E adesso che succede (la fame)

Tu non sai di cosa stiamo parlando. Se no ti fermeresti, proprio davanti alla fermata del tram, o vicino a quel bar di cinesi con i tavoli di plastica rosso scolorito dell’Algida. O davanti a quella scuola elementare chiusa, con i finestroni scuri e sporchi, di quell’abbandono che hanno solo le scuole d’estate. Beh ti fermeresti, in mezzo alla città, sommersa da questo pensiero. A controllare il respiro, e osservarti in una vetrina, per capire se da fuori si vede.

Tu non sai di cosa stiamo parlando, perché ogni volta che ti siedi a pensarci, apri quel grosso zaino pieno zeppo di passato, e tiri fuori colorati ricordi, nastri di sofferenza, etichette di rimpianti, e fai un bel pacchetto regalo di questo presente. Si dice presente, in effetti. Ma così, sembra più paura del futuro.

Tu non sai di cosa stiamo parlando, perché se no sapresti dare un nome a questa cosa. Senza girarci intorno troppo.

Io so di cosa stiamo parlando, e non per niente è un mio piccolo vanto.

Mi vanto di annusare la primavera nei primi giorni di gennaio, quando l’aria si fa fredda e pungente ma il sole la condisce con la speranza. Mi vanto di saper ascoltare gli occhi, i motori bicilindrici, e le solitudini. Mi vanto di aver letto tanto e di dover leggere ancora molto per esser sazio. Mi vanto di aver fatto il bagno nudo in quasi tutti i mari. E mi vanto di sapete distinguere la fame.

Vedi, la fame si legge negli occhi, si annusa nelle mani, si intuisce nel camminare, si può ascoltare da un modo di camminare, si intuisce nel modo di parlare.

La fame accende lo sguardo, gli occhi corrono veloci a cercare dettagli, le mani segnano confini, e immaginano direzioni, i piedi camminano veloci, a volte scappano a volte tornano veloci, e parlare diventa difficile.

Io ho fame. Da sempre, insomma da quando lo ricordo. Mi sazia Dio, mi sazia mio figlio, mi sazio di cose che trovo lungo la strada. La fame resta, è parte di me. E cerco uomini e donne che abbiano fame. La mia stessa fame. È così rara, che sono poche le persone che stanno con me. E pochi quelli che voglio al mio fianco.

Vedi cara, la tua è fame. Ed è una delle cose più belle del mondo. È quel fiume di latte e miele che nel Corano circonda il Paradiso. È quella gratitudine che i monaci cercano per una vita. È quella cosa che, appunto, ti dovrebbe far fermare davanti a una vetrina, guardando il tuo riflesso e chiedendoti: ma si vede?

Come le ragazze incinte, nei primi mesi, che con sorpresa ritrovano la prima, timida, pancia.

La fame, la tua fame, si vede, si legge, si sente. È molto e non sarà mai abbastanza.

Se la sapessi riconoscere, la culleresti come faccio io. È una virtù, laica ma Santa. La fame è quella che muove le grande invenzione, i sacrifici incredibili, le intuizioni geniali, le notti insonni. Quella fame, è quella che abbatte i confini, spoglia i discorsi, e scioglie le nuvole.

È preziosa, come il non voler rimpianti. Fai conto che quello zaino con tutto il tuo passato, un giorno, dovrai perderlo. Lasciarlo su un muretto, o sotto al tavolo di un caffè.

E tenere la tua fame, come fosse una bussola.

Benvenuta. Si dice così a chi scopre la fame.

Cerca uomini e donne che possano avere la tua fame. Non cercare di saziarla, nutrila, come si fa con una pianta preziosa. E sarà la tua più preziosa compagna. Godi di questa fame, e delle storie e delle vite che ti porterà. Perché sarà la fame a disegnare la più bella delle vite che ti aspettano.

Lo so perché per me è così

Più culo che anima (Pandemie)

Quest’anno soffro il caldo.

E’ successo anche nel 2014. E anche nel 2000. Che a luglio mi assaliva questo caldo pesante, che mi faceva traballare. Sembro invecchiato di dieci anni.

A me il caldo piace. Più del freddo. Ci penso sempre, anche quando soffro sotto al sole, con un sacchetto della spesa, e il fiato corto. Mi piace più del freddo di novembre, o quel freddo sordo di febbraio.
A me il caldo piace, non mi imbarazza sudare, copiosamente, e mi fa godere restare nudo, più nudo possibile. Anche fuori tema. Nel senso che uno dovrebbe, per costume, stare nudo in posti specifici, in situazioni chiare, in momenti definiti. Sotto la doccia, ad esempio.
A me piace stare nudo con il caldo anche sdraiato su un prato. E respirare lentamente.
Per questo mi ustiono, fisso, le gambe e le palle.
E poi vai tu in farmacia, a chiedere la crema, perchè ti sei ustionato le palle.

Quest’anno soffro il caldo.
Particolarmente.
Ma non mi lamento.

Nel 2000, in quell’estate assurda di caldo, asfalto, piazze deserte, piadine bollenti, e noia mortale, alla fine mi sono proprio rotto le palle. E mi sembrava una cosa abbastanza definitiva. Tipo, accidenti, da quest’anno d’estate mi rompo le palle. Tipo, sto invecchiando, addio.
In verità è tutto più tranquillo. E’ solo questione di punti di vista. L’estate resta sempre estate.

Così nel 2014, giravo con una 500L, una delle macchine più brutte degli ultimi vent’anni, senza motore e senza anima, e continuavo a cambiare città, soffrendo il caldo. Ma stando bene. Finivo sempre a bere vino rosso, in piazza, nelle piazze, a dire il vero. Sconfortato dal caldo, e attratto dalle gonne.
E’ stato l’anno in cui mi sono appassionato ai vestiti anni 50, guardati dal basso mentre ero seduto a bere vino. Con il caldo mi siedo, come i vecchi.

Quest’anno sono stanco. Come tutti. E ho caldo, come tutti.
Siamo stanchi, delusi, insomma storditi. Eppure andiamo avanti.

Mi piacciono le persone che hanno culo. Nella vita, intendo.
Mi piace ustionarmi, perchè sto nudo al sole, o nudo sotto le stelle. A soffrire il caldo e la noia.
Ecco, la verità è che la noia ti uccide, non il caldo.
E mi sto annoiando.

Comunque, si

Mi ci vorrà tempo per scrivere questa storia. E non ho fretta. Io e Anna ci apparteniamo da sempre, così dicono le nostre lettere. Anna non sa nascondere la paura e io non so camminare sui dubbi, così ci incontriamo al confine, una linea ben definita alla fine delle sue paure, appena prima dei miei dubbi.

Io porto una sedia pieghevole, perchè a volte si tratta di aspettarla per ore. Anna comunque arriva. Camminando piano.

Non credo sia il tempo per scriverne oggi. Raccolgo solo le sue parole. Mi ha guardato, e mi ha chiesto: vuoi essere mio amico. E io mi sono fermato, nel senso che si è fermato il respiro, il cuore, anche le palpebre. E ho detto si.

Anna e io abbiamo iniziato così, con una bugia. O forse con una illusione.

O forse con un confine.

La storia che vorrei scrivere è questa qui. Quella dei confini. Quella delle paure.

L’altra sera sono andato a controllare su Amazon l’ebook di Satelliti. La sensazione è quella di aver mandato un figlio a prendere il latte da solo, con una moneta da due euro. In un negozio ne troppo lontano ne troppo vicino. Sei comunque preoccupato, ma sai che non succederà niente di drammatico. Così controlli dalla finestra. E intanto ne approfitti per controllare i gerani dei vicini.

Ho trovato il mio ebook immerso in una complicata classifica. Complicata perchè era piena zeppa di titoli assurdi: La Morte e L’Amore. Destini Fatali. La Regina delle Montagne. Cuori Uniti.

Sembrava una cospirazione internazionale per i titoli brutti.

E mi fermavo sulle copertine. Proiettili, tacchi dodici, tettone, baffoni. Dopo Narcos, è tutto così noioso.

E ho spento il cellulare e mi sono messo a fumare alla finestra.

Davvero guardando i gerani del vicino. Che ha anche i gelsomini e un fico d’india. A Milano. Che invidia.

Io vorrei scrivere solo storie che mi piacciono, ho pensato. Satelliti mi è piaciuto, mi ha fatto bene, mentre mi faceva male. Così è.

Scriverò di me e Anna. Penso avremo tempo di farlo. Di raccontarci, e di fermarci a pensare.

E’ la prima donna che mi ha chiesto: vuoi diventare mio amico?

E’ la prima volta che mi è sembrato di sentire: resta con me per sempre, inizia da una definizione, che ne ho bisogno. Poi vedremo.

Per questo vorrei scrivere di confini.

Vorrei anche scrivere una cosa che avevo iniziato nel 2013, proprio sui confini. Ma alla fine non posso usare la scrittura come un terapista. Quella roba lì è morta e sepolta. Al confine con il passato.

Poi, la sera, riprendo la mia sedia e vado al confine. Mi siedo e lei arriva.

Dicono che gli amici siano così.

Comunque, si.

Cose da fare in zona rossa

Mi ricordo di esser tornato da Amsterdam con cinque pagine di diario scritte fitte, di ricordi incredibili. La prima cosa che vedi in Olanda è il cielo. Sarà che è piatta, sarà che è più a nord, sarà la sorpresa, ma il cielo è infinito e gonfio. Una cosa così la rivedi solo in America. Il grigio dei palazzi ordinati, le finestre larghe, le strane case strette.

La prima sera in zona rossa camminavo guardando le vetrine, con i neox rosa e fucsia, e le ragazze semi nude e ammiccanti. I coffee shops e il via vai di ragazzi, i distributori automatici di hamburger, la gente in bicicletta.

Ho ricordi molto forti di quei viaggi, perchè erano i primi. Quando salivo le scalette dell’aereo per Amsterdam mi sembrava di dover fare un viaggio lunghissimo.

Ho la sensazione siano passate due vite, da quella vita lì.

E adesso, seduto sopra questo duemilaventuno, ho la sensazione di aver fatto un gran bene, a viverle quelle due vite lì. Con tutto quello che si sono portate dietro.

Sto litigando con una strana pigrizia, per cui se posso rimandare una cosa, la rimando per giorni. Leggo poco, fumo molto, sorrido alle donne che mi guardano dalle mascherine, provo a immaginare un futuro diverso, pianifico un viaggio in moto che mi faccia perdere il senso del tempo.

E seguo il mio piccolo libro, nel senso che è proprio piccolo, nei suoi primi passi. Le due copie, credo proprio le prime ordinate, mi sono arrivate ieri. E me le sono godute rileggendolo tutto. Dire che mi piace sembra scontato. Lo trovo divertente, mi fa pensare alla morte in modo diverso, e mi fa sperare in una vita più divertente, proprio perchè mi ricorda quelle vite passate che sembrano sepolte.

Rette parallele

Si può dire di no a un sacco di cose.

Quest’anno ho imparato a dire di no alle tentazioni, alle imposizioni, alle superstizioni.

Ma non riesco a dire di no alla primavera.

Manco fossi una rondine.

Ho comprato un LC8. Un motore rabbioso e stupido. Due cilindri troppo potenti per i boschi, per la strada. Per quasi tutto.

E alla fine mi sono trovato innamorato. Mi innamoro del ferro, della ghisa, delle imperfezioni e dei sogni.

Lo faccio da sempre.

Ho finito Satelliti, quattordici racconti sugli amanti. Che è il mio modo di scrivere sull’amore. Stanotte dovrei ricevere la bozza finale. Mi piacerebbe vendesse molto, per prendermi un altra moto.

Ho cambiato lavoro. Ci ho messo un po’ a fare spazio ai sensi di colpa e ai dubbi in cantina, ma poi ho trovato uno svuotasolai che se li è portati via tutti. E basta.

Basta nel senso che poi crollo a letto. Spossato.

Perchè mi piace sognare le rivoluzioni ma poi a farle mi stanco un sacco

Questa primavera

Sono giorni in cui succede un po’ di tutto. I migliori per scriverci sopra.

E’ difficile pensare a questa primavera. Si sentono i primi merli, che iniziano a cantare sugli alberi ancora senza foglie.

Sembra quasi vogliano annunciarla davvero, questa primavera, davanti a noi, con il naso insù, che ci crediamo poco, che ci sembra di non meritarla nemmeno.

Satelliti è il mio primo lavoro sugli amanti. E’ una raccolta di racconti, sono quattordici storie che a volte si intrecciano, ma non lo fanno capire.

Sta per uscire, per primavera. Mi sembrava rivoluzionario, far uscire una raccolta di racconti a primavera.

Sugli amanti, che sono come i merli, dopo questa pandemia: provano ad annunciare qualcosa di nuovo, ma non riescono.

Sto lavorando molto a questi racconti, ci ho lavorato poco mentre li scrivevo.

E sto prendendo la nuova moto, ogni volta che posso, con delle scuse, che ancora una volta sembrano questo cinguettare dei merli.

La mia nuova moto si chiama Anita. Scalcia, e mi ha fatto cadere tre volte in tre giorni. Poi ci siamo abituati uno all’altra.

Ho imparato ad accarezzarla. E a prendermene cura. Insomma, le faccio la corte. E le piace.

Un libro nuovo, e una moto nuova.

E mi sono licenziato.

Un lavoro nuovo.

Vivo come scrivo, con frasi brevi e concetti chiari.

Per questo cambio spesso. Per questo mi innamoro spesso.

Belle donne gratis a Milano

Da qualche settimana giro per casa con la mia prima copia di Satelliti.

Sono stampe su singola pagina, rilegate da me con una corda da pacchi e con la colla a caldo, tenuta insieme dallo scotch da pacchi.

Dovrebbe essere la copia da correggere con attenzione, su cui limare i dettagli, sfumare, studiare, osservare.

E’ diventata una specie di coperta di Linus, che mi porto in giro per casa, la metto sulla pancia mentre sono sul divano e penso a nuovi racconti, oppure mi immagino le storie che ho scritto.

Mi piace leggere ad alta voce, e cambiare tutto, se non mi piace il suono delle storie.

A casa da solo, in soggiorno, mi metto davanti alla libreria e leggo i miei racconti. Poi, per non scappare, leggo Carver, o Bukoski, o Nievo, a caso. E sento la musica diversa.

E allora mi siedo, e con una penna blu, taglio e cucio intorno alle parole.

Mi è anche venuta l’idea di togliere, di ridurre all’osso.

Mi piacerebbe ti arrivasse esattamente la sensazione che sto scrivendo, in meno parole possibili. Quello sarebbe l’obiettivo più bello.

Quest’anno mi piacerebbe pubblicare Satelliti, ma con meno parole possibili.

E sentire di quelli che lo hanno letto, che mi dicono, esatto, così è perfetto.

Una volta, tanti anni fa, mi hanno detto: tu scrivi bene, ma scrivi per te. Si vede benissimo che sono storie scritte solo per te.

[Io scrivo perchè è il mio modo di respirare, dipingere, immaginare, raccontare, la vita. Ogni volta che qualcuno mi diceva: perchè non pubblichi qualcosa, ci pensavo e mi godevo quella sensazione. Quando il mio racconto sugli addii è uscito, sono corso in edicola e ho comprato dieci copie della rivista. Pensavo fosse una cosa incredibile, una di quelle sensazioni che durano per una vita. Invece è durata il tempo di leggere le pagine, la carta stampata, e poi fumarci sopra, alla finestra, nel buio di una sera.

Le dieci riviste, insieme agli altri posti dove ho scritto, sono andate perse, tra un trasloco e l’altro.

In scatoloni dove infilavo le cose che mi sembravano importanti, che poi non lo erano.

Ma non ho mai smesso di scrivere. Un diario, oggi ne ho tre, uno sulle emozioni, uno sui posti che mi lasciano qualcosa, e uno sulle giornate. Sono poco costante, come in amore. Ma scrivo. ]

Non smetterò mai. Lo sto solo facendo in posti diversi. E sempre più attento alle parole.

Ne vorrei di nuove, per esprimere esattamente quello che sento.

Ad esempio, il mio dentista, è un mio amico, di cui mi fido ciecamente, eppure provo dolore.

Il dolore inflitto da un amico di cui ci si fida: domiucia.

Oppure quella sensazione di bieco desiderio mentre guardi il culo di una liceale, ma sai di essere troppo vecchio, e pure inopportuno: arrapatuno.

O quella noia che ti prende, in questi giorni eterni, quando non imbrocchi il libro, e nessuna serie, e nessun discorso, e ti senti riposato e vuoto allo stesso tempo: ripoto.

Mi piacerebbe tenere un dizionario di queste parole.

Magari il prossimo libro lo scrivo così.

La Paura della paura

La mia prima volta con la paura, da adulto, è arrivata in una sera di fine settembre. Mia madre bloccata, le convulsioni, quella camicia da notte con i fiori che traballava tutta, gli occhi impotenti, mio padre impietrito in corridoio, e io che prendo mia madre in braccio, e la porto nel suo letto. La appoggio, e mentre la appoggio, inizio a piangere e lei che mi guarda, con gli occhi lucidi e mi dice, la voce spezzata dal tremore: non avere paura. E io che scappo dalla camera, rispondendo: eh si col cazzo.

Quella paura li non l’avevo mica capita subito. Mi sono chiuso in camera, a leggere Kundera, a fumare, a piangere, a dire parolacce articolatissime e a tirare pugni sul parquet. Quando non capisco le emozioni che provo, tendo a tirare pugni e a leggere autori nichilisti ancora adesso.

Per quella paura lì mi sono messo a fare il volontario in ambulanza. Per stare vicino a quelli come me, per aiutarli, per ridurre la fiamma della paura a un lumicino.

Ho avuto paura in sala parto. Ero entrato pensando: vediamo come si misura la gioia più grande del mondo, che rumore fa, che odore ha. E cazzo, mi sono trovato con un infermiera che dice: andiamo a chiamare la dottoressa in pronto soccorso.

Io ho sentito: eccoti servita la paura più grande del mondo.

Guardavo ovunque, muri, letto, flebo, guanti sporchi di sangue, come a cercare qualcosa.

Dieci minuti dopo, forse venti, non ne ho idea, tenevo in braccio Sebastiano, mentre, letteralmente, mi pisciavo addosso. Meglio i pugni sul parquet, esteticamente, ma poco applicabili in un ospedale.

Poi mi ricordo del bip bip delle macchine intorno a me. E l’assordante silenzio oltre ai bip bip. E un ragazzino con la mascherina e la cuffia che si avvicina: sono il tuo anestesista. Che pressione bassa!

Mi sto cagando addosso, ho risposto. Sono terrorizzato.

E’ normale.

Ma che diavolo di risposta è?

Credo di aver letto due tonnellate di libri, di trattati, di saggi, di aver parlato con psicologi, formatori, religiosi, fisici e matematici. Per capire. Odio non capire.

Un giorno, era domenica sera, stavo lottando con una paura enorme, molto intima, dilaniante, e sono finito in una chiesa. E mi sono seduto a confessarmi da un frate.

Dimmi.

Ho paura.

Ho parlato per un sacco di tempo. Lui ha aspettato la fine, si è alzato, mi ha preso le mani e mi ha fatto alzare. Mi ha abbracciato e si è messo a dondolare.

Sai cosa sta succedendo? Prendi le tue paure, accettale, portale a ballare la tua musica preferita, la tua vita. Questa è la fiducia, che è l’arma più grande contro la paura. Se poi vuoi saperlo, avere fiducia, avere fede, è la risposta alla paura.

Sono uscito pensando, chi crederebbe che ho ballato con un frate in un confessionale?

E’ la cosa più sensata che ho sentito nella mia lunga carriera di studi sulla paura.

Avrò ancora paura, ne ho avuta tanta. Ho imparato a ballarci con la fiducia.

Balleremo con la paura ancora per molto, è nella nostra natura. Che ci crediamo o no, è così.

Farmacisti (il segreto della felicità)

Hai mai osservato il tuo farmacista mentre ti incarta le scatole di medicine? Con quella carta sottile, che segue le mani veloci e si piega docile, sono movimenti quasi perfetti, sembrano meccanici ma hanno un grande segreto.

Quasi che ci rimango male quando invece mi mette le medicine nel sacchetto, senza incartarle, perchè l’incartamento è parte dell’esperienza, è un pezzo della liturgia, insieme ai sorrisi e alle battute.

Ci penso sempre, quando poi arrivo a casa, e metto le medicine sulla mensola. Scartarle è ancora osservare gli angoli perfetti, sembrano origami. E mi viene da pensare che uno studia farmacia, fa test di ingresso, sta in piedi la notte, per passare tossicologia, o chimica farmaceutica, e poi una parte del suo lavoro è quella di piegare perfettamente sottili fogli di carta. E nessuno all’università te lo aveva detto, che la perfezione dei tuoi pacchetti è un pezzo importante. E forse non lo immaginavi nemmeno tu. Credo uno si iscriva a farmacia prevalentemente per fare poi il farmacista, per offrire un servizio alla comunità, magari per diventare ricco, magari perchè voleva fare il dottore ma poi si è accorto di essere più portato ad ascoltare tutte le vecchine del quartiere che parlano di mirtillo e cistiti.

Forse la felicità è una cosa così, bilanciare sogni e realtà, e prendere la sottile carta della realtà, che non centra nulla con quello che ti aspettavi, e piegarla bene comunque. Sapendo che nessuno se ne accorgerà mai, di quanto sono perfetti i pacchetti di aspirine, ma facendolo lo stesso.

Che poi, invece, ci sarà sempre qualcuno che osserverà il pacchetto e penserà: che cosa bellissima questo incarto, sentendosi già quasi più felice.

Che la felicità è contagiosa, e resta sulla carta diverse ore, se è piegata bene, si intende.

Caramelle

Io a trovare Lele in ospedale non ci volevo andare. Era proprio una questione di principio. Ero stato due volte in ospedale, e entrambe le esperienze mi avevano terrorizzato. L’ultima, addirittura, ero rimasto in un corridoio, verde, con le porte verdi e I corrimani verdi, di un verde noioso e chirurgico. Non potevo entrare in camera, ero troppo piccolo. Che cazzo mi ci avevano portato a fare allora?

Stava morendo la Zia Carla. Era il nostro medico curante, pediatra, geriatra. Il dottore di famiglia. Aveva fama di essere una specie di guaritrice. Io mi ricordo solo gli imbevibili sciroppi, seduto su un angolo del tavolo. Come premio c’era una caramella al mouh. Quelle con la carta trasparente, che quasi si scioglievano in bocca.

Lele aveva avuto qualcosa allo stomaco. Era ricoverato da una settimana e quando siamo arrivati era seduto sul letto, con uno dei suoi inguardabili pigiami, a fare i compiti. Mia madre si era affrettata a confermare che io avrei potuto fermarmi con lui a fare tutti i compiti, fosse stato necessario. Ma io non ci volevo nemmeno andare. Figuriamoci a fare i compiti.

Sozzi. Si chiamava Sozzi il professore di algebra. Me lo ricordo perché cronologicamente è stato l’ultimo a darmi una sufficienza. Da lì ai 26 anni mai più. Era buono con me. Non con Lele. Così avremmo dovuto fare i compiti di algebra. Era il piano delle nostre madri. Andavano sempre d’accordo. Invidiabile.

Non ricordo come sia finita, ma quando ho incubi sull’ospedale, mi viene in mente lo stanzone dove era ricoverato Lele.