Persiane chiuse

Mi sorprende la sera, la luce della sera, che quasi il sole si vergogna a calare, il cielo azzurro, terso, il rosa tra i palazzi. Mi sorprende, in fondo, trovarmi sorpreso.

Adoro la nostalgia, il dolore di esser lontani, il desiderio del ritorno. E’ un sentimento che mi appartiene, quasi che abbia guidato i miei viaggi, a volte, quasi che mi abbia portato ad allontanarmi per tornare.

E adoro lo stupore, merce rara, rarissima, colpa di un cervello troppo lucido, di un occhio troppo cinico, di un cuore troppo abituato.

L’estate mi stupisce, per questo adoro l’estate.

Mi piace, di quel mio camminare da scimmione distratto, il fermarmi, in mezzo alla strada, schivando i colori inutili e i rumori superflui, per guardare tra i tetti, il cielo, per annusare, tra le siepi, il gelsomino, per sentire, sulla pelle, il caldo piacevole della sera, dopo tante, troppe, sere fredde, di quell’umido gelido che la mia città mi lascia sulle braccia e sulla faccia.

Sono momenti rarissimi, il mio stupore è un rosario con i grani contati, li ricordo tutti, ne provo nostalgia, ma so di aver davanti ancora grani da contare. Trattengo il respiro, qualsiasi cosa mi stia succedendo, ho imparato a fermarmi, guardare in cielo, ringraziare, per questi rarissimi regali, per questi delicatissimi petali di un fiore che sboccia perchè io possa continuare ad innaffiare il mio vaso, con vino e storie che racconto sempre meno volentieri.

Così, in mezzo alla strada, passata l’ora di cena, quando nessuno è in giro, un po’ perchè è domenica, un po’ perchè è sera, un po’ perchè non c’è nessuna buona ragione per stare in giro, poveri loro, io mi fermo, sorrido, alzo gli occhi al cielo e ringrazio.

Una volta mi è successo in volo, a metà di un interminabile volo, credo sopra qualche paese dimenticato della Russia, quella che sulle cartine è sospesa tra Mosca e il Tibet, per noi che non ne sappiamo nulla di Oriente, di Russia, di Guerre, di freddo, di steppe, di lotta. Mi sono trovato a sorridere, per due ragioni. Ho ricordato lo stupore di qualche ora prima, in una città talmente lontana da casa mia, da poter sembrare tranquillamente una mia nuova casa, e l’incapacità di alzare gli occhi per ringraziare, essendo già in alto in cielo.

Una volta mi è successo guardando delle persiane, chiuse. Verdastre, forse azzurre, una volta. Sul muro sporco, rovinato. Chiuse per il caldo, con i rumori di cucina a bucare il silenzio del vicolo, con gli odori del mare.

E il mio stupore nel ricordarmi di essere stato innamorato follemente. Di questo mio rincorrere, snocciolare questo unico rosario, segreto, ma stupendo.

Bentornata estate.

 

L’ultima volta che ti ho amato

Non posso farci nulla, sento il cuore che mi esplode. Parte dalla testa, dietro all’occhio sinistro, arriva fino alle caviglie, mentre l’aria fredda mi batte in faccia, le guance gelate, il naso che respira a fatica.

Mentre guido perdo il senso delle cose, perdo cognizione di come sto, di cosa vorrei essere, di cosa ho perso, di cosa vorrei. Forse, pensavo, guido per questo. Forse viaggio anche per questo.

La vita mi corregge, ultimamente. Mi spinge, mi strattona, per parlarmi, forse.

Io sbaglio per primo, questo è un pregio. Poi scrivo, oppure rido, oppure bevo. Raramente faccio altro.

Anche così, esattamente così come sono, vado bene. Dice la vita.

Il vento, non saprei se si tratta di Maestrale, o semplice dannato vento di terra, mi sbatte il freddo sulla faccia.
Riesco a fare pensieri corti, brevi, piccoli, immagini, come se mi addormentassi proprio mentre guido.

Sento il cuore che mi esplode.

Ho fatto queste strade milioni di volte. Ho voglia di rifarle ancora. Questo è bene. A momenti la bellezza mi blocca il respiro. Le persiane azzurre, sui mattoni marroni, con il sole, le finestre, ragionevolmente, che guardano tutte il mare. Le palme, il rosmarino. La mia, triste, felicità, che si consola, rotolando verso Sud. Metto insieme pensieri piccoli, naturali. Mi viene facile, poi li dimentico sotto la luna piena, che prova a farsi spazio tra le nuvole.

Io sono quello che dopo le due di notte ragiona meglio sulla vita. Per questo, vado a letto molto prima. Mi piace lasciare in disordine le cose, sperando che il vento in faccia le metta in ordine.

Io sono quello che porta nel cuore due immensi amori. Amo un bambino, a volte lo vorrei ritrovare piccolo, a volte non riesco ad aspettare che cresca. Amo una donna. A volte avrei voluto poterla incontrare prima. A volte vorrei aspettare, per poterla incontrare con calma.

Io sono quello che osserva il passare del tempo, mi danno del cinico. Ma sono un cliente di questo bar, uno dei tanti, che resta a guardare chi entra e chi esce.

Non lasciare che il tempo ti fotta, odiandomi. Questo va detto. Io ho smesso, di farmi fottere dal tempo.

Ogni tanto, ultimamente, mi esplode il cuore. Ma a quanto pare, si può vivere benissimo con le pareti del cuore dipinte di nuovo.

L’importante è decidere bene il colore.

Perchè ogni mattina, bisogna smettere di chiedersi quando sia stata l’ultima volta che hai amato.

E, fidati di me, lo sto facendo adesso, chiederti come si faccia ad amare così tanto!

 

Risposte nelle Nuvole (Maggio)

Maggio arriva, porta pioggia, un po’ di freddo, qualche pomeriggio spettacolare, la speranza dell’estate, la conferma della primavera, le sere che allungano gli artigli nella notte, i sorrisi delle ragazze che si scoprono, i tram che sembrano andare più lenti, gli scrittori che guardano il cielo più spesso, insieme agli innamorati, quasi a cercare risposte nelle nuvole.

Sempre, da quando ho orecchie per sentire, la gente si lamenta del freddo di maggio, delle piogge inaspettate, sempre, da quando ho occhi per vedere, le ragazze scoprono la pelle, i poeti guardano il cielo, i vecchi indugiano sulle panchine, e le sere si allungano speranzose nella notte.

E’ che io maggio me lo ricordo, perchè da quando sono bambino aspetto il mio compleanno, un giorno a metà di maggio, quasi a metà, quasi fosse un inizio, l’inizio di un anno nuovo. Così ricordo tutti i mesi, tutte le volte che la vita mi ha dato maggio. Ricordo la pioggia, quando la gente ormai sperava nel sole, ricordo le sere prima del mio compleanno, il profumo speciale delle mattine del mio compleanno. Il cielo di maggio lo ricordo sempre, le nuvole, io a volte ci ho cercato delle risposte.

In effetti il mio anno, i miei anni, iniziano sempre con il mio compleanno, la sera prima, le sere prima, le sere di fine aprile, i primi giorni di maggio, a guardare il cielo, risposte nelle nuvole, a pensare.

Accarezzo le mie piante, l’aloe, il rosmarino, la lavanda, guardando un punto indefinito nel cielo. Non cerco risposte particolari. Sono solo perplesso della mia menta, un ramoscello prestatomi, morta di stenti nel suo vaso nuovo fiammante, terracotta addirittura.

Io sono un buon punto di partenza, per chi vuole conoscere le storie sulla primavera.

Semplicemente perchè io faccio caso alla primavera, più di altri.

Accendo meno le luci, ad esempio, per godere della luce timida della sera.

Mangio le mele rosse e gialle, quelle di primavera, gonfie, morbide e pesanti.

Conosco il vento di maggio, quello freddo che porta pioggia, da Ovest, e quello che rimugina, come i vecchi al bar, caldo e pigro. Per sentire il vento, giro in moto, in bici, a piedi. Lo faccio per ascoltare la primavera che soffia. Lo faccio per avere meno paura, poi quando arriva l’autunno. La mia faccia, le mie guance, si ricordano di me, di maggio, e mi lasciano passare indenne l’autunno e poi l’inverno.

Non torno in nessun posto in particolare, a maggio. Passo molto del mio tempo viaggiando, è un mese così, è una vita così, adorabile gitano di lusso.

Mi passa la fretta di aver casa, a maggio, adoro restare a guardare il cielo, le donne, i vecchi, i bambini, le macchine, i treni, gli aerei, rimanere in giro, nel senso più fisico del termine, aspettando la notte passeggiando senza una meta.

Ritrovo lo stupore, io a maggio. C’è uno stupore, quello di maggio, che è speciale. Mi trova, mi sorprende, lo stupore di maggio, sul divano, o su una panchina. Non mi lascia pensare a chi sono, chi sono diventato, o come io stia. Mi fa battere il cuore, lo stupore di maggio, a sorpresa. Non chiede conto degli sbagli, non mi fa i complimenti per le cose giuste fatte, non mi chiede se sono felice, lo stupore di maggio è come il cielo con le nuvole di passaggio. Cerchi risposte in un posto che fa domande, un posto di pace e silenzio, ma senza risposte.

Mi commuove, lo stupore di maggio. Perchè mi regala, ogni anno, un nuovo anno, tutto quello che significa un anno nuovo, qualsiasi cosa significhi un anno nuovo, mi regala il tempo per rifare tutto da capo, per ricominciare.

Una chance, nelle nuvole di maggio, che conosco solo io, che sono diventato, con il tempo, abbastanza bravo a leggere le nuvole e i tramonti.

Ad interpretarne i segni, le crepe, i destini che si incrociano.

Maggio è troppo breve per smettere di bere e di fumare, ad esempio.

E le storie che leggi nelle nuvole insieme a me, non permettono di smettere di bere, anzi consigliano di lasciarsi portare dal vino, novello come la primavera che arriva alla sua fine.

Maggio, lo stupore di maggio, le nuvole di maggio, e io che resto ad accarezzare il rosmarino quasi fosse un gatto, sul balcone, mentre arriva la sera, arriva la notte, e non mi risolvono, non lo stupore, nemmeno le nuvole, il dubbio se sia meglio rinascere ogni anno, come fossi un fenice, molto acciaccata, ma pur sempre una fenice, o come tutti fanno, sia meglio diventare alti scaffali, pieni zeppi di ricordi, molti dei quali completamente inutili.

Accarezzando il rosmarino, annuso l’odore, mi ricorda il mare.

Sono ancora qui, è ancora maggio. Questo andrebbe festeggiato per tutto il mese.

Altro che cazzate.

Questo blog compie 13 anni, tra qualche giorno. E’ in piena adolescenza. Io, tra qualche giorno, credo di compierne 38. Mi sento come se ne dovessi compiere 24. Il mio rene sinistro e il mio cuore, l’unico non quello sinistro, se ne sentono 48. La mia testa non ne vuole sapere. I miei piedi hanno ansia di camminare, le mie mani di toccare.

Io di scrivere.

Accarezzando rosmarini non si cambia il mondo, questo lo ammetto.

Ma si leggono le nuvole.

Ho voglia di scrivere ancora qualche storia, e di conseguenza di viverne ancora, di storie da scrivere. Questo è un bene, viste le cicatrici che mi porto in giro.

E ho voglia di festeggiare, come fossi sopravvissuto, a un paio di anni tremendi, come se avessi capito che non si tratta di nulla di speciale, anzi.

L’avevo letto nelle nuvole di maggio che sarebbe stato un periodo particolare.

Festeggiami.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Casa

Cammino un po’ stranito per casa, piastrelle fredde, angoli d’ombra, ho sempre odiato la luce scarsa di questo posto, sempre, dalla prima visita, dodici anni fa.

Avevo notato la luce, scarsa, infima, e una bottiglia di vino del Duce messa in soggiorno in bella vista, quasi fosse un trofeo.

Al freddo non ci si abitua mai, al freddo di Milano meno che meno. E’ un freddo spettrale, deciso, infame, umido e sordo alle implorazioni delle coperte.

Mi sento ospite di questo posto, da quando lo abito. Come se fosse di passaggio. Un passaggio lungo, alla fine, ma pur sempre un passaggio.

Sono due anni fra qualche giorno, settecento giorni, cento settimane, che ho deciso di togliere, tagliare, spogliare.

Ho tolto, sto togliendo, toglierò, cose inutili che sembravano indispensabili, cose stupide che sembravano intelligenti. Ho iniziato dalle opinioni della gente, le ho lasciate cadere come vestiti davanti al mare, un mare caldo e pacato, il mare del tramonto.

Ho continuato togliendo persone, poi oggetti, poi qualche ricordo.

Meno hai, più hai.

E’ davvero successo questo. Mi muovo leggero, in vestiti che uso come strumenti, che non sento miei, in scarpe che mi aiutano a camminare, delle quali non mi interesso, dentro una macchina che non è mia. La moto quella no. Quella è mia. Una delle poche cose che amo possedere.

Ho libri, li tengo per sfogliarli ancora. Li sfioro, ricordando le storie che mi hanno raccontato, come fossero cassetti di un armadio, la mia memoria, pieno zeppo di ricordi. Ho i fogli su cui ho scritto le mie cose. Un copione teatrale, poesie, racconti, inizi di romanzi impossibili da continuare. C’è anche un finale, stupendo e struggente, che da anni aspetta che io scriva il suo inizio. Potrei pubblicarlo così.

Ho smesso di desiderare le cose degli altri, le donne degli altri, la merda degli altri.

Mi è rimasta questa casa, molto in questo ultimo anno mi è stato portato via.

Sembrava mi volessero portare via tutto. Non ho reagito, perchè non ho avuto modo di farlo, sembrava volessero spogliarmi di tutto, tutte le cose possibili, tutte le cose che capitavano a tiro, in una furia assassina, macabro epilogo di nozze festanti.

Non ho perso nulla, eppure ho perso molto.

Mi è rimasta questa casa, le sue mura, spogliate di quadri e ricordi.

I suoi mobili, piegati dall’umidità, i suoi colori, le sue crepe nei muri, i rumori che conosco bene e che non mi svegliano più di notte.

Mi è rimasta questa casa, ai bordi della città. Adoravo la sua comodità, quando viaggiavo tanto. Ne adoravo l’odore in primavera, entrava il gelsomino, entravano tutti gli odori, in un orgia di profumi d’erba e giardini impossibile a Milano.

Mi è rimasta solo questa casa.

Ma non è casa mia.

Sono ospite in un albergo silenzioso e abbandonato.

Lo ho capito tardi, ormai era comprata, impegnando la vita, divisa per mesi, per rate e per interessi, per pagarla.

Lo ho capito tardi che non ho bisogno di una casa.

Io abito nel cuore di chi mi ama, metto le mie cose importanti lì.

Adoro non possedere nulla, se non il cuore di chi mi ama.

Adoro disinteressarmi delle cose materiali, facendomi distrarre dal rumore del cuore che batte per me.

La mia casa, quella vera, è uno scoglio sul mare, sulla punta più estrema della costa di Levante, un posto sconsigliato a donne, artisti, bambini, giocolieri dei sentimenti e deboli di cuore.

Ci sono stati soldati, pirati, emarginati, pescatori, uomini soli, un gatto storpio e sporco, aghi di pino, un fico d’india, rosmarino e lavanda.

Io abito lì. E’ li che torno, quando posso.

E sto a casa.

Mi spoglio nudo, nudo entro nel mare, nudo ne esco.

La casa, questa casa ai bordi della città, non mi appartiene. Eppure lotto per possederla, quasi fosse un moto d’orgoglio.

Mi proteggo, penso a quando sarò vecchio, immaginando un futuro in queste mura.

Un futuro che non sarà così.

E più ci penso, più mi sento ospite.

Cammino sulle piastrelle fredde, gelide, osservando i mobili, cercando di ricordare qualcosa. Ma è come se fossi appena arrivato.

Un ospite nuovo.

Guardo i miei quaderni.

E’ tanto tempo che non scrivo.

Una decisione importante.

Sto cullando pensieri, godendo della inaspettata felicità delle cose, allontanando i venti di tempesta, navigando sottocosta.

Nelle bottiglie che trovo sulle spiagge in cui mi fermo, non ci sono messaggi.

Allora continuo a navigare.

Sono felice, ospite scomodo ma felice.

E non scrivo, ma so che, come l’inverno, passerà.

Prometto di tornare.

 

Elia

Aveva baffi gialli, troppe sigarette, troppo tempo passato ad aspettare, occhi lucidi, come quasi dovesse, perennemente, scoppiare in un pianto di disperazione, o forse di liberazione.

Aveva mani grandi, nodose, che tradivano il lavoro che faceva, quasi di nascosto, per tenere vivo un vecchio oleandro rosa, che puntuale, per ringraziare, fioriva ad agosto, in ritardo, ma puntuale appunto.

Aveva ricordi ingombranti, che spezzavano il fiato a chi tentava di raccontarli, lo sapeva per esperienza. Per questo aveva smesso. Si era avvicinato a quella terra che più di tutte aveva immaginato come essere un buon posto per invecchiare, aveva preso casa alla fine della pineta, vicino alle saline. Dalla cucina vedeva il mare, appena dopo le case, ma non ne sentiva il rumore. Dal bagno vedeva l’autostrada, alla fine delle saline, ma non ne sentiva l’odore.

Aveva preso una bicicletta, ruggine e vernice rovinata. Teneva pulita la canna, avesse mai avuto occasione, si diceva, di portarci ancora qualcuno. Per il resto, si limitava a nasconderla, quasi fosse un tesoro, quando andava a fare il bagno di notte, o quando andava in paese, alla foce del fiume, per comprare del pane, pomodori, sale, basilico, latte e uova.

Elia, a chi chiedeva il suo nome, rispondeva dicendo di chiamarsi Elia. Andava bene ad entrambe le parti, visto che nessuno si era lamentato.

Non ricordava più come si chiamava.

Falso. Lo ricordava benissimo, semplicemente non voleva più sentirlo pronunciare.

Aveva trovato un lavoro, aggiustava le sedie di vimini dei ristoranti e dei bar.

Uno pensa che il vimini intrecciato sia qualcosa di inviolabile, come l’acciaio.

Senza sapere che esistono uomini che lo curano, come qualcosa di prezioso, quotidianamente.

Aveva trovato molte donne, aggiustando le sedie di vimini dei ristoranti e dei bar.

Uno pensa che i matrimoni siano più al sicuro nei paesi, inviolabili come l’acciaio, altro che le grandi città.

Senza sapere che esistono uomini che li curano, i matrimoni, rendendoli preziosi, nascosti tra le capanne dei pescatori, rubando mutandine tra i pini, mescolando baci alle spalle della spiaggia.

Era riuscito a scomparire, senza dover per forza sfidare la morte. Era un pensiero, quello di dover scomparire, e quello di poterlo fare solo morendo, che era nato in Asia. Terre senza confini, caldo, mosche, spezie, fiumi gialli e stagnanti, anime pellegrine, notti che sembrano giorni, rumori, e l’idea, strana di nascondersi.

Morire.

Morendo.

No.

Niente di stupefacente, doloroso, drammatico. Nessuna scenografia, nessun piano definito. Semplicemente togliere dei pezzi. Come pedine di dama.

Non tutti necessari.

Toglierli, lasciarli morire.

Rimanere solo.

Aveva passato anni, viaggiando, lasciandosi cullare dall’idea. Aveva vissuto interi anni, lasciando il germoglio del dubbio, innaffiandolo con la costanza del pensiero, vivendo insieme a tutti gli altri.

Poi aveva deciso di farlo.

Rendendosi conto che niente era davvero cambiato.

Semplicemente, alzandosi, aprendo le finestre, all’alba, osservando il sole spuntare dalle saline insieme agli aironi, ecco, semplicemente in quel momento, capendo di aver fatto la cosa giusta.

Potersi togliere lo sfizio di non ascoltare, che fossero vecchi che bestemmiano mentre giocano a carte, o uomini e donne distrutti dai problemi.

Potersi togliere lo sfizio di indossare, comunemente, vestiti blu.

Il colore del mare, degli occhi della donna che ama, del cielo.

Potersi togliere lo sfizio di lasciar passare le tempeste, che impetuose, passavano nella sua testa.

Elia, lo chiamavano.

 

 

 

Ridisegnare (E’ la scienza!)

A volte è un pensiero così leggero, che quasi ti viene voglia di cantarlo sottovoce, aprendo le finestre.

Ho lavato i vetri.

Per vedere meglio la luce, dico io.

Ogni singolo passo, ogni misero passo avanti, piccoli passi, intendiamoci, mi costa conseguenze inimmaginabili.

Allora mi siedo, sempre davanti alla finestra aperta. Ascolto il fresco del mattino, mi sveglio sempre prima, vado a letto sempre più tardi, coltivo occhiaie come solchi nella terra, fatti per seminare, solo che non so bene cosa stanno seminando i miei occhi.

Mi siedo, dicevo, e provo a capire.

Non pensavo fossero così noiosi da pulire i vetri. Eppure è un gesto così nobile. Trovo le pulizie, il pulire, il prendersi cura degli oggetti, un gesto nobile, un armonico intendersi tra te, corpo, viscere, cervello, carne, tendini, sangue, e gli oggetti, legno, acciaio, alluminio, ceramica, colla, intonaco.

Allora pulisco volentieri.

Ma elimino, ogni volta, qualche oggetto.

Butto via le cose inutili, e di colpo la lista delle cose utili diventa sottile, servivano fogli, memoria e inchiostro, serve sempre meno.

Ho un obbiettivo, fare che questa lista non occupi più dello spazio di un fazzoletto.

Ah, ho buttato anche i fazzoletti di stoffa.

Piango sempre meno, non mi servono i fazzoletti, non mi servono le spalle di donne misteriosamente consolatorie, non mi servono cuscini da stringere.

Cosa mi tiene, cosa diavolo mi lega?

Perchè i miei passi sono così lenti?

Perchè faccio così tanta fatica?

Ho anche imparato, mentre pulivo i vetri, a farmi le domande aspettando almeno di rispondermi. Insomma sono diventato educato con me stesso.

C’è una bellezza intima, piccola, domestica, come le fiamme delle candele, debole ma costante, nelle domande che aspettano risposte.

Sto diventando paziente.

Sto diventando uomo.

E’ dovuto succedere tutto. Tutto è successo.

Perchè io potessi vedere questa bellezza.

Potessi berne, dissetarmi.

Viverla.

 

Insomma, scrivo pochissimo, perchè quando dovrei scrivere mi trovo davanti alla finestra aperta e mi paralizzo.

 

Insomma, non tornerei indietro per niente al mondo. E porto con me sempre meno cose.

Ho smesso di difendermi.

Non vedo l’ora che questa aria fresca porti tutta la sua vita.

Ciao

Ancora, un’altra volta, nuovamente

C’è modo e modo, per uscire di scena. Una cosa a cui era stato educato, fin da piccolo, da sua madre, donna dal sorriso largo, gli occhi buoni, le labbra rosse ciliegia, le mani affusolate e i modi delicati di chi aveva semplicemente sbagliato secolo per nascere.

Cose che sua madre aveva desiderato insegnarli: toccare la terra con le mani, affondare le mani, rimestare la terra, prenderne due pugni e aggiungerla nei vasi di gerani e ai piedi dell’oleandro. Questo prima di Pasqua, alle prime avvisaglie di primavera. Annusare sopra la grande pentola, il minestrone, burro, olio, verdure tagliate a cubetti, acqua, rosmarino. Quel vapore caldo e avvolgente, che d’inverno sapeva di casa, buio, coperte, d’estate aveva invece il sapore della distrazione, un sapore strano, ma sempre di casa.  Suonare il pianoforte, appoggiando le dita, premendo i polpastrelli, ascoltando le scale, leggendo gli spartiti, immaginando di cantare, ma non cantare. Capire le persone, guardandole negli occhi, senza giudicare. Capire e giudicare sono due mestieri diversi. Chi giudica non è detto che capisca, mentre chi capisce può scegliere se giudicare o no. Libertà, l’intelligenza da sempre libertà. E uscire di scena, che fosse alzarsi da tavola dopo un pranzo, finire una partita di carte, lasciare la scuola, salutare i compagni di viaggio, abbandonare una casa, qualsiasi uscita di scena meritava il suo spettacolo.

Gli uomini che non sanno quello che fanno, diceva, non danno peso a come se ne vanno. Andarsene è molto più difficile che arrivare, lasciare è molto più difficile che prendere, abbandonare è molto più difficile che rimpiangere.

Ecco.

Una mano sul manubrio, gelido, della bicicletta marrone. Una mano che stringeva la sacca di tela, con dentro vestiti e cibo.

Una parola.

Meglio una parola in meno che una di troppo.

Diceva sempre lei.

Una parola.

Un sorriso.

E aveva iniziato a pedalare, staccando i piedi da terra.

Andando.

Partendo.

Partendo, in effetti, più che andando.

Solo che per partire, pensava, bisognerebbe sapere dove andare. Avere, perlomeno, un’idea di una destinazione. Immaginare un finale, un arrivo, una meta, qualcosa del genere.

Ecco, allora non era davvero partire. Era, in effetti, semplicemente, andare.

Ma lasciando qualcosa.

Cosa lasciava?

Lei era rimasta in piedi, con quel suo vestito a fiori, piccoli, giallo, arancione, nero, marrone, rosso. Colori, forti.

Lui andava.

Lei restava.

Ecco, questo era quanto.

Niente di più.

Che tipo di uomo sei, se fai una cosa del genere?

Il tipo di uomo che tiene tutto in una borsa di tela, vestiti, libri, cibo, una penna, un quaderno, quel profumo regalato, che ricordava Parigi.

Era andato.

Lei era rimasta.

Una parola, solamente una.

C’è modo e modo di andarsene, di uscire di scena.

Questa scena, era un palco che sembrava dovesse durare una vita.

A volte succede così. Sembra che le cose debbano durare una vita. Si pensa al futuro, a volte

Senza che serva a molto.

Una parola.

Aveva detto solamente una parola.

Che per dimestichezza con la nostalgia, aveva subito dimenticato.

Mi spiego meglio.

La nostalgia è la peggior nemica di chi ha paura.

E’ anche la miglior amante di chi non ha paura, la nostalgia, anzi, dovrebbe essere un sacrosanto diritto degli uomini che non hanno paura.

Per sicurezza, che non sempre si sa se si è forti abbastanza, aveva dimenticato.

Per evitare la nostalgia.

Ecco.

Questo era successo, in una sera di primavera.