparato, cazzone, disordinato, fortunato.

Ascoltavo un padre separato da poco parlare, ovviamente di separazione.

E pensavo di aver capito.

Le persone vivono i lutti come ponti, una morte, una separazione, un trasloco, una malattia, un fallimento. Sono ponti tra il passato e il futuro.

Li attraversano portandosi dietro un enorme carretto di ricordi. Lo trascinano, faticosamente, ben attenti a non perderne nemmeno uno, di ricordo. Come la memoria emotiva fosse la cosa più importante delle loro vite.

Diventano vittime di questo trascinare. E restano su questo ponte più del dovuto.

Il mio disordine, la mia fortuna, la mia capacità di perdermi, è stato fondamentale.

Me ne sono accordo adesso.

Anzi, ieri notte.

Inconsapevolmente, per questo dico di essere fortunato, ho perso molto da questo carretto di emozioni, e qualche tempo fa lo ho lasciato andare.

Mi trascino dietro sempre meno roba.

Desidero sempre meno cose.

Voglio sempre meno scuse.

Assomiglia al viaggiare in moto, il mio vivere. Meno cose porti, meglio viaggi.

Io amo moltissimo le emozioni degli altri, le storie, i posti, i racconti.

Per questo devo fare spazio.

Forse ieri ho scritto l’ultimo articolo per una rivista fantastica.

Non posso portarmi dietro tutto.