Settembre

Racconto in settima maggiore
 
Io scrivo, scrivo come un matto. C’è chi urla, piange, ride, per rispondere alla vita. Io scrivo. Ho un blog, che ha quasi quattordici anni, scrivo per due riviste, per un sito, ho scritto testi musicali, ho provato a scrivere per il teatro, ho scritto racconti, articoli, un paio di saggi, due pubblicazioni universitarie, diari che poi perdo in giro. Scrivo, per farla breve, parecchio. Beh, era il 31 agosto, di qualche anno fa. E ho scritto. Sulla sabbia, in una spiaggia, al tramonto. Quel momento in cui tutti scrivono un nome, con l’alluce, aspettando che l’acqua cancelli la base delle lettere. Ecco, io ho scritto con il tallone, del piede sinistro, grosso e ben leggibile: basta!
Il punto esclamativo serviva eccome, e mi è costato parecchio tallone.
Avevo moltissime buone ragioni per scrivere basta!
Sono rimasto a guardare il mio piccolo capolavoro, le spalle al tramonto, fino a quando l’acqua lo ha trasformato in una pista di biglie rovinata.
Così, senza troppo rumore, il primo settembre è diventato il mio capodanno.
Ho messo la mia vita in lavatrice, programma intenso, ho guardato la ruota partire, con tutte le mie aspirazioni, i miei sogni, i miei progetti, dietro l’oblò.
Potevo non farlo. Eccome.
I valori non si scoloriscono, resistono, incredibile. Ma molto, moltissimo, si distrugge. E scopri che era superfluo. Molto che sembrava così fondamentale, si scolorisce, e smetti di farci affidamento. Moltissimo si rovina.
Restano poche cose.
Ho fallito talmente tante volte che potrei scrivere un saggio sui fallimenti. Ho imparato talmente tanto che quella lavatrice ogni tanto, spesso, la rifaccio.
E così, il primo settembre è diventato il mio capodanno.
Faccio festa da solo, perchè poi sono tutti presi malissimo. Rientrano in vite che andavano strette, e litigano con loro stessi al posto che cambiare vita, non è periodo per fare feste…
Questo settembre porterà talmente tante novità da farmi quasi, si dice per ridere, paura. Le ho volute tutte, le ho cercate, ci sono arrivato.
Prima sfidavo tutto e tutti. Era la mia rabbia che combatteva. Ho sempre perso, peraltro.
Poi è stato il momento della rassegnazione.
Non so bene come ci si arriva, ma ci si arriva. A un certo punto respiri, e accendi quella lavatrice.
Hai paura. Tutte le rivoluzioni fanno paura.
Non immagini nemmeno le conseguenze. Quella è una fortuna.
Non sapevo cosa avrebbe voluto dire, rinunciare a quei soldi.
Per fortuna, altrimenti non lo avrei fatto.
E nemmeno separarmi.
Nessuno, alla luce delle conseguenze, lo farebbe.
E niente, il mio capodanno è il primo settembre.
Adesso sulla sabbia scriverei: ciao!
O forse: ancora!
Grazie di esserci stati. Molti di voi sono stati un piacevole passatempo, alcuni fondamentali. Alcune di voi sono state stupendi errori, altre pessime scelte.
Grazie, siete stati un pubblico fantastico.
Cambio spettacolo.

Ri Torno

Ho scritto molto, sul  mio piccolo diario. E’ un investimento emotivo, il diario. Non a scriverlo, ma a rileggerlo.

Lo aprivo per scriverci sopra, e capitavo sulle pagine di Natale, di marzo, e rileggevo. E allora faticavo a scrivere.

Come se questa estate avessi vissuto molto del mio tempo, la gran parte, a rivivere un passato prossimo, ancora caldo, di cose che avevo, apparentemente, accantonato.

Ritornavo sulle mie emozioni, visitandole da turista smemorato, come mi fosse stato concesso, per un periodo limitato di tempo, di tornare indietro, ritornare appunto.

Allora mi sono chiesto a cosa servisse davvero, questo ritornare. E mi sono accorto che questa estate era il momento giusto per tornare qualche passo indietro, osservare, e poi ricominciare.

Sono ritornato, per tre mesi, in luoghi che avevo dimenticato.

E’ stato un viaggio bellissimo.

Si ritorna in posti già visti, in emozioni già vissute, su ricordi appena sbiaditi. Lo si fa per memoria, non si può riparare nulla di ciò che è stato rotto, non si può correggere nessuna rotta, è illusorio pensare di poter cambiare il futuro, figurarsi il passato, ma è un viaggio indispensabile.

A settembre riparto. Parto ancora. Nel senso che ricomincio, comincio ancora. Inizio una nuova cosa, in verità un sacco di nuove cose, pezzi nuovi di vita che aggiungo.

Ci sono due tipi di persone, quando si tratta di memoria emotiva. Chi accumula e chi pulisce.

Chi pulisce lo fa sistematicamente. Precisamente, consapevolmente. Prende pezzi di ricordi e li butta. Non per rabbia o per dolore, per necessità. Una stanza pulita, perfetta, nuova, aspetta le nuove emozioni.

Chi accumula assomiglia alle città che hanno un vissuto. Immagina Roma. Chi accumula lascia che le nuove emozioni si siedano su quelle vecchie, che le levighino, che le diano una forma. I resti del vecchio fanno da base al nuovo. Sembra tutto più grande, tutto più caotico, ma è solo questione di rovine.

Chi accumula non è meglio di chi pulisce, e viceversa. Sono due modi di vivere diversi.

Arriviamo tutti al momento in cui è finita. Ci arriviamo in modo diverso, due percorsi lontani.

La mia memoria assomiglia a Roma, alle grandi rovine imperiali, un passato glorioso, che fanno spazio alle nuove costruzioni. Ci si deve districare, c’è un traffico pazzesco, si potrebbe migliorare, ma è così. Così è da sempre. Mi piace camminare per Roma, perchè mi ricorda di quando cammino per i miei ricordi. Mi piace il monito silenzioso della decadenza romana, perchè è pur vero che il passato è importantissimo, ma ci vuole molto spazio per costruire il futuro.

Così sono ritornato sulle rovine di emozioni molto vecchie, ho camminato tra i resti di ricordi, ho riposato appoggiato ad alcune vivide immagini di anni fa.

Si vede che era questo che dovevo fare questa estate. Ho avuto pochissimo tempo per scrivere, ancora meno per leggere, ma ho avuto tantissimo tempo per pensare.

Mi sono accorto di due cose. La prima è più semplice, da spiegare e da spiegarsi. Sono il genere d’uomo che non ha paura del futuro ma ha paura del passato. Per questo, a volte, scappo dal passato. Sono scappato, per usare un passato corretto parlando di passato.

E non ho bisogno di una musa.

E’ successo così.

E’ troppo lungo da spiegare. Non ne ho i mezzi.

Ne la voglia.

Ne, forse, la capacità.

Ritorno sui ricordi.

Questo sto facendo.

E’ una cosa che consiglio a tutti. Rileggersi prima di proclamarsi al grande pubblico.

Insomma, sono felice di avere un diario, di averlo portato a spasso per quattro mari diversi, di averlo quasi perso, di averlo ritrovato.

Sono felice anche senza il diario, a dire il vero.

Ecco.

 

I miei errori più belli (tranne te)

Confessa, arrivi a un punto in cui non riesci più a capire se in questa vita ti sei autoinvitato oppure hai risposto a una chiamata.

Confessa, a volte la guardi, lo guardi, e ti accorgi che hai davanti una condanna, che ti gira per casa. Non ti senti in prigione, ti senti ancora peggio, sei giudice e complice, e la tua condanna ha una fede al dito, l’hai messa tu.

Confessa, a volte ti fa un piacere enorme avere ragione, anche quando discuti di cazzate talmente grosse che un tuo io di qualche anno prima, tu ancora giovane insomma, si sarebbe vergognato anche solo di aprire la bocca.

Confessa, a volte eviti di pensare, perchè se ci pensi davvero, c’è il pericolo di morirci sopra, alla consapevolezza. Come una lastra di marmo, una specie di lapide orizzontale su cui appoggiare sogni e verità, e morirci.

Si vede.

Ecco, te lo volevo dire. Si vedono tutti, i tuoi fallimenti. Sotto gli occhi, come rughe. E pensa che io non sono nemmeno tanto bravo, o forse sono bravissimo ma non ho più voglia di guardare la gente fallire, morire ogni giorno, provare sempre la stessa vita, chiamarla piano B, soffocare emozioni, prendere gastroprotettori e benzodiazepine.

Si vede, l’odio per tuo marito. Lo sconforto per la tua fidanzata.

Si vede, il disprezzo per il lavoro, la delusione di chi aveva creduto in un futuro fin troppo perfetto per essere vero.

Si vede, l’attenzione di un cane, scodinzolare dietro a link, con il guinzaglio della rete che si accorcia ogni giorno, le tue foto della serata più bella che diventano un manifesto di solitudine, si vede tutto da quella foto.

Fottuta libertà. A provare a prenderla, ci si brucia le mani e la forza di volontà, e come piccoli tronchi di oleandro sull’autostrada sotto il sole, ci si piega. E ci si ritrova a guardare il traffico della vita, impotenti. Decorativi, perchè si diventa decorativi, come un bel vaso, un quadro, un oleandro sulla A4.

Cazzo, è cinque anni che ho iniziato a dire no. Ne vale la pena? Ci sono momenti che ci pensi davvero, se ne vale la pena. Ti trovi solo, in una stanza piena, senti paura mentre tutti ridono, scrivi quaderni interi di dubbi e di domande in un mondo di gente che vive di certezze formato filmato Montemagno. Vivono per metà il loro fallimento e per metà il successo di un altro, e tu ti senti strano.

Cinque anni che mangio questo piatto, che un DJ fa girare a ritmo serrato, mangio musica amara. Mangio dal piatto di un altro, mi verrebbe da dire.

Un passo alla volta, continuano a dirmi, e io continuo a fare due passi falsi alla volta.

Una danza, dicono. Sembra che balli sui casini. Io evito carboni ardenti con piedi nudi cotti dal cammino.

Eppure, ecco, mi siedo.

Vi guardo, io resto seduto, voi camminate. Mi sento spesso solo. Non superiore, idiota, non confonderti. Non sono superiore a nessuno. Sono consapevole. E mi sento solo.

Perchè per la libertà ho scelto le cose più difficili. Perchè per la libertà ho preso le strade più buie.

E lo continuo a fare.

Confessa, ti faccio tenerezza.

Lo so.

E’ l’effetto che faccio.

Confessa. Ti senti diverso, più fortunato. Attaccato al tuo mediocre fallimento quotidiano.

Ho perso capelli, soldati caduti sul fronte della nevrosi. Ho preso pillole, ma poi ho preferito vino. Ho perso intere notti, sveglio paralizzato, immobile, a fatica si respira.

Eppure sono qui.

Per la libertà ho scelto di mandare tutto a puttane.

I miei errori più belli li ho fatti così.

E oggi ancora, seduto, guardavo la gente davanti al lago. E pensavo: io ho scelto ancora di cambiare.

Non è una gara con voi.

E’ un bisogno.

Confessa, ti farò ancora più tenerezza.

Io amo. Non ho tempo per sopravvivere. Dicono che chi ama davvero brucia. Io brucio da un pezzo, buon segno.

Ho scelto ancora di cambiare. Stavo appena riprendendo il timone, sbandato dopo una tempesta tra le più forti. E ho scelto di cambiare.

Confessa, ti faccio tenerezza.

Io quando ti vedo mi sento solo.

Non superiore, idiota. Solo.

 

 

 

 

La Fica Saltellante

Gerry sudava, copiosamente, dalla fronte, dal collo, dal petto, dalle ascelle, anche dal culo, a dirla tutta.

Era a cinque metri dal palco, sulla sinistra, in un’area riservata tenuta vuota da due buttafuori tutti vestiti di nero, con grandi tatuaggi per grandi braccia. Due luoghi comuni lucidi di sudore e abbronzatura fai da te.

Nell’area riservata di solito ci stanno le fidanzate della band, il produttore, qualche amico e i giornalisti.

Giornalisti ce ne erano tre. I soliti. Ormai nessuno scriveva più di band punk. I pochi che lo facevano erano nostalgici quarantenni, calvi e con gli occhiali.

Amici non ce ne erano. E nemmeno fidanzate.

Questo più comprensibile visto che La Fica Saltellante era un duo di ragazze, una suonava la chitarra e l’altra cantava. Una era bella da togliere il fiato, con un corpo avvolto in una maglietta nera dei Ramones, jeans attillati e piedi nudi. Cantava benissimo, quasi ferma, senza mai guardare il pubblico. La seconda era più brutta, meno appariscente, più in carne, e decisamente più sudata. Suonava la chitarra e un sintetizzatore.

Il risultato erano dei pezzi belli, carini, facili, di una specie di punk acustico che era una bella sensazione.

Gerry sudava, restando immobile, perchè voleva capirci qualcosa. Di questo duo, di questa coppia, di cui tutti parlavano.

Gerry faceva il produttore. Lo aveva sempre fatto. Il punk era lo stagno dove pescava i suoi pesci. Uno stagno sempre meno popolato, sempre più strano, sempre meno affascinante.

Una novità come quelle due ragazze era da tenere in conto. Potevano essere, loro, quella scossa di cui tutti avevano bisogno.

Gerry aveva prodotto tutte le principali band punk della penisola, chi aveva avuto un senso era passato da lui, a Milano, nel piccolo studio di registrazione ricavato in una mansarda al confine con Garibaldi. Zona di aperitivi, cravatte, moda. E punk.

Le ragazze avevano appena finito di suonare, due dei tre giornalisti si erano avvicinati. Più per provarci, pensava Gerry. Maiali viscidi. E anche inutili.

Lui aspettava, sempre fermo, sempre più sudato.

Una delle due era uscita, con decisione, dalla sala, l’altra stava con la chitarra in mano a parlare con un giornalista.

Gerry uscì, nel giardino davanti al locale.

Periferia nord di Milano, vialoni, case popolari, alberi e disagio. Notte, luglio, caldo, zanzare, umidità.

La ragazza fumava guardando un tavolino con degli egiziani seduti a bere birra.

  • te lo avranno chiesto mille volte: ma che cazzo di nome è La Fica Saltellante?

Lei si era girata, guardandolo e aspirando dalla sigaretta. Era proprio bella, forse venticinque anni, piccola, e terribilmente sexy in quella maglietta dei Ramones.

  • si. Me lo chiedono tutti. Di solito per provarci. E’ l’inizio della fine. Io di solito rispondo che ho un fidanzato. E che se vogliono il mio fidanzato può spiegare il nome.
  • Ma non vedo nessuno con te, stasera.
  • Perchè sono sola.
  • Bene. Allora rispondimi
  • Comunque ho un fidanzato e non ho nessuna voglia di uscire con te.
  • Nemmeno io. Sono troppo vecchio. Ma voglio produrre la tua band, fare un disco serio, e provare a fare un tour che non tocchi per forza tutte le bettole di periferia delle grandi città.
  • Chi sei?
  • Gerry Moldini.
  • E chi cazzo sarebbe?
  • Io.
  • Chi sei nel senso di che lavoro fai, intendevo.
  • Produttore.
  • Nessuno produce più musica punk.
  • Vero. Tranne il sottoscritto.

La ragazza sembrava incuriosita. Aveva spento la sigaretta e si era messa a braccia conserte davanti a Gerry.

  • Cristina
  • Gerry
  • lo sapevo già
  • la tua socia come si chiama?
  • Giulia.
  • Bene. Se vuoi la aspettiamo.
  • Non credo arrivi tanto presto. Tende a farsi tutti i giornalisti che incontriamo.
  • Non credo che serva a molto per la vostra band…
  • Ah, nemmeno io. Ma serve a lei.
  • Beh, punterei su un produttore piuttosto
  • Non ne conoscevamo
  • Fino ad ora.

Gerry prese un biglietto da visita e lo diede a Cristina. Aveva anche mani piccole ed affusolate.

  • chiamatemi quando avete finito
  • per provarci con un produttore?
  • nah, per fare un disco

 

To Be Continued…

Non me lo aspettavo così – figli e padri

Il Piccolo cresce, si direbbe vertiginosamente. Supera, in altezza, gli amici un anno più grandi e in intelligenza buona parte dei suoi compagni. Ha le costole a vista, magro come se non mangiasse mai, la schiena dritta e le scapole fuori, segno di una altezza venuta troppo presto. Ha le mani di un bimbo, che fanno cose da bimbo, e il naso ancora non pronunciato. La voce cambia, di giorno in giorno, ma non te ne accorgi, se non riguardando vecchi video. Ha i piedi lunghi, come i miei, le ginocchia perennemente sbucciate, le gambe muscolose. La testa è grande, per questo raccoglie tutti quei pensieri che lo fanno rimanere spesso in silenzio. Gli occhi vivaci al mattino e stanchi la sera, come quelli di tutti i bambini d’estate. La pelle odora ancora di bambino, qualche pelo spunta sulle gambe, ma si vede che è l’inizio di una cosa che arriverà con il tempo.

Cresce il suo corpo, è un corpo bello e forte, lo porterà in giro senza grossi problemi, si direbbe.

Cresce la sua anima, trova sempre più spazio nel corpo e nel mondo. Prende le misure, la sua anima, con gli amori del padre e della madre, con il disordine della scuola, con l’ordine delle case, due, la fortuna dei figli separati è di avere due case. Una è un rifugio dell’altra. In una si tengono i sogni, nell’altra i giochi. Due letti, per gli stessi sogni, due televisioni, per gli stessi cartoni, due vite, parallele, scandite da ritmi che, per fortuna, sono ragionevoli. Lo spazio è l’unico vantaggio della separazione, per un bambino. Raddoppia, e aiuta a superare la paura che si dimezzi l’amore. La matematica della separazione è una scienza difficile e approssimativa. La fisica della separazione raddoppia gli spazi da riempire.

A volte chiede, sempre più timidamente, che sua madre e suo padre tornino insieme. E’ un sogno sempre più debole, un ricordo sempre più spento, un desiderio che si sta arrendendo alla vita. Ma lo chiede.

A volte chiede, sempre meno timidamente, di essere lasciato solo. Si siede sul pavimento, incrocia le gambe, e gioca da solo.

Preoccupiamoci, mi diceva una voce, la voce che tutti i padri hanno nella testa, che urla appena il figlio non sorride, che urla appena il figlio non fa le cose che ti aspetteresti. E’ la voce dell’egoismo, che sogna per gli altri una vita simile alla tua. Stupida la voce, stupide le orecchie che la ascoltano.

Invece no. Non mi preoccupo. Anzi. Lascio che questi silenzi, queste pause, mi entrino nel cuore, e mi facciano ragionare. Il silenzio di un bambino.

A volte ride, la risata di un bambino. Ride per le cose belle, divertenti, per un film, per un ricordo, per una battuta, per suo padre che cade. Ride di un riso contagioso, pieno. Cado apposta, lo ammetto, solo per sentire quella risata. E’ una complicità segreta che mi ha dato mio padre, uomo serio e buono, che sa farmi ridere tantissimo.

A volte piange. Per stanchezza, quasi sempre. Si stanca della vita, della rabbia, della noia, e piange. Il pianto stanco fa grandi lacrimoni.

Siamo due maschi. Siamo due maschi fatti uguali, padre e figlio. Non fatti benissimo, a dire il vero. E ci osserviamo. Ci guardiamo con curiosità, ci prendiamo le misure, ci tocchiamo. Sarà una grande storia, la nostra, del prenderci le misure e del provare a oltrepassarle. Lo si vede già adesso.

Colpa mia, che vivo la vita sfidandone i limiti, da quando ero bambino. Colpa sua, che in una volta sola ha ereditato i grandi piedi, il sorriso, e la testa.

Dura, dice suo nonno, che è il capostipite di queste nostre teste.

Per mio figlio ho inventato una vita intera, buttando via quella che avevo prima, ho lasciato che lui ne disegnasse i confini, li proteggo gelosamente, ho fatto insieme a lui un progetto, per andare insieme verso un punto, che resta sempre un po’ oltre a dove siamo arrivati.

Ci andiamo ancora per mano, anche se, giorno dopo giorno, la mano del padre è sempre meno cercata. Anzi, davanti agli altri, agli amici, è meglio non offrirla, la mano. Che lascia imbarazzo.

Mi abitua, giorno dopo giorno, a un amore in cui lui detta le regole e io i confini. A volte le regole e i confini non vanno bene insieme, allora una piccola guerra, incendio veloce negli occhi e nella voce, scoppia violenta.

E’ l’amore più grande, se guardi i confini, che abbia mai vissuto. E ogni guerra lo rende più grande, ne disegna nuovi confini.

Per questo lascio che a vincere queste guerre sia sempre lui. Io mi limito a osservare, il mio orgoglio, la mia vita, i miei ritmi, sgretolarsi come torri di un castello che, a dirla tutta, era quasi inutile costruire.

Mi piace lasciare che scopra da solo le cose. Le cose belle, che poi si trasformano in un racconto stupendo. E’ bello sedersi, e stare ad ascoltare un bambino che racconta una cosa che credevi di conoscere perfettamente. Invece è tutto nuovo.

Le cose brutte, il dolore, la sofferenza, la morte, il rifiuto, l’amore dei grandi, che è spigoloso e difficile da capire se sei grande, figurarsi se sei piccolo. Mi limito ad esserci, a stare dietro di lui, a portata di abbraccio. Le mie misure sono queste. Le distanze si misurano in abbracci e la presenza non si misura in ore ma in sorrisi.

Mi chiede di spiegargli le cose. Tutto. E’ lecito chiederlo. Ci si aspetta da un padre, l’amore spiegato al mondo e il mondo spiegato con amore.

A spiegare le cose a un bambino, a volte, le capisci meglio anche tu. E’ una sorpresa, ritrovarsi a capire la vita un po’ meglio, grazie agli occhi di un bambino.

Lo affascinano le misure, la matematica dei numeri e quella degli oggetti. Niente di più lontano da me, che adoro la fisica delle parole, la metrica della punteggiatura e il ritmo delle frasi.

Allora io faccio i conti con il mio non saper fare i conti, una fatica enorme.

Leggiamo insieme, i libri sono un mondo che sta scoprendo, mi fa felice.

Parliamo di Dio, c’è un grande bisogno di Dio nel mondo, e un grande bisogno di portarcelo facendo cose e non parlando.

Parliamo anche di viaggi e di sogni.

Non sa cosa vorrebbe fare da grande. E chiede a me, cosa volevo fare alla sua età.

Il tramviere, rispondo.

Lui ride.

Il tramviere del 9 o del 29.

Che fa il giro della città.

Poi sono finito a fare altro.

Per questo, gli dico, non è fondamentale che tu lo sappia già adesso, cosa vuoi fare. Basta che, a un certo punto, tu ti accorga di non esser padrone del mondo e del destino, tuo e di chi ti sta vicino.

Lui ride, le cose profonde lo fanno ridere.

Io rido. Le cose che fanno ridere un figlio, fanno ridere anche un padre.

Non me lo aspettavo così.

 

 

Me lo dicevi anche tu

Arriviamo con il caldo di mezzogiorno, il sole e un cielo azzurro infinito.

Un ronzio corale, un rumore di sottofondo largo e avvolgente. Api, migliaia di api.

Non avevo mai visto un campo di lavanda. La collina ricoperta di viola e verde, la terra durissima, spighe di grano clandestine, un profumo incredibile, l’aria calda piena del profumo di mia nonna, Laura.

Resto in piedi, sotto al sole, vicino alle piante, guardando le api. Mi viene in mente la penombra della cucina e della sala, le tapparelle tirate giù a metà, a proteggere la casa dall’estate. L’odore di pancotto, e di lavanda, ovunque. La televisione in bianco e nero, la tavola apparecchiata, e la Nonna.

Io piccolo, forse dieci anni, l’inizio di una estate di quelle che sembrano infinite, seduto a tavola che aspetto.

Parlava poco, la nonna, e sorrideva sempre. Ricordo la voce acuta, il dialetto serrato, gli scherzi di mio padre, mio padre che rideva, la nonna che rideva. Mi sembrava la gioia potesse essere qualcosa così. Niente di più.

Seduto a tavola, la sentivo armeggiare in cucina. Mi sono alzato, e sono andato a tuffare le guance dentro al grembiule blu.

La lavanda.

La lavanda per me è il passato e più dolce.

Mia mamma che metteva i sacchettini di lino nei cassetti, i miei maglioni che sapevano di lavanda, io che li annusavo durante i compiti in classe.

Ritorno dove sono.

Alzo lo sguardo, pensando che ci sono storie che dovrei scrivere, per esempio quella della lavanda.

Per esempio quella dei ricordi dolci, gli uomini che si scassano vivendo, come orologi cinesi, e i ricordi che li aggiustano un po’, giusto per continuare ad andare avanti.

Ti amo, dico sottovoce, guardandola mentre fa le foto alla lavanda.

Sorride e viene a darmi un bacio.

Ti amo è riduttivo, dovrei dire. Tu sei una sfida, una corrida, un palio, un campionato, tu sei tutta una serie di cose che non immagini nemmeno e che io nemmeno riesco a spiegare.

Come in tutti i campionati, come tutte le corride, scommettono su di noi.

Facile, scommettere su una partita così, da fuori.

Sorrido, la accarezzo, e guardo la lavanda.

Io scommetterei su di noi, penso. Lo ho fatto. Sei la mia più grande scommessa.

Accarezzo una pianta.

Sorrido, stare dentro quel grembiule era davvero facile.

Arrivederci (tranquillo)

Non so come, ma sono finito ad aprire il secondo cassetto del comodino e a guardarci dentro. Cercavo, forse, qualcosa. È un cassetto contenitivo. In ogni casa ce ne è uno. Serve ad accumulare cose, misteriosamente ritenute necessarie, fino all’esplosione. Poi si apre, di solito una domenica di novembre, quando ti viene voglia di pulire la vita, e si svuota. Quasi tutto, tutto quello che sembrava indispensabile, viene buttato.

E ho trovato un quaderno, nero, piccolo, con scritte solo domande. Ogni pagina una data e una domanda. Ho passato un periodo abbastanza lungo della mia vita a farmi domande. Le scrivevo.

Era, forse, un modo per rimuovere il dolore, di cancellare la paura, di avere più sicurezza. Non lo so, davvero, perché ho iniziato un quaderno di domande.

No.

Non ho ancora risposte. Alla maggior parte delle domande che mi sono scritto, non ho ancora trovato risposta.

Non mi spaventa, anzi provo quasi sollievo. Avessi le risposte che cerco, che ho cercato, sarei annoiato.

Sono domande belle, rotonde, profonde, dei pozzi per l’anima.

Poi mi sono trovato a fare la borsa per il mare.

Mettere sempre meno cose, avere sempre meno bisogno di cose.

Poi mi sono trovato in un parcheggio, sotto grandi Pini marittimi, assordato dalle cicale, avvolto dal caldo afoso, accerchiato dalla gente.

Il mare.

Mi ricordo di un viaggio a Ponente, era Pasqua, una Pasqua bassa di almeno una decina di anni fa. Sicuramente di più.

La spiaggia deserta, il freddo, e l’illusione di trovare risposte nel mare.

Viaggiare fino al mare covando la segreta speranza di arrivare e trovare risposte. Era una delle mie più docili debolezze, quella di cercare risposte nei posti, nelle persone.

Ci credevo.

Imbraccio lo zaino, ho deciso di camminare, con lo zaino pieno. Porto poche cose. L’indispensabile.

Ma è pieno.

Cammino seguendo la linea dei faraglioni, secoli di calcare, sabbia, ciottoli, rosmarino, pini, cicale.

L’odore del mare e del sudore, i piedi che scivolano.

La sensazione di non essere indispensabile al mondo.

Mi era già venuta, una volta, la prima volta che, seduto nella metro di New York, ho avuto l’idea di essermi perso. E di non essere indispensabile.

Una leggerezza stupenda.

Accarezzo la testa della donna che mi accompagna. È stanca. Ciondola insicura, sul sentiero che scende verso il mare.

È la donna più bella che mi abbia mai accompagnato. Per come mi accompagna. Per come evita di aspettarmi. Per come si fa inseguire.

Assomiglia alla nostra vita, questo sentiero. È difficile, scivoloso, adesso è anche scomodo.

Succede, quando la destinazione è un posto meraviglioso, che si debba fare fatica.

La tengo per mano. Io non sono bravo ad amare. Non lo sono mai stato. Mai.

Eppure tenerla per mano, accompagnarla, è la cosa che mi viene più naturale.

L’ultimo pezzo del sentiero è un incubo di sassi, lastre di roccia, aghi di pino. Ci superano tutti.

Coppie di turisti, come noi, gruppi di ragazzi.

Scendono sicuri, un passo invidiabile.

Io non voglio arrivare primo.

Non ho fretta.

Voglio arrivare. So dove voglio arrivare. E con chi.

Ecco, su quel quaderno nero c’è una domanda, in una delle prime pagine. Anno 2009.

Perché non sono capace di amare?

Che è posta male.

Amo tantissimo. Ho amato tantissimo.

A volte male.

Non ho la risposta.

Non cerco risposte.

Ho una destinazione. Ho, per la prima volta, una compagna.

Inaspettata, se volete.

Una compagna, su questo sentiero, in cui non abbiamo fretta e traballiamo come se fossimo lì per ballare la musica delle cicale. Un ballo tutto nostro, il catalogo delle nostre insicurezze, la fiera delle nostre debolezze, uno spettacolo pirotecnico di difetti. Un sentiero davvero difficile, se ce lo dicevano prima, ci portavamo le scarpe giuste.

Nella vita non ho mai le scarpe giuste.

Lei ne ha un sacco di scarpe. Adoro i suoi zoccoli nuovi, sanno di mare e di dolcezza.

Ma qui servivano scarponi da montagna.

Pazienza, rallentiamo.

Insieme. Così facciamo, noi, da quando ci siamo incontrati.

L’idea è questa. Io risposte non ne ho ancora, e il quaderno lo ho buttato nel cestino di una fermata dell’autobus. Era inutile tenerlo, come la maggior parte delle cose che ci sono in quel cassetto.

Però ho un sentiero su cui andare.

E, quando è difficile, quando diventa ripido, quando è sconfortante, rallento, e ascolto le cicale.

Arrivo.

La guardo. La bacio.

Siamo arrivati, le dico.

Che bello, mi risponde.

Succederà ancora, che arriviamo. Noi arriveremo.

Le dico.

Ma non capisce.