1976

 

Era stata Anna a chiedere, dopo aver aspettato quasi cinque minuti davanti alla porta chiusa prima che Susy aprisse. Le aveva portato un piccolo vassoio di plastica verde con due uova, un toast e del cioccolato. Le piastrelle del pianerottolo erano congelate, e Susy faceva fatica a restare in piedi.

  • Facciamo colazione insieme?

Perchè no, aveva risposto Anna. Che rispondeva spesso così. Sembrava sempre molto indecisa, insoddisfatta, quasi infelice.

Se ne era accorto anche Fabrizio. Qualche giorno prima aveva approfittato per parlarne con Susy. Bevevano vino, aspettando che la cena fosse pronta. I fuochi, le pentole che vibravano, l’aria densa e calda della cucina, i vetri appannati.

Anna era rimasta sola quasi due anni prima. Nel palazzo se lo ricordavano tutti, il momento, anzi quel mese, di urla, discussioni, piatti rotti, pianti sulle scale.

Un brutto divorzio.

Anna era rimasta sola, in quella casa, usciva la mattina per il lavoro e rientrava sempre la sera per l’ora di cena. Non aveva altri impegni, altre passioni, sembrava quasi si fosse congelata, paralizzata, fermata, a quel momento di due anni prima.

Susy l’aveva invitata una volta a cena. Anna aveva risposto

perchè no.

Ma poi non si era presentata. Susy si era sentita in colpa, per quello strano invito, perchè in cuor suo sapeva che si trattava di curiosità, una morbosa curiosità di conoscere i dettagli di quel lutto.

Si erano poi incontrate diverse volte, al supermercato, sulle scale, alla caffetteria all’angolo.

Nell’ultimo periodo Anna aveva cambiato lo zerbino, comprandone uno con una grossa scritta verde: home, e aveva appeso alla porta un piccolo cuore di ceramica, dipinto di rosso. Ma sembrava ancora più stanca, più delusa, più infelice.

A Susy, perlomeno, sembrava fosse così.

Anche Fabrizio, bevendo del vino, aveva preso il discorso alla larga, ma lo aveva detto.

Allora avevano deciso.

A loro succedeva così fin dai tempi del liceo.

Riuscivano ancora ad avere un’intesa incredibile, quando decidevano di fare qualcosa insieme, meglio se per qualcun altro.

Susy avrebbe invitato Anna per una cena, ma non in tre, in quattro.

Il quarto era Aldo.

Amico di Fabrizio, separato, Aldo era un uomo brillante, secondo Susy.

Un perfetto modo per ricominciare.

Così aveva preparato la colazione e aveva suonato il campanello.

Erano le sette e mezza.

Mentre aspettava sulla porta, a piedi nudi, Susy si era persa a guardare il piccolo cuore rosso di ceramica.

Erano tantissimi anni che non faceva qualcosa di quel genere.

Erano tantissimi anni che lei e Fabrizio non si stupivano a vicenda.

Erano complici. Grandi complici.

Ma quanto tempo era passato dall’ultima volta? Cucinavano insieme, viaggiavano, a volte riuscivano anche a trovarsi del tempo, riuscivano a stare soli, insieme.

Ma da quanto tempo questa cosa non portava quel brivido, quell’emozione, quella sensazione?

Il freddo dei piedi le aveva ricordato quando si erano conosciuti, al liceo, e scappavano per i fine settimana nella vecchia casa di Nizza, anche d’inverno.

Sembrava fossero passate molte vite, tra quel freddo e questo freddo.

Aveva suonato ancora il campanello.

Ma chi era Fabrizio, adesso? Un coinquilino? Un amico? Un vecchio amante?

E chi era lei? Era una parte di questa strana famiglia, di questa strana unione. Ma chi era lei, davvero?

Sentiva freddo ai piedi.

Anna aveva finalmente aperto.

Susy aveva capito, osservando il viso di Anna.

Ed era scoppiata a piangere.

 

Qualche Cosa

Avevo la sensazione di aver dimenticato qualche cosa, capisci?

Quello strano fastidio, madonna, che ti viene, prima ancora che il dubbio diventi certezza.

Ho preso le chiavi, ho stretto la giacca, e sono uscita, ma ero sicura di aver dimenticato qualcosa.

Non saprei dirti come, ma ci ho pensato per tutto il viaggio sul bus. Non riuscivo nemmeno a sentire le chiacchiere degli altri, pensavo e ripensavo a cosa potessi aver dimenticato.

Un mese fa, quel maledetto venerdì del funerale, ho dimenticato le calze, ti ricordi?

Poi, qualche giorno fa ho dimenticato il portafoglio, insomma, succede, a me succede spesso.

Comunque sono arrivata al ristorante, appena in tempo per godermi la solita litigata tra Ugo e Paolo, ormai è quasi una tradizione, litigano per tutto, e poi Paolo viene a baciarmi di nascosto nel magazzino dicendomi di non aver paura.

Io non ho paura, davvero. Ho solo addosso una noia mortale, ma poi sai come sono fatta, non rispondo mai.

Ho iniziato a servire il primo cliente senza grembiule, per colpa di quei due che litigavano in cucina.

Pollo con mandorle e patate bollite ai frutti rossi.

Macedonia e caffè.

Senza dirmi una parola.

Poi si è seduto un tavolo da quattro, quattro uomini, forse dalla fabbrica. Parlavano fitto, hanno ordinato di fretta e mangiato di corsa.

Poi è arrivato un tavolo di sei persone, gli uomini con le cravatte e le donne con belle scarpe con i tacchi. Credo siano quelli della banca che ha appena aperto in fondo alla strada.

Ordinano insalate e zuppe, uno di loro prende il riso saltato con le uova.

Nessuno prende il dolce.

Io lavoro, come sempre. Sai come sono fatta. Non riesco a perdermi, quando lavoro. Sono davvero presente. Lo faccio per il bene del ristorante.

Poi è arrivato questo tizio.

Con una giacca di pelle chiara, i capelli disordinati, l’aria di chi ha dormito poco, come quei ragazzi dei film, hai in mente?

Ascoltava il telefono, che teneva vicino all’orecchio, senza parlare.

Ha ordinato la zuppa di granchio, aveva una bella voce, di quelle sensuali, calme. Mi è piaciuta.

Mi è venuta questa sensazione, quella cosa che avevo dimenticato, accidenti, proprio mentre gli portavo la zuppa.

Mi ha chiesto ancora del pane.

Mentre lo portavo sono quasi scivolata, nell’angolo con le piastrelle rovinate vicino all’ultimo tavolo, quello che ti dicevo che quasi mi faceva cadere già tempo fa.

Ecco, lo ho sentito ridere, un bel riso, un bel ridere davvero.

Senza offendere, ho risposto, ma stavo scivolando.

Era bellissimo vederla, per questo rido, sembrava una ballerina. Dice.

Gli lascio il pane.

Ordina anche delle verdure saltate.

Nel frattempo gli altri tavoli si sono tutti liberati.

Così inizio a pulire la sala.

Non so perchè, ma ho voglia di andare a casa.

Quella cosa di aver dimenticato qualcosa, non mi lascia.

Non so se capisci.

Allora lui ordina il caffè, sempre sorridendo.

E io lo porto insieme al conto.

Poi, mi metto a pulire in fondo al bancone, che restano sempre tazzine in disordine.

E lui si alza, e mi dice, le ho lasciato i soldi sul tavolo.

Mi giro per controllare e lo saluto, lui saluta.

Ha una bella voce, delle belle mani, insomma un bell’uomo.

Si ferma sulla porta e mi dice: davvero non ho riso per prendere in giro, ho riso perchè era bellissima da vedere, mentre inciampava, sembrava una ballerina.

Sorrido, non so bene cosa fare. Sai che queste cose mi imbarazzano.

E insomma, restiamo così, quasi un minuto, con lui che mi guarda sorridendo.

E io che lo guardo, ma che vorrei togliere lo sguardo subito.

E’ un bell’uomo. Accidenti.

Quando esce, vado al tavolo a prendere i soldi.

Mentre sparecchio sento ancora questa cosa.

Di aver dimenticato a casa qualcosa di importante.

Allora mi siedo, seguimi. Come se fossi a disagio.

Come se davvero dovessi capire.

Ci penso, mentre gioco con la sua tazzina del caffè.

Vuota.

Non riesco a capire.

Poi, mentre mi alzo, perchè sento urlare in cucina, mi ricordo.

Mi viene in mente.

Ho dimenticato a casa il coraggio.

Ecco cosa ho dimenticato.

Ecco perchè ti ho chiamata.

Sei l’unica a cui posso dirlo.

Il coraggio di fermarlo sulla porta e chiedergli di portarmi a cena, magari al cinema, di ridere con me ancora, di farlo guardandomi con quegli occhi.

Io quel coraggio, quella voglia, è come se l’avessi persa.

Mi sono resa conto di questa cosa.

Ecco, volevo raccontartela.

Qualche cosa lo devi pur perdere, per andare avanti, come faccio io.

E, si vede che ho lasciato perdere il coraggio, lo ho lasciato scivolare via.

Che sono comoda così.

Forse è meglio così.

Sai, ci penso spesso, alla fine bisogna pur vivere.

Allora, ho pianto, mentre sparecchiavo.

Perchè forse il coraggio non era la prima delle cose da lasciar andare via.

Il coraggio di amare serve sempre, altro che comodità.

E mi sono sentita strana, infelice, ma serena.

Come se tutto facesse parte di un piano, un piano come quello che fanno i rapinatori nei film.

Che il film sia la mia vita, e per viverla comodamente io mi sia fatta questo piano, di cancellare il coraggio.

Cancellando anche le possibilità.

Ecco.

Cosa ho dimenticato stamattina.

Devo averlo lasciato da qualche parte.

E poi, devo dirtela tutta, sono tornata a casa piangendo ancora.

Non era un pianto di disperazione, nemmeno di gioia.

Era un pianto di una come me che ha capito cosa ha dimenticato.

Niente di importante, Sara, solo volevo dirtelo. Che mi mancano quegli anni in cui io e te avevamo coraggio.

Me li ricordo.

 

Unghie rosse

Accendeva lanterne cinesi, seduto alla fine del molo, una alla volta, salivano nel buio della notte, fiamma incerta, rotta insicura, sullo sfondo tutta la paura del mare di notte, nero.

Sono stufo della pioggia, sono stufo della vita, sono stufo dei ricordi.

Aveva detto a un pescatore, che ne più ne meno gli aveva chiesto:

che cazzo fai sul molo di notte, balordo?

Si vede che il pescatore non aveva capito. Tanto che se ne era andato. La gente di mare, quando non capisce le cose, scivola via. E’ una cosa intelligente, che evita il fastidio di doversi fare altre domande. Scivola via, come le giornate troppo belle, come le soddisfazioni, la gente di mare, come il mare, forse.

A volte fumava la pipa. Sughero e radica, manifattura di un vecchio artigiano del nord, vicino al lago più inquinato del Paese, era una pipa che dava malinconia e inverno, anche a fumarla d’estate.

A volte guardava le pietre dell’arenile, per ore, quasi volesse essere una delle reti lasciate dai pescatori ad asciugare.

In verità sognava.

Non erano veri e propri sogni.

Erano profezie sul passato.

Ricordava gli errori, ripercorreva le scelte, riusciva a dare i nomi alle emozioni, prevedendo poi finali differenti, che ovviamente non erano e non sarebbero mai avvenuti.

Adorante, un magro gatto del porto, si avvicinava quasi ad ascoltare quei pensieri.

I gatti, a differenza dei cani, non credono nel destino e nell’amicizia.

Ma questo non è argomento da trattare, ne qui ne con un gatto.

Non aveva soldi, se ne erano accorti i balordi scaricatori del porto, due lo avevano preso di peso e avevano cercato soldi e tabacco.

Trovando del tabacco.

Da quel momento, nessuno si avvicinava, quasi fosse un pezzo del paesaggio, un elemento del porto, o forse del mare.

Gli stranieri, quei pochi fuori stagione, facevano delle foto, lui non faceva niente per evitarlo.

Una sera un gendarme si era avvicinato più incuriosito che insospettito.

Dopo aver tentato di far domande, cadute nel silenzio come le briciole di pane sul filo dell’acqua, dopo aver atteso le risposte, aveva deciso.

Era diventato un clandestino, che viveva sul bordo del molo.

Aveva diritto di restare, perchè le leggi del mare sono diverse da quelle della terra, ma non avrebbe avuto diritto di alzarsi ed entrare in paese.

Due vecchie comari avevano iniziato a portargli cibo. A volte pane raffermo, a volte carne salada, che divideva con il gatto.

La voce era arrivata alla nuova maestra del paese, che veniva dalla città, che vestiva elegante, che con la sua bellezza aveva crepato più matrimoni di quanti muri avesse crepato la mitica tempesta del 37, quella, per la cronaca, che aveva distrutto l’arenile e mozzato il campanile.

Sara.

Si chiamava Sara, tutti la chiamavano Signorina Sara, le donne per invidia, gli uomini per speranza.

I marinai e i pescatori fischiavano, e lei sembrava rispondere con i fianchi che ancheggiavano facendo frenare anche gli aerei in cielo, con un movimento simile alla perfezione delle altalene.

Guidava una vecchia macchina azzurra, una giardinetta con gli specchietti cromati.

Ma questo non è importante.

Profumava di rose e muschio.

Questo è più importante.

La signorina Sara, sentito di questo clandestino che accendeva lanterne cinesi sul bordo del porto, la notte, fuori stagione, con vicino uno dei gatti del porto, aveva tenuto la medesima espressione che aveva durante il discorso precedente.

Che per dovere di cronaca era una accesa discussione sull’eventualità di riverniciare le tre panchine della stazione ferroviaria, sempre state verdi. Sembrava qualcuno volesse dipingerle di azzurro, un tocco di classe che avrebbe invitato molti più turisti a godere del mare, dicevano quelli che volevano proporre questa rivoluzione.

Si era abituata a questi piccoli problemi che causavano grandi rivoluzioni, la Signorina Sara, tanto da riuscire a continuare a bere il suo thè senza batter ciglio.

E senza batter ciglio aveva ascoltato del clandestino del porto.

Così una notte, era giovedì, aria fredda e un filo di pioggia, era scesa al porto, camminando raso ai palazzi per non bagnarsi troppo.

Aveva visto l’ombra dell’uomo.

E del gatto.

Il buio della notte, insieme al freddo, insieme alla pioggia, feriva come colpi di spada. Ci vuole un’intera estate per riprendersi da queste giornate.

Era arrivata sul ciglio del molo, a due passi da lui, che non si era nemmeno girato a capire chi stesse arrivando.

E senza guardarla aveva detto:

mi fai sentire nudo.

Lei aveva trovato una nassa, appoggiata a pochi passi, e ci si era seduta. Da lì poteva vedere il contorno di ombra dell’uomo, ascoltarne il respiro, ammirarne la strana bellezza, e imbarazzarsi liberamente per non sapere cosa si risponde.

Allora si era accesa una sigaretta.

Dicono che l’uomo per cui accendi sigarette può essere quello giusto, quello con cui bruciare, diventare cenere, come la sigaretta, come la vita, come tutto il resto. Non è una definizione bellissima di amore? Aveva detto lui con calma.

Non ho parole, non so cosa rispondere, aveva detto lei.

Io non sono mai stato l’uomo per cui una donna ha acceso sigarette. Ho avuto donne, molte. Ho dei ricordi, per questo, vorrei poterli appoggiare sulla tua gonna, perchè mi pesano da morire. Mi fai sentire nudo, quando mi guardi. E fumi per non rispondermi. Non è la perfezione più pura che ci possa essere?

Io…

Io.

Io, insomma, io sono scesa al porto per curiosità. Per istinto, forse.

Non ero pronta a questo.

Le tremava la voce, per il freddo, per il fumo, per quell’uomo. Per tutto.

Non rimandare questo viaggio, non lo fare, te lo suggerisco io che sono qui a dipanare ricordi che sono come matasse di emozioni, e che per questi ricordi ho rimandato troppi viaggi. Saranno stati poco importanti, dico io. Ma vedi, sono qui con un gatto, siamo soli in due, io e il gatto, clandestini, hanno detto, a dipanare matasse di emozioni. Questo mi permette di suggerirti di pensarci.

Aveva visto, lei, nell’ombra, un pescatore rientrare nel porto, sfruttando la corrente, senza rumore, senza luci, senza pesci.

Tu sei, vorrei non ti spaventasse, la mia libertà. Aveva detto lui.

Ed è comprensibile che un uomo abbia paura della sua libertà.

Gli uomini stupidi non ne hanno, di paura.

E’ meglio invitarla a sedersi, la paura, insieme a me e te. Si alzerà per tempo, lo farà sentendosi di troppo, fidati.

E sulla fiducia ti dico, lascia che ti parli Signorina, è una moneta che devi pagare, alla quale nessuno si abitua facilmente. Figurarsi tu, che hai fatto dell’indipendenza e di quel culo che sembra un rivoluzionario che combatte contro la legge di gravità.

Ecco, il culo te lo lascerò. E anche l’indipendenza.
Fa rima con il mio fumare la pipa.

Ma la fiducia si porterà poche delle prime notti in cui non sarai ancora abituata a questo mio amore, come le prime notti in barca di ogni marinaio.

Abbi pazienza.

Mi sento nudo quando mi guardi, e tu fumi per me. Per esperienza ti dico che l’amore, fatto così, dura una vita. Fidati.

Poi era rimasto in silenzio. Guardando il mare nero che si muoveva docile.

Lei aveva abbassato la testa, raccogliendola tra le mani, unghie rosse lucide.

Erano rimasti in questo silenzio quasi fino all’alba.

Una foschia straordinaria aveva coperto il paese, arrivando dal mare.

Un silenzio surreale.

Aveva smesso di piovere.

Erano fradici.

Lei aveva alzato il viso e aveva detto:

Ma il gatto lo teniamo?

 

 

Spara, se sbagli ci ammazzi

Racconto dove gli occhi sono la punteggiatura, dove si inizia con la fine e dove l’inizio è una domanda, una supplica. La fine, come dicevo, invece è un inizio. Non chiedetemi come sia possibile. E’ un racconto che è come i caffè pagati, un gesto per dire grazie, al mattino. Il sapore di questo racconto ha vagamente a che fare con le rose, anche se non sono assolutamente importanti. Non credo che il sapore di un racconto sia importante. Il tempo di questo racconto è tutto in una candela. Quanto può durare una candela? Se lo saranno chiesto, quelli che ci illuminavano per davvero la vita. Non ne ho idea. E’ durato tutto quanto dura una candela. Ho trovato le forze per raccontarlo su un vassoio di ceramica, color lavanda, insieme agli avanzi di una colazione, gli amanti non lasciano segni del loro vivere insieme, sono gli amori che lasciano briciole, perchè dovessero perdersi, ci si ritrovi seguendo il sapore conosciuto di una colazione fatta rapinando le ore e i minuti alla vita.

Non vorrei però vi distraeste

Epilogo

Ci sono cose che iniziano dalla fine, come il suo modo di ragionare, come il suo modo di osservarmi, selvatica, con le gambe raccolte tra le braccia, nuda su una sedia.

Questa storia inizia dalla fine.

L’alba.

I contorni, le ombre, il confine del freddo dell’alba d’inverno, appena fuori dal caldo del letto. Aprendo gli occhi ho seguito la forma, sinuosa, della sua carne, ascoltando il suo respirare lento. Mi sono avvicinato, come se in un letto ci fossero distanze incolmabili, quasi a scusarmi di non averlo fatto prima.

Le ho accarezzato i fianchi, caldi, la pelle liscia.

La pancia, i seni.

Hai una mira infallibile, le ho detto.

Credo di averle detto. Non sono sicuro di cosa le dico, sono sicuro che capisca tutto.

Ho desiderato fosse sabato, fosse un mattino senza fretta, ho desiderato fosse l’alba di un giorno in cui restare, fermo, ad aspettare ancora che questo suo essere mi stupisse.

L’alba, invece, di un dannato venerdì.

La Pancia

Ci sono racconti che hanno l’ombelico della storia in mezzo alle pagine, nella pancia, nei dettagli della storia. La pancia di questo racconto ha le linee definite di una pelle profumata, liscia, tesa. Sono rimasto fermo, a baciare la pancia, incapace di muovere le mani, come se tutto questo spazio fosse nuovo per me.

Fai di me quello che vuoi, mi ha sussurrato. 

Mi ha tolto i vestiti e la capacità di misurare il tempo, mi ha spogliato delle mie certezze, baciando le mie cicatrici con quel suo fare disinteressato, ascoltando il dolore che i miei occhi lasciano passare, senza dare nessun peso, lasciandosi toccare e guardare, come se fossimo da sempre nudi, uno davanti all’altra. Come se fossimo stati nudi per tantissimo tempo.

L’ombelico di questo racconto è nei dettagli.

Gli occhi. Hanno spento la città intorno, i suoi occhi sono piccoli, azzurri, cercano, anticipano, ascoltano, giudicano, reagiscono, graffiano, spogliano, costruiscono, distruggono. Fanno cose, a modo loro. Come se fossero la punteggiatura dei suoi pensieri.

Pronuncia il mio nome, per chiedere, per avermi vicino, lo fa come se lo facesse da anni, come se fosse scontato che io capisca.

Io capisco. 

C’è l’estate nei silenzi che ci lasciamo alle spalle, come fosse naturale rimanere in silenzio,come avessimo tutto il tempo, forse più di una vita. L’estate non ha fretta, come i suoi movimenti.

Mi mette in ginocchio, lo fa guardandomi, mi fa rialzare, lo fa sorridendomi. Fuori, in lontananza, la città e l’inverno.

Riconosco, ho memoria, la scienza esatta del suo piacere, come se fosse una materia che possiedo da anni. Eppure non ti ho mai vista, nuda tra le mie mani.

Eppure, ho la sensazione di volerlo fare per un tempo indefinito, questa cosa del vederti nuda tra le mie mani.

Ho paura di non essere capace di amare, forse ho paura di amare, forse ho paura di non sapere come amare, forse neppure cosa sia l’amore. Ho paura, le dico.

O forse lo tengo per me.

La pancia di questo racconto è tutta nel dettaglio di conversazioni che

forse

non sono mai avvenute.

Ma, lo so perchè c’ero, sono cose che ci siamo detti.

La osservo appoggiare i vestiti sopra la mia vergogna, mentre con i piccoli piedi affusolati sposta una pila di paure, problemi, incertezze, riuscendo a metterle lontane, fuori dalla luce delle nostre mani.

Prendi quello che vuoi di me, sussurra. 

Ma non riesco a sentire, non riesco a sentire niente se non il suo respirare. La cerco, mentre si addormenta. Forse non vi ho raccontato di come cammina.

Cammina come la sua anima le comanda di fare. Un disordine che sembra una sommossa popolare in un paese asiatico. Ecco come cammina.

Mi camminava incontro, a passo deciso, la prima volta che ci siamo visti. Mi ha camminato incontro incerta, sapendo di aver promesso un bacio, un baratro pericoloso, per tutti e due.

Io voglio essere il tuo primo pensiero, il tuo ultimo pensiero, ogni mattino, ogni sera, mi dice. 

O forse me lo hanno detto i suoi occhi.

Non riesco a raccontare del tempo, non ho idea di quanto tempo sia passato, se non di un’alba d’inverno. Non riesco a raccontare lo spazio, non ho memoria di niente se non della sua pelle. Niente di magico. Se le guardi la schiena ci puoi trovare il mare, e il suo culo assomiglia a quei panorami davanti ai quali vuoi svegliarti tutte le mattine. Ha le spalle che assomigliano al sorriso di un gigante. Ha il sapore del ritrovarsi a casa, l’odore della pioggia d’estate, un odore di ricordi e di libertà. Il suo sapore lo conosco, centimetro per centimetro, eppure è come se dovessi tornarci, per conoscerlo ancora, è come se non sia riuscito a fare mio il suo sapore, che è mio da sempre.

No, non è una storia lineare.

Non è il racconto di una notte, anche se è il racconto di una notte.

E’ un racconto che è iniziato dalla fine. Arrivato a questo punto:

respiro pace, mentre lei respira su di me. Per questo la tengo su di me. 

Come se la dovessi difendere, come se lei mi difendesse, uno non esclude l’altro, ma nessuno dei due ha senso senza l’altro.

Incipit

Ricordo di averle preso i capelli, guardandole la fronte. Che è come il cielo. Puoi stare distrattamente a guardare, trovarci anche dei significati, dei segni, dei ricordi.

Ero di quei bambini che guardavano le nuvole pensando ad altro.

Sono uno di quei bambini che le guarda la fronte pensando ad altro.

Ma.

Le ho detto:

Se vuoi sparare alla mia paura, prendi bene la mira, perchè se sbagli e si riprende, ci fa fuori, tutti e due.

Non sono certo di averlo detto. Sono certo abbia capito.

Non ha risposto. Non risponde sempre. Ascolta, ma non risponde, non come ci si aspetterebbe. Non risponde, ma non lascia discorsi sospesi. Non aspetta risposte, ma ascolta. E’ strano, ma è il suo modo di parlare.

E’ iniziato tutto così.

Se vuoi sparare, non sbagliare, ti lascio fare, credo sia la cosa giusta. Ma non sbagliare.

E’ finito dentro a un’alba.

Molte cose che

iniziano,

sembrano finire dentro a un alba.

Lei mi divora con lo sguardo, io resto impotente mentre mi imprigiona nelle sue parole, le lascia larghe, come se volesse dire se vuoi puoi uscire.

Un ciondolo a forma di cuore.

Lei appoggia gli anelli su una mensola, mi parla di lavoro, di rivoluzioni, di amore, di ricordi,di futuro.

Mentre, inavvertitamente, carica il fucile. Un solo colpo. Non si può sbagliare.

Io, fermo, nudo, aspetto, che spari.

Ho sempre avuto la certezza di voler essere presente all’omicidio delle mie paure, un testimone scomodo visto che le ho ospitate e sequestrate, prima che loro sequestrassero me.

Spara, se vuoi. Le dico.

Almeno credo.

 

All’alba, respiro tenendole i seni e le sussurro

Hai una mira infallibile.

Benvenuta.

Ayrton

Ho preso casa qualche anno fa in un posto remoto e difficile da raggiungere, lontano dai miei vizi e dalle mie paure, vicino, attaccato, al mare, poco frequentato. Credo sia il posto più bello che mi sia capitato di vedere, per questo ho deciso di abitarlo.

Tecnicamente non ho comprato nulla, la mia casa inizia agli angoli del pareo di cotone rosso, bucato e scolorito, e finisce dentro al mare.

Ci sono dei gatti randagi, non amo i gatti, loro non amano me, stiamo in una convivenza diffidente. Io non porto pesce per loro, ma nemmeno problemi. Questo basta.

Ci sono i turisti, ovviamente. Arrivano stanchi morti per la camminata, sparano foto, scappano verso la trattoria più vicina.

Che ha le persiane delle finestre che si aprono direttamente dentro al mare.

Poi c’è Ayrton.

E’ un pino marittimo.

Non sono in grado di stabilirne l’età, nemmeno lo stato di salute. So che c’è da quando ci sono io.

Ayrton non ha pretese di far figli, di seminare, di colonizzare, di fiorire, di fare tutte quelle cose che gli uomini e gli alberi da frutto di solito fanno.

Sta semplicemente lì, sul punto più estremo, vicino a delle rocce. Il tronco piegato, credo dal vento, gli aghi verdi, qualche ramo spoglio.

E’ una pianta pacifica.

Ho nascosto nel suo tronco le cose importanti di cui volevo liberarmi.

La collana di una fidanzata, il braccialetto di mia madre, un libro, due tappi di vino di una festa, un orologio regalato che ho subito odiato.

Un quaderno, brutto, a quadretti, con scritte delle cose, belle, in corsivo.

Ayrton è lì.

Sa di avere un ruolo per me. Eppure io non faccio nulla per lui.

A volte passano dei mesi, senza che io vada lì, senza che io torni a casa.

Un giorno, è una promessa, comprerò una delle piccole rimesse dei pescatori, e la abiterò, con un tavolo, una branda e nient’altro.

La più vicina ad Ayrton.

I pini marittimi hanno questa cosa bella, rispetto agli altri alberi, di esser capaci di tollerare grandi tempeste, pur di stare di fronte al mare, di esser semplici, di esser forti, di non avere inverni.

Sto facendo un piccolo zaino, quest’anno appena passato ha chiesto molta pazienza, per portare delle cose da mettere nel tronco. Non ho mai controllato se, effettivamente, ci siano ancora le cose che ho messo con gli anni. Non mi interessa.

Ne devo mettere parecchie.

 

Amore, morte e piccioni

Vestiva, preferibilmente, blu. Non credeva nell’associazione dei colori alle emozioni, non credeva agli oroscopi, dubitava molto dei preti, e a dirla tutta obbiettava anche sull’amore e le sue forme più spontanee di dipendenza.

Trovava piacevole il vento dal mare, ma solo d’estate, i panorami dei boschi, i bottoni colorati delle camicie, il morbido del cachemire sui seni nudi, i seni nudi in generale, i concerti caotici, l’estremo ordine degli accenti sudamericani, così scivolosi da lasciar sempre frasi a metà. Si innamorava di frequente, tra le cassette dei legumi e della frutta, dentro ai supermercati, osservando il verde perfetto di un avocado o le sinuosità dei broccoli. Forme e colori lo distraevano fino quasi a farlo innamorare sul serio. Trovava piacevole il vino rosso, i tappeti, i camini, le caviglie nude anche d’inverno, i numeri dispari, la pelle dei sedili delle macchine, i racconti americani, gli oggetti quadrati. Trovava piacevole fare liste di cose piacevoli, visto che le cose spiacevoli si affacciavano ingombranti alla sua vita, come curiosi piccioni sul davanzale.

I piccioni cagano, diceva sempre suo nonno paterno, uomo di mare e di saggezza umida come la terra a marzo.

I piccioni si cacciano via, come le cose brutte.

Nel vestire, teneva sempre conto della possibilità di incontrare l’amore della sua vita oppure dei piccioni. Per entrambi i casi, aveva fatto una scorta personale di camicie azzurre e blu.

Di fronte alla morte, ai piccioni e all’amore ci si fa trovare sempre puliti.

Che son cose che sporcano, la morte, i piccioni e l’amore.

Aveva passato del tempo, tredici mesi, a studiare la morte, i piccioni e l’amore.

Inizialmente avrebbe voluto produrre un lungo saggio, qualcosa di retorico e accademico, poi si era accorto di non riuscire a capire a fondo ne la morte ne tanto meno i piccioni e l’amore.

Allora aveva smesso di studiare e leggere, e aveva iniziato a segnarsi su un quaderno le cose che capiva e che non capiva.

Aveva capito che il problema della morte e dell’amore è il medesimo, è di chi resta, di chi rimane. Rimanere, dopo la morte di qualcuno, può essere un problema. Rimanere, dopo l’amore, può essere un problema. I piccioni non presentavano questo problema.

I piccioni, di fondo, non sono un grosso problema, comparato alla morte e all’amore. Ecco, la morte e l’amore erano così totalizzanti, così completi, così pieni, da far sembrare gli altri grandi accadimenti della vita trascurabili, come i piccoli errori grammaticali nelle scritte di un bambino. E’ tale l’emozione della scritta, la calligrafia tremante, gli spazi riempiti male, che si perdona tutto il resto.

Poi, seduto esausto e sudato, dopo aver salito a piedi un ripido sentiero, era successo d’estate, di mattina, non ricordava il giorno, aveva capito di avere una grande paura.

Naturale.

Dell’amore e della morte.

Fortunati gli uomini che non hanno paura di morire, di amare, di amare morendo o di morire amando.

Ma della fortuna degli altri uomini sempre meno gli interessava. Trovava già impegnativo occuparsi della sua, non aveva tempo per desiderare o invidiare niente a nessuno, se non, talvolta, alcuni azzeccatissimi accostamenti tra bottoni e tessuto, tali da far sperare in un risorgimento dell’eleganza, una rivincita del bello sul brutto, ma era un altro discorso.

Così si era rinchiuso in questa idea, non del tutto malsana, che fosse la paura a rovinargli l’idea di morte e di amore, offuscando la vista, come il fumo di un fuoco troppo vicino.

E da quel mattino aveva riposto l’idea di amore e l’idea di morte, avvolgendole in una calda coperta di dubbi, nella valigia delle cose da evitare il più possibile, valigia che portava sempre con se, l’assurdo di voler evitare cose che portava sempre con se.

Se evitare la morte era abbastanza semplice, nel breve periodo, evitare l’amore si era rivelato molto più insidioso. Sguardi morbidi di commesse e passanti, sorrisi ammiccanti di amiche e conoscenti, scollature offerte erano campanelli d’allarme che lo costringevano a rocambolesche fughe.

Si era abituato alla vita in questi termini, lasciando pochissimo al caso, perchè poi è caso che guida l’amore e la morte.

Consolidate abitudini, solidi rituali, certificate routine che lo proteggevano, insieme a una grande capacità di risultare antipatico e pungente, dalle circostanze pericolose.

Fino a una domenica, sul finire dell’anno.

Fermo ad osservare una triste giostra natalizia, in una piccola piazza intasata di bambini, mamme infreddolite, piccioni, sempre piccioni, e cattivi profumi economici troppo fruttati, troppo dolci, troppo pungenti, che rendevano l’aria simile a quella di un bordello caraibico, si toccava con indifferenza il primo bottone del panciotto.

Avere un panciotto era già di per se una bella sensazione, avere un panciotto con un bottone colorato, ruvido al contatto, asimmetrico, era una sensazione decisamente piacevole. L’irragionevole bellezza delle sensazioni, assomigliava da vicino alla nostalgia per le cose belle. Era malinconica ma molto dolce.

Tra la giostra e le vetrine illuminate di una sartoria, era comparsa lei.

Difficile dire cosa esattamente lo colpì.

Rimase paralizzato, confondendosi nella folla della piazza, guardando i passi corti ma decisi, sui tacchi alti e neri, l’ondulare dei ricci biondi, il sorridere camminando verso di lui, il cappotto che, come una cornice di legno pregiato, sottolineava quello che avrebbe dovuto nascondere.

La paura, prima di ogni altra cosa.

La paura di qualcosa per cui aveva già dato, morte e amore.

La certezza, appena dopo, di poter morire per una bellezza così, perdendo l’orientamento, come insenature di un’isola inesplorata, insidiose quanto pacifiche.

Tutti i ricordi, in un semplice giro della giostra, riaffiorati alla memoria. Il piacere della scoperta, il dolore della scoperta, il caldo della routine, il freddo gelato della routine.

Era rimasto immobile, indifeso, smarrito, davanti a un suo sguardo.

Ed aveva iniziato a parlare, sottovoce, quasi non volesse essere sentito.

“Ecco cos’è un tuo sguardo, il primo, letale, quindi l’ultimo. E’ una scossa elettrica, un’ascensore velocissimo che mi porta su, fino alla fine del cielo, è il canto di una sirena, anche se non lo ho mai sentito, è un lanciatore di coltelli che sfiora la mia anima, è una prigione che so di dover abitare, fino a farla diventare casa, casa mia, uno sguardo. E’ un portatore tibetano, che mi aiuta nello scalare la montagna dei tuoi fianchi, è uno dei migliori vini che io possa bere, lo so da me, non mi servirà di assaggiarne altri, è un letto di rose, petali e spine, è una fine che si traveste da inizio, è un film dal titolo inaspettato, è una danzatrice, che balla nella mia testa, senza smettere, con la mia musica preferita, e non ho ancora sentito le tue parole, è un panorama sconfinato, senza particolari, è una nuvola con una forma piacevole anche per un bambino, io sono un bambino davanti al tuo sguardo, io sono colui che vuole abitare questa follia, che ci vuole vivere e morire, io sono quello che ha tutta una vita per fare altro”.

Lei si era fermata, a meno di un passo dalle sue labbra, sorridendo, tenendo gli occhi fissi.

Sembrava ascoltare.

Sorrideva, maliziosa. Come se sapesse di essere la vita, la morte, l’amore, in una piazza fredda e piena di piccioni.

Lui rimase fermo, quasi svuotato.

Cercò il bottone, sul panciotto, come fosse un sostegno. Cercò di fare mente locale, su quanto blu avesse indossato.

E rimase lì, avrebbe potuto rimanere lì fino alla fine del mondo, quasi come questi capelli, questi occhi, questi fianchi, potessero cancellare la paura.

Ecco cos’era successo.

A dimostrare che non serve studiare niente della vita. Che le cose succedono come le maree, hanno un loro ritmo, una loro causa, una loro fine, ma anche un loro inizio.

A dimostrare che la paura non serve a niente, e a niente servono le parole.

E soprattutto, che il problema più irrisolto di tutti, a quanto pare, restano i piccioni.

E i dubbi.

Fastidiosi come i piccioni, tornano se trovano da mangiare, mangiano bugie mascherate da verità.

I dubbi.

Niente cancella i dubbi, nemmeno uno sguardo, nemmeno il fuoco dei capelli di una donna, nemmeno il freddo di una sera di fine anno.

Ma convivere con i dubbi è decisamente più semplice che convivere con la paura.

Sui piccioni, invece, non era ancora in grado di esprimersi definitivamente.

 

 

Abbi cura di te (Spleen di Capodanno)

Gennaio

Erano decisi, intrappolati nelle loro abitudini, a non perdersi nella banalità delle cose. Avevano passato delle sere, tre sere per la precisione a cui era costretto lui, a cercare un nome con cui chiamare la loro cosa.

Amore. 

Diceva lei. Come la vuoi chiamare, diceva, mentre si pettinava guardando lo specchio, nuda se non per una camicia bianca.

Non ne voglio sapere.

Rispondeva lui, dal letto, dove svogliatamente sfogliava un giornale osservando lei. Avrebbe voluto poter scappare da questa definizione, avrebbe voluto poter scappare da tutte le definizioni, avrebbe voluto scappare da tutto tranne che da lei, che d’inverno girava nuda per casa, che sorrideva sempre, che lo guardava di malizia e passione, ma che sapeva anche ascoltarlo.

Era, oggettivamente, una situazione di stallo, per quanto riguarda le definizioni.

 

Maggio 

Caro Amore mio, aveva iniziato a scrivere lei, su un foglio, mentre finiva frettolosamente una spremuta d’arancia. Iniziava sempre così, tutte le sue lettere, che fossero liste della spesa lasciate a lui, che fossero richieste per una cena, che fossero quei teneri messaggi che ancora adorava lasciare per la casa che avevano affittato da una vecchia signora completamente sorda. Era febbraio, era stato un regalo di San Valentino, per loro che non volevano festeggiarlo.

Caro Amore Mio, aveva iniziato a scrivere lei, con mano ferma, per poi scrivere:

hai ragione tu.

Hai sempre ragione tu. 

Hai ragione quando facciamo l’amore con rabbia, hai ragione quando prendiamo il sole e mi ricordi la crema, hai ragione tu con le tue proteine vegetali, hai ragione tu con l’odio per le novità, hai ragione tu che sei la ragione.

Vuoi sapere una cosa: io odio aver ragione, quindi, amo te.

Non era sicura ci fosse davvero un filo logico, in questa che avrebbe voluto essere una lettera d’amore.

Appoggiando la lettera su una mensola, con un filo di polvere, densa in controluce, aveva pensato a tutto il tempo passato.

 

Settembre

Erano capaci di un desiderio particolare, notturno, primordiale, sincero, che poteva spegnersi di colpo, come una lampadina che si rompe, per settimane. Nessuno dei due se ne preoccupava veramente, attribuendo al tempo passato insieme la mancanza di tremori, l’assenza nebbiosa di passione. Era stato lui una sera a chiedere se fosse normale, per lei, questo quasi non amore, questa docile assenza, questa luce sempre più flebile.

Devo difendermi da te, aveva risposto lei.

Incomprensibile, come spesso accadeva.

Lui, abbassando lo sguardo, aveva però capito una cosa: la fine avrebbe anticipato il suo arrivo. Era un pensiero, la fine, che ricorreva spesso nella testa di lui, sempre abituato a pensare al peggio, sperando il meglio senza coraggio.

Non si parlarono per giorni, abituati a sfiorarsi in una serie meccanica di gesti che da fuori non tradivano nessuna crepa, per un vaso inesorabilmente distrutto dal tempo, o forse dalla terra, o forse dalle radici stesse di una pianta troppo grossa per un solo vaso.

 

Dicembre

 

La terra si è accorta di me, pensò lui, seduto ai bordi di un fosso, in una sera fredda gelata, in cui stava provando a cancellare i ricordi con le lacrime.

Le lacrime non macchiano, non lasciano segni, non lasciano segni fuori almeno.

Si erano lasciati in un mattino della settimana prima di Natale, semplicemente abbandonandosi, senza nemmeno dar peso ai saluti, senza nemmeno dar peso alla vita.

Avevano fatto l’amore, la sera prima, avevano cenato insieme, avevano anche discusso, senza convinzione, sul fare una vacanza, il mare d’inverno.

Chi aveva avuto il coraggio?

Ci vuole coraggio per prendere tutto e scappare?

Ma si tratta di scappare, veramente?

Lui era rimasto seduto sul divano verde, quasi tutta la sera, facendo scorta di rancore, controllando le impronte sui cuscini, per ricordare i segni della vita, aspettando che lei tornasse, sapendo benissimo che non sarebbe tornata.

Aveva trovato una lettera, carta rosa, sottile, inchiostro blu.

Caro Amore mio

Iniziava così.

E finiva con una fine, con la parola fine, scritta come le altre parole, come se il peso fosse lo stesso.

Aveva bestemmiato, di una bestemmia sospirata, quasi per vergogna, aveva cercato i suoi vestiti, aveva cercato le sue tracce.

Poi si era seduto, quasi non fosse capace di fare altro.

Chi aveva avuto coraggio, dei due?

Chi aveva avuto paura dei due?

Erano stati giorni lunghi, i giorni più corti dell’anno, in cui camminava senza far caso alla vita. Arrivava agli angoli della città, capannoni abbandonati, strade illuminate di luce fredda, vuote, silenzio, l’autostrada.

Si era seduto, quella sera, sul bordo di un fosso.

E aveva pianto le lacrime che un anno aveva maturato.

Lacrime che non lasciano segno, quelle di dicembre, sperano gli uomini semplici, gli uomini stupidi.

Gli uomini stupidi sono quelli che fanno buoni propositi, da avvolgere nella carta vecchia di un calendario, per bruciarli insieme alle buone intenzioni che svaniscono nel fumo di gennaio, prima che febbraio ti ritrovi come ti aveva lasciato dicembre.

Eppure, per la prima volta, aveva pensato, è bello che un anno finisca.

Tutte le cose finisco. Gli anni, gli amori, le vite, il vento.

Non è vero?

Ecco, è bello osservare la fine delle cose, avendo il coraggio di piangere.

Avendo il coraggio, punto.

Che nome si può dare a questo anno?

Un anno d’amore.

Che brutte le definizioni, che brutti i confini, che brutte le cose scontate, come le storie d’amore che vanno sempre bene, che bene non vanno più da un pezzo.

Che brutto non avere voglia di ricominciare, direbbero.

Ma ci sono giorni, giorni talmente corti, sospesi, soffici stretti in un calendario ordinario, in cui è bello non aver voglia di ricominciare.

Ricominciare cosa, poi?