Umido


-Alla fine siamo solo invecchiati.

-Pensavo peggio.

-Io pensavo che sarebbe stata più facile.

-In che senso?

-Nel senso che quando inizi una cosa, tra l’entusiasmo e l’ignoranza, nel senso di non conoscenza, ti sembra sempre molto più semplice di quanto poi si riveli essere.

-Tipo?

-Tipo la vita, cazzo. La vita, da bambino, ti sembra una passeggiata. Poi cresci, e ti viene l’idea che sia una corsa. Una di quelle da campionati studenteschi. Buono scatto e tanto fiato, e via. Poi cresci ancora, e capisci che si tratta di una maratona. E tu non sei nato in Kenia. Che almeno parti avvantaggiato sulle maratone.

-Invecchiando diventi pessimista, in pratica…

-Invecchiando diventi realista, direi. Il positivo del bambino, vicino al negativo dell’adulto danno una specie di neutro. Sei cresciuto davvero quando capisci che il vero colpaccio lo fai quando stai nel mezzo.

-Ma tu sei più felice o più triste di questi ultimi quarant’anni?

-Più meglio. Ne felice ne triste. Solo più consapevole, più sereno, più meglio.

-Più meglio. Arrivi a quaranta, la gente ti chiede: oh come stai? E tu rispondi: più meglio!

-Nessuno ti chiede come stai. E’ una roba che ci si chiede appena conosciuti, o nei primi giorni. Come stai? Saranno due anni che non me lo chiede nessuno. Avrei comunque risposto più meglio. Mi piace come risposta.

-A me piace l’idea di non avere rimpianti. E’ una roba molto adolescenziale, ma è una delle mie fortune. Ho cicatrici e non rimpianti.

-E una frase pronta per la Smemoranda di tua figlia.

-Sulla mia Smemoranda mi piacerebbe solo scrivere che pensavo di fare la rivoluzione e invece finisco a guardare i video di un cuoco giapponese che insegna a cucinare i gamberi in tempura.

-Roba tosta.

-Si, il segreto è nella fioritura. Devi versare un po’ di pastella nella pentola intorno ai gamberi mentre friggono.

-Roba tosta, mancare una rivoluzione, dicevo.

-Ne ho fatte così tante nella mia vita, che penso possano bastare. Anzi ti dirò un segreto. Sono i sogni con cui mi addormento la notte, le rivoluzioni che ho fatto. Le fughe, le crisi, i drammi e le rivincite. Le mie rivoluzioni. Come fossero medaglie, le accarezzo di notte, prima che la schiena smetta di farmi male, quando il cuscino si scalda.

-Siamo vivi, cazzo.

-Siamo vivi davvero.

-Pensavo di trovare un maggio più caldo.

-Io meno umido.

-Come arrivi ai quaranta?

-Umido, cazzo.


 

Japan Wind

Già dai primi tornanti, quelli a scendere, svalicare, anche se svalicare non esiste, è come se mi sentissi meno bisognoso di difendermi, più aperto a lasciarmi andare, mi si regola il respiro, mi si ricompone l’anima. Che poi è il motivo per cui spesso sono venuto.

Genova per me è più di una città, ed è così da anni. Almeno una ventina. Sono un bandito delle valli, un pellegrino delle spiagge, quasi mai turista, quasi sempre a piedi nudi, a volte solo, accompagnato da musica e libri, magari da una donna, ultimamente da un figlio. La Liguria è la madre che ho perso troppo presto, che torno a trovare per presentare il conto della vita. Credo si faccia così con le madri. Non lo saprei spiegare, perché è morta proprio quando avrei iniziato volentieri a farlo.

Genova e il suo Levante, quella lingua di terra bella da fare passo dopo passo, sono la madre a cui racconto le cose che non capisco.

Come si racconta a una città, la vita, se non camminandoci dentro, attraversandola, imparando a conoscerla meglio di chi ci vive, tornandoci senza ragioni, passando del tempo?

Io racconto le mie delusioni a un pezzo di mare.

Sono arrivato stamattina, con un Libeccio forte e fastidioso, e nubi dense e basse, il cielo d’inverno, il mare increspato, disordinato, la passeggiata vuota, le finestre delle case sul mare chiuse. Una luce grigia, fino alle montagne.

E disordinato, grigio, ero anche io.

Questo osservare mio padre affrontare la malattia e la paura, cedere e riportarsi in ordine, cercare riti e testimonianze per avere forza, quella che manca ogni giorno di più, mi ha sconfitto.

Caduto al tappeto, mi rialzo di sicuro. È un pugno forte e diretto, quello che da figlio di tuo padre ti trasforma in padre di tuo padre. Lo incassi, e quasi naturalmente, un movimento non controllabile, cerchi tua madre. Consolazione, cerchi consolazione.

Nel viaggio degli anni, ho sconfitto la paura, la solitudine, il fallimento.

Madre, consolami, urlano i miei occhi, dentro corridoi di ospedale, un non luogo assurdo.

Cumuli di memoria, come nuvole, agitati dal vento che non si arrende.

Ho una donna che mi dipinge l’interno, imbianca l’anima, lentamente, operaia di un amore che non saprebbe descrivere, che ha avuto una grande intuizione.

Portarmi nell’unico posto che mi consola.

Come una madre, Genova e il suo Levante.

Settantotto

Lo dicevo io, che sarebbe stata dura, dopo un sacco di tempo, ricominciare.

E’ dura smettere, non dirlo a me. Smettere di fumare, la mia guerra più lunga. Contro me stesso, per di più. Anzi, ti confesso un segreto. E’ da due anni, da quando mi sono definitivamente separato, che sto cercando di smettere un sacco di cose. Abitudini, comportamenti, vizi, sentimenti. La separazione è un monito, un fallimento condito a monito, che ti dice di smettere altre cose. Hai smesso di amare? Smetti anche questo. E questo. E poi questo. E tu lo fai. Inizi a smettere. Smettere diventa il più grande successo. Smettere di fumare, smettere di bere, smettere di mangiare poco sano, smettere di pensare negativo, smettere di dipendere. Smettere diventa una dipendenza. E’ come se svuotando, smettendo, tu riempissi.

E’ un errore madornale.

La cosa più difficile a quarant’anni è ricominciare. Ricominciare. Smettere è parte del pessimismo che la vita ti ha regalato, insieme al fatalismo che hai ereditato. Le persone muoiono, o si ammalano, perchè non hanno smesso. Qualcosa. Le situazioni peggiorano, perchè tu non hai smesso. Smettere diventa un imperativo, a quarant’anni. Per fare i conti con la vita, smetti.

E stai con altri come te. Che smettono. La gara a chi smette di più, a chi smette prima.

Niente di male. Lo stesso Hemingway diceva che smettere è parte del gioco più affascinante della vita: quello di staccarsi dai vizi e dalle abitudini.

Ricominciare è un altro mestiere. Ricominciare è la cosa più difficile al mondo.

Forse avremmo bisogno di ricominciare tutti. Ma non vogliamo manifesti generazionali, ne tanto meno proclami di gruppo. Se smettere è una cosa che si può fare in gruppo, ricominciare è una sfida tra la tua versione migliore, quando era? a vent’anni all’Isola d’Elba? o forse in Spagna, a diciotto? e il tuo faccione che si specchia al mattino nell’inclemenza di un riflesso fatto di occhiaie e dubbi.

Tutto ti crolla intorno, cosa cazzo vuoi ricominciare? Le occhiaie pendono verso il basso, anche le spalle. Tutto porta verso terra.

Io sto prendendo questa cosa dei quaranta abbastanza seriamente. Sto smettendo molte cose, manco a dirlo. Ho iniziato con le abitudini fastidiose, con i comportamenti sbagliati, e poi ho scoperto di dover smettere, per prima cosa, di prendermi così sul serio.

E, a smettere di prendersi sul serio, si capisce che la cosa più importante è ricominciare.

Ricominciare ad amare, senza paura. La paura è l’oblio dell’amore. La sua negazione. L’amore si fida. E ama. Ricominciare a ringraziare. Ricominciare a provare.

Ecco.

Il punto è tutto qui.

Ricominciare.

Prima di smettere.

Oggi mi ha chiamato una tizia di un call center. Ero appena uscito dal dentista. Un piano di battaglia molto articolato, che prevede scontri diretti tra tutti i miei fottuti denti e il suo trapano. Boh, mi son detto. Camminavo, un freddo tagliente. Dovrebbe smettere il freddo, ho pensato. Poi, sorridendo, ho pensato: dovrei ricominciare ad andare al caldo, quando ho freddo.

Ho chiamato un amico, non ha risposto. Volevo dirgli questa cosa: ricominciamo insieme.

A far cosa, mi avrebbe chiesto? A ricominciare. Tutto.

Mi ha chiamato un call center. Ho risposto.

Poi ho messo giù.

Mi ha chiesto quanto ero soddisfatto, da uno a dieci, della sigaretta elettronica che una slava, bionda, figa, indimenticabile, mi aveva fatto provare al centro commerciale ieri. Io mica glielo ho detto che la sigaretta è stupida e cattiva, come quelle che fumo adesso, ma la ragazza era stupenda. Gli ho detto: dieci. Bene! Mi ha risposto. Ma bene cosa? Allora ho messo giù.

E mi sono chiesto, da solo, quanto sei felice da zero a cento?

Settantotto, mi sono detto. Il primo numero, davvero, che mi è venuto in mente.

Settantotto.

Settantotto è una buona base di partenza.

Ricominciare a fare un sacco di cose, domande comprese.

Credo questo sia già un successo.

Anche se smettere di misurare la vita in successi e disgrazie è una cosa che mi ero ripromesso di fare.

Settantotto.

Dai.

Non male.

 

A Dio Piacendo

B’ezrat HaShem mi dice, sorridendo.
E’ agosto, fa un caldo orribile e siamo bloccati a Hong Kong per una storia di visti noiosa quanto la pioggia e il cielo grigio piombo. Mi è scesa l’estate in meno di venti ore di Asia, cazzo, allora telefono a un amico e ci incontriamo nella lobby dell’hotel. Beviamo e parliamo. Quando ci salutiamo gli dico che mi aspetto grandi cambiamenti nella mia vita. Mi risponde: B’ezrat HaShem, sorridendo. Se Dio vuole.
Passano mesi, in effetti cambio lavoro, cambio città, cambio prospettive, cambio moltissime cose. 

Cambio soffrendo. E’ un anno dove cambio le cose, lo faccio soffrendo enormemente. 

Quasi ogni cambio mi costasse un pezzo importante di vita. Forse è così.

Ascolto due ragazzi parlare, seduto mentre faccio colazione e cerco i risultati del rugby. Davanti ho il mare, e il traffico di Tel Aviv.
Si organizzano per rivedersi. Domani, dice il primo. Inshallah, risponde il secondo.
Se Dio vuole. 

Continuo la mia colazione, finisco le uova e succhio dal cucchiaio la crema di datteri. Volevo essere qui ora, mi dico. Allora sono fortunato. 


Prendo per mano il piccolo, per tirarlo fuori da un nugulo di bimbi che se le danno di santa ragione. Lo riporto verso la mamma, perchè perde un po’ di sangue dal naso. Sono venuti a provare il rugby e il coraggio. Lui sorride. Lei meno. Ha un bel po’ di casini di salute, per essere un bimbo di cinque anni. Le sorrido e le dico: tornate. Stiamo insieme ancora! E’ più una preghiera contro le sue paure. Sono bravo a proteggere i bimbi, vorrei dirle. Ma so che le bugie alle mamme non si dicono, e io non posso proteggerlo per davvero.
Lei mi guarda e mi dice: proviamo a tornare, a Dio piacendo.

E’ dicembre, anche se fa caldo. Sto scrivendo le ultime cose di quest’anno. Sono un po’ indietro, o forse faccio troppe cose.
Mi fermo e ripenso a quest’anno. Non ho rimpianti. Ma voglio molto per l’anno che viene. Voglio fare ancora molte cose.
Faccio una lista. Fare liste mi da pace, enorme.

Per un attimo, mi rendo conto che è una grande fortuna. Lottare, provare, costruire, fare.
Ringrazio, chiudendo gli occhi.

Questo che viene è l’anno in cui vorrei più dare che avere.

A Dio piacendo

Racconto di Natale: il giorno della vera pace

Sono giorni che passano lenti, quelli di Natale quando sei adulto. Suona come una minaccia, il Natale, da adulto. Aspetti la neve, più di un bambino, per coprire con il silenzio l’assordante musica dei ricordi che si scontrano con i rimpianti. È un bagaglio ingombrante, una valigia piena zeppa, che per tutto l’anno minaccia di esplodere mentre ci infili fazzoletti di felicità e stracci di dolore, sciarpe di rabbia, ingombranti maglioni di tristezza, che poi tiri fuori, a poche ore dalla vigilia, per indossarli con un rito che ti fa assomigliare a un kamikaze delle emozioni.

Ti appoggi alle sedie, nel chiasso di un pranzo in famiglia, respiri densa aria di sughi, indossi sorrisi approssimativi come i regali di una vecchia zia che si ostina a portarti cappelli da investigatore bulgaro.

Assomigli più a un metronotte incapace di custodire le poche cose che gli sono state date, così ti dai vinto, come i pugili, sfinito da pessimo prosecco e mortali rispolverate di album fotografici.

Il giorno della vera pace è il 27. Tutto è finito, tutto sta per ricominciare. Il 27 assomiglia a una promessa, per noi è un traguardo. Dovrebbero marcarlo rosso sul calendario.

Il 27, come tradizione, non bevo. Mai. Perché sono stufo di bere, perché sono triste di mio, perché di solito scrivo oppure leggo vecchie cose. Il 27 dicembre è uno Spoon River, o forse una vendetta, una resurrezione.

Ero giovane, talmente giovane da non aver che un pallido pizzetto, che portavo con grandi basettoni. Avevo iniziato un corso di scrittura, anche se non avevo ancora capito bene se volevo fare il tranviere o lo scrittore. Per non sbagliare ho fatto tutt’altro. Io faccio così nella vita. Mi metti davanti a due scelte e io me ne invento una terza, di solito lievemente peggiore, una specie di amabile declino che mi giustifica. Era il 27 dicembre del 1995, e io e le mie basette eravamo stati invitati a bere in un posto appena fuori dal centro dove si ritrovavano scrittori e musicisti. Il Chinaski stava per chiudere, avrebbe chiuso a febbraio del 96, io ad aprile mi sarei per la prima volta perdutamente innamorato, e mia madre sarebbe morta un anno dopo. A saperlo prima, sarei rimasto seduto su quello sgabello, nel dicembre del 95. È stata la sera in cui ho conosciuto Vincenzo, Vinicio e una manica di altri uomini, che mi avrebbero segnato per la vita. A saperlo prima, mi sarei messo la cravatta. Andrea mi aveva lasciato seduto da solo con un tizio che mi parlava di Fante e Ferlinghetti. Gli devo tantissimo, ma non so nemmeno chi sia. Di tutta quella ghenga, oggi ci si ricorda solo di un paio. Gli altri forse scrivono ancora, forse sono morti, come Andrea. Milano era appena diventata il centro del mondo per me. Dal 95 al 2012 ho visitato tutti i continenti, sono stato più volte a Hong Kong che a Roma, ho vissuto in un centinaio di alberghi, ma solo cento perché torno sul luogo del delitto e dormo sempre negli stessi posti, così le notti mi sembrano più brevi, e la solitudine meglio arredata. Ma è in quella Milano che io torno, per sentirmi a casa. Dal 95 sono cambiati i posti, la città si trasforma seguendo un disegno che pochi capiscono e ancora meno anticipano. Le zone brutte diventano ghetti per ricchi, il centro è una scatola di vuoto pneumatico pieno di brasiliani che cucinano sushi per uomini truccati come puttane e puttane che fanno gli uomini decidendo il ritmo. È Milano, è sempre stata così. Sotto, appena sotto le coperte di squallore lussuoso che il circo borghese cuce sulle sue circonvallazioni, restano questi segni, queste vite, queste storie.

Insieme alla Beat Generation mi sono innamorato di questa ghenga di sbandati, che hanno usato la poesia delle parole come arma per combattere una guerra che sicuramente non hanno vinto, ma hanno festeggiato con vino, rhum e gin.

Davvero non so quanti di loro oggi guidino autobus, o dipingano muri, o lavino macchine, pochi sono famosi, ma tutti scrivono. Tutti bevono o bevevano. È un modo stupido di combattere, ma al fronte ci si arrangia un po’.

Resistere resistiamo, ma non sappiamo bene a cosa. È il nostro modo di esistere, non è un difetto, e dei pregi non ha il sapore ne l’odore. È così che mi sono ricordato di Andrea. Adesso che è morto. Da vivo resisteva, e ha disegnato molte delle rotte che noi, che navigavamo sotto la coperta della città, abbiamo seguito.

In clandestinità abbiamo affrontato inverni peggiori, e ci siamo sempre stretti alle nostre cose, al nostro scrivere, al nostro resistere. Così abbiamo imparato e così facciamo.

Ciao Andrea

Sudori

Ho sempre ritenuto che la palestra fosse un non luogo. Immagina le lampadine intermittenti di Natale sui balconi. Luce, buio, luce, buio. La palestra è uno di quei momenti di buio. Correre sui tapis roulant, guardando un muro. Sollevare pesi, facendo smorfie di fatica, per poi ritrovarsi a compiacersi del proprio corpo davanti a enormi specchi, infilati dentro a spogliatoi troppo piccoli, pieni zeppi di gente sudata, nuda, affannata.

Ho preferito la piscina, il silenzio, l’acqua, robe così.

La palestra dove sto andando è una di quelle moderne, senza istruttori, piena di televisori che mandano ossessivamente video, sempre gli stessi, di gente che solleva pesi, solleva se stesso, lancia oggetti, e si guarda i muscoli. Enormi, ovviamente. Ormai conosco la rotazione a memoria. Mi piace vedere i tipi che fanno wakeboard. E ogni volta, l’avrò visto sessanta volte, sono in ansia prima della premiazione. Vince un ventiduenne tedesco, biondo, che sorride alzando una coppa d’argento. A seguire c’è una cinese che scala una parete. Poi i video dei culturisti. Uomini immensamente grandi che sollevano pesi immensamente pesanti, con le vene che si gonfiano. Poi è il turno delle donne. C’è una tizia, bionda, scolpita e tonica, che risveglia le mie più basse pulsioni sessuali. Non tanto per il fisico, ma per come guarda in camera. A furia di vedere il video ho capito che del fisico scolpito non ho nessun interesse. Mi piace il piccolo difetto, la smagliatura, la sbavatura in un quadro che uno direbbe: cazzo che bello, ma non lo dice proprio per la piccola sbavatura.

Corro, davanti a questo televisore, ma ho trovato un compromesso nella fila di tapis roulant che danno sulle vetrate. Affacciano su dei condomini. Tutto il complesso era una vecchia fabbrica. Hanno costruito mega appartamenti con terrazzi e, a furia di correre tutte le mattine, mi sto interessando delle piante di questi ricchi borghesi. Confido nella primavera, quando ci saranno delle grandi fioriture.

Quando corro non penso a niente. Sono disorientato, ascolto il mio battito, regolare e super veloce, sento le gocce di sudore, guardo il display che mi dice come sto andando. Mi sento terribilmente stupido, ma mi sento terribilmente bene.

Poi mi sposto a fare gli addominali. Non ne ho mai sentito il bisogno. Ma pare che ce ne sia necessità. E’ un posto dove tutti si concentrano moltissimo. Gli addominali, pare, richiedono concentrazione e costanza. Io vado un po’ in disordine. Per pigrizia e per noia, ma anche per la distrazione. Osservo gli altri. Guardo le donne. Se vado al mattino, prima del lavoro, sono signore di una certa età, grassocce, sudate. Credo sia la chiamata alle armi della menopausa. Di tutte una mi sta simpatica a vista, perchè camminando sul tapis roulant canta con gli occhi chiusi. E’ come se potessi osservare la sua giovinezza, spensierata.

Se vado al pomeriggio o alla sera, trovo le studentesse, le ragazze della mia età. C’è davvero di tutto. Donne con evidenti problemi personali riversati sul fisico, donne serenamente grasse, donne serenamente magre, donne insignificanti, donne belle, donne brutte. Penso, di fondo, che in palestra si possa davvero trovare l’amore. Per via dei grandi numeri.

A volte mi soffermo troppo, qualche secondo che divide la decenza dalla malizia, su un culo o su una tetta.

Ma come un vecchio porco, non tolgo lo sguardo.

Non immagino niente. E’, anche qui, pigrizia. Osservo tonnellate di carne tutti i giorni. Esco dalla palestra e non ho bisogno di guardare più nessuno. Ho visto corpi a sufficienza.

Alla fine ci vado per rimediare a una fastidiosa tendinite, che non sta passando e forse non passerà mai. Ma mi ci sono ritrovato. Andarci prima di lavorare mi fa stare più tranquillo.

Ho scoperto che è pieno zeppo di gente che riesce a toccarsi la punta dei piedi con le mani, e li invidio. Ho scoperto che ci sono delle macchine che lavorano su dei muscoli che non pensavo di avere. Non mi interessa di averli, in fondo. Va bene così. Io allo specchio degli spogliatoi guardo, prevalentemente, la disonorevole caduta dei capelli e la progressione della fronte.

Adoro lavarmi nelle docce della palestra, perchè non devo pulire. Per il resto, è un luogo difficile da raccontare.

Mi ricordo di aver amato molto una donna che andava in palestra tutti i giorni. E che in palestra raccimolava scopate. Ci vuol poco, direi adesso. C’è una tensione erotica, negli orari dei giovani, che si taglia con il coltello. Ci si guarda come se si dovesse tutti scopare da un momento all’altro. Tranne quelli che sono lì davvero per esercitarsi. Che poi li riconosci subito e li eviti.

Penso sia una fase della mia vita, quella della palestra. Finirà, un giorno. Rimpiangerò il poter correre tutti i giorni in pantaloncini e non avere freddo mai. Rimpiangerò i culi e le tette, di cui non avevo bisogno e che mi fanno sentire un sudicio vecchio maiale.

Forse non rimpiangerò nulla.

Sto andando in palestra.

 

Tu – Blondies

Guido con una mano sul volante, l’altra pigramente appoggiata sul testicolo destro, il palmo sulla coscia a dire il vero e l’indice sul testicolo, quasi a indicarlo.

La strada scorre, le luci mi danno fastidio, forse sto diventando miope. Passano alla radio una canzone noiosa, sono diventato irascibile anche sulla musica, forse sto diventando vecchio. Cambio stazione, alzando la mano e scorrendo con il dito sullo schermo. La mano sinistra salda sul volante.

La città scivola via, sono distratto e non noto nulla. Sono stanco e distratto.

Mi accendo una sigaretta, anzi si accende da sola, perchè questa froceria che fumo adesso fa tutto da sola. Nemmeno più il gusto macho di rollare, leccare, accendere. Aspiri e basta.

Niente musica, così cambio e prendo il telefono. Metto pezzi a caso.

Partono i Manchester Orchestra. In una delle ultime rivoluzioni del database, quando voglio comodamente sdraiato sul mio letto cambiare un pezzo della mia vita e allora tolgo dal telefono musica e ne aggiungo di nuova, sentendomi anche un uomo migliore, avevo tolto i Manchester Orchestra, per fare posto a qualche pacchianata che mi piaceva al momento. Poi li ho rimessi. Mi piacciono, mi sarebbero piaciuti comunque, e sono un ricordo fortissimo.

Uscivo da casa tua tardi, di notte, sbronzo, di champagne o di bianchi da pesce il più delle volte Falanghina o Muller, con l’odore del tuo corpo sulla barba, la stanchezza sulle spalle, e i sensi di colpa che mi bloccavano le caviglie.

Salivo in macchina, ero diventato bravo a parcheggiarla nello stretto vialetto, in salita e al buio, e mi accendevo una sigaretta, l’ennesima. Tiravo giù il finestrino e accendevo la radio. Mettevo un disco dei Manchester Orchestra. Partivo, dieci minuti ed ero a casa.

Così per mesi.

A volte mi fermavi sulla porta, prima di uscire. Non mi fermavi, non mi hai mai fatto nulla, mi facevi capire. Ti mettevi sulla porta, con le mutande e le scarpe. E io crollavo.

Scopavamo appoggiati alla porta, come se non lo avessimo mai fatto, come fosse stata la prima volta della sera, poi ti spostavo sul divano.

Così ci salutavamo.

Facevo le due rampe di scale senza fretta.

Non avevo nessuna fretta, perchè ovunque sarebbe stato uguale. Non avevo posti dove andare, al di fuori delle tue fottutamente belle gambe, delle tue tette, piccole e ordinate e della tua pancia. Era lì che tornavo.

E mi sembrava giusto restare.

Riprendo a guidare, semafori lunghissimi, rimetto la mano sulla coscia, appoggio il gomito al bracciolo, l’indice ancora a indicare il coglione destro.

Povero, il coglione sinistro. Che nessuno se lo fila.

Gli album dei Manchester Orchestra hanno un potere narrativo enorme. O forse sono solo i ricordi. Non ho voglia di combattere con nessuno, per difendere i Manchester Orchestra o per difendere noi.

Di noi è rimasto pochissimo, ricordi miei, non so nemmeno come stai. Ogni tanto ci penso. Senza rimorsi, senza dolore. Sei un ricordo neutro, sei un evento profondo e lungo, che è successo. Che non risuccederà.

Meno male che ci sei stata, a volte penso.

Come mentre guido.

Mi hai fatto crescere, in sei mesi, più tu di molte altre cose.

Era necessario, mi sono sempre detto. Ho scoperto che mi sono detto un sacco di bugie, per un sacco di tempo. Non eri per nulla necessaria, ma sei stata indispensabile.

Guido fino alla via di casa. Tutto buio e tutto immobile, proprio come quando tornavo da te.

Parcheggio, lentamente. Spegno la macchina. Respiro.

Proprio come quando tornavo da te.

Adesso sono in grado di darti un nome, di ringraziarti, di guardare alle tue gambe come un dono, indispensabile cinque anni fa.