Come giudicare un uomo dalla sua macchina – Passioni Pasquali

Poi un giorno la vecchia Peugeot 507 azzurro cielo è scomparsa. Nessuno sa esattamente che fine abbia fatto, perlomeno nessuno si è premurato di chiederlo, o forse io ero semplicemente troppo piccolo per esser coinvolto in questo genere di conversazioni.

Troppo piccolo per le questioni amministrative, ma già sufficientemente grande per esser capace di rimpiangere la vecchia Peugeot 507 il giorno, un sabato, in cui mio padre si presentò in cortile con una Tempra bianca.

Per capire in quale momento oscuro della storia della FIAT fosse stata concepita la Tempra sono finito su Wikipedia dove, evidentemente, la pagina è stata scritta da un segreto innamorato di una delle più brutte vetture mai pensate nella storia automobilistica, forse proprio mio padre.

Per primo ci finì dentro un piccolo cuscino a fiori, che serviva a mia madre per riposare e provare a strozzarsi appoggiando il collo tra la cintura di sicurezza e la portiera, nei lunghi viaggi di famiglia. Subito a seguire un pennellone giallo di piume morbidissime, usato fin dalla metà degli anni ottanta per spolverare la macchina, dopo aver lavato la carrozzeria con la grossa spugna, terzo elemento finito nel baule, un piccolo museo delle abitudini di mio papà, che è resistito ad altre tre macchine per finire sull’ultima, una Toyota ibrida.

Credo che uno degli errori più infelici dei miei genitori, uno dei per carità, non il primo, sia stato di avermi mandato in una scuola privata.

Lo dico dopo averci passato otto anni, i migliori dicono, perlomeno quelli che li hanno passati nelle scuole pubbliche; otto anni tutto sommato non male, con amici incredibili, uno che è come fosse mio fratello, pochissime storie piccanti da raccontare, per via dell’usanza medievale di dividere in maschile e femminile e, non contenti, di mettere le due scuole a tre kilometri, venti fermate di tram, una dall’altra. In compenso ho interessanti aneddoti sul cameratismo, tantissime sigarette fumate nei bagni, due band musicali, una crew di writers, fortissime lacune sulla storia contemporanea, specialmente comunista, l’assoluta assenza di educazione sentimentale, insomma le solite cose da scuola privata cattolica.

E’ stato un errore educativo grossolano, difficile da attribuire a mia madre, educatrice sopraffina, e a mio padre, uomo buono e attento. La storia vuole che si siano fatti guidare dalla Provvidenza. Oddio, posso capire che per uno estraneo alle robe ultra cattoliche suoni pittoresco, il metodo di scegliere la scuola di un figlio seguendo misteriosi segnali che Dio lascia in giro, ma comunque così è andata.

Forse il difetto principale delle scuole private cattoliche è quello di preparare gli studenti a un mondo idealmente bello, moralmente solido, acculturato e gentile che, varcato il portone della scuola, non esiste. Che è anche una delle ragioni che spingono i ricchi ad iscrivere in queste scuole i loro rampolli.

La mia scuola era frequentata da famiglie benestanti. La scuola femminile era frequentata da famiglie benestanti. Io ero quello che abbassava, drasticamente, la media di reddito.

Non mi è mai particolarmente interessato, essere il più povero, anzi è stata una lezione preparatoria molto importante per la vita adulta, visto che nessuno degli zii americani milionari che sognavo di avere alle elementari si è mai materializzato con regali e prestiti.

Però in quanto a vestiti di marca e macchine non c’era storia.

Giusto qualche settimana prima della sparizione della Peugeot, eravamo stati a un compleanno di un compagno, fuori città sulle colline intorno a un lago. Il viaggio mi era sembrato lunghissimo e tutt’ora non capisco come si possa sostenere un viaggio del genere per andare sulle rive di un lago. In giardino troneggiava questa Renault grigia che il papà del festeggiato ostentava come i maranza di oggi ostentano i Rolex. Ogni dieci minuti trovava una scusa per accenderla, con il grande cruscotto digitale che sparava luci e una voce, una voce cazzo, che sembrava arrivare da dentro il cofano avvisava della portiera aperta. Non solo: era automatica.

Ancora oggi ammetto felicemente di capire pochissimo di macchine, ritengo l’ossessione per le autovetture un introverso modo per giustificare lacune emotive e incapacità di raggiungere soddisfacenti orgasmi in altri modi. Mi piacciono le moto. Mezzi progettati per avvicinare l’uomo a Dio, a volte spedircelo molto prima del previsto, assolutamente scomodi, irragionevoli, rumorosi, insomma perfetti. Le moto sono perfette. Le macchine mi piacciono con le lucine, le cose inutili tipo la voce che ti avvisa della portiera aperta, un grande bagagliaio, e un ragionevole modo per ascoltare la mia musica, prima su cassetta, poi su pennetta, adesso con due click di fretta.

Stavo scrivendo sul mio diario una cosa sul tramandare le passioni di padre in figlio e ci ho messo un bel po’ per trovare una passione, che non fosse Gesù, trasmessami da mio padre. Mentre io provo a inculcare al Piccolo le moto, le donne, i libri e il vino, non ho grande memoria di mio padre che cerca di trasmettermi una passione.

Mi è venuta in mente questa storia delle macchine perchè una parte importante del tempo padre figlio ricordo di averla passata a lavare la macchina con mio padre. A mano.

Le fontane erano una delle prime cose che si cercava, arrivati in vacanza. A Milano possedevamo una accurata memoria per le fontane con un parcheggio vicino. Secchio blu, che è sopravvissuto alla Peugeot ma non alla Tempra, spugna, pennellone morbidissimo, e grandi pause di silenzio. Ricordo l’acqua gelata della fontana in montagna. Ci sono passato la scorsa estate in moto e mi sono fermato a bere, come fosse un santuario. Passare con acqua. Ripassare con acqua e sapone, ripassare con acqua, e poi via di secchio. Pennellone per pulire gli interni e via.

Insieme alla schedina del Totocalcio al sabato, sono i tempi nostri che ricordo meglio.

E mi sono chiesto per quale diavolo di ragione mio padre non abbia mai posseduto una macchina ragionevolmente bella. Non dico un macchinone, dico una macchina ragionevolmente bella. Alla Tempra venne fatto un funerale sommario, per via di misteriose problematiche al motore. Fu allora che passai io una macchina a mio padre: la prima Scenic, tra le altre cose viola. E proprio come in tutte queste storie famigliari, la Scenic fu distrutta in un incidente un sabato sera. Solo che di solito sono i figli che distruggono le macchine dei padri. Ecco arrivato il momento per una Renault Megan, berlina verde acido millecinque benzina, che consumava come un jet e si rompeva ogni due curve. Esasperati dalla tecnologia francese e dal design italiano, abbiamo virato sulla prima Toyota, una Corolla decorosa e spartana. Che poi tutte le Toyota sono decorose e spartane. Il kanban non solo nelle fabbriche ma anche nelle emozioni, credo sia questa la filosofia del signor Toyoda. A oggi, siamo arrivati alla seconda Toyota, con cui mio padre ha fatto un altro incidente, classificandosi primo in famiglia per la media kilometri percorsi / incidenti fatti.

Mi sono davvero chiesto perchè mio padre non si sia mai tolto lo sfizio di una macchina decente, di un colore decente, di un produttore decente, insomma se non tedesca o americana, almeno inglese o slovacca.

Domanda che non farò mai alle mie sorelle, per evitarmi la risposta – papà ha fatto tutto questo per darci quello che ci ha dato, che mi porta sempre a riflettere su una grande questione, molto più grande di quanto si possa sospettare: ma non conveniva comprarsi una macchina divertente e insegnare a tuo figlio a sgommare piuttosto che pagare la scuola cattolica e i raduni dal Papa?

Domande scomode con risposte ostiche.

Ogni tanto scendo in box e osservo la vecchia R65 che sto tenendo per il Piccolo. Mi sfiora il pensiero che, arrivato a diciotto anni, anzi a ventuno, il Ormai Non Più Piccolo mi guardi e mi dica: – a me delle tue moto non me ne fotte un cazzo.

E così la piccola turistica bavarese, che mi ha portato in Sardegna, in montagna, al lavoro, che in quel momento avrà quasi cinquant’anni e con tutte le leggi potrà circolare solo nei miei sogni, si rivelerà un rottame voluminoso. Me la metterò in soggiorno, piuttosto che buttarla, perchè quando scendo in box e la guardo mi solletica l’idea di venderla e prendermi una moto.

Ma poi, esattamente, come si passa una passione di padre in figlio?

Cioè, perchè mio padre non mi ha passato la passione di lavare a mano con acqua gelata delle fontane la macchina?

Semplicemente perchè mio padre non amava lavare la macchina a mano. La stessa ragione che lo obbliga a comprare il caffè scadente e poi dire che non gli piace il caffè, la stessa ragione che lo ha spinto a fumare orrende sigarette leggere dei Monopoli di Stato. Risparmio, parsimonia e moderazione.

No, le passioni non si passano così: per questo odio lavare le macchine, amo il caffè di qualità, e non ho mai rubato una sigaretta a mio padre.

E mio figlio cosa porterà con se di me. Di quel padre che vuole lasciargli una moto e un centinaio di libri.

I figli ricordano le cose che hai fatto con amore, spontaneamente. Ricordo la fede di mio padre, per questo. E mio figlio si ricorderà l’ansia che mi divora ogni volta che devo prendere una scelta importante, o la felicità leggera di quando stappo una bottiglia di gin e annuso le botaniche.

Come al solito, quando si parla di mio padre, siamo partiti da un dubbio e siamo arrivati a delle domande. Che è il motivo per cui vado da una minuta donna mora, in una stanza che da su una strada chiusa, con un forte odore di incenso, a spendere ottanta euro l’ora per provare a rispondere da solo.

Non credo che se mio padre avesse avuto una ragionevole, etero, machista, passione per le macchine, mi sarei comunque risparmiato le ore di analisi.

Però questa storia fosse partità con una Porsche, sarebbe stata sicuramente più divertente.

— questo pezzo finirà sul mio prossimo libro, che dovrebbe intitolarsi Dodici Inizi —– quindi tecnicamente è uno spoiler.

Come controllare la rabbia – disoccupazioni

È un peccato che io, delle cose incredibilmente dolorose, degli episodi disastrosi della mia vita, poi mi ricordi solo la rabbia. Sorda, enorme come un mare in tempesta, pronto a mangiarsi la riva, minaccioso. La mia rabbia sembra un mostro, e a tutti gli effetti è una cosa molto simile a una tempesta, di quelle che rimangono un po’ inespresse, quei cieli neri sul mare che arrivano da Ovest, con la schiuma bianca che si gonfia, l’aria che diventa pesante, l’innaturale silenzio gonfio di umidità. Va meglio ai pesci, che galleggiano nella corrente, va male alla spiaggia, ma quello che ci guadagna meno è proprio il mare, che raccoglie tronchi, spazzatura, merda e casino.

E il mare sono io, cazzo. Capisci, non mi conviene la tempesta.

Per questo stamattina ho provato tutte le strategie che conosco, per arginare la tempesta , per tenere a bada il vento, per controllare il mare. Albeggia quando mi sveglio di colpo. Mi sveglio di colpo all’alba da novembre. E non esiste niente di più noioso che svegliarsi all’alba di scatto, e sentire la rabbia salire. Cazzeggio un’ora buona, facendo il giocoliere con i pensieri. Ho il cervello che sembra un circo, e sono un pessimo domatore. Mi alzo, mi vesto, esco. Il freddo, finalmente pungente, batte forte sulla faccia. Entro in palestra con l’unico desiderio di restare sul tapis roulant per un tempo infinito. Il mio obiettivo è arrivare a non sentire le gambe. Corro ansiosamente, guardando fisso il tizio davanti a me, che suda solo da un lato.

La corsa mi aiuta. Certo, correre in un prato sarebbe meglio che correre dietro a un tizio che suda solo da una parte, con sullo sfondo un muro sporco. Ma ci si adatta.

Sembra calare, la tempesta. Mi asciugo nello spogliatoio mentre tutto si fotografano allo specchio. Gli uomini, negli spogliatoi delle palestre si fotografano contraendo l’addome e guardando con occhi languidi lo specchio. Chissà dove finiscono tutte queste foto, di petti nudi e contratti. Di occhi pieni di desiderio. Mi guardo la pancia, forse potrei farmi delle foto anche io.

Prendo un caffè, mi cucino due uova, leggo il giornale, tutto sembra sotto controllo. Appena prendo lo scooter, la rabbia si impossessa di me. Sono ondate, di una mareggiata crescente.

Ma riesco a controllare, il mare, il vento, la tempesta. Più che altro perché davvero voglio assaggiare tutta la tristezza e tutta la paura.

E così passo una giornata davvero di merda, con un pesante cappotto di tristezza e una benda sugli occhi che stringe, la paura. Cammino lento portando in giro questo personaggio che sembra uscito da un film muto, in un pomeriggio di sole inaspettato. Mi siedo su una panchina e sento il sole timido che mi accarezza.

Ripenso all’ultima volta che la mia testa ha sentito una carezza, quando c’era il bisogno. Devo arrivare a me bambino, devo correre indietro in una Milano vecchia, nella casa con la tappezzeria nuova e i mobili ingialliti. Sento la mano di mia madre. Come miele.

Però, alla fine, non mi sono arrabbiato.

Sto al locale, nascondendo la tristezza in mezzo a chiacchiere facili. La paura si è sciolta nel primo bicchiere di vino, un primitivo dolce e rotondo. La rabbia è calma all’orizzonte. Resta lì, come le nuvole infinite sopra l’Adriatico, che non arrivano mai, ma sembrano pronte a farlo in una manciata di secondi.

È mezzanotte quando esco. Sono disoccupato, non dovrei avere fretta. Cammino piano, l’aria è pungente, le stelle, cazzo ci sono le stelle a Milano.

Devo farmi i complimenti. Lasciarsi bendare dalla paura, e camminare con il peso della tristezza, che poi sembra un’idea del cazzo, mi ha dato per la prima volta il sapore vero di un dolore. Senza che la rabbia spazzasse via tutto. È un peccato dover invecchiare così velocemente quando scopri questi trucchi da quattro soldi.

Arrivo sotto casa e, ovviamente, mi domando se valga la pena salire. Sento la paura, ci posso convivere. Invece la tristezza la appoggio sul cestino davanti al portone, proprio sopra un sacchetto con una merda di cane. Domani so che la troverò li. Ma peserà meno. Mi si saranno abituate le spalle.

E non sono diventato tempesta, che è un bene.

Oggi, in tutto questo, ho messo i miei boxer preferiti. Quelli che spero sempre vengano strappati con i denti, ma che poi non succede mai. Li ho messi perché quando balli con la rabbia, la tristezza e la paura, sarebbe un peccato non essere eleganti.

Nudo nel letto, penso che si, domani peserà meno la tristezza. Ma forse puzzerà di merda. Maledetti cestini pieni di merda di cane.

Se riesco domani faccio spazio nell’armadio per tutte queste nuove emozioni. Butto via un paio di cose.

Così è andata, la prima volta nella mia vita che mi hanno licenziato. Speriamo sia l’ultima, o perlomeno la penultima.

Bilanci e Bordelli – una storia di cuore

Questo blog ha compiuto diciotto anni, nel 2022. Avrei tanto voluto pubblicare un libro, con i diciotto migliori post. Una specie di sega letteraria al mio sconfinato ego. Solo a pensarci mi gonfio il petto. Invece mi sono infilato in un racconto che sta diventando romanzo. Una storia di amori, anzi di un amore, complesso e liberatorio. Scrivere è un amore che diventa un vizio, quando devi rubare tempo ad altre cose, e la storia, così bella all’inizio, si è bloccata, arenata, incagliata, su un dettaglio. Ho rubato sonno, ore di lavoro, ho saltato birre con amici, cene romantiche, per poi osservare una grande storia incagliarsi nelle acque basse.

Avrei fatto meglio a prendere una ventina di questi post, metterli in bella copia, e gongolarmi con un libretto tutto nuovo, facile facile. E poi girarmi sornione verso lo specchio del bagno e dirmi: grande Franz, bel lavoro. Invece.

Ma questo 2022 è stato l’anno dell’invece. E se stai leggendo queste righe è perché ci sei anche tu, nei miei invece.

Ci sono anni facili, sono quelli del per sempre, dell’ancora, del per fortuna, del che sballo. Gli anni stupendi del: menomale, del finalmente, dell’ evviva. Gli anni difficili sono quelli dell’invece. Ami, sogni, progetti, corri, ridi, invece.

Il primo invece è arrivato con il freddo di febbraio. E me lo sono trascinato fino a stasera. Ingombrante e doloroso: pensavo di avere il successo in mano, di essere sull’onda più grande, invece. Invece inizio l’anno cercandomi un lavoro e cercandomi dentro cosa vorrei davvero fare. Questo invece brucia come una scottatura. Brucia l’orgoglio e brucia perché tocca le paure profonde. Non basta il gin. Serve andare a prendere le paure, le certezze, e tutte le cose che sembravano sicure. Ci si siede di fianco, si aprono le scatole, e si tiene solo quello che è vero.

L’invece che è salito con me sopra il muro del pianto, a maggio, non si è annunciato. Abbiamo passato uno Shabbat insieme, nel silenzio del quartiere ebraico. Vorrei essere il motore della macchina che guidi, così che ti basti accendermi. E farti correre dove dico io. Invece, a volte devi esser motore, a volte freno. Quasi sempre l’opposto di quello che sognavi. È l’invece che di notte ti toglie il sonno, perché vorresti esser altro. Fino a quando non riesci ad abbracciarlo. Ma ci vuole tempo. E notti. E gin. E rabbia. No scherzo, la rabbia non serve a niente, lo ho imparato quest’anno. Invece serve il silenzio. E la pazienza. Che non sapevo nemmeno cosa fossero, prima di questa strana primavera.

Poi è arrivato l’invece dell’autunno. Non cadevano le foglie, ed era caldo. Non ci sono più le mezze stagioni, e guardare le persone che ami negli occhi a volte fa male, a volte fa bene.

Ero seduto in soggiorno, nel silenzio dei bambini appena addormentati, della notte, che domani tutti lavorano, ed è tardi. E ho capito. Ho trovato una cosa importante. Gli anni dell’invece sono quelli dove trovi. E non perdi. Gli anni dove perdi i tuoi occhi nelle gambe di una donna, gli anni dove perdi i ricordi nelle scene di un viaggio nuovo, gli anni dove perdi la paura nelle mani di una persona. Gli anni dell’invece non perdono niente. Ma se resti seduto con pazienza, proprio dove fa male, trovi.

Ho trovato una cosa importantissima.

Il mio cuore ha più stanze di un bordello.

È così stupido pensare di poterne abitare solo una. È così stupido pensare che tutte le stanze siano piene di sorrisi e amore nello stesso momento.

Abitami. Ho chiesto a quella paura. Abitami, ho chiesto a quel dolore. Abitami, ho chiesto all’amore.

Insomma, grazie per esserci. Pensavo di perderci, invece. Pensavo di non trovarti, invece. Pensavo non saresti riuscito a restare, invece.

Secondo i miei calcoli, dopo un anno di invece dovrebbe esserci un anno di menomale. Ma invece di sognare domani ho imparato a rimanere qui, oggi.

Invecchio così. Invecchiamo un po’ insieme. Invece di provare a rimanere per forza giovani.

Grazie, perché tra una cosa e l’altra, sei una delle migliori medicine ai miei invece.

Abitami il cuore, prendi una stanza. Non fare troppe domande, nei bordelli non si chiede mai e non si fanno mai bilanci.

Sono molto in forma

La mattina la rabbia mi divora. Mi sveglio presto, sempre dieci minuti prima della sveglia, e nel buio della camera da letto provo a ricordarmi i sogni, mi massaggio la barba, ascolto i rumori del mattino. Il vicino di casa è mattiniero, molto mattiniero, e adora camminare con le scarpe sul parquet. Un rumore noioso, rintracciabile negli angoli della stanza proprio sopra la nostra camera da letto.

Vorrei dirgli, un giorno, che le sue giacche da sciatore, i suoi occhiali tristi, e la sua andatura da sconfitto, mi deprimono, e che capisco l’esigenza di camminare per tutta la stanza alle sei del mattino, ma camminare a piedi nudi è un lusso intimo, che potrebbe valutare come eccitante impennata nella fangosa noia della sua vita.

La rabbia mi divora, anche mentre mi guardo allo specchio. Sono molto in forma, il mio corpo tradisce un confine valicato, tra la giovinezza e la maturitá, tradotto invecchio come tutti. Lo specchio mi lascia lineamenti un filo stanchi, occhi profondi, peli bianchi. Sembro una scimmia arrabbiata.

La palestra cade a pezzi, letteralmente. Stanno rifacendo gli uffici al piano superiore, e mancano pezzi di soffitto, dagli angoli cola umidità sospetta, il pavimento si gonfia. Corro su un tapis roulant che affaccia su una grande finestra. L’appartamento davanti è sempre vuoto. Infissi nuovi, piante in ordine, mai una luce, mai un movimento. Corro mezz’ora fissando le piante, la rabbia passa.

Il muscolo della corsa è la tenacia, infiamma il tessuto, e lavora sulla testa. La rabbia passa, e mi torna una punteggiatura ragionevole, scrivo in testa kilometri di diario. Ho promesso di finire un romanzo che è ancora una splendida idea. Senza un finale. Ho promesso di non arrabbiarmi più, invece al pomeriggio vado in una chiesa del centro, mi siedo in una delle ultime panche, e penso che nel mio caso andrebbe depenalizzata la bestemmia. Lo dico a Dio, insomma, va bene tutto, ma possiamo ragionevolmente pensare a depenalizzare la bestemmia? Non chiedo aiuto a Dio, perchè un po’ mi vergogno, ma gli chiedo di farmi incontrare persone che possano cambiarmi la vita. Lo ho anche messo per iscritto, su un quadernone all’ingresso della chiesa.

La preghiera prima della mia era scritta da una donna. guarisci Erminio. La o finale scritta di corsa. I pensieri dolorosi escono sempre veloci, difficili da scrivere con calma.

Ieri sono andato a fare una visita agli occhi. Vedo male, dico. Da vicino o da lontano, mi chiede lei. Ha dei favolosi leggings sotto il camice bianco e delle ridicole calze di spugna con Sponge Bob.

Vedo male la vita, rispondo. Ma mi passerà. In compenso vedo male anche da vicino.

Gioca con i miei occhi, mentre sto appoggiato su una mentoniera di plastica e mi chiedo se non sia il caso di lavarsi la barba, dopo.

Mi mette delle gocce sugli occhi e mi dice di aspettare dieci minuti in sala d’attesa.

Passa qualche minuto e perdo completamente la vista. Intuisco i contorni, e da vicino vedo soffici tende di plastica che coprono tutto. Non ho molto da fare, quindi resto a godermi questo gioco, di essere strafatto di metanfetamine, senza essermi fatto di niente.

L’olfatto arriva per primo. Compensa la vista ridandomi profumo di cipria, e di chiuso.

L’udito mi ridá chiacchiere sottovoce, fitte, veloci, con un accento della campagna. Arrivano da destra, dall’odore di cipria. Seguo le voci, e mi faccio accompagnare in un discorso sul dottore, che deve essere proprio bravo, e sul costo del biglietto del treno. È un parlare complice, assodato, sembra un banco da officina in cui le parole sono gli attrezzi giusti per riparare la noia. Potrebbero riparare il dolore, potrebbero costruire la speranza, sono chiacchiere di chi si ama da tantissimo. L’odore di cipria viene da lontano, immagino che il treno sia venuto dalla campagna.

Immagino, perchè non vedo. Non che si stia male, penso, uscendo in strada. Ci si deve abituare.

Io sono arrabbiato perché non mi sono ancora abituato al buio in cui la mia vita professionale si sta infilando.

Senti che rumore che fa, la profondità di quando mi dico la verità. Vorrei una donna con cui intavolare un chiacchiericcio complice come quello che ho sentito prima, un banco degli attrezzi che risolva le emozioni, che confini le paure, che sia davvero amore. La chiave del venti, quella che serve per svitare la noia. Il martello che distrugge la sfiducia, il cacciavite che aggiusta i forse.

In metropolitana penso al mio vicino di casa. Non lo ho mai sentito scopare. Forse non scopa. Forse lo fa piano.

Allo stato attuale, la gente che fa l’amore piano, mi spaventa.

Sono molto in forma, ma emano un forte odore. Che in metropolitana su confonde con il Marocco, l’India, l’indie, l’incenso, la frutta, i piedi, il tabacco, l’alcool. Ma come fanno i ciechi a prendere la metropolitana. È un incontro di boxe con l’olfatto.

Le mie palle degli occhi rotolano, cercando di interpretare strade, visi, situazioni, mentre bevo prosecco appoggiato a una finestra.

Ho finito. Sono arrivato. Su questa finestra, a bere. Al mattino, in questi giorni, ho sempre il dubbio che le mie giornate non finiscano.

Non penso di morire, cazzo. Sono molto in forma. Ma penso che l’anima, prima o poi, si possa stancare, di questa roba qui. Ogni tanto urla, l’anima. La sento. Per quello lo dico.

Ho preso una macchina cinese, bellissima, nella quale vorrei viaggiare e fare l’amore. E poi ridarla. Non mi serve la macchina.

Lo dico mentre cammino per il centro deserto, di notte. Intuisco luci e ombre, quasi vedo. Non mi serve tanto nella vita. Direi di depenalizzare la bestemmia, di rivalutare la gioia, di richiamare la felicità, di rimettere a posto le cose importanti, e di tenere sempre spazio per del gin tonic, nello stomaco e nelle nostre serate.

Sono molto in forma.

Cucinare torte nudi

Ho scoperto che i cinesi fotografano il sole, che le ragazze bionde del Nord Europa si fanno le foto davanti alle vetrine sorridendo, che i poliziotti in borghese si beccano facile. Sono cose che ho scoperto camminando, come la coda tutte le mattine davanti al negozio Swatch, o la musica assordante del negozio di intimo. Ormai ho una certa età, non posso nascondermi dietro la poesia: cammino perché sono un barile di stress, ricolmo come i barili lasciati sotto al temporale. Allora ci metto la valeriana, le camminate, e le liste di desideri, le cose che vorrei fare che se morissi domani potrei dire a Dio: bel giro grazie.

Cucinare una torta nudo è una cosa che sogno almeno una volta alla settimana. La torta è di carote, burrosa, ci va messa una glassa bianca e poi una salsa di yogurt. Io non ho mai cucinato una torta di carote, ma immagino si facciano tagliando le carote, aggiungendo zucchero, uova, latte, farina, scorze di limone. Non ho una ricetta da seguire nel sogno. E il mio corpo è caldo, appoggiato su un pavimento di cotto scuro.

Sogno anche di pescare, pesci piccoli e difficili da prendere, immergendomi vicino a una costa che non riconosco ma che assomiglia alla costa ligure.

Non sogno molto altro, spesso mi sveglio alle cinque. Ascolto i respiri della casa, il ritmo del sonno di tutti, sento la strada sotto le finestre ancóra silenziosa, provo a riaddormentarmi pensando a qualcosa di piacevole, ci riesco appena suona la sveglia, allora mi trascino in palestra e rimedio facendo workout in una stanza piena zeppa di fisici molli e forze di volontà deboli.

La sera provo a chiamare qualche amico. Sono tutti presi dalle loro vite, come io dalla mia. Se nessuno risponde, cammino intorno al parco immaginando cosa mi piacerebbe fare nella vita.

Tipo partire per la Tunisia e restare un paio di mesi. Ma poi forse no.

Smettere di fumare, ma le mie scarpe gonfie di rabbia e delusione hanno bisogno di spegnere ancora molte sigarette.

Provare a cucinare una torta nudo.

C’è una donna, in quella cucina. Non riesco a riconoscerne i lineamenti, vedo il seno, un po’ cadente, sento la sua altezza quando mi abbraccia alle spalle, ne riconoscerei il profumo che sento nel sogno.

Certo è che non è facile, girare la città con una torta di carote in mano chiedendo a donne basse e more di spogliarsi per annusarle.

E non sarebbe nemmeno corretto.

Così finisco in ufficio, distratto da qualcosa, ad accorgermi delle gocce che fanno traboccare il barile, e mi tocca uscire a camminare. A osservare i cinesi, le norvegesi, gli sbirri, l’umanità.

A volte entro in una chiesa dove c’è una madonna molto arrabbiata che mi guarda da un quadro immerso nei ceri.

Insomma c’è un sacco di gente che prega questa madonna incazzata.

Resto seduto su una panca, per qualche minuto. Prego, sussurro preghiere di compassione, non me la sento di menarla alla madonna incazzata con i cazzi miei, allora prego per mio figlio, e mi trovo a nuotare nel suo futuro, come lo immagino io, questo fiume calmo che lo fa scivolare sereno.

Sto scrivendo un romanzo bellissimo. La storia è bella, i personaggi sono veri, li puoi sentire parlare vicino a te mentre leggi. Ma non riesco a trovare un cazzo di finale. Ne ho uno in tasca, ma non funziona. Non si attacca. Che palle.

C’è una scuola, in centro, dove le mamme prima di fare yoga e trattamenti portano i bambini biondi e pronti al successo, e proprio davanti c’è un portone con un citofono. Uno dei cognomi è Capitale. Sotto, due pulsanti sotto, c’è scritto Mare.

Mi sento solo, insomma. Niente di speciale, è semplicemente vita. Un po’ più salata del solito, quindi brucia un po’ di più, ma è vita.

Solo che mi sento solo. E non mi ero mai sentito solo. Per questo leggo citofoni.

Ho pesi e fallimenti da condividere. Ho paure e insicurezze in promozione. Ho storie losche e infelici raccontate a bicchieri di prosecco che sono testimoni silenti. Ho futuri insicuri e passati turbolenti.

Ma voglio solamente qualcuno con cui cucinare torte nudi.

Il mio modo per dire, qualcuno con cui condividere sogni.

Come per il mio libro, non sono bravo sui finali. Ma quelli si possono scrivere dopo.

La torta, vorrei fosse di carote.

I morti

È un periodo che, così come succede tutto, alla sera arrivo sul divano, e penso: che bello sarebbe scrivere sul mio diario. Ma poi non scrivo niente. Che, se ci pensi, è come se non fosse successo niente. Se non lo scrivi, se non lo ricordi, non è successo.

Così mi sembra che la vita non mi succeda. Eppure, oddio come è bello usare eppure, eppure dicevo la vita succede eccome.

Ho il dubbio, feroce, di perdermi i particolari. Invecchiando ho notato dei peli bianchi, isolati, sul petto. Immagino i miei peli lottare, quelli neri, con quelli bianchi. Isolarli. La supremazia dei peli neri. Vedo meno da vicino. Prendo i vasetti di marmellata e li devo allontanare, tutta la lunghezza di un braccio, per controllare quanto zucchero, che frutta, quando scade. Mi dimentico il numero dell’ armadietto della palestra. Tutte le mattine. Insomma perdo particolari. I dettagli mi sfuggono. Allora ho imparato a stare in silenzio, e fare memoria dei particolari. Mi ripeto, a mente, le cose che succedono. Così ho la sensazione di non perderle.

Che poi, la sensazione di perdere cose, è il presagio della morte. Oggi ero a teatro con mio figlio, a un certo punto, nella sala buia lo ho guardato. Era immerso nello spettacolo. Ascoltava rapito. Sorrideva alle battute. E io ho pensato: stare con te allontana la morte. Io vivo, perché tu allontani la mia morte.

Che poi sono cose che non posso dire a nessuno. Mi prenderebbero per pazzo. Se dico: grazie del tuo tempo, mi allontana dalla morte.

Ma che cazzo di frase. Ma quanta verità.

Stasera guardavo i bambini giocare. Faceva caldo. Bevevo birra. E pensavo: che bello avervi qui. Mi allontanate dalla morte.

Mi salvate. Fatelo ancora. Voi, figli, voi ragazze dal culo sodo, voi libri belli, voi pomeriggi di sole, voi mareggiate d’autunno, voi vini dolci, voi pensieri lenti.

Salvatemi dai morti.

Scirocco

Mi guardo allo specchio, c’è una strana luce blu, in questo piccolo bagno senza finestre. Nello specchio vedo una faccia stravolta, gli occhi stanchi, la barba grigia disordinata. Penso di potermi tagliare i baffi. Sono fermo, nudo, davanti allo specchio. Sudo, di questo scirocco appiccicoso, di questa noia mortale, di questa estate infernale, sudo le mie colpe e i miei fallimenti.

Rido poco, penso mentre le mosche mi passano insistenti sulla faccia. Rido poco e sono di pessimo umore. E in più sono giorni di scirocco. Direi che non sia il caso di tagliarsi i baffi. C’è un momento per tutto.

Conto i giorni da quando non ho fatto una discussione interessante, qualcuno che mi abbia detto qualcosa di interessante, anche vagamente interessante. Conto i giorni di queste cene, di questi locali, sempre belli, sempre pieni, sempre senza senso, per me che l’estate è mangiare a casa, nel silenzio.

Conto i giorni che mi separano da una delle mie grandi esplosioni. Bagno la miccia con corse sotto il sole, passeggiate sul mare, e lunghe ore di silenzio. Ho un dolore nel cuore che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Eppure sono qui, nudo davanti allo specchio, a guardarmi sudare.

Una cosa questa estate me l’ha lasciata: un dettagliato elenco di quello che non voglio.

I baffi non me li taglio.

Il conto più doloroso è quello dei giorni senza amore. Da quanto non mi sento amato? Ci penso sempre prima di andare a letto, mentre prendo un libro che poi non riesco a leggere, perchè mi addormento stravolto.

Scirocco maledetto.

E maledetto me, che gentile mi appoggio sulle incertezze, per proteggere gli altri.

Sfinito, appoggio il rasoio sulla mensola. Apro l’acqua, lascio che si raffreddi. E’ un getto incerto, come questa luce blu.

Mi bagno la faccia, da bambino lo facevo per nascondere le lacrime.

Da bambino ho imparato l’amore infinito.

Addio, dico sottovoce, allo specchio.

Scrivo lettere urgenti, senza destinatario. Prendo appunti, sempre gli stessi. E litigo con la connessione traballante di questi cazzo di posti maledettamente cari e afosi.

Per questo non riesco mai a dire le cose che dico allo specchio, per la connessione.

Rimedi post sbronza

Cominciamo con il dire che la birra mi annoia. Limite mio, me ne rendo conto. La birra è la serie Netflix delle sbronze, io ho bisogno di sbronzarmi con un campione di incassi, con un Avengers o con un È stata la mano di Dio, mica con un Narcos a caso. Il vino mi accompagna, come un gatto, per l’autunno e l’inverno. A Natale mi scatta la molla dello champagne, dura due settimane, mi costa una fortuna, poi mi passa. Ma se devo sbronzarmi ho una mia teoria.

Ormai, e per ormai intendo a quarantatré anni, ci si sbronza per sfinimento, per avvilimento, per disperazione. Ci si sbronza per stare seduti comodi al tavolo dei pensieri scomodi. E lo si fa sempre meno, perché ormai, e per ormai intendo a quarantatré anni, ci vogliono intere giornate per recuperare forze e dignità.

La mia teoria è che, se davvero è necessario sedersi al tavolo dei pensieri scomodi, bisogna farlo subito.

C’è una teoria, figlia di una scuola di meditazione, che immagina i pensieri come farfalle. Li devi osservare volare, guardarne i colori, provare a contarli. E poi, respirando, farli fermare su un prato.

Con il gin, le farfalle diventano elefanti, e mica volano, corrono come diavoli nella savana. Anzi, ti corrono incontro. Puoi anche contarli, ma uno solo può stenderti, quindi sapere che sono dodici o quattordici non cambia molto.

Per esperienza personale, vi consiglio due gin tonic, uno dopo l’altro. Trovare una sedia comoda, sedersi, e aspettare gli elefanti.

Così, ieri sera, in una Milano deserta mi sono seduto su una sedia di plastica, sorseggiando il secondo gin tonic. Osservavo gli elefanti arrivare dal centro verso di me. Saranno stati almeno sedici.

Sono sopravvissuto. Si sopravvive sempre, ai propri pensieri. Con un gran mal di testa, ma si sopravvive sempre. Anche fossero farfalle, il mal di testa resta.

Il miglior rimedio post sbronza è non aver pensieri scomodi, verità nascoste, rimpianti, e altri animali fantastici. Così da non dover nemmeno pensarci, al gin tonic.

Dammi un titolo, per favore

Il treno mi annoia.

Però con il treno vai molto più comodo, dal cuore di una città al cuore di una nuova città.

Il treno non funziona bene, per quelli come me. Si sente il rumore assordante dei cazzi degli altri, queste telefonate infinite, di contratti scaduti, emorroidi pungenti, amori complicati. Volessi così tanto stare nelle vostre vite, dormirei a casa vostra. E quella dannata connessione che non funziona mai. Mai. Il treno, insomma, mi annoia.

Ma niente è come la campagna, vista dal treno. Sottile e sfuggente, d’inverno. Piena, gonfia, d’estate.

Mi chiudo nel cesso della carrozza 4. Mi guardo nel piccolo specchio, per vedere se si vede che sto piangendo.

Non si vede. Ma vai a fidarti di questi specchi del cazzo. La mia vicina di posto è una ragazza che ha lo smalto sulle unghie dello stesso colore delle sue Birkenstock rosa fluo, una strana gonna da tennis della Nike con un arcobaleno disegnato sulle cosce e una vita sentimentale molto intensa, a giudicare dal numero di whattsup che ha scritto: “amore sto tornando”.

Piango di gioia. Da quarantasette minuti. Non piangevo di gioia da parecchio tempo. Mi spiaceva piangerle di fianco. Per questo sono finito nel cesso della carrozza 4.

Il treno mi annoia ma ha i tempi giusti perché io possa dare i nomi alle emozioni. Sono lento, nel dare i nomi alle emozioni, e spesso sbaglio.

Piango su un treno, sono le 18.46. Di un giovedì, di giugno.

Vorrei scrivere di come, di cosa, di quando. Fossi Baricco, potrei intitolarlo: Confini.

È questa cosa che faccio, a volte nella vita, di superare un confine, che mi fa sempre sperare di morire il più tardi possibile. Perché a superare confini son proprio bravo. Tipo come a capire se una brioches alla marmellata è una buona brioches alla marmellata. Ci vuole esperienza, sensibilità, coraggio, e voglia di cambiare. Proprio come con i confini.

La mia brioches preferita la fanno a Monza. Ogni volta che ci torno, è come tornare a casa.

A Monza, comunque, non prenderei mai casa. Piuttosto al mare, mi dico sempre.

Piango di gioia.

In treno.

Ah.

Giugno e il gin tonic

Sono sicuro che se dovessi andare a rileggere i miei mesi estivi degli anni passati, ad ogni giugno troverei la stessa stanchezza. Giugno mi sfianca. Aprile mi addomestica, maggio mi fa riflettere. Ieri sono andato a trovare questo bimbo del rugby che ha una leucemia. Sono quelle occasioni in cui i minuti durano due ore e mezza. Poi ti resta quella sensazione di dover fare i conti con le cose serie della vita. E di colpo ti rendi conto di non aver molte cose serie, tu, nella tua vita. La fine può essere sempre un inizio. Così mi piace pensarla. Ci pensavo qualche giorno prima, alla festa della scuola del piccolo. Uno scempio di merendine calde, altoparlanti che funzionano male, mamme commosse, papà annoiati, maestre pronte a tre, dico tre, mesi di vacanza. Mi sono seduto sulla scala antincendio, su un gradino di ferro, a guardare il cortile. Osservare il chiasso mi fa stare meglio.
Sto lavorando. Tanto. Esiste un troppo? Dipende. Prendo la moto, e scappo in campagna. Sto facendo la corte all’Adda. È un fiume pigro, ha le rive calde e noiose, ma mi piace sedermi sull’erba e guardare insetti di cui immagino i nomi fare cose per loro, immagino, estremamente importanti, come volare di continuo da un filo d’erba a una foglia.
Mio padre mi ha trovato sulla porta del medico. Ritirava ricette, dalla scatola piena di buste che sta vicino alla porta. Io andavo a raccontare di tutti i modi in cui il mio corpo mi dice di esser stanco. Abbiamo bevuto un caffè.
Non so bene come si possa raccontare, il rapporto con questi momenti, che abbiamo in casa nostra. C’è una sedia vuota, dove si siede sempre il non detto, un ingombrante inquilino che abita con noi fin dai tempi in cui lui ha deciso di smettere di essere padre e io ho dovuto per forza esser figlio due volte.
Almeno non c’è la rabbia, che a questi tavoli si sedeva rumorosamente, e metteva il sale nel caffè, e buttava a terra i cucchiaini.
Mi ricordo che ogni anno, a giugno, mi riprometto di non bere più gin tonic.
Mi piace questa cosa, di promettermi cose che non si possono promettere.
Certe cose si fanno e basta.
Come amare.
L’amore non si promette. Si fa.
E anche smettere. Qualsiasi sia la cosa da smettere.
Si fa.
E giugno non è un buon mese per iniziare a fare. È la fine della primavera, che come sai, è anche l’inizio dell’estate. Insomma, vedila come vuoi, ma le cose che finiscono, danno sempre vita a qualcosa che inizia.