J. Pole e la mezzanotte di Natale

J. dormiva, provava a dormire, la sala buia illuminata a tratti dall’albero di Natale, luci bianche sulle palle argentate.

Non svegliatemi, voleva dire.

A chi?

La coperta blu, il divano bianco, i mobili, nel buio.

Non pretendo di essere niente di più di quello che sono.

Sono io, sono la mia domanda di vita, sono le mie risate sottovoce, sono le mie paure, sono il mio corpo che invecchia piano, sono le voci che mi sembra di sentire in casa, quando so benissimo di essere a casa

da

sola.

Avanti J., sembrava dirle il destino. Esagera. Prova a piangere. Lascia cadere le mani sui fianchi, come quando esausta urli nel telefono che non ce la fai più.

Avanti, è Natale, piangi.

Un sospiro, quello che anticipa le lacrime.

E un sorriso.

Anche Natale, per fortuna, è passato.

 

 

Nonostante tutto

  • Prima che mi addormenti ti devo confessare una cosa
  • mi spaventi quando dici che devi confessare.
  • E’ il senso del peccato, è una roba dovuta alle mie origini. Devo solo dirti un segreto.
  • dimmi.
  • io continuo a sognare.
  • io continuo, nonostante tutto, a sognare.
  • E’ solo che questo nonostante, che di fondo sembra una parola piccola, diventa sempre più ingombrante. E potrebbe confondere. Perchè uno potrebbe sentirsi debole e pensare che il nonostante, prima o poi, ci ucciderà tutti. Nonostante. Invece io continuo a sognare.
  • sono felice
  • anche io. Mi sono seduto su una panchina gelata, ieri notte, faceva davvero freddo, la città era deserta, è una città che non conosco, un clima che non conosco e non capisco, insomma un nonostante, ad esempio. Anche il tempo, diventa nonostante, se tutto ha un peso. E ho pensato: io sogno ancora. E sogno tanto.
  • credo sia collegato all’amore. Io amo. Amo da morire. Sempre lo ho fatto  e sempre lo farò. Nonostante.
  • ha fatto più vittime il tuo amore di una guerra.
  • vedi? Nonostante tutto, sono ancora qui.
  • tu si.
  • Io e anche chi ho, a modo mio, amato. Io amo per costruire, la mia rabbia esiste per distruggere. Ma nonostante la rabbia, io amo. Io sogno e amo.
  • cosa sei tu?
  • un piano rotto, in un aeroporto, che suona lo stesso, facendo la sua musica per qualcuno.
  • un dottore stanco che nonostante tutto sorride a un vecchio malato
  • un accordo che chiude la canzone giusta. Al momento giusto.
  • …. tu chi sei?
  • non lo so, ma io sogno. Cose semplici, come l’amore. Come la felicità. Nonostante tutto.

L’amore ci estinguerà

(monologo in tre atti, lunghi uguali, senza interruzioni, se il Teatro lo consente senza nemmeno luci di scena se non una piccola luce, calda, mi raccomando che l’attore è nudo. Sull’attore non ho preferenze. Che abbia, ve ne prego, una voce calda. Che le voci calde, addolciscono anche le storie più brutte. Ci sarà una canzone, alla fine, che sostituirà i saluti al pubblico. E, per finire, un prezzo politico per il biglietto. Un po’ perchè il teatro è di tutti, e un po’ perchè bisognerebbe tornare a vederlo ancora. Che come il vino, decanta).

L’amore ci estinguerà. Lo penso davvero.

Lo penso mentre mi accendo una sigaretta. Avevo smesso. Ho ricominciato.

L’amore ci estinguerà, una roba tipo quella dei dinosauri, la Grande Estinzione dell’Uomo.

Le malattie ci decimano, ma ci danniamo per trovare una cura. Ci curiamo, ci ammaliamo di nuovo, poi moriamo. Come tutti. E’ il nostro destino.

Nascere, vivere, morire.

Amare è una cosa diversa.

E’ una scelta. Che ci porterà all’estinzione.

Non c’è cura, anzi più andiamo avanti, più deliberatamente lo facciamo.

Ci estingueremo per amore. Delizioso.

Avevo smesso di fumare. Nell’ultimo anno lo ho fatto quattordici volte, contate. Mi sono stancato dell’odore, del sapore, del gesto, della dipendenza, eppure sono qui, nudo, sul terrazzo, nel buio, a fumare davanti a una pianta di aloe, si chiama Norberto, che sta sopravvivendo con estrema fatica al suo primo inverno. Stava meglio nel vasetto dell’Esselunga, al caldo dell’Esselunga, o nelle amorevoli mani di qualche vecchia signora fissata con lo Yoga, l’Aloe, il Dalai Lama e tutto il pacchetto di cazzate orientali che solitamente addolciscono le solitudini urbane.

Comunque sto fumando. Pensando. In verità sto lasciando uscire pensieri, preoccupazioni, sogni infranti, dubbi, paure, proiezioni psicotiche sulla fine, imminente, del mondo, senza opporre resistenza.

Lo chiamo: fumare nudi sul balcone.

Perchè non sono bravo a dare i nomi alle cose.

Mi chiamo Franz, ho trentotto anni, da quasi due sono separato. Di questo parliamo, quando ci ritroviamo a fumare nudi su un terrazzino che affaccia sulla tangenziale, incurante del freddo e dei vicini di casa. Parliamo di sapere chi sei, che cosa vuoi, e perchè sei qui.

Mi chiamo Franz, ho trentotto anni, e sono convinto che l’amore, per come lo intendiamo, ci estinguerà. Per nostra scelta, lo stiamo decidendo noi. E noi ci estingueremo. I dinosauri, comunque, non sono mica stati così consapevoli. Si sono estinti per cause esterne, magari anche incazzandosi. Noi no. Lo scegliamo.

La separazione, per riassumere una cosa che difficilmente si riassume, figurarsi se si spiega, è uno strano misto tra un fallimento e un lutto.

Un luttamento.

Ed è la prima delle grandi questioni. Due cose non sono capace di gestire nella vita. I fallimenti e i lutti. Come la maggior parte degli uomini, della mia generazione perlomeno.

Ho vissuto tremendi attimi di terrore per un’insufficienza in Geografia, ed ero quello che alla fine di un colloquio di lavoro andava comunque in bagno a controllarsi la cravatta, per fare buona impressione anche sulla receptionist. Fallire è un’ipotesi, non sono un idiota. Ma è un’ipotesi che ho sempre gestito in modo particolarmente folkloristico.

Sui lutti, mi sia concesso, siamo un po’ tutti impreparati. La cosa più sorprendente, di ogni lutto, è l’eredità emotiva. Quella che non ti aspetti. Quel sasso che ti si poggia sull’anima, che poi impari ad andarci in giro, ma che fai di tutto, appena succede, per toglierti di dosso.

Mi chiamo Franz, e da quando mi sono separato resto fermo, spesso, in piedi, nudo, in contesti dove non dovrei, secondo il costume comune, esserlo, nudo intendo, a pensare e a osservare il mio corpo.

Quasi mi prendessi una pausa.

Come i pugili, tra il terzo e il quarto round. Sentono il pubblico, sempre più lontano, sentono l’allenatore, una voce indistinta ma famigliare, sentono la fatica, la paura, la stanchezza, e si staccano.

Esperienza extracorporea, il pugilato.

E anche la separazione.

Lo so, perchè ho fatto entrambe le cose.

Anzi, credo che una delle cose che più ha fatto innamorare mia moglie sia stata proprio il mio naso rotto, e quello sguardo bovino, da calo glicemico più che da performance atletica, che avevo dopo gli allenamenti di boxe. Uscivo, mangiavo bresaola, e bevevo cuba libre. Quantità enormi di bresaola e di cuba libre. Difatti, quattordici anni dopo, ho un intestino in condizioni precarie e un tessuto muscolare tenuto in piedi da proteine e alcool. Però non ho paura di prendere botte, se vogliamo trovarci un lato positivo.

Io mi sono innamorato delle sue scarpe verdi di vernice, con uno stretto tacco a spillo. Roba forte, soprattutto se indossata di martedì pomeriggio, come se niente fosse.

E come se niente fosse, ci siamo innamorati.

Tutte le separazioni partono così.

E in mezzo ci sono le storie, di uomini e donne. Il vivere. Ecco, il vivere un amore, ci fotte.  Un po’ perchè non ci nasci capace, imparato, sereno, nel vivere un amore. Un po’ perchè l’uomo, proprio perchè uomo, ha una innata capacità di fottersi, tassativamente da solo.

Si chiama talento.

E io ne ho da vendere.

Me lo hanno spacciato come una cosa positiva, come un fattore differenziante, ma in verità è una dorata prigione di lucidità e follia.

Mi spiego meglio. Il talento è quella capacità di discernere le cazzate, comprendere che si tratta, in effetti, di cazzate, e di farle, deliberatamente, ma che dico, appassionatamente, una dopo l’altra. Quasi a sfidare il destino.

Spoiler: il destino vince sempre.

Mi chiamo Franz, è quasi mezzanotte, ho trentotto anni e un giorno in più, nessuna intenzione di suicidarmi, anche se fumare nudi su un terrazzo assomiglia a una delicata forma di autolesionismo, anzi una grande voglia di vivere, e una serena convinzione:

l’amore ci estinguerà.

Ed è per questo che voglio raccontarvi questa storia. Non per lasciare commuoventi testimonianze, ne per scrivere seri moniti e nemmeno per denunciare una drammatica situazione, seppure l’incedere insolente della calvizia da stress, una odiosa pancetta da alcool, e le mie strampalate abitudini, tra cui stare nudo, siano buoni indizi di quella che la maggior parte delle persone definirebbero una drammatica situazione.

Non ci vedo niente di drammatico, se non per la questione dei capelli. Che puoi dirmi tutto quello che vuoi, ma fanno tanto, in quei trenta secondi in cui una persona ti giudica la prima volta che ti vede, i capelli. Un bel taglio di capelli è quasi meglio di un bel vestito, e gli uomini calvi sono costretti, dal destino e dagli ormoni, a deviare la strategia di conquista della fiducia su armi secondarie e meno precise.

Comunque, non pensavo di uscirne pelato, non pensavo nemmeno di uscirne, a dire il vero.

Ed eccomi qui.

A gestire un luttamento, facendo la cosa più ragionevole che si possa fare: fumare nudi davanti a una piccola pianta di aloe.

A me, perlomeno, sembra molto ragionevole.

(continua, per forza, più che per scelta. Ma qui si può fare una pausa, per riscaldare l’attore e per permettere che si fumi, lasciate che il pubblico si alzi ed esca. Uomini e donne. Che si guardino, con indifferenza, anche se entrambi, accendendosi le sigarette, stanno pensando perchè sono ancora insieme. Non perchè, scusate, ma:

come è possibile?

Ecco, una pausa utile. Che è valsa il prezzo del biglietto).

 

November (Escort a Milano)

Mi manca il mare, quando Milano spara il cielo grigio piombo, infinito, come se Dio avesse dedicato più tempo del dovuto a spalmare la tinta, con una cura da pasticciere con una sacher.

Quindi mi manca il mare otto mesi l’anno. Certo, Novembre è il momento, insieme a febbraio, in cui sento la lancia della malinconia puntare forte nel costato. Sembra così lontano il mare, a novembre, che quasi ti perdi, dentro una coda in Tangenziale, dentro una riunione, dentro un aperitivo.

Ho imparato a gestire la malinconia, nessuna tecnica speciale. La fotto, illudendola. Preparo tranelli per la mia malinconia, prendo l’olio dei ricordi, lo spargo sul pavimento dell’anima e lascio che ci scivoli sopra. Appena si riprende, appendo pensieri leggeri alle pareti del cuore, tendendo i fili dei discorsi, e aspetto che ci inciampi.

Insomma sopravvivo. Con filosofia, più che con classe.

Ho sempre meno paura di vergognarmi, sempre meno capelli, sempre meno sorrisi da sparare a caso, le tre cose credo vadano di pari passo.

Mi abituo alla musica commerciale, alle smorfie di disgusto, alle donne con gli stivali, al cadere delle foglie, all’odore di chiuso e ai riscaldamenti sparati come se si dovesse crescere piante tropicali, invece siamo solo dentro un supermercato.

Viene buio presto, buio pesto, mi ritrovo a sperare che arrivi l’ora del sonno, prima del dovuto, non riesco a pensare a niente, mi perdo nei parcheggi dei supermercati.

Ho bisogno di far mangiare il cervello, così leggo, studio, scrivo, cerco, penso. Mi agito come se fossi certo di morire domani.

Forse, non vivessimo a Milano, sarebbe diverso. Forse non vivessimo sospesi tra un fallimento e le paure del prossimo, sarebbe diverso.

L’uomo non è definito dai suoi sogni, ma dalle sue paure.

A novembre, stranamente, le paure fanno più rumore,  come sassi in una scatola vuota.

Sono a corto di metafore, tra le altre cose. Per questo poi ci metto molto di più a scrivere, a novembre.

Ho paura, a volte. Per questo mi sento meglio definito, con l’arrivo dell’inverno.

La paura mi definisce meglio di quanto abbiano fatto i miei sogni.

Ragionamenti convulsi, ma pensaci. Sono le tue paure a dirti dove puoi arrivare, non i tuoi sogni. Poi si tratta di fottersi le paure, o forse fottersene. E sorridere ai sogni.

A tal proposito, del fottere le paure, del fottere in generale, sono un paio di settimane che ragiono sulla questione escort.

Saranno i miei capelli sempre più radi, sarà la mia pigrizia, sarà l’insicurezza che prende noi uomini verso una certa età proprio quando a voi donne invece vi prende una insaziabile voglia di rivincita contro le rughe e contro i vostri partner, ma riflettevo sul fatto che sono, a tutti gli effetti, un cliente target delle escort.

Separato, quarantenne, con poco tempo, con poca fiducia, con un fastidioso strato di cinismo proprio intorno alla vita, maledette maniglie dell’amore emotive, sono l’uomo che dovrebbe andare a puttane. Sull’etere e poi in casa, perchè per strada fa freddo, fa squallido, fa noioso e poi alla mia età temi sempre il controllo della Polizia, complice il realismo pessimista, che compromette anche la più promettente delle erezioni.

Sicché dovrei, sempre a rigor di logica, bazzicare siti intasati da turisti arabi, americani e indiani, per trovare l’amabile compagnia di una splendida ucraina, o forse croata, o forse brasiliana, o magari italiana, con lingerie deliziosa, profumo delicato, tacchi decisi, modi affabili, tariffe decisamente irragionevoli, per poi ritrovarmi impigliato in un pompino teatrale e in quattro, dicesi quattro, colpi di cazzo prima che lo squallore si impadronisca della coscienza.

No, andare a puttane non fa per me.

Riformulo.

No, pagare per delle puttane non fa per me.

Ci tengo molto, sia ben chiaro, alle puttane.  Ma non sono pronto a pagare per avere qualcosa che invece posso conquistarmi. E’ tutto lì.

Conquistarmi, per altro, facilmente. Difatti, vivendo a Milano, epicentro di molte rivoluzioni culturali, tra le quali l’approssimativo lassismo sessuale delle ultime generazioni e di qualche milf di ritorno, pagare è proprio da stronzi che si adagiano su un compromesso morale: perdere.

Ecco, se quindi sei venuto qui per cercare Escort a Milano, ovviamente hai perso tempo. E sei anche incazzato. Perchè ti ho fatto perdere tempo.

Comprensibile.

Ti invito a riflettere. Perchè pagare? A Milano, soprattutto?

Non farlo.

Non essere arrabbiato con me. Ti sto facendo quello che Novembre fa a me: quel senso di incazzatura e tradimento delle aspettative che solo i mesi inutili come novembre sanno dare.

Ciao.

 

 

Andres

Nuno aveva spalle larghe, muscoli tesi sempre infilati in maglie aderenti, polsi piccoli e mani grandi e nodose, che appoggiava, come un pianista, sul tavolo di formica del Bar Nova, il primo tavolo dopo la porta, dove una volta c’era il telefono appeso al muro, adesso una pubblicità di gelati, con i prezzi ritoccati su pezzi di scotch di carta bianca, pennarello nero.

Restava al tavolo dalle 18 alla chiusura, tutte le sere, tranne il venerdì, giorno in cui andava davanti alla parrocchia di San Sepolcro, sedeva sulla panchina di fianco alla fontanella, e restava per un ora a guardare la facciata.

In paese lo chiamavano Andres, senza una particolare ragione.

Avrà iniziato qualche vecchio. A volte nella vita succedono cose senza una particolare ragione, senza una storia eccitante alle spalle, senza una serie di eventi. Succedono cose. Che a spiegarsele si fa molta, inutile, fatica. E allora è meglio darle per assodate.

Come per la storia del nome Andres. Andres e basta.

Anche al Bar lo chiamavano Andres, anche se sul quaderno a quadretti dove segnavano i sospesi era scritto Nuno, con una serie di 1,5 scritti di lato.

I bicchieri di vino, tassativamente rosso, tassativamente pagati al giovedì, almeno quattro a sera.

Senza una particolare ragione, quindi, lo chiameremo Andres, come tutti facevano.

Era arrivato in paese sette anni prima, scappando dal Portogallo, dove era arrivato scappando da qualche isola caraibica, come se la storia delle sue fughe non avesse mai avuto un inizio.

Vendeva coltelli, pentole Inox e ricariche a gas per accendini, su un tavolo pieghevole, al mercato del martedì. Difatti era arrivato di martedì. E poi si era fermato.

Senza una ragione particolare. Girava i mercati, e con il passare del tempo aveva aggiunto anche calzini bianchi di spugna, in pacchi da cinque, e limoni. Che crescevano nel giardino della sua casa, alla fine della statale, prima che il paese prendesse forma.

Aveva un furgone bianco, segnato dalla ruggine, un Mercedes, tozzo e basso.

Andres non aveva famiglia, sembrava anche abbastanza sicuro di non volerne comunque una.

Una volta si era quasi innamorato di una delle ragazze del tabaccaio, la seconda figlia, Irene.

Amava, Irene, restare a servire dietro al banco lasciando la maglia aperta di due bottoni, sorrideva, Irene, degli sguardi di tutto il paese, delle mance degli uomini e dei sospiri delle donne. Aveva capelli castani, boccoli ordinati, labbra rosse di rossetto, guance rosa e sembrava poter domare il segreto dei segreti: l’amore.

Andres comprava sigari, e guardava Irene.

Irene prendeva i sigari dallo scaffale di legno tarlato e luccicante.

Poi si girava e sorrideva.

Andres faceva a pugni con quel sorriso, con quella maglietta, con quelle guance, come tutti. Solo che Andres, forse per le sue fughe, forse per il suo nome, sapeva incassare meglio. Ed era stata Irene, per una volta, ad abbassare gli occhi.

I miracoli succedono tutti i giorni, avrebbe detto Don Alvaro, il Parroco, che ben conosceva Irene, le sue magliette, e l’epidemia di sguardi curata in chiesa, a furia di avemaria e candele accese fuori dal confessionale.

Andres e Irene avevano iniziato ad aspettarsi. I sigari, come spesso succede anche ai marinai, erano diventati una scusa.

Poi Andres è come se si fosse risvegliato, da un sogno, di colpo.

Aveva preso i sigari, e guardandola le aveva detto:

  • conviene, per il futuro che vuoi tu, che ti sposi il Dottore o il Commercialista. Beati loro, che vedranno dietro a quella maglietta, e dentro a quelle guance.

E poi era uscito.

Tra le altre cose, smettendo di fumare sigari.

Cosa che non era passata inosservata in paese. Un po’ perchè Irene aveva smesso di sorridere, allacciava due bottoni in più, ascoltava canzoni con accordi in diminuita alla radio, e rispondeva male.

Un po’ perchè erano in molti a sperare, spettegolare, sognare, di una storia tra quello strano zingaro e la figlia del tabaccaio, da sempre emerito cattolico, nazionalista, ricco per linea ereditaria e vizi dei paesani. Sarebbe stata una bella storia di cui parlare, pensavano le donne. Beato lui, pensavano gli uomini, che dello sguardo se ne erano accorti eccome.

Così una sera, nel silenzio e nelle prime nebbie tra la campagna, che confondevano il panorama, i lampioni gialli e le ombre veloci e chiuse nei cappotti, mentre Andres stava per uscire dal Bar Nova, che ormai aveva la serranda quasi calata e le sedie girate sui tavoli, il Sindaco lo aveva fermato quasi sulla porta.

  • portoghese, dimmi una cosa: cosa è successo poi tra te e la figlia del Giussani, il tabaccaio?
  • Ha un nome – aveva risposto Andres.
  • Irene, lo so.
  • E anche io ho un nome – aveva continuato
  • Andres, giusto?
  • No, ma va bene lo stesso
  • Dimmi cosa è successo, che tutti ne parlano, da quando è successo, quasi fosse la cosa più importante dai tempi della Grande Guerra.

Andres allora aveva messo le mani nelle tasche del cappotto, respirava facendo piccole nuvole di vapore e si era messo a guardare negli occhi il Sindaco

  • io ho una teoria  – aveva detto. Che assomiglia a una formula matematica o a una strategia di guerra, o a una grande verità.
  • Parli fin troppo bene, per un venditore di coltelli
  • perchè leggo molto
  • cosa leggi?
  • oltre alle istruzioni sulle scatole dei coltelli, i libri che trovo.
  • vai avanti, portoghese
  • La mia è una teoria che riesce a resistere a tutte le volte che ci ripenso. Come una lumaca, esce dopo i temporali, la mia teoria esce dopo che mi innamoro. In un certo senso, è una grande verità, di quelle che chi le scopre dovrebbe togliersi la vita in modo teatrale, quantomeno sospetto, per finire sulla cronaca nera, pagina dispari di un giornale letto dal dentista.
  • non ti seguo, portoghese.
  • perchè tu fai il sindaco con la stessa ambizione con cui le puttane della statale fanno l’amore con i vecchi. E non ascolti. Peccato, Sindaco. Il tuo lavoro, come quello delle puttane, se fatto bene è un bel lavoro. Comunque, la mia teoria è semplice e diretta. Ed è la ragione per cui ho smesso con Irene una cosa che ci avrebbe poi portato oltre gli sguardi, oltre il bancone, oltre i sigari e le guance rosse.
  • La amavi, portoghese?
  • certamente. So riconoscere l’amore e i coltelli di buona qualità. Spesso sono pericolosi allo stesso modo. Ecco la mia teoria: l’Amore ci porterà all’Estinzione, come l’asteroide ha fatto con i dinosauri. Non è innocuo l’amore, questo lo sapete anche voi che rotolate in matrimoni di convenienza fatti di discussioni, frasi spezzate, speranze disidratate e noia mortale. L’amore è un’arma pericolosissima nelle mani di un bambino bendato.
  • ma che diavolo dici…?
  • L’amore ci estinguerà. Come con i dinosauri… fidati di me.
  • E io ci voglio stare lontano, non voglio esser complice di una cosa così. L’estinzione dell’uomo dipenderà dall’uomo. Che ama, distruggendosi.

Così aveva finito, e senza salutare se ne era andato. Il Sindaco, diretto al Circolo vicino al Municipio, aveva riso di quella strana chiacchierata tutta la notte insieme a due assessori e al bidello della scuola elementare.

Andres il pazzo.

Andres, invece, era tornato a casa, aveva preso le sue cose, il furgone bianco, ed era partito.

Senza più tornare.

 

 

 

Perdendo cose (Racconti Strambi di vento e d’amore)

C’era una donna che aveva comprato degli zoccoli, neri di pelle, con piccoli fori, che lasciavano passare sogni e luce.

Un vecchio, mi sentivo, a guardare questi zoccoli e desiderare che il mondo si fermasse, insieme a quella donna, e i suoi zoccoli.

Vai via, avevo detto, per dire rimani.

Una forte Tramontana, quel vento che scopre le montagne a Milano, disordina le puttane sui viali, fa pentire i preti che appendono coccarde.

Rimani, volevo dire.

Per quanto, sembrava aver chiesto, con quegli occhi tristi che sembra che il mondo le si giri nella pancia, come la bora di Trieste.

Le guardo lo sguardo, stringendo i pugni, che soffre lei e io soffro, che lei ha paura e quasi ho paura anche io, che paura non ne ho mai.

Allora, solo allora, ci siamo accorti che era arrivato l’autunno, con il buio presto la sera, con il vento, la Tramontana, fresco la sera, con il vino rosso che scalza il bianco, con le coperte, da tirare litigando nel sonno, con le paure che portano pensieri e i pensieri che ricordano le paure.

E ci siamo detti, aspettiamo.

Ceniamo, come amanti, come padre e figlia, come amici, come fidanzati, come parenti, come conoscenti, come cazzo ti pare, ma ceniamo, che ho fame.

Era meglio rimanere a letto, dice lei, che pensa sempre quello che dice e dice sempre quello che pensa.

A volte senza pensare.

Era meglio rimanere al mare, rispondo io, che penso sempre a quello che dice lei e dico sempre quello che lei vorrebbe sentirsi dire, perchè assomiglia alla verità.

Sembrano gli schiaffi della Bora, quelli che ci diamo con le parole, sembrano i baci dello Scirocco, quelli che ci diamo guardandoci in silenzio.

Una chitarra scordata, una candela quasi finita, come il curry, due piatti dipinti, ecco, ceniamo, dico io.

Parliamo facendo l’amore, dice lei.

Con gli zoccoli, propongo io.

Gli zoccoli mi servono per essere desiderata, dice lei, per essere posseduta mi basta il tuo sguardo.

E io so che è così.

E io so di essere sazio.

Che cena.

Le sere di Tramontana, quelle sere terse che spettinano le puttane, che asciugano l’aria, che scoprono le montagne, che fanno tirare le coperte, che lasciano speranza nella luna, sono le sere migliori per credere nella vita.

Beviamo ancora vino bianco, illusi dell’estate. Sorride, l’estate, guardando noi due.

Se muoio, muoio felice, dico io. Lo penso davvero. Lei mi guarda e sorride.

Sere di Tramontana. Difficili da raccontare. Di zoccoli, sesso, serenate immaginate, finestre chiuse, luci spente e candele finite. L’autunno sembra una fine, ma è sempre un inizio.

Sei un bicchiere strano.

Più bevo di te, più sete mi viene.

Saranno gli zoccoli.

 

Bolle

Senza paura che rimanessero così, aggrovigliati, avevano lasciato che i loro destini non solo si incrociassero, ma quasi si fondessero in qualcosa, appunto, che assomigliava a un gomitolo di vite, di progetti, di sensazioni, di dubbi. La vita li aveva fatti incontrare davanti al sottopasso che portava dal quartiere del Carcere ai campi. Graffiti, un forte odore di piscio, buio pesto, e il rumore della Autostrada sulle loro teste.

J. camminava da solo, attraversava i campi per tornare a casa, tutti i giorni. Strada sconveniente, diceva sua madre. Non farla, diceva suo padre. E’ pericolosa, dicevano tutti.

Ecco fatto.

Quattro, intorno a lui in pochissimi istanti. Uno urla, sono stranieri. Anche se urli, qui sotto non ti sente nessuno, fai solo casino e respiri solo più piscio. Ma serviva per rendere l’idea.

L’idea era quella di prendere portafoglio, soldi, bicicletta a J.

Che era, è, sarà, una grandissima testa di cazzo.

Le teste di cazzo, per dovere di cronaca, in una qualsiasi situazione dove una persona normale lascerebbe correre, non lasciano correre. E’ nella natura delle teste di cazzo.

J. rispondeva, urlando. Nessuno sentiva niente.

Un pugno. Forte. Ecco come si risponde alle teste di cazzo.

Edoardo, Esposito Edoardo Maria, classe 1982, fisico asciutto, testa grande, ricci neri, occhiali fuori moda, era entrato nel sottopasso proprio mentre il pugno partiva con un ampio movimento del braccio, qualche secondo prima di schiantarsi sul naso di J.

Aveva visto: J. cadere dalla bici, i quattro tizi prendere la bici, i quattro tizi scappare, J. rimanere a terra.

Anche per uno come lui, nato e cresciuto nel quartiere a ridosso della prigione dove tutto suggerisce di farsi i cazzi propri, fin dalla tenera età, era troppo per non intervenire.

Edoardo non è un coglione. Ma nemmeno un codardo. Si butta sui quattro, senza un progetto ben preciso. La stessa tecnica che userà più volte nella vita, tanto da essere quasi il suo marchio di fabbrica. Buttarsi sulle cose senza un piano. Tipo sposarsi con Susanna, conosciuta tre mesi prima, su una spiaggia nel sud della Francia.

Il risultato è una specie di incidente tra un tizio secco e magro e quattro tizi con una bicicletta.

I quattro tizi scappano. Resta la bici, per terra. Edoardo, per terra. J., per terra.

Il primo ad alzarsi è Edoardo.

  • Hey, come stai?

Urla.

J. non si muove.

Brutta roba, pensa Edoardo.

Prende la bici e si avvicina.

Esattamente da quel momento, sedici anni fa, J. e Edoardo Maria, poi ribattezzato da J. EspMar, si sono trovati avvinghiati in un destino comune.

A oggi contano una decina di fidanzate in due, due ex mogli, abbastanza ingombranti, abbastanza arrabbiate, abbastanza pericolose, moltissimi capelli in meno, qualche acciacco che come avvisaglia di tempeste peggiori ogni tanto blocca una schiena o un sorriso, due moto, scassate e arrugginite, con le quali hanno fatto praticamente il giro del mondo sognando, e qualche viaggio sconfinando verso il mare. Moltissime birre, tantissime chiacchiere, una infinità di sigarette, molti lividi, qualche pianto, giorni di pioggia passati senza ombrello e giorni di sole passati a dormire.

Un gomitolo di destini, due vite, la serena certezza di non avere nessuna idea di come fare le cose, ma farle insieme.

  • bolle di sapone
  • che cazzo dici J.?
  • i nostri progetti.
  • cosa?
  • i nostri progetti sembrano bolle di sapone. Uno dei due soffia, l’altro li accompagna finchè esplodono. Comunque esplodono.
  • bella metafora cazzo.

Seduti davanti a una birra, alle 17.27 di un martedì pomeriggio di ottobre, parlavano di bolle.

La parte più interessante delle loro vite, quel gomitolo, sarebbe iniziata quella sera stessa.

E’ stupendo vedere gli uomini, impreparati, andare incontro ai loro destini.