Calzini, portoni e Gin Tonic

Calzini (primo tempo) 

Certezze. Uno a quindici anni ha bisogno di certezze. Mettere in fila le certezze, come soldatini, davanti alla vita. Sedersi e guardare la vita dicendo: e adesso che cazzo vuoi? La prima, inossidabile: i calzini di spugna bianchi che ogni santissimo Natale la Zia Matelda mi regalava. Cinque paia. Dall’America. La zia insegnava inglese all’università. E viaggiava. Andava in Scozia e in America, a trovare le sue amiche. Tornava sempre con un pacchetto di calze di spugna, splendidamente bianche, morbide, accoglienti, per me. A volerle mettere in fila, le certezze, avrei messo per prime le mie calze bianche. Così stupendamente inadeguate, banali, drasticamente poco eleganti, ma tutte cose che non sapevo. Adoravo aprire il pacchetto, e trovare le stesse calze tutti gli anni. Certezze, cazzo. Il mondo, a quindici anni è già così fottutamente difficile. RockFm, il basket, le calze di spugna, la crostata di Pannarello. Poche, salde, certezze. E le calze bianche sono state la prima grande barriera che lei, dopo il pomeriggio nel carrello, ha distrutto.

Il primo appuntamento è finito che io la portavo in giro, in una domenica pomeriggio di sole, dentro a un carrello dell’Esselunga in una Milano deserta. Come se stessimo per evadere da Alcatraz, ci sembrava di aver fatto una cosa enorme a rubare quel carrello e andarci in giro. Ovviamente eravamo io, il carrello, lei e le mie calze bianche. Al tempo adoravo associarle alle Reebook Pump da basket, con la piccola palla da basket sulla linguetta, che schiacciavi e si gonfiava. Una enormità tecnologica che mi permetteva di giocare a basket molto meglio, e di essere tremendamente orgoglioso delle mie scarpe.

Non ci siamo baciati subito. Quando sei giovane non hai fretta, non hai paura, non hai rimpianti. Preferisci portarla in giro in un carrello, vederla ridere, sfidare le persone. Sentirti grande.

Il primo bacio non era il primo bacio per nessuno dei due. La seconda volta è molto più facile. Ma siamo rimasti a provarlo per ore. Se dovessi riassumere i nostri primi due mesi, potrei dire che si trattava di un vero e proprio tentativo di strappare i muscoli della lingua e di infiammare le labbra.

Ci siamo baciati per un tempo infinito. Ed era una cosa complicatissima, perchè era malizia, ma troppo annacquata, desiderio, scoperta. Per anni ho creduto che nessuna donna avrebbe mai potuto baciarmi come lei. Provavo. Ma ero sicuro che niente sarebbe stato come un suo bacio.

Dopo, dopo quel bacio, la mia vita è cambiata. Lentamente, inesorabilmente, stupendamente. Vivevo per lei, letteralmente. Ho iniziato ad entrare a scuola tardi, per poterla accompagnare, e poi scappare al metrò, correndo con la cartella che rimbalzava sulla schiena e un sorriso ebete stampato. Ho iniziato a passare le ore di matematica a fare misteriose prove di graffiti sui fogli a quadretti. Scrivendo ti amo, centinaia di volte. Era fondamentale farlo, perchè era una conferma della verità, senza la quale la verità stessa non sarebbe mai accaduta. Bisogna scriverlo, scriverselo di continuo, dirselo, ripeterselo, sussurrarlo, urlarlo. Di continuo. Se no, non succede. Forse è questo che perdiamo da adulti: la dedizione totale. Il rapimento delle anime, che finiscono risucchiate in un vortice di lettere, bigliettini, poster, graffiti.

Mi aveva chiesto due cose: di andare a prenderla al pomeriggio per camminare insieme e di smetterla con i calzini bianchi. Che tutto il mondo vestiva calzini blu.

Era finita così, senza discussioni, con il mio aspettarla sotto casa, al pomeriggio, pronto per portarla su una panchina nuova, a baciarci, con le mie nuove calze blu di cotone.

Panchine, a dire il vero, che oggi guardo ridendo. Le ho passate tutte.

Ci vollero due mesi per affrontare l’argomento tette. Erano grandi, morbidissime, diverse, calde, incredibili, accoglienti. Un mondo intero, sotto i capezzoli. Ovviamente divennero, per anni, le migliori tette del mondo. Le toccavo con rispetto, dedizione e un incredibile movimento ormonale. Quel calore, quel profumo, CK One spalmato con dovizia, avrei poi scoperto, quella sensazione, erano cose devastanti per i miei ormoni. Tornavo a casa distrutto. Toccarle le tette, da sotto il maglione, mi sembrava la migliore delle avventure, la cosa più saggia da fare, l’unica vera rivoluzione. Avevo quasi messo in discussione Mao e i suoi libri, per le tette. Mi ritrovavo a messa la domenica con dei sensi di colpa che occupavano due panche, come andare a messa con i parenti. Andavo a fare la comunione a testa bassa, come se avessi appena ucciso il vicino di casa. Poi ho smesso anche di andare a messa, per via dei sensi di colpa. Il peccato di chi non ha peccato è proprio quello di credere di averne uno.

Una sera, riportandola a casa, le ho chiesto: ti piace?

Dieci anni più tardi avrei chiesto: scopiamo?

Ma non lo sapevo ancora dire. Non era necessario, saperlo dire.

Ti piace?

E’ così che siamo finiti sotto il portone, anzi dentro l’androne.

 

Portoni (intervallo) 

Finivamo dentro il suo androne. O dentro il mio. O dentro un qualsiasi portone che fosse aperto. Uno schiacciato all’altro, completamente vestiti. Ci baciavamo. Le toccavo le tette. Era più un movimento rotatorio costante che qualcosa di erotico. Le devo delle scuse, forse. Per eccessiva sollecitazione. Ma per me era una roba totale, un labirinto sensoriale, un tilt emotivo. Restavamo dentro questi androni, freddi, contro i muri, al buio. E se entrava qualcuno, ci staccavamo per un momento, sicuri che nessuno avrebbe capito. Orgasmi complessi, lo ammetto. Deliranti.

Ogni portone era nostro, ogni androne, ogni scala.

I mesi passavano, un bottone al mese i jeans si slacciavano. Una roba costante, metodica, temporizzata. Perchè non hai fretta quando sei sicuro di avere tutta la vita davanti. Ci spogliavamo lentamente, pubblicamente, senza paura, insieme.  Alla fine ci ritrovavamo nudi, o quasi, schiacciati contro le pareti.

Portavamo il nostro segreto in giro con noi. Il nostro amore era maturo, completo, infinito. Sarebbe durato fino alla fine del mondo, niente avrebbe potuto distruggerlo. Era l’amore di tutta una vita, non importa fosse il primo, delicatissimo, innamoramento. Era per sempre. Guai a dirlo, che fosse mia madre o suo padre, che invece era una cosa normale. La nostra storia, la nostra vita, era unica, speciale.

Arrivarono i cellulari, la Omnitel, gli squilli. Tutto stava cambiando, e avevamo più tempo per noi. E per i portoni.

Poi per i pavimenti.

Poi per i  soggiorni vuoti.

Le stanze dei fratelli.

Come se schifassimo i letti. Non so per quale ragione. Forse per un senso di colpa strano, ridicolo. Evitavamo i letti. Artisti di queste improvvisazioni scomode, in cui ci spogliavamo con una lentezza enorme, infinita.

Fu lei a partire per prima da sola. Per Londra.

Allora ho iniziato ad odiare Londra. La odio ancora oggi.

Forse un po’ per questo, o forse perchè è una città di merda. Non lo capirò mai. Non sono oggettivo, con Londra.

Lei per Londra io per la Liguria. La nostra prima volta. Lei a Londra con un tizio conosciuto lì, io in Liguria con una ragazza conosciuta in spiaggia.

Meglio Londra, lo dico per i granelli di sabbia nelle mutande. Brucia, cazzo, sia la sabbia sia il tradimento.  Ci siamo ritrovati al suo ritorno. E abbiamo fatto la nostra prima volta. In un letto.

La mia seconda volta, la sua seconda volta. La seconda volta è molto più facile. Il buio, le coperte spostate, l’odore di chiuso, il preservativo. Era tutto sbagliato. Tutto.

Non è stato bellissimo, come ti raccontano. E’ stato strano. Strano, a diciotto anni è una cosa brutta. Diciotto anni è l’età dell’assoluto. Bellissimo o bruttissimo. Strano è quasi peggio di bruttissimo. Ho solo un rimpianto, su mio padre. Che non mi ha mai insegnato a leggere. Le emozioni. A dare un nome alle sensazioni. Strano. Era stato strano.

Da Londra era tornata che non beveva più birra. Voleva bere cose nuove.

Io dalla Liguria ero tornato come prima. Con uno zaino di sensi di colpa pesantissimo e una plateale figura di merda, e due etti di sabbia nelle mutande. Ma come prima. Con una prima volta da dimenticare in fretta.

Ci vollero due mesi buoni per tornare ad essere noi. L’amore infinito, quello di una vita. Io, lei, i miei calzini di cotone blu, i nostri due cellulari, il motorino, i sorrisi, la sua voglia di bere cose strane che non fossero birra, le ricerche dell’università, i tempi morti e i silenzi, le cene fuori vestiti eleganti, e Giorgio.

Gin Tonic (secondo tempo) 

Aveva iniziato con il cuba libre, per poi provare il gin tonic. Mi sembrava così strano. Quasi volesse, bevendo cose nuove, provare cose nuove. Non mi fidavo dei baristi. Non mi fido nemmeno oggi. Ci vedevamo meno, io lavoravo e studiavo, lei studiava e correva dalle amiche. Mi aveva nominato Giorgio. Era un compagno. Veniva da una scuola diversa. Le cose andavano. Era l’amore della vita, le cose dovevano andare per forza.

Poi Giorgio aveva iniziato a studiare con lei. E studiavano tanto. E io ero molto impegnato. Avevamo messo in piedi un circolo, in Brera, in uno stanzone abbandonato, per parlare di rivoluzioni e robe così. Eravamo tanti, alcuni oggi ci sono ancora. Parlavamo di rivoluzione e di amore. Seduti in cerchio. Anna mi sorrideva sempre, quando veniva al circolo. E mi adorava quando parlavo della rivoluzione ungherese. Ero bravo a parlare di rivoluzioni. Mi piaceva studiare le rivoluzioni. Mi piace farle, oggi, forse per questo.

Anna mi diceva sempre che ero sprecato con lei. Sorridendo, con i suoi occhi azzurri e i capelli neri.

Per questo ho smesso di frequentare Anna.

Noi duri e puri non possiamo accettare compromessi. E nemmeno giudizi. E nemmeno la verità.

Un giorno ho trovato il motorino di Giorgio sotto casa sua. E mi sono messo ad aspettare, senza citofonare. Era il 18 aprile, venerdì.

Sabato si sarebbe andati a votare. Era importante, votare.

Erano usciti dal portone, lei e Giorgio, e si erano baciati. Abbracciandosi.

E io ero rimasto lì.

Fermo, paralizzato. Respiravo a malapena. Certezze, cazzo, anche a vent’anni uno ha bisogno di certezze. L’amore, ad esempio. L’amore è una bella certezza. Ridi di quando eri piccolo e pensavi che i calzini di spugna fossero una certezza. Quelle sono cazzate. L’amore no. L’amore è una certezza. Per questo, forse, lo lasci un po’ andare, lo trascuri, perchè ti fidi.

Non riuscivo a fare niente. E nessuno se ne è accorto. Ne lei, rientrata in casa dopo il bacio, ne Giorgio, salito su uno di quei motorini piccolissimi, giapponesi, neri, che andavano di moda.

Io sono morto, pensavo. Oppure sto morendo.

Forse è meglio.

Morire.

Soffre chi sopravvive, diceva sempre mio nonno.

Chi sopravvive alle sofferenze, soffre due volte.

Sono tornato a casa, ma non ricordo bene cosa ho fatto.

Ricordo il diciannove di aprile. La sua sincerità: sono innamorata di Giorgio. Le elezioni, con la Lega Nord che vinceva, per la prima volta. Tutto una colossale merda, cazzo. Io che mi accendevo sigarette, e provavo a bere quel fottuto gin tonic che tanto le piaceva. Lo ordinavo, lo assaggiavo e poi lo lasciavo lì. La Lega Nord, cazzo. E Anna che mi guardava stupita, insieme agli altri. Come faremo a sopravvivere a tutto questo? E che cazzo ne so io? Non so nemmeno se posso sopravvivere a un bacio.

Si, morire sarebbe stato più semplice.

Ci sono voluti anni.

Oggi amo il gin tonic, lo adoro, mi piace l’ignoranza della tonica, e la nobiltà finta del gin. Mi piace pagarlo tanto perchè va di moda, sapendo che passerà. Ho alcune bottiglie bellissime, e mi piacerebbe farne uno come dico io. Distillare un gin alla lavanda. Perchè ho imparato a berlo, nella vita va così, impari a fare le cose.  Mi è capitato ancora di limonare nei portoni. Ma mai, sinceramente, con tutto quel tempo per farlo.  Ho incontrato donne migliori, e donne peggiori. Ho toccato tette migliori, ma ci ho messo un po’ a capirlo. Le voglio bene, adesso. Mi voglio bene adesso.

I calzini bianchi non li ho mai più messi, la Zia Matelda è morta.

Ci vogliono anni per dimenticare le cose grandi come i primi amori. Perchè all’inizio provi a dimenticare, poi capisci. E li porti con te. La Lega è stato un male necessario. Come tutte le vite che ho vissuto. Prima di arrivare alla mia.

Giorgio, invece, mi sta ancora sul cazzo. E per dovere di cronaca, mi ha fottuto anche un’altra fidanzata. Ma la seconda volta è molto più facile.

Compensazione – come sopravvivere a un trasloco

Elisa Coglietti.

Firmava le sue lettere tutte con nome e cognome, come fossero documenti ufficiali. La guardavo, seduta al tavolo verde, scrivere ordinatamente il suo nome e il suo cognome in basso a destra, alla fine di ogni lettera. Come se stesse ufficializzando le emozioni, un timbro, ceralacca di Bic Blu prese dal cassetto sotto al forno a microonde, uno dei primi, un Philips orrendo, gigantesco, che inghiottiva due strati di formaggio e pane e ti ridava, dopo due minuti di magia, un soffice souffle.

Ho ricordi sbiaditi, delle sue lettere. Perchè raramente le scriveva per me. La guardavo, sperando che quei fogli a righe ingialliti, che tirava fuori dalla mensola in corridoio dove teneva tutti i suoi segreti, fossero per me. Speravo fino alla fine che quel nome e quel cognome firmassero una dichiarazione d’amore per quel figlio arrivato tardi, ultimo cronologico.

Scriveva, Elisa, a tutti. Era il suo modo per far sentire il suo amore. Scriveva lunghe lettere, seduta al tavolo verde, che poi rileggeva a bassa voce. E poi firmava.

Non ho mai visto una lettera per mio padre. Però, quando Elisa è morta, mio padre ha tirato fuori una scatola da scarpe piena zeppa di lettere. Il suo totem commemorativo. Le prendeva con cura, come gioielli, e si immergeva nella lettura. A volte lo trovavo sulla poltrona dell’Ikea a piangere, con una lettera in mano.

Tutte firmate, nome e cognome.

Qualche mese fa ho traslocato. Fino all’ultimo, ho evitato di fare scatoloni. Ne ho parlato anche con la mia psicologa, per sentirmi più sicuro nell’essere autorizzato a provare a evitare una grande responsabilità: quella della rimozione della memoria. Il mio passato, comodamente ammassato in dieci anni di vita in una sola casa, mi aspettava al varco. Ho comprato una scorta di scatole al Brico, il nastro adesivo e le forbici. Ho appoggiato tutto in camera. Vicino al letto. Nessuna memoria affettiva del matrimonio, che quella casa aveva accolto. Anzi. Il mio matrimonio è iniziato e finito in quella casa. Il trasloco delle mie emozioni lo ho già fatto tempo fa. Da solo, bevendoci sopra. Finendo a letto con le donne più sbagliate della mia vita. Cucinando roba tremendamente insipida e mangiandola da solo in piedi in mutande davanti alla libreria del soggiorno. Quella casa era solamente una casa. Con dieci anni di vita e qualche scatola dei venti anni precedenti.

Ho deciso di buttare molte cose. Ma un trasloco resta sempre un’impresa difficile.

Uno degli ultimi giorni, a casa ormai semi vuota, e con pochi vestiti da infilare nelle poche scatole rimaste, ho affrontato il comodino. Il comodino è la mia tomba personale di ricordi, frammenti, pezzetti. Scarti del mio passato confusi con cose importantissime. Un vero merdaio di vecchi scontrini, biglietti da visita di ristoranti ormai chiusi, preservativi mai usati, pillole per dormire, rosari regalati da un padre amorevole, lettere d’amore non firmate, di cui non ricordo le autrici, occhiali da sole vecchi, libretti di assegni di conti che non ho più, analisi del sangue che mi hanno preoccupato da morire, candele alla lavanda, vecchi auricolari orfani dei loro telefoni.  Ho buttato tutto. Mi è dispiaciuto più per le candele alla lavanda che per le lettere d’amore. Ma come per le candele alla lavanda, anche le lettere d’amore perdono il loro profumo.

Ho trovato una lettera, ho riconosciuto subito la calligrafia. E la carta, il foglio a righe ingiallito.

Elisa Coglietti, scritto alla fine, in basso a destra.

Una orrenda lettera di delusione e rimproveri.

Sono morto.

Seduto sul letto, nella camera semi vuota.

Dammi una ragione per ricordarti con amore, ho pensato.

Non sarà questa lettera, di certo.

Ho lasciato la lettera in un libro di Carver.

Ho preso un preservativo vecchio, cercando di ricordarmi chi me lo avesse regalato. Ci ho giocato con le mani, mentre con la memoria provavo a ricordare.

E ho scoperto che la più grande fatica è non fare niente, restare, resistere, essere fermi davanti alla vita che passa così forte, e tu che resti.

Mi sono voltato, per davvero, come a cercare qualcosa alle mie spalle, un ricordo, un ricordo bello, tra i muri sporchi con i buchi dei tasselli delle mensole smontate.

Mi sono ricordato tutto, di colpo. Tutto è scivolato, come un film. Le giornate della prima primavera in quella casa, che si allungavano e allungavano le ombre. Il naso aquilino dell’ostetrica che ha fatto nascere mio figlio. Le levatacce per prendere aerei che partivano prima dell’alba. Il rumore sordo dei miei pugni sul muro. La delusione buttata in discarica insieme ai vecchi giornali. I libri bellissimi letti fino a notte fonda. Gli amici, le tavolate, gli occhi selvatici e veloci di quella ragazza che beveva il caffè con me. Le scale fatte di corsa per tornare il prima possibile e poi le scale fatte più lentamente possibile, per non tornare mai. Una infinità di ricordi, una vera e propria vita.

Mi sono girato ancora, ho respirato guardando la finestra. Del panorama di questa finestra mi sono sempre accontentato. Sono cresciuto in una camera che dava sui fitti palazzi del centro. Era come condividere un pezzo di vita con il resto del mondo. Guardare fuori e vedere i vecchi che puliscono, i signori del sesto piano che chiacchierano sul balcone fumando. Le ragazze del secondo piano che ballano in mutande.
Poi sono andato a vivere in questa casa, da dove non si vede niente. Il cielo. Che è niente.

Non mi dispiace affatto lasciare questa finestra. Questa casa. Mi porto dietro tutte le vite che ho vissuto. Questo è traslocare. Buttare un sacco di cose inutili, credendo di buttare il passato che invece ti porti dietro, chiuso nei ricordi che esplodono colorati mentre fai altro.

Come si sopravvive a un trasloco è presto detto. Sedendosi e lasciando che le cose inutili dell’anima escano, e restino, insieme alla polvere e alle viti sparse sulle piastrelle.

E portandosi via tutto il resto.

Quel libro di Carver è uno dei libri più belli che io abbia mai letto. E’ giusto che quella lettera sia chiusa in quel libro.

Compensazione.

 

Padre Pio e i vasi da notte

A casa di mia nonna c’era sempre caldo e odore di piscio.

Un caldo odore di piscio.

Mi faceva dormire con lei, nel grosso letto matrimoniale con la testata che scricchiolava ad ogni movimento, il legno scuro, le lenzuola calde per la coperta elettrica, una diavoleria che accendeva appena finita la cena e spegneva per accendere la Corrida di Corrado, che guardavamo a letto.

Si addormentava prima di me, con il telecomando in mano, controllavo sempre che non fosse morta. Poi si svegliava per spegnere la televisione e la luce. E rimanevamo sospesi nell’odore di piscio e le lucine rosse dei morti.

Aveva una credenza, all’ingresso della camera, dove teneva tutte le foto dei suoi morti, sbiadite facce con ridicoli baffi dell’ottocento, o abiti drammaticamente neri, pettinature comiche e mai, dico mai, un sorriso. I morti di mia nonna non sorridevano, e ti guardavano tutti, dalle loro cornici. Erano illuminati da due lumini rossi, accesi tutte le sere. Mio padre diceva che era pericoloso, dormire con le candele accese, e che le avrebbe comprato volentieri una candela elettrica. Sentivo il rumore del traffico di Via Moscova, e mi svegliavo con le lucine rosse dei morti.

L’unico ad avere diritto a una grande luce elettrica era Padre Pio. Con una foto più grande della cornice, era a destra del letto a vegliare sulla nonna, come facevo io. Io e Padre Pio controllavamo che il respiro, sempre meno regolare, fosse almeno continuo.

Mi chiedevo, e se la nonna muore stanotte? E stavo a guardarla mentre dormiva. Mi addormentavo con questa angoscia, e mi dispiacevo che i miei genitori mi avessero lasciato lì.

Mi piaceva il riso e latte, mi piaceva la casa, anche se avevo pochi giochi, tutti chiusi in un bidoncino del detersivo ricoperto con una tappezzeria adesiva che lo faceva confondere con il muro. Macchinine arrugginite e qualche pupazzo. Non riuscivo mai a farci niente di soddisfacente, così finivo a pulire le persiane impolverate sul balcone, con un pennello. Mi piaceva farlo. E poi finiva che la nonna mi portava ai giardinetti. Scalavo delle rocce, mi sembrava una montagna infinita. Ci sono tornato con mio figlio e mi sono reso conto che saranno tre metri, a dire tanto. Mi piacevano questi sabati, misuravo la noia ma ero come ovattato, protetto. Non mi piaceva la sensazione di morte. L’odore di piscio e Padre Pio.

Non mi piaceva nemmeno il letto, perchè non era il mio. Nel mio letto dormivo sereno, e poi era nuovo, lungo e largo, duro. Questo letto era affossato, e faceva rumori. La coperta elettrica era sempre troppo calda.

Quando ci svegliavamo, la nonna portava il vaso da notte in bagno per svuotarlo, e per qualche istante finiva l’odore di piscio.

Poi facevamo colazione veloci per prendere la 94. Mi teneva come se, sull’autobus qualcuno avesse potuto rapirmi. Scendevamo davanti alle Colonne di San Lorenzo e andavamo a piedi a messa. Tutte le domeniche.

Era a messa che ritrovavo mio padre e mia madre, e mi sembrava di tornare a casa. L’odore di incenso, le candele, il freddo della chiesa, era il mio modo di tornare a casa.

Dormivo con la nonna anche in montagna. E’ stato così per anni. In montagna leggevo, e mi addormentavo dopo di lei. Controllavo sempre che non fosse morta. Mi premeva di farlo. Respirava strano. Sembrava lottasse contro qualcuno, qualcosa.

Poi sono cresciuto e ho guadagnato un letto nella camera di fianco. Dormivo da solo, al buio, mi addormentavo leggendo e sognavo le storie che leggevo.

Prima di morire la nonna stava in una casa di riposo, sembrava una prigione con i letti. E si lamentava. Di non poter tenere il vaso da notte vicino al letto, di non avere un suo comodino, del cibo, delle infermiere. Era diventata cattiva. Forse lo era sempre stata.

Un giorno ci hanno chiamato, l’avevano portata in ospedale. Aveva ingoiato male un cucchiaio di minestra. Diceva l’infermiera, in ospedale, che è una cosa che succede spesso. E che si muore. Da vecchi, aveva aggiunto.

Mi ero ripromesso di fare attenzione con la minestra, e vegliavo la nonna che non rispondeva più e rantolava facendo rumori orrendi.

Ero tornato bambino, controllavo i respiri per vedere se stava davvero morendo.

Era notte, ed ero solo in ospedale. E la nonna rantolava.

Uscito dalla stanza, ho cercato un posto dove fumare e mi sono messo a pensare.

E se morisse per davvero? Cioè sta morendo per davvero. Sta succedendo. Quello che ho sempre pensato che sarebbe potuto succedere.

Rientrato in stanza, ho tirato fuori dalla sua borsa una foto di Padre Pio, mettendola sul comodino, tenuta da una bottiglia d’acqua.

Quando me ne sono andato stava albeggiando ed ero stanco morto.

La nonna è morta qualche ora dopo, senza che io fossi lì.

Dopo tutti quegli anni a vegliarla, era morta da sola.

Con Padre Pio di fianco.

 

VhS

Io e Anna avevamo due certezze, che a vent’anni è già un bel successo. Avremmo voluto fare gli scrittori, e non avevamo una lira.

Frequentavamo gente che voleva scrivere, aspiranti scrittori, poeti, tutti eravamo pronti. Non si sa bene per cosa. Non avere soldi era quasi un incoraggiamento. Tutti gli scrittori hanno sofferto, ci dicevamo.

Compravamo libri usati, a una bancarella dietro Sant’Ambrogio, davanti all’Università. Era l’unico mio avvicinamento all’Università, durante tutto il semestre. Saltavo tutte le lezioni, per dormire, per scrivere, per fare il volontario in ambulanza, per lavorare. Qualsiasi cosa era più importante delle lezioni.

Anna aveva i capelli nero corvino, due grandi tette, morbidissime, e un sacco di tagli sulle braccia. Quando sua mamma la faceva arrabbiare, lei si chiudeva in camera e si tagliava le braccia con un taglierino. Senza affondare troppo la lama. Poi mi chiamava, e uscivamo a bere.  O anche solo a camminare.

A volte, quando faceva troppo freddo, salivo a casa sua. Era sempre silenziosa, sembrava fosse sempre deserta. Sua madre mi salutava aprendomi la porta senza aggiungere niente e rimanendo a guardarmi negli occhi. Era una donna bella. Ma fredda.

Nella libreria all’ingresso c’erano tutti i giornali. Credo il padre di Anna fosse giornalista. Non lo ho mai visto.

Ci chiudevamo in camera, e guardavamo Corso Vercelli, dalla finestra, fumando.

Anna scriveva di notte, robe cupe e dolorose. Io le rileggevo, perchè il patto segreto tra di noi era di leggere tutto quello che avevamo scritto. Io le portavo le mie poesie, e lei le leggeva incrociando le gambe sul letto. Rideva delle mie poesie d’amore e si faceva seria quando scrivevo d’altro. Non ho mai scritto una poesia per lei. Non ci siamo mai baciati. Anna aveva un fidanzato, Carlo. Compariva solo nei fine settimana, per portarla alle feste. Non mi hanno mai invitato, e Carlo non mi salutava nemmeno. Io ero solo, e ancora innamorato di una ragazza che mi aveva lasciato per un tizio che assomigliava a Lenny Kravitz.

Odiavo Lenny Kravitz, e più io lo odiavo più la radio lo passava a tutte le ore del giorno.

Odiavo anche i ragazzi ricchi con i loro SH squadrati, perchè uno di loro mi aveva portato via la cosa più vicina all’amore che avessi mai vissuto.

Quando Anna usciva con Carlo, restavo a casa a scrivere, o a guardare vecchie videocassette.

Una sera Anna mi ha invitato a casa di Carlo, per una festa. Sono passato a prenderla e siamo andati dall’altra parte della città. Mi sembrava tutto nuovo, come fossi in un paese straniero. Ordinati condomini con grandi giardini, e ville che costeggiavano gli svincoli dell’autostrada. Milano, vista così, mi sembrava bruttissima.

Alla festa c’erano gli amici di Carlo e qualche amico di amici.

Anna mi presentava come il suo amico scrittore, che era una cosa che mi dava un sacco di soddisfazione e legalizzava i miei pantaloni di velluto verde più adatti a un circolo di pesca che a una festa di ragazzi.

Una delle ragazze, si chiamava Monica, si era fermata a parlare con me, tenendo il bicchiere di carta con dentro il vino tra le mani come fosse un cero.

Mi faceva un sacco di domande su Carlo e Anna. Aveva gli occhi selvatici e scuri, un viso rotondo e un tipo di bellezza che non capivo.

A mezzanotte me ne sono andato, lasciando sul tavolo il mio bicchiere e senza salutare nessuno.

La mattina dopo Anna al telefono mi ha detto che Monica avrebbe voluto rivedermi.

E mi aveva consigliato alcuni posti dove portarla. Per una merenda, diceva.

Ridevo al telefono, pensando alle persone adulte che si fermano a fare merenda. E Anna rideva con me.

Beh allora fai un po’ come cazzo ti pare, mi aveva detto.

Ho chiamato Monica due giorni dopo, da un parcheggio in Piazzale Loreto. Le ho chiesto se le sarebbe piaciuto vedere con me un film o magari uscire a cena.

Tutti e due, mi aveva risposto.

Il venerdì dopo eravamo a cena in una trattoria vicino al centro. Monica faceva la fotografa, e studiava comunicazione. Parlava veloce, e mi guardava fisso negli occhi.

Mi aveva chiesto di leggere le mie poesie. Non mi aveva fatto sentire nulla di speciale, quella richiesta, perchè Monica non mi piaceva.

Allora eravamo andati a casa mia. Mio padre dormiva. Ci eravamo messi in soggiorno, sdraiati sul tappeto e avevo iniziato a leggere qualcosa.

Ci siamo addormentati così.

Quasi abbracciati.

Poi Monica è si è svegliata e se ne è andata.

Ci siamo rivisti in università, per un caffè. Seduta sul muro dei chiostri, fissandomi, mi ha detto: vuoi fare sesso con me e una mia amica?

Ho riso. Per sdrammatizzare e perchè nessuno mi aveva mai chiesto di fare sesso. Lo avevamo semplicemente fatto.

Si vede che in tre bisogna chiederlo, avevo pensato.

Si, ho risposto ridendo.

Perchè ridi?

Perchè mi fa ridere che tu me lo chieda. Insomma la immaginavo diversa.

Non è un tuo sogno, fare sesso con due ragazze?

Si, avevo risposto, ancora.

Usciamo giovedì, ti va?

Si.

Giovedì pioveva. Eravamo finiti in un karaoke vicino allo stadio. Monica era sola, vestita tutta di nero, truccata, e sorridente.

Non ho mai chiesto della sua amica, per tutta la sera. Abbiamo bevuto senza cantare e poi accompagnandola a casa la ho baciata. Slacciandole la camicetta ho sentito il battito veloce del cuore e mi è sembrata molto più viva, reale.

Una domenica ci siamo incontrati per camminare nei campi. Adoravo camminare nei campi intorno a Milano. Senza fare nulla di speciale. Solo camminare. Toccare il grano o la terra, osservare i conigli, la bruma, gli odori. Camminava vicina a me, guardando per terra.

Ho chiesto ad Anna di venire a letto con noi – aveva detto – e ha detto che va bene.

Tu cosa hai fatto?

Ho chiesto ad Anna di venire a letto con noi.

Perchè?

Perchè lo avevamo deciso.

Mi ero fermato, in mezzo al sentiero.

Anna è mia amica.

Era una frase così importante e stupida allo stesso tempo. E in tutta la sua stupidità era rimasta sospesa nel nulla del viso di Monica. Che non capiva.

Anna è mia amica.

Avevo ripetuto. Quasi per convincermi che un’amica, Anna, non un’amica, Anna proprio lei, non potesse fare cose così.

Cosa centra?

Non avevo saputo rispondere.

Io sono innamorata di Anna. E un po’ anche tu.

Io non sono innamorato di Anna.

Carlo dice di si.

Carlo è un coglione.

Vedi che sei innamorato di Anna?

Carlo è un coglione a prescindere. E io non sono innamorato di Anna.

Vuoi venire a letto con me e Anna?

Non lo so, cazzo.

Avevamo ricominciato a camminare. Stava per fare buio.

In macchina non avevo parlato e avevo messo una cassetta dei Gorilla Biscuits.

A un semaforo mi ero girato e Monica mi aveva baciato, un angolo della bocca.

Mi aveva guardato, dopo il bacio e mi aveva detto: tu non mi piaci, ma lei si. E io so di non piacerti, ma ti piace lei.

Ero scoppiato a ridere.

Hai ragione, tu non mi piaci. Si capisce tanto?

Fai sentire la mia bellezza inutile.

Allora scusa. Ma anche io non piaccio a te…

Tu sei incompleto. E stai per combinare un sacco di casini, te lo si legge in fronte. Sei l’ultimo uomo che ho bisogno adesso.

Credevo fosse per il naso grosso.

E poi non avevamo più parlato fin sotto casa.

Monica era scesa senza salutarmi.

 

 

Perchè le donne non dovrebbero mettere il rossetto – (come libri vecchi)

Quanto tempo deve passare perchè una cosa che mi succede ripetutamente possa essere definita una tradizione? Semplifico: quanti anni devo ancora aspettare per dire che, tradizionalmente, ottobre è il mese più bello per iniziare cose nuove, per drasticamente concludere cose vecchie, per sperare, per lasciarsi cullare dalle illusioni, insomma per giocare con l’anima? Quante ottobrate dovranno ancora passare?

A ottobre io cammino volentieri, più volentieri che a novembre per dire, per la città. A ottobre mi fermo volentieri fuori, appena dopo il calar del sole, a osservarne la sconfitta rovinosa. A giugno siamo tutti gagliardamente orgogliosi di questo sole, che tiene botta alla notte, restando in cielo, come se volesse sfidare la luna. A ottobre siamo in pochi, a restare con il naso all’insù, appena dopo l’aperitivo, ad osservare già le prime stelle. Il sole che batte in ritirata veloce, come i gatti quando si spaventano.

Che poi a ottobre mi piacciono anche i gatti.

Insomma, farei di ottobre un mese chiave. Non mi piacciono le classifiche, non sono bravo a lodare il primo, perchè tendo a commuovermi per l’ultimo e a tifare per il secondo. Però adoro le liste. E nella mia lista dei mesi, il mio calendario emotivo, ottobre è il re incontrastato.

Succedono, sempre, per quello dico che è ormai tradizione, alcune cose ad ottobre.

Scrivo, ricomincio a scrivere. Come avessi il cervello tornato da una lunga vacanza. Le cose che scrivo ad agosto son sempre le stesse. Mi annoio io a scriverle, figurarsi a leggerle. Settembre lo salto quasi sempre. Che sono troppo impegnato a gestire il ritorno. E la gastrite. Che viene per il ritorno. La gastrite viene sempre per cose già noiose di loro. Non che ti innamori e ti viene la gastrite. Oppure ti danno una promozione sul lavoro e ti viene la gastrite. La gastrite è la sottolineatura di una bastardata della vita. Il grassetto sulle sfighe, il maiuscolo negli scivoloni. E a settembre a me viene la gastrite. Non scrivo perchè ho la gastrite, anche se mi vengono un sacco di idee belle. Storie deliziose. Che dimentico appena mi appoggio al cuscino. Me le racconto per qualche minuto, unico spettatore dei miei stessi spettacoli.  A ottobre ricomincio a scrivere.

Leggo, ricomincio a leggere. A ottobre faccio pace con il divano. I divani sono stati inventati per farti capire che nella vita si può sempre scegliere, tra il bene e il male, tra il meglio e il peggio. Puoi morire di noia e routine, sul divano. Come puoi farlo diventare il posto più bello della casa. Sul divano dovrei scrivere qualcosa. Di come sia lo specchio della salute di una relazione, di una persona, di una casa. Il mio divano è un’astronave. Mi porta dove voglio, con un libro sopra. Il mio divano è anche il mio set porno preferito. Il mio divano è la mia enoteca più bella, e i segni, le pieghe e le macchie raccontano queste storie. A ottobre mi siedo nudo, nel posto in fondo a destra, e mi metto a leggere. Ho avuto donne a cui questa cosa dava tanto fastidio. Ho avuto.

Mangio. A ottobre ricomincio a mangiare. Ponderatamente si potrebbe dire che riconosco l’inutilità della dieta sulla gastrite e sulla mia pancia, e mi riapproprio del sereno rapporto con i grassi saturi. Cambia, questa cosa del mangiare, con le stagioni. Ma cambia anche con i modi. Mangio sempre meno volentieri da solo, e mangio sempre meno roba noiosa. Come se volessi ingurgitare gioia, fare magazzino per l’inverno delle emozioni. Una difesa, mangiare cose belle e buone. Non so se sia una teoria ragionevole.

Ascolto, a ottobre io ascolto. Ho orecchie selettive. Solo uno stupido potrebbe pensare che io ascolti poco. E’ che la maggior parte delle cose che ascolto sono noiose, e smetto subito di sentirle, le mie orecchie mi difendono dalla noia, dalle conversazioni scontate, dai giri noiosi intorno ai problemi. A ottobre ascolto volentieri. Mi piace trovare storie belle.

Per questo a ottobre cammino di più. Perchè camminando posso raccogliere storie in giro, guardando, curiosando, come fossi una portinaia itinerante, curiosa e molesta. Mi piace origliare le conversazioni del tavolo vicino, le litigate mi incuriosiscono, ascolto i sospiri degli innamorati, mi coinvolgo nei problemi delle quotidianità altrui, mi struggono i drammi di chi incontro. Faccio provviste, anche in questo caso, per l’inverno. Ascoltando e camminando.

Sorrido a tutti, come fossi scemo. E’ la mia battaglia personale contro chi non capisce di dover essere grato di essere vivo. Sorrido agli uomini e alle donne che incontro. E’ rarissimo che qualcuno risponda al mio sorriso.

E’ come se a ottobre, come da tradizione, mi rimettessi in pace con il mondo.

Solitamente, verso la fine, vengo preso da una drammatica tristezza. E’ l’anniversario della morte della mia mamma. Era qualcosa che avrei dovuto risolvere molto tempo fa. Ma ero daltonico. Emotivamente daltonico. Confondevo le cose che mi succedevano, non capendo le emozioni. E anche questa cosa di mia mamma è andata avanti così. E ottobre era sempre un mese dal finale drammatico.

Invece no.

Perchè, lo ho imparato da pochissimo, si può provare a cambiare alcune cose.

Ho anche imparato che la tequila non mi piace per niente. E’ come se lo avessi sempre saputo nella vita, ma dovevo riprovarlo. E lo ho fatto, in Germania. La tequila mi infastidisce più dei discorsi noiosi. E mi da lo stesso mal di testa.

E non mi piace nemmeno il rossetto. Anzi, a mio modo di vedere il rossetto su una donna è come il borsello su un uomo. Niente di illegale, ma qualcosa di drammatico. Avevo una moglie, l’unica che ho avuto peraltro, che mi ha sempre accusato di non averle permesso di mettere il rossetto. Sono quindi diventato tollerante. Estremamente tollerante. La separazione serve a quello. A farti diventare tollerante sui dettagli, come il rossetto.

Lo trovo ottocentesco, pericoloso, inquinante. Dato che è possibile che siate arrivati qui a leggere per via del titolo, è forse il caso che dia una lista delle principali motivazioni per cui il rossetto non è una cosa di cui vantarsi, ma un difetto con cui convivere come un brutto neo peloso.

In primis il rossetto macchia. Impedisce il bacio, lo inibisce fin dalle intenzioni. E se io avessi voluto baciarti, prima di uscire di casa, o mentre siamo in ascensore, o mentre stai toccando gli avocado all’Esselunga? Inibito dal rossetto.

E poi il rossetto ha un potere psicosomatico sulle donne, cambia il loro modo di associare i colori. Ho messo questo bel rossetto rosa, mi sento in dovere di metterci anche una bella collana rosa. Come un quadro rinascimentale. Con i colori forti in vista. Io penso che il Rinascimento abbia dato al mondo grandissimi quadri. Secoli fa. E che il loro posto sia El Prado. Un museo.

Sotto i diciotto anni, siamo tutti d’accordo, è un manifesto. E’ la libertà, dipinta sulle labbra prima che le labbra la urlino. Un monito ai padri, un avviso alle madri, un comunicato stampa al mondo.

Sopra i diciotto anni, diventa uno scivolo, ripido e unto, la cui fine è in bilico tra il puttanone e il quadro rinascimentale. Nella migliore delle ipotesi, passi per un troione, nella peggiore ti spruzzano del Pronto sulla faccia per pulirti la cornice.

Per l’uomo è come l’intimo, un argomento spinosissimo, un cactus delle discussioni di coppia. E’ facilissimo pungersi. Belle le mie mutande nuove? Si. Bello il rossetto? Ancora di più, amore mio. Togliere le dita dalle spine, non appoggiarle nemmeno. Si chiama sopravvivenza.

Eppure, se qualcuno vi dicesse la verità, sarebbe meglio per tutti: metteresti mai sulle labbra un inibitore di baci?

E quanti baci hai perso, per quel rossetto?

Macchiami, ti prego, ma macchiami l’anima, con il tuo respiro sul collo, non il bavero della camicia.

Baciami, ma lasciami i segni solo quando mi mordi.

Ottobre, non so perchè, è un mese in cui tollero molte cose. Ma non la tequila e il rossetto.

Ecco come mi sento, a ottobre. Come uno dei miei libri preferiti, che tengo su uno scaffale in alto. Lo prendo per ritrovarmi. E mi ci ritrovo, come la prima volta. Una sicurezza. I libri vecchi. Come fossero segnali, tracce.

Ottobre, e il bello di sentirsi come un libro vecchio.

Mi perdonerei moltissime cose, e mi sono perdonato tantissime volte, ma mai mi perdonerei di perdermi un ottobre.

Possiamo dire che è una tradizione questa di ottobre?

Paternità

Non ricordo se fosse già il periodo della Fiat Bianca, una famigliare squadrata e scomoda, con il bianco lucido della carrozzeria che si sporcava subito e mio padre che la puliva con un panno umido, come un gioiello prezioso, o se ancora fosse il periodo del vecchio Peugeot Blu, con i sedili di tela nera scoloriti dal sole.

Comunque si trattava di levatacce, sempre e comunque. Quando mio padre voleva viaggiare, ci si doveva sempre svegliare all’alba. Si faceva colazione con il buio, appena svegli, anzi ancora addormentati, con il pavimento della cucina gelato e il silenzio fuori dalle finestre. Si scendeva in cortile, dove si faceva trovare pronto, con la macchina accesa e il cancello aperto. Era il suo modo per accoglierci e motivarci.

Arrivavamo, quasi ovunque, prima di pranzo. Stanchi morti, storditi dal rumore assordante del motore e del nulla da guardare fuori, ma pronti per il pranzo.

Così eravamo arrivati anche lì precisi, mezz’ora prima dell’una. Il paese era deserto, assolato, fresco, infilato in due valli alle spalle degli Appennini.

Ci sarebbe stato poco da dire, di quel posto, anche fosse stato pieno di gente. Ma vuoto dava l’idea di un ricordo sbiadito tridimensionale, un passato prossimo ancora visitabile, un luna park della memoria a lungo termine.

Il primo posto che ci fece vedere era il cimitero, all’ingresso del paese. Un cancello di ferro aperto, la ghiaia, le tombe disordinate, i fiori vecchi e i pini a proteggere tutto.

Cercava come fosse un cane con una palla. Finalmente, fermandosi dietro a una tomba aveva esclamato: eccoci qui!, manco fosse una festa a sorpresa.

La nonna della nonna era sepolta lì. Ci raccontò brevemente di cosa era successo negli ultimi due secoli nella nostra famiglia, da parte di padre, perchè lui non è mai stato bravo a raccontare storie, e poi chi chiese di dire una preghiera per la nonna della nonna, come fosse morta il giorno prima.

Io ero solamente stanco, della macchina, della sveglia, di visitare cimiteri di montagna quando tutti i miei amici erano al mare.

Poi ci prese per portarci in una trattoria, l’unica di tutto il paese.

Le volte che mio padre ci ha portato a pranzo fuori sono così poche che le ricordo tutte a memoria. Compreso quel pranzo.

Tagliatelle, odore di cinghiale, acqua fresca buonissima, insalata verde e carne dura, con la signora che sorrideva, incredula per quell’inaspettata ciurma.

Dopo pranzo, camminando, siamo andati a trovare la zia, una delle sette sorelle della nonna, che era stata la maestra del paese, prima di andare in pensione e invecchiare deliziosamente in una casa che sembrava rubata a un reportage fotografico sulla povertà in Bulgaria.

Ricordo di aver pensato che se quella era la fine, non avrei mai voluto fare il maestro nella mia vita.

La noia mortale da bambino non è così mortale. Ti sembra di aver ancora una chance, non hai così fretta e non hai grandi paranoie nei confronti del tempo. Quindi resti dove ti mettono, aspetti, e te ne fai una ragione.

E così ho fatto, per tutto l’infinito tempo che sono rimasto sul divano rosso trapuntato della vecchia zia.

Parlavano di cose che nemmeno sentivo. Ti immagini di dover parlare con rispetto e grazia, in presenza dei bambini, ma non sai che i bambini nemmeno ti sentono, quando si annoiano. La beatitudine dell’infanzia.

Nel viaggio di ritorno cercavo di contare i lampioni. Lo facevo sempre, quando la noia era troppa per fare altro. Una specie di anticamera della morte dei sogni. Se niente era possibile, allora si provava con i finestrini. Contare lampioni.

Adesso quando guido ci provo, a vedere se i lampioni da qualsiasi destinazione a casa sono ancora così numerosi come quando ero bambino e mi annoiavo.

Centinaia di migliaia di lampioni. Prima di, finalmente, arrivare a casa.

E’ stato così che mio padre ha voluto raccontarci la storia della sua famiglia e uno dei luoghi più evocativi della sua vita.

Poi, avanti con il tempo, a pezzi, abbiamo ricostruito la sua storia. Perchè quando non sei capace di raccontare la tua storia, se sei fortunato avrai figli curiosi abbastanza da volerla ricostruire, pezzo dopo pezzo.

Abbiamo ascoltato racconti di peri e meli rapinati in pieno giorno, e di contadini arrabbiati pronti a sparare. Di discese a perdifiato dai tornanti, di bagni nudi nel fiume, di arrampicate sugli alberi.

E abbiamo rivisto tutti i pezzi di quel paese desolato che ci ha portato a vedere.

Mi è venuto in mente oggi, mentre dal finestrino del treno osservavo i lampioni, per noia.

Di come sia strana la storia di chi non sa raccontare le storie.

 

Convergenze

Convergenze

(Canzone difficile scritta per gruppo indie di cui non posso fare il nome, rifiutatami perché troppo commerciale, da cantarsi con melodie in minore e tono di voce stanco)

D’estate mi assento per giorni sette. Ho un programma di verbi all’infinito che hanno l’ambizione di curare un passato imperfetto. Grammatica dell’anima, nuotare, leggere, camminare, dormire, pregare, in sintesi resistere.

Tutto l’anno mi chiedono come fai a fare tutto, dare tutto, amare tutto. Il segreto è nei giorni, sette, sono la domenica pomeriggio del mio anno, che è un lunedì mattina permanente. Non è sognare che aiuta a vivere, poi si finisce a Xanax e noia a novembre in Gae Aulenti a guardare una vetrina di robe da corsa, magliette traspiranti che promettono futuri migliori. È vivere che aiuta a sognare, se lo si fa per amare. A volte, in questi giorni, mi sveglio di colpo, mi prendo le mani, come a tenermi per non annegare, e inizio a pensare. Poi mi ricordo che la mia grande fortuna è stata una sola, fallire, annegare, bruciare, cadere. Allora mi lascio, adesso ci andrebbe il ritornello. Già che non è in rima, serve un ritornello che Lodo dello Stato Sociale poi ti chiama e ti dice: geniale! Invece niente. Mi disturba, non tanto per la chiamata persa da Lodo, ma perchè questa canzone avrebbe potuto diventare pop, invece niente. Sarà un anno che non riesco più a scrivere canzoni. É un viaggio strano e interessante, passo grandi stazioni, ho dato un nome alle mie emozioni, le piccole stazioni di provincia mi lasciano indifferente, mi dimentico le persone inutili e i discorsi futili.

L’insospettabile leggerezza dell’essere.

Non insostenibile.

Insospettabile