The Pier – Il Molo

13 Set

Di cosa sia veramente mio, in questa casa, non ho una chiara percezione. Non l’ho mai avuta. Dieci anni fa ho ereditato uno zaino, nero, da viaggio, di quelli con un sacco di tasche, mille cerniere, un porta biglietti da visita e tutto lo spazio necessario per le cianfrusaglie che un uomo desidera portarsi in viaggio. Era il primo viaggio intercontinentale e avevo messo un sacco di cose inutili. Qualche anno dopo, molti viaggi dopo, lo zaino era sempre lo stesso, evidenti i segni del tempo, evidenti le macchie di caffè, vino, sporco, dentifricio, che poi non so perchè non mi sia mai passata per la testa l’idea di lavarlo, in fondo è una cosa abbastanza semplice, ma impedita dal fatto che non lo ho mai svuotato del tutto. E’ nell’armadio, pronto per partire ancora. Restano dentro, ibuprofene, dentifricio, filtrini, spiccioli cinesi e americani, una mappa di Shanghai, un pacchetto di fazzoletti, dei tappi per le orecchie, un pacchetto di cicche alla menta comprate da qualche parte in Asia, briciole, tante, dei fogli, vecchi, il passaporto. E’ pronto, siamo pronti.

Una notte, con quello zaino, mi sono fermato al Pier, il molo, gigantesco, davanti all’imbarco del traghetto che riportava in città. Le luci, incredibili, il caldo, il mare, la lingua di mare, la gente, gli odori.

Io.

E ho pensato, senza una valida ragione per farlo, che io non avevo davvero una casa, dei mobili, una macchina. Non sentivo niente come mio.

Una piacevole sensazione hippy, forse la birra cinese, forse il caldo.

Ma era vero.

E’ vero.

Così adesso non faccio molta differenza, tra ciò che resta con me e ciò che va via.

Guardo i miei libri, che riempiono il soggiorno. Quelli, per dio, mi spiacerebbe lasciarli. Non lo farei mai, anzi.

Messi in ordine, l’ordine che ho deciso io.

Kundera, tutti i libri di Kundera, hanno quasi vent’anni. Erano gialli già da subito, potere degli Adelphi, saranno carbonizzati, penso. Non li tocco per non spostare Baricco, anche se con il tempo ho dovuto aggiungere spazio, per mettere il resto. Pennac, mi ricordo perfettamente il primo, regalato, sotto casa, ad Aprile, era Pasqua, era il 1997. Dio mio.

Garcia Marquez, forse l’amore più grande, i sogni più belli, le storie più complete.

E poi la Vargas, Sedaris, Winslow, Hornby, Bukowski, Fante, Ferlinghetti, la Nanda, con i suoi libri, Hemingway, che mi faceva addormentare ma non lo potevo dire, e Pinketts, che non ho mai finito un libro, Dazieri, Saviano, Pavese, la Tamaro, i libri di storia, le biografie, che quella di Elio e Le Storie Tese ho riso un mese, i poeti, Neruda,

Ecco, questa carta qui, appesa su una mensola, questa è la cosa a cui non rinuncerei.

Sono stati il mio modo di sognare, di imparare, di vivere, per un bel po’. Lo sono ancora.

Ieri ho scritto, ne ho la certezza matematica, il capitolo più bello. E’ venuto fuori a caso, dopo che ero rimasto immobile a guardare i libri.

Avrei dovuto decidere, progettare, il Piccolo ha bisogno di un letto, i letti a quanto ne so non arrivano da soli nelle case delle persone, eppure ero fermo a guardare i libri. E poi mi sono messo a scrivere.

Leggere è la liberazione.

Scrivere è la rivoluzione.

O forse viceversa.

Però son due cose che stanno comode e larghe in uno zaino.

Il resto è paccottiglia.

 

Una

7 Set

Una nenia, dolce buonanotte, una musica apparentemente conosciuta, un motivo famigliare, in sottofondo.

Una figura nella penombra, appena scoperta dalla tenda, che rimbalza nel vento.

Una sigaretta, due mani, l’ultima, la migliore, la brace che brucia, luce.

L’assonanza di due destini, la paura di sapere, già adesso, di dover comunque imbastire un finale.

Le cose che succedono di notte, lei che le ricorda tutte, lui che ne ricorda

una

sola.

E io che, niente scusate davvero, volevo scrivere una barricata. Una roba alla Baricco, punteggiatura, accenni, freddezza. Così per passare il tempo, mentre scarico la posta, indegnamente alle 22.43.

Non sono sicuro di reggere, ma non sono nemmeno così checca da mollare.

Nel limbo, come la figura nella penombra, di continuare a spingere, non mollare, ma sentire decisamente la forza affievolirsi.

Ero in un cortile, era quasi sera, con la menta, le ortiche, la lavanda e il rosmarino, uno di quei piccoli orti ritagliati all’ingresso dei capannoni, quasi per scusarsi dei capannoni, delle periferie, della mortalità di questi posti.
Fumavo insieme a un uomo. Parlavamo di affari. Al tramonto. Io troppo stanco anche per tornare a casa, lui che osservava con la coda dell’occhio la segretaria mentre usciva. Riconosco il guizzo, il lampo, l’accensione degli occhi dei cacciatori.

E rido.

Io lavoro, no, non come un negro. Come un esercito di negri.

I negri hanno l’esercito?

Poi scrivo, di notte, mi divincolo in una trama che certe notti mi sembra chiarissima, certe notti mi sembra di non averla nemmeno scritta io. Scrivere una cosa lunga, seria, con i crismi, è un’esperienza magica.

Come lavorare così tanto, guadagnare così poco.

Son convinto.

Sono esperienze magiche davvero.

Mi ci vorrebbe una donna.

Penso.

Mentre cammino verso la macchina.

Che mi aspetti a casa.

Pausa. Guida. Tangenziale. Traffico.

Scendo le scale correndo e scegliendo la musica. Non amo molto correre. Ma mi catapulta in una specie di stato di trance, sono un gorilla che corre scoordinato, sudato, ansimante, ma in trance. Corro facendo giri sempre diversi, ieri l’altro sono arrivato alla fine dell’aeroporto.

Osservo una coppia, lui che corre, lei in bici.

La donna che mi aspetta, dovrebbe anche seguirmi in bici mentre corro.

Perlomeno, avere una bici.

E’ notte, scrivo, lavoro, scarico mail, e osservo l’annuncio con il quale ho messo in vendita la moto.

Adoro compiangermi.

Bevendo grappa e osservando l’annuncio. Come fosse un quadro.

Resistenza, all’autunno va opposta resistenza.

 

 

Pompe e schiaffi (romantico a Milano)

2 Set

Da quasi otto anni, il primo fine settimana di settembre, io lo passo seduto su uno scoglio, che per concessioni demaniali, dovrei controllare ma son quasi sicuro, dovrebbe esser mio, a preparare l’autunno.

Una delicata selezione musicale, improntata sul biennio 94/96, i miei anni d’oro dell’adolescenza, accompagnata da vino bianco locale e frequenti nuotate al largo, mi traghetta nel lungo autunno.

Questo perché l’autunno mi è insignificante, seppure io abbia amato l’ottobre di Madrid e il novembre di Eindhoven. Per non parlar dell’inverno.

Ho una malattia incurabile che mi provoca un profondo disagio quando l’altitudine, il freddo, la neve, vengono associati a vestiti pesanti, cibi pesanti, persone pesanti, taverne di legno odoranti, sudore, racconti epici di sciate, salti, pini evitati.

Preferisco il carcere, alla settimana bianca.

Questo fine settimana, il primo di settembre, mi serve anche a star beatamente da solo, al mare.

Facendo quella lista di cose che, in presenza di altri esseri umani, comportano sempre delle noiose spiegazioni.

Fare il bagno nudo. Saltare la cena, passando dall’aperitivo con il vino, al dopocena con il vino, in costume, in centro, a piedi nudi. Nuotare mentre piscio. Leggere nudo sullo scoglio. Cantare a voce molto alta i Nirvana. Accompagnare con l’indice sinistro il sole che affoga nelle montagne di Ponente al tramonto.  Parlare da solo, chiedendomi cosa ne pensi, io, del tempo ballerino, ad esempio.

Criticare apertamente, seduto sul muretto della passeggiata, le donne apparecchiate come puttane da statale. Osservare lo sguardo dei mariti, tenerlo, sorseggiando a canna dalla bottiglia.

 

Niente.

Roba così.

 

Ma quest’anno no.

No, nel senso che sono fermamente ancorato alla mia postazione urbana, scrivo mail, ritaglio cose, litigo con Excel.

 

Per di più, sono affogato in  un punto morto, stavo scrivendo spedito il settimo capitolo. Pronto all’ottavo, un fiume in piena. E niente, mi sono bloccato. Sono finito in una confusione, forse dovuta all’altra sera quando ho volutamente fatto la maratona di IronMen.

 

Aggiungo che la moto va a singhiozzo. Sembro uno di quelli che provano i tori meccanici. Ma non fa ridere, mi fa incazzare da morire.

 

Le ragioni della mia permanenza urbana sono tante e di scarso interesse pubblico.

 

Le riassumo in: Cambiamento.

 

Ieri sera, complice il fatto che io sento la voglia di cambiare nelle persone, ho tenuto un breve trattato sul cambiamento.

 

Primo: non sono un sensitivo. Leggo le persone, interpreto, giudico, faccio domande mirate, raramente chiedo cose a sproposito.

Secondo: lo faccio ridendo e facendo battute. Ricordi che il saggio indica la luna e l’idiota guarda il dito? Ecco, tu prendimi per un coglione.

Terzo, ricorre tra qualche giorno il mio decimo anniversario. Oltre che di matrimonio, anche di inizio di quella roba assurda che è stata studiare il cambiamento.

 

Ho letto. Ho riletto. Ho ascoltato. Ho indagato. Per capire il cambiamento mi sono dovuto pippare tutte quelle cazzate automotivazionali che fanno impazzire gli esseri umani durante la crisi di mezza vita. Programmazione Neuro Linguistica, Pensiero Positivo, Buddhismo, Parapsicologia.

 

Ma questo, fidati, non fa curriculum tanto quanto il mio ultimo anno e mezzo di vita.

 

Niente. Ho cambiato.

Qualcosa.

In  meglio. Spero.

 

Annuso le persone, sono una specie di cane con la barba. Parlavo con una ragazza dai vispi occhi che portava un simpatico ciondolo. Che dice di voler cambiare. Ma non ne ha nessuna intenzione.

E ascoltavo, poche parole, tanti piccoli gesti, una ragazza, con occhi paralizzanti, che invece ha una voglia matta di cambiare. Bomba a orologeria.

Confido tu possa trovare un bravo artificiere.

 

Ora, io del cambiamento potrei parlare per ore.

Ma quello che nessuno racconta, è cosa succede a non cambiare.

 

Io sono terrorizzato non dall’errore. Non dal non amore. Non dal dolore.

Io sono terrorizzato dagli alibi.

Che le persone, tutti cazzo, impilano ordinatamente per costruire un muro, un muro solido di alibi, per difendersi dalla realtà.

 

Quello che la scienza esatta della psicologia non insegna è la parte oscura, la seconda possibilità.

 

Cosa succederebbe veramente se resti?

 

Cosa succede se ti fermi, cazzo?

 

Allora, povero, stanco, non al mare seduto sul mio scoglio, ho pensato che comunque sono felice.

 

Se poi non dovessi più riuscire a scrivere l’ottavo capitolo, sappiate che sarà un anno di merda, perché cazzo io nel 2017 avevo in mente di far uscire il mio romanzo, semplicemente per fare una cosa che sogno fin da piccolo.

 

Durante un aperitivo qualsiasi, all’arrivo di una sconosciuta, durante le presentazioni, smettere di dire le solite due finocchiate

 

  • Mi occupo di computer e insegno il cambiamento

 

Ma partire con un:

 

  • Hey baby, io scrivo capolavori per restare indelebile nel cuore di milioni di lettrici

 

Scientificamente, o segue uno schiaffo o un pompino.

La statistica la studio da tempo.

E lo schiaffo è dato 75 a 1.

Anche se

25 Ago

Tu mi ami?

Io amo le mie scarpe su misura.

Che diavolo di risposta è questa?

ti ho detto una cosa che amo.

Una?

Amo Milano, anche se a volte è infame, amo la mia moto, anche se sta diventando una moto di merda a furia di metterci le mani, amo giocare con gli sguardi con la parrucchiera, al piccolo bar dove faccio colazione, anche se so benissimo che saranno sguardi e cappuccini, amo il mare di Levante, kilometri che conosco, anche se è inospitale e duro, amo le mie scarpe su misura, anche se si rovinano alla prima pioggia, amo viaggiare, anche se mi tiene lontano dalle cose che amo, amo il sesso, la carne, il dominio, anche se mi confondono, come una mappa sbagliata per la mia rotta, amo le mie cicatrici, anche se le viscere fanno ancora male, amo i tramonti, anche se sono una fine, in qualche modo, amo i miei libri, anche se odio la polvere, amo camminare a piedi nudi, anche se continuo a tagliarmi, amo ridere, anche se adoro piangere.

basta?

No, ci sono altre cose, che amo meno, ma sempre amo.

Ami molto.

Amo tantissimo.

E mi ami?

Io amo a modo mio. Io amo, anche se. Tu vuoi un uomo che ama, anche se? E’ un modo maturo di amare? E’ una cosa giusta da fare? Sai, le mie scarpe, il mio mare, la mia moto, non fanno molta differenza. Ma le donne, le donne che ho amato, sono scivolate su quell’

 

anche se.

 

Anche se può voler dire tutto.

Anche se morirò.

Anche se mi ferirai.

Anche se non ne sarò veramente capace.

Anche se.

Fanculo, beviamo?

Beviamo, amo farlo. Anche se…

 

Sassi che diventano sabbia

18 Ago

Piccola, 

Scusa l’urgenza.

Ti scrivo da qui, poi ti spiego da dove. Faceva caldo, quando ci sono venuto al mattino, più fresco al pomeriggio, perfetto al tramonto.

Sono giorni che non scrivo niente, a malapena la lista della spesa, che poi è sempre la stessa, che al mare adoro mangiare le stesse cose, e non leggo niente, se non il giornale, quello che trovo, al bar dei pescatori, al mattino, quando scelgo di bere il primo caffè, bruciato e acido come devono essere i caffè fatti al mare. Vado a piedi nudi, con il passo incerto di chi ha preso molti cocci di bottiglia nei piedi, guardando il sole alle spalle che illumina il mare, le ombre lunghe delle case e un fresco strano, che mi fa sentire vecchio, perché anni fa non lo avrei sentito. Poi torno a svegliare il Piccolo, le nostre abitudini sono una delle cose che amo del tempo del mare.

Scappo quando posso, al mattino, al pomeriggio, o al tramonto, se posso solo, se no porto con me chi viene.

Passo deciso, per attraversare il vecchio quartiere, le case di cinque secoli fa, la chiesa di Sant’Andrea, bianca e nera, il sentiero che sale vertiginoso, il cuore che esplode, i pini a proteggere dal sole, poi le ville, sospese tra la collina e il mare, una sosta, tutte le volte, per sentire le cicale mentre guardo il mare, per riposare il cuore. Poi ancora.

La salita alla vecchia villa, il sentiero che si stringe, maledette sigarette, controllo sempre se ho l’acqua, riflessi, e accelero, come ad aver fretta di arrivare. 

Un grosso cancello verde. A destra. Anonimo. Scavalcare se chiuso, entrare furtivi quando aperto. 

Il sentiero che diventa una piccola strada sterrata, le case nascoste, i sassi che lasciano il posto alla sabbia.

Confini.

I sassi della Liguria, invasi dalla sabbia della Toscana. 

Confini.

Rumore di paradiso.

Cicale, canne che battono nel vento, silenzio.

Ecco che rumore fa, probabilmente, il paradiso. Lo penso ogni volta. Amo tornare sul luogo del delitto. Assassino con sane abitudini, torno sempre sui miei passi, nei miei luoghi, sui miei sassi. 

Io mi fermo. Sempre.

Sempre, vuol dire da quando lo faccio, da sempre.

Guardo il mare dall’alto. Ascolto. Respiro. Il cuore si calma. Mi siedo. Cerco l’acqua e bevo.

Quello che vedo è l’infinito della costa, dal primo golfo di Ponente, nei giorni chiari, fino a qui, le baie, le insenature, le colline e le nuvole minacciose sugli Appennini, i pini disordinati e i fitti boschi. Il mare dai colori diversi con le barche, la schiuma, e l’orizzonte, a Ovest.

Poi scendo, quasi correndo, verso il mare, il sentiero si stringe, le canne tagliano le gambe, ci sono i grilli e le cicale, una vipera, ho visto una lepre, ma scendo correndo, come si corre davanti a un amore, come si torna a qualcosa che si ama davvero. Fa delle curve, il sentiero, messe apposta per far cadere chi non ama abbastanza, sabbia su sassi, scivolosa come le giornate d’estate per un amore lontano. Sento le ginocchia tenere, cedevoli, morbide. 

Ho un cuore forte e ginocchia che mi tengono, complice la vita.

Arrivo alla frana, enormi massi, sospesi sul mare. Sotto piccole piscine azzurre, scogli, il sole, il mare infinito. Lego lo zaino a un sasso, in alto. 

Gli appoggio sopra il pareo, zuppo di sudore, secco di salsedine agli angoli. 

Silenzio.

Guardo.

Respiro.

Mi viene addosso tutta la mia vita.

A volte fa male. A volte fa bene.

Vengo qui per sentire, di giorno in giorno, l’effetto che mi fa, la mia vita.

Mi butto, saranno due metri, mare aperto, nero, le ombre del fondale profondo. Nuoto, verso il largo, senza un piano, guardo sotto. 

Poi mi fermo. Tra le onde.

Cerco delfini, storie che potrei raccontare ma che nessuno sarebbe disposto a prender per vere. Ho visto delfini nuotare davanti a me. Ho visto un pesce luna, con la pinna sinuosa. Barracuda, acciughe, e pesci lenti e pacifici.

Torno, salendo dagli scogli, fino allo zaino. 

Mi asciuga il sole.

Sono sincero, non penso a niente. Guardo e basta.

So che questa cosa, che faccio tutti i giorni, mi servirà d’inverno.

Guardo la mareggiata.

Qua, fuori, è sempre insistente, nervosa, lascia poco spazio alla pace.

Io, virgola, non penso, virgola, a niente.

Non scrivo, non leggo, non penso.

Mi nutro.

Quando il campanile suona, lo sento lontano, riconosco i rintocchi, mi incammino. 

Risalgo le rocce, prendo il sentiero, osservo la sabbia tornare roccia. 

Scendo veloce.

Prima bosco, cicale e odore di umido, di muschio, di macchia.

Poi le case, fortunati, le prime ville, i gelsomini, le calendule, i gatti assonnati.

Arrivo alla spiaggia, sabbia. 

Prendo il Piccolo. Lo bacio sulla guancia.

Dove sei stato?

A vivere.

Davvero?

Si. Faccio provviste per l’autunno.

Andiamo, per mano, al piccolo molo. Ci tuffiamo. Nuotiamo fino a riva.

Ecco tutto.

L’arte di avere la barba (Elena) 

1 Ago

Lui la prese per i fianchi. Magri e tesi, come i fianchi dovrebbero essere, aveva pensato. 

No.

Non aveva pensato ai fianchi.

Aveva pensato a due cose: l’incredibile voglia di scopare, un primordiale bisogno non sufficientemente soddisfatto, e la noia mortale della pericolosa somiglianza con altre mille donne.

Si.

Gli uomini pensano anche durante un erezione.

È che per il tono narrativo di un racconto, suona male la verità. 

Lei bruciava di desiderio e fame e si era lasciata prendere da quelle mani, dure e nodose, così maschili da esser perfette.

No.

Lei non bruciava di fame e desiderio.

Lei aveva un fottuto bisogno di conferme, quel genere di risposte che le donne chiedono con la lingua e a cui gli uomini rispondono con le mani e con il cazzo.

Ma se parlare delle sue erezioni rovinerebbe il tono narrativo, figurarsi se si può accennare al delicato equilibrismo mentale di una donna che, acrobata nel circo delle emozioni, saltella sulla fune del desiderio.

Io?

Hai chiesto se sono io?

Nah.

Io sono qui a scrivere. Sciolto dal caldo, seduto di fianco a una signora distinta avvolta in un costume nero, che legge da più di mezz’ora un romanzo che io userei per accendere il fuoco.

Se solo avessi un fuoco da accendere.

E litigo con la musica, che di solito mi aiuta a scrivere, oggi invece niente.

E litigo con l’estate, che di solito mi mette pace, ma quest’anno no.

E litigo con il telefono. Aspettando messaggi per stare in giro tutta la notte.

E di loro due dovrei scrivere la partenza, l’inizio, la prima volta.

Io

Che se c’è una cosa nella vita che mi viene male sono le prime volte. La prima scopata, la prima fidanzata, il primo matrimonio.

Spero il mio primo figlio rompa questa catena di superstizione. 

Sono inadatto a scrivere questa cosa.

Mi concentro, affogo nel mare melmoso dei ricordi per trovare una prima volta. 

Gli scrittori seri fanno così.

Pescano ricordi, li abbattono nell’abbattiore del tono narrativo e servono deliziose cruditè perfette.

I ricordi degli scrittori sono come il pesce.

La signora, in effetti, sta leggendo qualcosa che assomiglia molto a un sushi narrativo. Una porcata bestiale. 

Le mie prime volte.

Sarei curioso di ascoltare la versione delle inconsapevoli protagoniste.

Tipo che sapore ho quando limono da sbronzo.

Oppure come sono davvero le mie mani.

Elena, che si chiama Elena veramente e difficilmente leggerá questo blog visto che sarà morta ormai, ad esempio aveva un buon sapore e due tette incredibili. 

Tolti gli anfibi, risultava più bassa di una credenza di legno, sulla quale avevo un profondo desiderio di farla sedere.

Quelle cose che si fanno a un certo punto della vita.

Sesso ginnico.

Ci vuole fiato, muscoli, alcool, e una donna molto disposta a scivolare, da un momento all’altro.

Dalla credenza nel trash. È solo sul set di PornHub che le ginniche cavalle bionde dell’Est, in mano a energumeni dal pene depilato e l’addominale scolpito, non scivolano dalle credenze.

Ci baciavamo con foga. Mi fece cadere i pantaloni e gli slip, abbassandosi con due occhi che solo anni dopo la cinematografia moderna avrebbe incorniciato per sempre con il Gatto di Shrek.

Quando fate i pompini, sappiatelo, se aggiungete gli occhi del Gatto con gli Stivali, avete praticamente fatto metà del lavoro.

E addio credenza.

Solo un ancestrale bisogno di toccare le tette mi fece interrompere quel piccolo miracolo urbano.

Finendo, bruttissimo da vedere, tutti e due accucciati vicino alla credenza.

Felice di aver preso possesso delle tette avevo raggiunto una provvisoria ma molto soddisfacente pace dei sensi.

Ci eravamo conosciuti quasi sei ore prima, elemento che rendeva la nostra coppia una delle più longeve esperienze d’amore che avessi mai avuto.

Niente.

Ci teneva, Elena, ai pompini.

Così, credo un minuto dopo, in ginocchio davanti alla credenza, lei sdraiata sotto, avevo bellamente perso il controllo.

Gli occhi delle donne, altra cosa che non si può scrivere, quando nel più grossolano silenzio, decidi di venire, sono stupendi. Da vecchio scriverò una cosa sconcia sugli sguardi di sdegno che ho seminato in gioventù.

Manifestano schifo, disprezzo, o anche solo noia.

Quelli di Elena dicevano: cazzo e adesso chi mi scopa?

Lo sò perché, rimettendosi in piedi, me lo disse in faccia.

Dovevo ancora imparare la questione della via di mezzo, ed ero sbronzo marcio di pessimi Cuba libre senza ghiaccio. Impari a bere meglio, con il tempo, e a darti da fare per arrivare a un compromesso, tra l’orgasmo maschile, minuti che sembrano ore all’uomo, è quello femminile, ore che sembrano minuti alle donne. 

Oppure ti fidanzi con una donna che abbia il tuo stesso ritmo. 

Ecco, io ed Elena non avevamo lo stesso ritmo. Chiaro, chiarissimo.

Per questo ho solo detto: cristo che tette che hai.

Tecnicamente non sono stato cacciato di casa.

Solo, con ferma decisione, allontanato.

Ecco. 

Le mie prime volte.

So già come finisce questa cosa.

Mi metto a rivangare nelle mie prime volte.

E scrivo sul blog, al posto che andare avanti con un racconto naufragato negli scogli narrativi delle prime volte.

Ho bisogno di smettere di scrivere dalla città.

È infame la città, ad agosto.

Ho bisogno del Levante, e della controllata frequentazione con quelle sedici persone che in tutto il mese di solito saluto quando sono al mare.

Ho bisogno di sentire mio figlio russare, mentre dal terrazzino scrivo e bevo. 

Bevo.

Poi magari scrivo.

In città non mi viene bene.

Salgo sulla moto, tecnicamente só benissimo dove sto andando a finire, ma faccio finta di darmi un tono di avventura.

Vado al bancone. Ordino. Mi metto a scrivere. Smetto quasi subito. E inizio a parlare.

Con chiunque capiti a tiro.

Lo só già.

Cazzo.

Oggi ho letto della moda di farsi le foto al mare roteando la barba, come le donne facevano alla fine dei Novanta.

Forse questo ha distrutto il mood.

Eppure.

Avessi la barba ancora lunga.

Lo farei subito.

Capisci perché non scrivo?

Punto a farmi i selfie con la barba bagnata…

Elena, mi rincontrasse oggi, mi disprezzerebbe ancora.

Supportando la mia tesi: la natura di un uomo, le sue qualità, la sua portata, già si vede dal primo pompino.

Altro che promesse e amore.

Fortuna che Elena era troppo appassionata di anfibi, musica punk e coca. Statisticamente, se ancora viva, non dovrebbe essere in grado di ricordarsi di me.

Di un uomo che al posto di scrivere, mestiere nobile, pensa a farsi i selfie con la barba bagnata.

Cristo.

Devo andare al mare.

Mica per la barba.

Per la salute mentale.

Mi sono dimenticato una cosa importante ma per fortuna incontro la signora nel parcheggio.

La guardo e le dico:

Che libro di merda che sta leggendo, cazzo.

Mi guarda con sdegno. 

Uno sguardo che ben conosco.

Esiste la nostalcità?

30 Lug

Seriamente, uno a una certa età dovrebbe essere in grado di descrivere le emozioni. È un lavoraccio, ma sul lungo paga. Si evitano brutte faccende con parenti e amici, si sta lontani dalle pericolose scivolate sui prati dei sentimenti, si risparmia sui rattoppi di grezza sartoria nei recuperi delle relazioni.

Non dico affrontarle, saperle gestire, controllarle. Dico riconoscerle.

Ci avrebb evitato, l’onesta confessione di non aver letto il libretto di istruzioni delle emozioni, molte inutili sbronze, qualche superfluo pianto, e un sacco di pessimi pomeriggi.

Reputo maturi non coloro che gestiscono le proprie emozioni, popolo in estinzione, indios di una foresta tirata giù a botte di calmanti e sedute dallo psicologo, reputo maturi quelli che almeno le emozioni le sanno riconoscere.

Trovare le sottili differenze tra disgusto e rabbia, tra gioia e ansia, tra infatuazione e gelosia, saper leggere se stessi senza gli occhiali di qualche amico, quello è già molto.

Prendi me.

Camminavo su un prato sotto il sole cocente, tutto in regola per esser luglio, sinceramente un po’ stupito di trovarmi ancora in città, stanco di quella stanchezza primitiva, totale, che mi porto dietro da un anno.

Tutto nella norma.

Una ragazza in costume legge un libro. Capisci di essere me se cerchi di osservare il libro per capire di che titolo si tratti prima di notare il capezzolo destro fuori dal costume. Capisci di essere me, una volta notato il capezzolo, per averne apprezzato forma e colore. Una coppia di signore parla con voce bassa e ritmo serrato, quasi una nenia. Non ci sono bimbi in giro, la situazione è ottima per sdraiarsi e addormentarsi. Sento il bisogno di farlo subito.

Mi siedo. Guardò il prato come fossi un fotografo di quelli che vogliono prendere dei fili d’erba in primo piano e lasciare il verde sfuocato del resto del prato sullo sfondo. Foto da copertina di libri di catechismo.

Mi sdraio. Sento il caldo e la stanchezza. E una piacevole, nuova, solitudine beata e malinconica. 

Confuso dalla beatitudine incrociata con la malinconia, chiudo gli occhi e penso.

Oggi mi sento felice.

Oggi mi sento solo.

Oggi sento malinconia.

E vado avanti con circa una sessantina di emozioni primarie e secondarie, praticamente tutto il catalogo.

Ora.

O sono esaurito, probabile per il ritmo tenuto e gli eventi successi, ma non possibile visto che sono in buona forma mentale e fisica.

Oppure ho un problema di Panemozioni.

Le provo tutte.

E tutte insieme.

Non è che sono triste e poi felice, speranzoso e poi offeso, in vari momenti. Sono tutto tutto insieme.

Ripasso la giornata, dalla colazione fino al pranzo. Sono il cittadino invisibile, quello che nei film di New York passeggia sullo sfondo mentre i due protagonisti si parlano camminando a Central Park.

Ho fatto cose talmente anonime da sentirmi complice del fallimento del mondo. Tutte cose che non giustificherebbero le sessanta emozioni che provo parallelamente.

Ho letto molto, quantificando ho letto mediamente più di uno specialista, sul cervello e sulle emozioni. È stato bello farlo. 

Non avevo mai trovato un uomo che le provasse tutte, tutte insieme.

E pensa la fortuna del ricercatore: quell’ uomo sono io. 

Prendo le prime sei, per rilevanza, e le metto in fila. Sono tutte emozioni positive. E ruotano tutte intorno al mio delicatissimo cuore. Messo sotto scacco per più di un anno, insidiato e derubato, violentato e abbandonato ma anche coccolato e riverito, il mio fottuto cuore la fa da padrone. 

Respiro. Negli anni, attraverso i libri e le conversazioni con chi faceva finta di essere più stabile, ho capito una cosa. 

Si, faceva finta. Perché gestire le emozioni è un dannato lavoro sporco.

Comunque ho capito.

Sedici libri, sei tonnellate di carta, ore di filmati e audiolibri dopo, posso dirlo.

Sei in un problema emotivo? No, non te li elenco tutti per davvero. Ma se sei più intelligente di uno di quei graziosi topini che vendono nelle gabbiere durante le sagre di paese, hai avuto, hai, avrai qualche contraccolpo emotivo.

E non serve che tu ti faccia troppi problemi, e nemmeno quelle banconote da 20 che hai impilato sul tavolo dell’analista che hai trovato online.

No. 

Prima devi fare una cosa. Difficile, ma con il giusto allenamento fattibile.

Sdraiati e respira. Chiudi gli occhi, respira e dai un cazzo di nome a quello che provi. No. 

Non Dario, il tuo ex che ti ha riscritto da poco. Tu non provi Dario. Tu provi nostalgia forse. Forse malinconia. Ma non provi Dario. Tra l’altro Dario lo hai già provato e se fossi intelligente non lo riproveresti se non con un certificato che tutti quegli odiosi difetti siano effettivamente scomparsi, diradati, come i suoi capelli sulla foto del profilo di Facebook.

Sdraiati e respira.

Io lo faccio spesso, tutti i giorni. Funziona. Ci resti male, perché sognavi di avere problemi incredibili, emozioni uniche, sofferenze che solo tu potevi immaginare. Invece è tutto nella norma. 

I bambini sognano di essere speciali. Di avere emozioni speciali. 

Poi da adulti si rendono conto di essere pure troppo banali.

E tu non sei un bambino e nemmeno sei così speciale.

Io ci ho messo un po’ per capirlo e ancora un po’ per accettarlo, di non essere speciale. Ho sofferto, ho amato, ho vissuto come tutti. 

Ho solo un tempo di reazione differente. Un silente disagio, riconosciuto come disturbo della sfera emotiva, che amplifica le cose.

Le cose amplificate, di fondo, sono emozioni. 

Mi sdraio e respiro.

È difficile dirlo, ma sono felice di esser felice anche se sono malinconico e provo nostalgia, eppure ho molta gioia e stupida felicità.

O santo cazzo.  Ho tutto. 

All In.

Ecco, almeno tu ed io fossimo capaci di sdraiarci e respirare, per leggere il titolo della canzone che ci passa in testa.

Io ci sono, lo faccio. 

E dovrei anche andare avanti. A leggere questo spartito in cui le emozioni fanno da note e accordi.

Ma non ho una cazzo di voglia di farlo.

Quando sto così, vorrei solo dormire. Svegliarmi e prendere i pezzi che mi interessano.

Nah, la gioia è banale. Nel l’acquario della vita la gioia, per uno come me, è un pesce rosso. Io punto alla nostalgia, che si nasconde come una stronza nelle pieghe delle altre emozioni, ma che rimane una delle mie preferite.

La nostalgia mi fa scrivere e sognare, mi fa soprattutto ricordare. 

È adorabile,la nostalgia. Adorabile.

Se poi presa in massicce dosi con vino rosso, è uno sballo quasi come la birra con la codeina.

Mi arriva tutto addosso. Pensavo di scrivere, di leggere e di pensare a quella storia che sto scrivendo, che è facile di notte con gli occhi chiusi, andar avanti capitolo dopo capitolo, ma poi apro gli occhi e siamo sempre alla stessa pagina. 

Ho nostalgia di un sacco di cose e di una donna. 

È una cosa molto bella, suppongo.

È il desiderio di tornare, a quelle cose, a quella donna. Come fossero un porto di un isola, in cui poter attraccare. Ben consapevoli che, questo mi fa un po’ tristezza, è un attracco. Un porto. Non ancora una casa. Forse mai. 

Dovrei scriverci sopra.

Invece chiudo gli occhi e respiro. È ancora presto per dare un nome alle cose.

Esiste la felicità nostalgica? E la nostalgia felice?

Potrebbe anche essere la nostalcitià.

Oppure la felialgia. Anche se sembra un’allergia ai fenicotteri.

È una roba da godersi tutta. 

Questo lo so di mio.

Erano anni che non avevo tempo per 

Sdraiarmi

Respirare

E dare i nomi alle cose.

Infatti si è visto.

Sono felice. E anche altee sessantasei cose.

Ma almeno so di esserlo.

Sai cosa vorrei?(puttane a Sesto San Giovanni)

25 Lug
Odio guidare di notte.
Non era così.
Molte cose cambiano; le abitudini sembrano colonne di marmo indistruttibile, sono di pan di zenzero, come quelle delle favole, e bastano, a volte i morsi del tempo, per farle cadere.
Così è stato per il guidare di notte. E per altre cose.
Vado solo volentieri in moto, di notte. Per la città deserta o per le autostrade buie.
La macchina mi stanca come una lenta processione di vecchie paesane dietro alla statua della Madonna. Spero finisca il prima possibile, per farmi bere ancora un ultimo bicchiere.
Penso.
Non è una novità.
Ultimamente penso mentre dormo, se dormo, quando dio vuole che dorma, quando mangio, quando nuoto, quando corro, quando rido. Non piango molto, ultimamente, altrimenti potrei, suppongo, pensare anche mentre piango.
Penso mentre guido, anche se per correttezza è più giusto dire che guido mentre penso. Come se guidare fosse secondario.
Di fondo, lo è.
Potrei fermarmi a dormire, penso.
E’ tardi e non ho niente ad aspettarmi.
Se non un’altra, terribile, domenica.
Guido, perchè noi di famiglia siamo così. Andiamo dritti verso il merdaio, quasi a vedere che sia davvero lì, per poi lamentarci come i marinai si lamentano del mare mosso, senza troppa convinzione, perchè è parte del dare avere della vita.
Pensavo a cosa vorrei davvero.
E’ come se avessi smesso, per una lunga e complicata serie di ragioni, che poi la ragione non sono mica sicuro stia così tanto tutta in quel modo, come se avessi smesso di sognare.
Uno il fondo lo immagina come un piccolo posto, stretto, buio e umido, giusto largo come i piedi di traverso, come un pozzo.
Per dire, giusto per dire, ho toccato il fondo, ma poi risalire subito.
Nah.
Il fondo è una valle, abbastanza lunga, buia e vasta.
Ci si abitua, come creature di un romanzo fantasy, al buio e alle rocce umide, e si impara a non scivolare, e a camminare. Mai smettere di camminare. Perchè la valle, prima o poi inizierà a risalire, e con lei tu.
E’ che sul fondo smetti di permetterti il lusso di sognare.
Complice il buio.
Eppure i sogni migliori si fanno al buio, vero?
Esco.
Esco di colpo, la mia nuova macchina non tollera questo mio lato, questo mio modo molto orientale di guidare una macchina su strade occidentali. Decidendo all’ultimo metro di uscire.
Zona industriale, sabato, due di notte. Beh, due di mattina, ma allora è domenica.
Un’altra fottuta domenica, cristo.
Fermo la macchina davanti a un ingrosso di arredobagno.
Deserto, ci mancherebbe, ma con il parcheggio pieno.
A cinquanta metri due puttane, slave, alte, more. Più in là un baracchino che fa panini, una volante dei Carabinieri parcheggiata, gente che gesticola.
La mia periferia.
Respiro. Scendo.
Cammino nel parcheggio.
Sai cosa vorrei?
Vorrei tornare in una casa, fatta dei miei libri e del tuo disordine creativo, che mi fai trovare le mutandine appoggiate sul mobile all’ingresso. Uno stolto vede il disordine, io vedo un invito. Vorrei delle abitudini, il piacere di trovarle, svegliarsi un lunedì mattina ed accorgersi di avere delle abitudini, piccoli segreti urbani che solo io e te sappiamo.
Vorrei sdraiarmi nudo sul divano e aspettarti. Osservarti, spogliarti con gli occhi mentre tu lo fai, e stare nudi a parlare.
Vorrei arrivare in ufficio stanco morto. Lo faccio già, ma arrivarci stanco morto non per aver lavorato tutta notte, ma per averti accompagnata a un misterioso vernissage di quella tua amica lesbica di Parma, che a caso ci ha invitato alla sua festa di compleanno, in un posto di mare in cui non sono stato mai.
Non hai amiche lesbiche di Parma? Andiamo a farcene un paio, in senso lato, facendo un fine settimana a Parma, a camminare,  a mangiare, a conoscere lesbiche di Parma.
Vorrei che Novembre ci passasse addosso come una coperta, noi incuranti del tempo, il tempo incurante di noi. Non è facile, come progetto, ma è una prova d’amore.
Vorrei avere cura del tuo corpo, per vederlo invecchiare con il mio, senza aver paura di noi tra qualche anno.
Sono stufo delle promesse. Io voglio vederti invecchiare, perché vorrà dire che avremo molta vita di cui discutere.
Vorrei presentarti il Piccolo. Lui è me, solo con molti anni meno, molti difetti meno, molti capelli in più e quel culo piatto, che sembra un nostro marchio di fabbrica.
Vorrei tu gli volessi bene, lo amo io, non lo devi fare tu. Tu devi amare me.
Mi permetto, non dall’alto dei miei trentasette anni, ma dal basso dei miei ultimi due anni, di suggerirti l’amore, come risposta. Non a tutto. Come risposta a me.
Tipo che al telefono, quando ti chiamo, rispondi: amore!
Questo mi basterebbe, come inizio.
Noi che l’amore lo abbiamo fallito, ucciso, sepolto, resuscitato, colpito, stupito, distrutto, offeso, leccato, rispettato, dimenticato.
Noi che l’amore è la cosa che ci fa più paura al mondo. Noi che solo la parola noi, a volte, ci fa una fottuta paura.
Noi che l’amore è una cosa talmente lontana, da sembrare sicura, che ne so come gli squali in Sud Africa. Sappiamo che uccide, ma è lontano, anni luce.
E non può che essere un pericolo remoto, qualcosa di ostile al mondo, come tante altre cose.
E ce lo diremo, mentre inavvertitamente ci amiamo un po’, sottovoce.
Ti cerco tra la gente, sai? Perchè immagino sia stupendo averti con me, quando pranzo stanco morto ad Hong Kong, in quel buco tra un centro massaggi e un cinema, che adoro. Perchè immagino che alcune cose, se fatte con te, valgano la pena. Prendi Pisa. Io ci sono stato. Tu? Pisa mi è inutile. Lo è stata.
Magari con te è stupenda.
No, non ti cerco tra la gente che sto male se non ti trovo. Ti cerco che mi piacerebbe tu fossi con me, metti stasera, metti tutta questa strada, metti le chiacchiere, metti i baci, metti tu che ti addormenti mentre guido. E io che rido. A vederti dormire.
Ti ricordi come si fa?
Eri tu, nascosta tra le grinze di un sogno, qualche notte fa, ad avermi fatto svegliare ridendo.
Per questo, qualche giorno, non tutti per forza, vorrei svegliarmi con te. Ridendo.
Assomiglia, questa cosa dello svegliarmi con te ridendo, a un futuro che mi vorrei augurare, lo dico dall’alto della mia periferia, di sabato notte, da solo, sudaticcio e stanco.
Non sono pronto al mio presente, figurarsi al nostro futuro. Ma me lo auguro. Come quando mangi una Rossana, che sai che succhiando, prima o poi arriva la crema.
Mi siedo su un panettone, caldo come un panettone, sotto un lampione, a quattro lampioni di distanza dalla prima puttana. Non ho segreti per questa periferia, non ho paure per questa città, paure che questa città non conosca.
Tiro fuori un quaderno e scrivo.
Ti scrivo una lettera, anche se non ho ben capito se sia il momento opportuno per farlo. Sembra io non abbia diritto di farlo, sembra tu abbia il dovere di non leggere.
Eppure, mentre scrivo mi viene in mente il tuo sorriso, che è una medicina che conosco già adesso. Che mi cura, lo dico da ipocondriaco dell’amore, che mi fa tramontare la voglia di scappare, che mi calma i pensieri brutti, che mi fa venire una grande voglia di fare l’amore. Un sorriso.
Salgo in macchina.
Giro di notte, solo. In una periferia dove ci si sentirebbe soli anche in mezzo alla gente.
Mi fai sperare che sia tutto vero.
Era da tempo.
Che non ridevo guidando, intendo.

Improvvisare

20 Lug

Io posso solo improvvisare, nella vita c’è ritmo, battere e levare.

Mi hanno fatto cadere lo spartito, un colpo di vento, un figlio di troppo, la noia dell’inverno e qualche brutto risveglio.

Guardo la luce entrare, l’alba che arriva dopo una notte di luna piena, la notte che lascia il passo al mattino e io che non ho dormito, che vorrei dormire, che non ho amato, che vorrei amare.

Improvvisare.

Senza la sicurezza di esser ancora capaci di dormire, con il ragionevole dubbio di non essere capaci ancora di amare.

Amare ancora.

Il battere e levare, il ritmo placido della vita, la corrente fredda del mare, le pause tra gli alberi all’ombra, il caldo strozzante nella macchina, il sorriso di un bambino nello specchio retrovisore, i piedi nudi, quasi per forza, quasi ovunque, il sentore di aver già vissuto qualcosa di simile, forse il 99, era stata un’estate calda così, il vino rosso freddo, le parole degli amici, una donna che mi sorride e io che rimango come un ragazzino, impassibile.

Seduto sull’angolo di questo letto, che è stato un campo di battaglie stupende, che è stato un pezzo di paradiso, che è un deserto scomodo, che appoggio sempre i piedi a terra per il conforto di sapere che c’è un oggi, sicuro anche un domani.

Respiro dal naso, battere e levare. Prego tutte le mattine, per chi mi ha vinto, per chi mi ha cinto, per chi è stato e per chi sarà. Mai per me.

Ho davanti una giornata d’estate e non ricordo di nessuno che le abbia prese, le giornate d’estate, fin dall’alba.

La marmellata di fragole è un regalo, imparo a farmi regali da solo, più che difendermi è sorprendermi.

Annuso le dita cercando il suo odore, così come lo avrei voluto trovare sulle lenzuola, sui sedili di una macchina, nei posti dove so di averlo trovato fino a poco fa.

Il caffè è uno dei sei segreti del mio mattino. Gli altri cinque li improvviso. Pur di averne sei. Numeri.

Svegliarmi solo, è meglio che solo svegliarmi. 

Le ragioni per cui voglio svegliarmi solo sono cinque. L’ultima è il caffè. La terza è nella bellezza della solitudine del mattino. D’inverno cede il posto alla tristezza di svegliarmi solo. Liste diverse, ritmi diversi, stagioni diverse.

Rubo una camicia, un sorriso, furtivo mi muovo in casa mia, quasi non volessi disturbare.

Mi rado osservando nello specchio la lama affilata che segna un confine, sul collo l’elenco dei baci non ricevuti, sulle labbra tutti quelli non dati. È ancora sostenibile, questo dolce peso sulle labbra, perchè poco è il tempo che è passato.

Non ho nessuna intenzione di essere salvato, capisci?

Ho scavalcato la recinzione, un altro confine, tra quello che tutti avrebbero fatto e quello che avrei fatto io.

Esco facendo le scale senza guardare.

Non ho paura di cadere, improvvisando.

Ho scritto fino a mezzanotte sperando nel sonno, ho lavorato fino alle due, sicuro del sonno, alle quattro mi sono rassegnato.

Come i pugili.

Agile improvviso.

Un destino vestito da disgrazia 

17 Lug

Mi serviva un pretesto, una scusa, plausibile, che sembri vera.

Per fare il bagno tuffandomi dalla punta, mare mosso e vento gelido, la condizione perfetta avrebbe detto Vittorio, che fa il pescatore, troppo pericoloso avrebbe risposto Lorenzo, che fa il padre. 

Mestieri diversi ma utili uguali, ho imparato da me.

Potrebbe anche piovere, lo sta facendo da qualche parte dietro alle colline, come quando eravamo in quella casa sull’Isola d’Elba, nascosta in una vigna a due passi dagli scogli, che tanto piaceva a mio padre e mia madre.

Faccio fatica a tornare, da questo posto, lo so già da qualche tempo, ma ogni volta che arrivo mi torna il pensiero. È un posto magico per questo: stando fermo al sole sotto un diluvio di cicale e onde, guardando l’orizzonte azzurro, ti viene da trovare il rosario di buone ragioni per tornare. Ma è una corona sempre più breve, una preghiera sempre meno sentita, uno sforzo sempre meno necessario. Succederà, è una speranza e una promessa, di non doverlo più recitare, questo rosario. 

È così inospitale la mia anima, da assomigliare alle siepi di rosmarino che si arrampicano sugli scogli. Forse più ai fichi d’India. Perché faccio splendidi fiori e i miei frutti sono buoni, basta saperli raccogliere.

Mi picchia il cuore nelle tempie, per l’acqua gelata, per le voci in sottofondo, per le piccole cicatrici che in mare bruciano, disinfetta bruciando, ma solo il tempo guarisce. 

Sorrido guardando la costa, sempre più lontana, mi piace sgridare la vita nuotando, sculacciando la morte con le bracciate forti.

Mi serviva una scusa per arrivare qui. 

Arriva il pomeriggio e anche il Libeccio, spazza via i curiosi e le foglie morte, ho un ritmo in testa, sarà la musica di questa estate. 

Ho paura di settembre, odio ottobre, disprezzo novembre, per questo nuoto adesso. 

Ho paura di avere qualcuno nel letto, odio la colazione insieme, disprezzo le cene da amici, per questo nuoto adesso. 

L’Oriente e l’Occidente si incontrano dentro ai miei progetti, ho la certezza che tutto sarà fatto, solo tempo, ci vorrà tempo.

Mio padre dice che mi vuole bene, voce tremante al telefono. Sarà il caldo, dico, che ti fa tremare la voce. Oppure un figlio che non fa altro che scappare e combattere, che non ha ancora conosciuto la pace, che la pace vorrebbe averla al suo fianco, invece fa la guerra. Va bene il caldo, come scusa.

Tanto tempo, ci vorrà. Per voler ancora trovare le lenzuola calde, per voler litigare per un film, per lasciar cadere sorridendo, per sorridere di un successo non tuo. Gli dico.

Non risponde.

Tempi tecnici di telefonate che sotto il sole sugli scogli sembrano durare ore.

Non hai tutto questo tempo, risponde. 

Lo so, se no non sarei venuto a nuotare. Qui, solo. 

Vediamoci per un caffè. Quando torni.

Torno prima che faccia buio, quasi che nessuno si accorga della mia assenza, quasi che la mia assenza non sia davvero così fondamentale. 

Rubo un sassolino e ci gioco mentre cammino sulle colline, le gambe, mi fanno male le gambe. 

Sono seduto a cena, osservo mio figlio mangiare con fame, la fame dei bambini. 

Chissà cosa mi ha portato così lontano da tutta questa normalità in cui tutti si siedono comodi.

Chissà se sono davvero destinato a morire nuotando, continuando a combattere, oppure fermandomi, come un gioco scarico, come un fuoco esaurito. 

Il racconto dei miei tradimenti, la storia delle mie assenze, il lungo elenco delle mie colpe, una spunta delle mie disattenzioni, una lista delle cazzate.

Sono tutte cazzate.

Tutte cazzate.

Che come un pesante zaino, porto a spasso con me. E alle quali ho voluto smettere di aggiungere alte pietre.

Francesco, sono tutte cazzate.

Lo so, ma sono semplicemente stanco di chiedere scusa.

Succede, scusate.

Per questo nuoto solo.

Solo nuoto.

Perché sono stanco di sentirmi responsabile dei mali e delle sofferenze, come se io non ci avessi rimesso altrettanto, come se il mio cuore non fosse pieno di cicatrici, non avesse smesso di battere per un bacio, per un sorriso, per un successo, come se io fossi un autore freddo, un automa.

Invece sono qui, con le cicatrici che bruciano. 

Solo che, questo me lo hai insegnato tu, papà, chiedo sempre come stai, sorrido sempre, figuriamoci ammettere che 

smettessi di sorridere, smettessi di nuotare, farebbe un male enorme.

Non saprei di cosa ho paura, forse non ho paura, sento solamente chiamare il mio nome, a gran voce, da cose che mi allontanano dalla costa.

Sarà l’estate