Diari delle mie puttan(at)e tristi

Ho passato un fine settimana a dormire, pigramente, sfiorando libri, argomenti, un corpo bellissimo, cibi, galleggiando sulla vita insomma. Approssimativo, mi sono sentito felice, di questo galleggiare, di questo incedere sui tempi, di fermarsi, di godersi le cose. Ho al mio fianco una donna che sta facendo il mio stesso percorso. Siamo in due, a fare i conti con le nostre vite, con le separazioni, con i sensi di colpa, con le cose belle, con l’amore ritrovato, con la fedeltà, con lo scorrere della vita. Sono due percorsi per forza paralleli, ma fatti insieme, per mano.

Ci teniamo per mano per scelta, l’amore che ci spinge è grande, sta resistendo a tutte le correnti.

Ci teniamo per mano mentre galleggiamo, pigri, attraverso i fine settimana. Sono pause, i nostri fine settimana, da una vita famigliare che ci siamo tolti, mica troppo consapevoli.

Ti separi da un adulto, che al momento odi, che disprezzi, di cui fai fatica a capire i modi e i tempi, e nel pacchetto prendi anche la separazione dai ritmi, dai riti, dalle consuetudini. Ti manca soprattutto quello, della vita famigliare. I riti profani che accompagnano le vite serene dei tuoi amici e dei loro figli. E’ una mancanza a cui non riesci a dare un nome, una assenza dolorosa tanto quanto la consapevolezza di averlo scelto da solo.

Non abbiamo fretta, perchè di fretta abbiamo già ucciso, le nostre emozioni corrono troppo in fretta per essere razionali, le dobbiamo frenare noi.

Ma siamo una famiglia nuova, lo sappiamo bene. Così sappiamo anche che galleggiare attraversando i fine settimana è un rito precario di chi non ha ancora una famiglia con bambini. E ne godiamo, sapendo che è a termine.

Mi sono reso conto, in questo galleggiare, domenica sera, di quanto sia importante per me tenere un diario.

Per pigrizia intellettuale, non riesco a tenere un diario vero e proprio. Perchè ci sono dei giorni che manco di scrivere, mi dimentico, non ne ho voglia.

Scrivere, lo diceva una mia amica, mi serve per due grandi cose: scopare e digerire emozioni.

Così, scopando e digerendo emozioni grazie a una ragionevole consapevolezza che ho acquisito, non ho più bisogno di scrivere così tanto.

Ma scrivo, in alcune giornate, i punti che mi lasciano qualcosa, le emozioni, i posti.

Rileggere i diari credo sia una cosa davvero stupenda.

Ritrovare emozioni, ripercorrere le sensazioni.

Se avessi tenuto un diario del mio 2013, sarei davvero curioso di leggermi.

Ero troppo impegnato a distruggermi. Credendo di ricostruire.

Se avessi tenuto un diario nel 2015, mi sarei davvero divertito a rileggermi.

Ero troppo impegnato a sopravvivermi. Ho fatto un anno così.

Sono arrivato a un punto di svolta nella mia vita.

Niente è più facile, o più semplice. E’ tutto come era prima. E’ che si diventa più capaci di fare l’amore con la sofferenza, di attutire la gioia, per non caderci dentro troppo, si diventa più consapevoli di tante cose, si diventa più maturi, dicono, ma è un maturare di un frutto che deve ancora svilupparsi.

Così aspetti con pazienza che il tempo faccia il suo dovere, e lavori di fino sulle cose che hai capito essere importanti.

Non fai più classifiche, non hai più problemi di priorità. Te lo hanno insegnato i sensi di colpa, a fare le classifiche. Ma tu poi, per fortuna, hai smesso.

Così l’amore assomiglia terribilmente a una macchina imperfetta ma perpetua, che batte i secondi come un orologio, che non ha bisogno di molte tue manovre, se non del tuo polso. Devi indossarlo l’amore per farlo funzionare.

Devi portarti dentro la persona che ami, portarla dove sei nella vita, fare la sua vita tua, camminare insieme per ricaricare questo meccanismo perfetto.

Così va avanti l’amore adesso, indossandolo.

Diverso da dieci anni fa, anche da cinque anni fa. L’amore cambia i modi, come cambiano le stagioni della vita.

Per questo c’è un tempo per averne paura, un tempo per averne cura, un tempo per averne gelosia, e un tempo per indossarlo.

L’amore è diventato l’orologio più bello, perchè segna un tempo che tu sai essere importantissimo.

E niente, te ne accorgi mentre galleggi, pigro, nel primo week end di nuvole e freddo dell’autunno.

Non hai più paura.

Scrivilo sul tuo diario

Ernst

Ernst viveva una vita semplice, pianificata, costruita sulla inossidabile certezza della morte, da attendere facendo proprie tante piccole abitudini, tante piccole infelicità.

Dovete immaginarlo seduto, poco dopo le quattro del pomeriggio, ad aspettar l’arrivo dell’ora del the, senza fare nulla se non guardare la sveglia appoggiata sul piccolo tavolino sotto alla finestra.

I suoi odori erano quelli della paura e delle piccole sicurezze: l’odore di chiuso di finestre mai aperte, l’odore di capelli lavati poco, quelle ciocche unte che sono un semplice manifesto della pigrizia.

Ernst viveva di una solitudine malinconica, lontana dall’essere preziosa come le solitudini ricercate sanno essere.

Era stato viaggiatore. Aveva semplicemente smesso.

Era stato molte cose, molte delle quali degne di nota, molte interrotte semplicemente per non incorrere nella difficile scelta di dover scegliere.

Così la sua vita era diventata come un faggio avvizzito da un autunno troppo lungo, pronto a morire in un inverno freddo. Semplicemente non pianificava di vedere un’altra primavera.

Così come Ernst, molte delle vite che orbitavano intorno alla sua erano abbandonate a una rotta perpetua tra noia e inedia, senza una meta ne una fine prevista.

La certezza della morte faceva mettere dei punti alle frasi troppo lunghe, faceva evitare di iniziare anche il più semplice dei progetti, faceva morire anche la più lucida delle idee.

Così aspettando, moriva.

Lentamente ma consapevolmente.

Si chiedeva, a volte, se era meglio morire così oppure provando a sopravvivere come la grande maggioranza delle persone che aveva incrociato negli anni. Destini inconsapevoli, illusi, arrabbiati, che costavano fatica e basta.

Quanti ne aveva incontrati così?

Forse per questo si era arreso, lentamente.

Come ci si arrende a una sconfitta che è impossibile da evitare.

Così era diventato la promessa di una fine, inesorabile per tutti ma più forte per lui, come se fosse più immediata.

Un giorno conobbe Giulia.

Per sbaglio.

Ovviamente.

Per errore, per disattenzione, per mancanza di velocità nella fuga.

Lui, i suoi capelli, un po’ unti, le sue spalle un po’ curve, il suo tono di voce debole.

E Giulia, che era più bella di molte donne, più giusta di molti errori che gli uomini fanno, deragliando dai binari ordinati delle loro vite, più di quanto un uomo potesse volere in molti casi.

Giulia

La differenza tra Appennini e Alpi

Si erano alzati con il caldo che sembrava dover spaccare i grandi vetri della stanza. Un colpo basso, inaspettato, dell’estate che stava finendo. Sembrava non voler finire, lasciando i fiumi secchi, i vecchi stanchi, i bimbi felici, facendo caldo, un caldo forte, denso, umido, quando ormai mancavano una manciata di ore a ottobre, quando avrebbe dovuto piovere, il cotone che lascia spazio alle prime lane, le prime coperte, le calze e tutta quella roba che fa più deprimere di un brutto film di Woody Allen.

Invece faceva caldo. In quella stanza faceva un caldo impossibile. Non si capiva se avessero voluto costruire un motel per brevi fughe amorose e fraudolente, o un hotel di passaggio per annoiati venditori solitari, ma tutta la struttura era spartana, isolata, e costruita a pezzi. Dava l’idea di provvisorio.

Si erano svegliati per il caldo, guardandosi come per assicurarsi di essere ancora vivi. Sopravvivere, a volte, era stupefacente.

Senza parlare, si erano alzati e avevano assaltato la terrazza con la colazione. Sfogliando un giornale, e guardando la collina con i vigneti.

Erano poi tornati in camera, spogliandosi e cercandosi.

Scopare, in quel caldo torrido, era semplice fame.

C’era uno specchio, grande, illuminato dal sole, in cui guardarsi sudare e godere, di movimenti lenti, di mani che scivolano.

Erano poi rimasti nel letto, spossati, vinti dal caldo, vittoriosi di un orgasmo estivo rubato all’autunno.

Poi erano partiti.

Adorava partire senza sapere dove andare, lui.

Adorava partire sapendo dove sarebbe finita, lei.

Una mezza promessa di un rifugio, di una capanna, una destinazione che era una via di mezzo tra una vera destinazione e una approssimazione, aveva fatto pace tra i due mondi.

La baita era nella pancia di una valle, immersa nella fine degli Appennini. Grosse nuvole correvano sullo sfondo, un vento fortissimo, dal mare, dalle Alpi, spostava i castagni, facendo cadere i ricci ancora verdi, scuoteva i meli, facendo rotolare sui sentieri verdi, piccole, acerbe mele, cene notturne dei cinghiali.

La valle era scavata da un fiume, acqua trasparente che erodeva le rocce.

La differenza tra gli Appennini e le Alpi è tutta qui: le Alpi difendono, come possenti mura, il mondo alle loro spalle. Affrontano ghiaccio, neve, tempeste, caldo, vento, lasciando che le creste si confondano con il cielo, come forti madri, protettive. Figure che li sono e li resteranno, certezze geografiche.

Gli Appennini sono uomini docili e viziosi, che si fanno erodere dalle tempeste, dalle stagioni, dai fiumi, come se la vita li consumasse. Ne restano vallate ospitali, con frutti e acqua, come a dire che lasciarsi consumare dalla vita faccia bene alla vita stessa.

A volte bisogna sedersi in una di queste valli, per capire la provvisorietà di tutto. Scivolare sulle rocce friabili, fino al fiume, osservandone la corrente.

E rimanere a respirare del vento.

Così erano rimasti seduti per un paio d’ore, parlando poco, sentendo il sole in faccia, guardando la vita scorrere, il vento soffiare, i castagni ballare.

Si erano guardati, ed erano ripartiti.

A volte gli uomini e le donne cercano qualcuno che sia più forte di loro, per nascondersi o appoggiarsi.

Sembra un diritto, l’esser deboli.

Sembra un dovere, cercare la paternità di un padre che non c’è più.

A volte, invece, uomini più saggi, semplicemente si appoggiano insieme, sapendo che è tutto molto provvisorio, che tutto si consuma, che le stagioni della vita possono essere molto dure. Che ogni inverno porterà via un pezzo di montagna, che ogni tempesta scaverà la roccia, che ogni estate cuocerà l’erba che sta provando a crescere tra le rocce.

E’ lo scorrere delle stagioni, e solo uno stupido vorrebbe vivere in un’estate permanente.

Perchè anche l’inverno serve, e l’autunno e la primavera, alla fine, sono le stagioni migliori.

Per le montagne e gli uomini saggi.

Che si assomigliano.

La differenza tra le Alpi e gli Appennini è nell’altezza, nei secoli consumata, dalle stagioni. Le storie più belle le raccontano le valli degli Appennini. Mentre le Alpi restano a proteggere un tesoro.

Lui, guidando sulla strada del ritorno, pensava a questo loro assomigliare a una valle, che senza pretese accetta le stagioni.

La cosa più vicina all’amore che avesse mai pensato.

 

 

Settembre

Racconto in settima maggiore
 
Io scrivo, scrivo come un matto. C’è chi urla, piange, ride, per rispondere alla vita. Io scrivo. Ho un blog, che ha quasi quattordici anni, scrivo per due riviste, per un sito, ho scritto testi musicali, ho provato a scrivere per il teatro, ho scritto racconti, articoli, un paio di saggi, due pubblicazioni universitarie, diari che poi perdo in giro. Scrivo, per farla breve, parecchio. Beh, era il 31 agosto, di qualche anno fa. E ho scritto. Sulla sabbia, in una spiaggia, al tramonto. Quel momento in cui tutti scrivono un nome, con l’alluce, aspettando che l’acqua cancelli la base delle lettere. Ecco, io ho scritto con il tallone, del piede sinistro, grosso e ben leggibile: basta!
Il punto esclamativo serviva eccome, e mi è costato parecchio tallone.
Avevo moltissime buone ragioni per scrivere basta!
Sono rimasto a guardare il mio piccolo capolavoro, le spalle al tramonto, fino a quando l’acqua lo ha trasformato in una pista di biglie rovinata.
Così, senza troppo rumore, il primo settembre è diventato il mio capodanno.
Ho messo la mia vita in lavatrice, programma intenso, ho guardato la ruota partire, con tutte le mie aspirazioni, i miei sogni, i miei progetti, dietro l’oblò.
Potevo non farlo. Eccome.
I valori non si scoloriscono, resistono, incredibile. Ma molto, moltissimo, si distrugge. E scopri che era superfluo. Molto che sembrava così fondamentale, si scolorisce, e smetti di farci affidamento. Moltissimo si rovina.
Restano poche cose.
Ho fallito talmente tante volte che potrei scrivere un saggio sui fallimenti. Ho imparato talmente tanto che quella lavatrice ogni tanto, spesso, la rifaccio.
E così, il primo settembre è diventato il mio capodanno.
Faccio festa da solo, perchè poi sono tutti presi malissimo. Rientrano in vite che andavano strette, e litigano con loro stessi al posto che cambiare vita, non è periodo per fare feste…
Questo settembre porterà talmente tante novità da farmi quasi, si dice per ridere, paura. Le ho volute tutte, le ho cercate, ci sono arrivato.
Prima sfidavo tutto e tutti. Era la mia rabbia che combatteva. Ho sempre perso, peraltro.
Poi è stato il momento della rassegnazione.
Non so bene come ci si arriva, ma ci si arriva. A un certo punto respiri, e accendi quella lavatrice.
Hai paura. Tutte le rivoluzioni fanno paura.
Non immagini nemmeno le conseguenze. Quella è una fortuna.
Non sapevo cosa avrebbe voluto dire, rinunciare a quei soldi.
Per fortuna, altrimenti non lo avrei fatto.
E nemmeno separarmi.
Nessuno, alla luce delle conseguenze, lo farebbe.
E niente, il mio capodanno è il primo settembre.
Adesso sulla sabbia scriverei: ciao!
O forse: ancora!
Grazie di esserci stati. Molti di voi sono stati un piacevole passatempo, alcuni fondamentali. Alcune di voi sono state stupendi errori, altre pessime scelte.
Grazie, siete stati un pubblico fantastico.
Cambio spettacolo.

Ri Torno

Ho scritto molto, sul  mio piccolo diario. E’ un investimento emotivo, il diario. Non a scriverlo, ma a rileggerlo.

Lo aprivo per scriverci sopra, e capitavo sulle pagine di Natale, di marzo, e rileggevo. E allora faticavo a scrivere.

Come se questa estate avessi vissuto molto del mio tempo, la gran parte, a rivivere un passato prossimo, ancora caldo, di cose che avevo, apparentemente, accantonato.

Ritornavo sulle mie emozioni, visitandole da turista smemorato, come mi fosse stato concesso, per un periodo limitato di tempo, di tornare indietro, ritornare appunto.

Allora mi sono chiesto a cosa servisse davvero, questo ritornare. E mi sono accorto che questa estate era il momento giusto per tornare qualche passo indietro, osservare, e poi ricominciare.

Sono ritornato, per tre mesi, in luoghi che avevo dimenticato.

E’ stato un viaggio bellissimo.

Si ritorna in posti già visti, in emozioni già vissute, su ricordi appena sbiaditi. Lo si fa per memoria, non si può riparare nulla di ciò che è stato rotto, non si può correggere nessuna rotta, è illusorio pensare di poter cambiare il futuro, figurarsi il passato, ma è un viaggio indispensabile.

A settembre riparto. Parto ancora. Nel senso che ricomincio, comincio ancora. Inizio una nuova cosa, in verità un sacco di nuove cose, pezzi nuovi di vita che aggiungo.

Ci sono due tipi di persone, quando si tratta di memoria emotiva. Chi accumula e chi pulisce.

Chi pulisce lo fa sistematicamente. Precisamente, consapevolmente. Prende pezzi di ricordi e li butta. Non per rabbia o per dolore, per necessità. Una stanza pulita, perfetta, nuova, aspetta le nuove emozioni.

Chi accumula assomiglia alle città che hanno un vissuto. Immagina Roma. Chi accumula lascia che le nuove emozioni si siedano su quelle vecchie, che le levighino, che le diano una forma. I resti del vecchio fanno da base al nuovo. Sembra tutto più grande, tutto più caotico, ma è solo questione di rovine.

Chi accumula non è meglio di chi pulisce, e viceversa. Sono due modi di vivere diversi.

Arriviamo tutti al momento in cui è finita. Ci arriviamo in modo diverso, due percorsi lontani.

La mia memoria assomiglia a Roma, alle grandi rovine imperiali, un passato glorioso, che fanno spazio alle nuove costruzioni. Ci si deve districare, c’è un traffico pazzesco, si potrebbe migliorare, ma è così. Così è da sempre. Mi piace camminare per Roma, perchè mi ricorda di quando cammino per i miei ricordi. Mi piace il monito silenzioso della decadenza romana, perchè è pur vero che il passato è importantissimo, ma ci vuole molto spazio per costruire il futuro.

Così sono ritornato sulle rovine di emozioni molto vecchie, ho camminato tra i resti di ricordi, ho riposato appoggiato ad alcune vivide immagini di anni fa.

Si vede che era questo che dovevo fare questa estate. Ho avuto pochissimo tempo per scrivere, ancora meno per leggere, ma ho avuto tantissimo tempo per pensare.

Mi sono accorto di due cose. La prima è più semplice, da spiegare e da spiegarsi. Sono il genere d’uomo che non ha paura del futuro ma ha paura del passato. Per questo, a volte, scappo dal passato. Sono scappato, per usare un passato corretto parlando di passato.

E non ho bisogno di una musa.

E’ successo così.

E’ troppo lungo da spiegare. Non ne ho i mezzi.

Ne la voglia.

Ne, forse, la capacità.

Ritorno sui ricordi.

Questo sto facendo.

E’ una cosa che consiglio a tutti. Rileggersi prima di proclamarsi al grande pubblico.

Insomma, sono felice di avere un diario, di averlo portato a spasso per quattro mari diversi, di averlo quasi perso, di averlo ritrovato.

Sono felice anche senza il diario, a dire il vero.

Ecco.

 

I miei errori più belli (tranne te)

Confessa, arrivi a un punto in cui non riesci più a capire se in questa vita ti sei autoinvitato oppure hai risposto a una chiamata.

Confessa, a volte la guardi, lo guardi, e ti accorgi che hai davanti una condanna, che ti gira per casa. Non ti senti in prigione, ti senti ancora peggio, sei giudice e complice, e la tua condanna ha una fede al dito, l’hai messa tu.

Confessa, a volte ti fa un piacere enorme avere ragione, anche quando discuti di cazzate talmente grosse che un tuo io di qualche anno prima, tu ancora giovane insomma, si sarebbe vergognato anche solo di aprire la bocca.

Confessa, a volte eviti di pensare, perchè se ci pensi davvero, c’è il pericolo di morirci sopra, alla consapevolezza. Come una lastra di marmo, una specie di lapide orizzontale su cui appoggiare sogni e verità, e morirci.

Si vede.

Ecco, te lo volevo dire. Si vedono tutti, i tuoi fallimenti. Sotto gli occhi, come rughe. E pensa che io non sono nemmeno tanto bravo, o forse sono bravissimo ma non ho più voglia di guardare la gente fallire, morire ogni giorno, provare sempre la stessa vita, chiamarla piano B, soffocare emozioni, prendere gastroprotettori e benzodiazepine.

Si vede, l’odio per tuo marito. Lo sconforto per la tua fidanzata.

Si vede, il disprezzo per il lavoro, la delusione di chi aveva creduto in un futuro fin troppo perfetto per essere vero.

Si vede, l’attenzione di un cane, scodinzolare dietro a link, con il guinzaglio della rete che si accorcia ogni giorno, le tue foto della serata più bella che diventano un manifesto di solitudine, si vede tutto da quella foto.

Fottuta libertà. A provare a prenderla, ci si brucia le mani e la forza di volontà, e come piccoli tronchi di oleandro sull’autostrada sotto il sole, ci si piega. E ci si ritrova a guardare il traffico della vita, impotenti. Decorativi, perchè si diventa decorativi, come un bel vaso, un quadro, un oleandro sulla A4.

Cazzo, è cinque anni che ho iniziato a dire no. Ne vale la pena? Ci sono momenti che ci pensi davvero, se ne vale la pena. Ti trovi solo, in una stanza piena, senti paura mentre tutti ridono, scrivi quaderni interi di dubbi e di domande in un mondo di gente che vive di certezze formato filmato Montemagno. Vivono per metà il loro fallimento e per metà il successo di un altro, e tu ti senti strano.

Cinque anni che mangio questo piatto, che un DJ fa girare a ritmo serrato, mangio musica amara. Mangio dal piatto di un altro, mi verrebbe da dire.

Un passo alla volta, continuano a dirmi, e io continuo a fare due passi falsi alla volta.

Una danza, dicono. Sembra che balli sui casini. Io evito carboni ardenti con piedi nudi cotti dal cammino.

Eppure, ecco, mi siedo.

Vi guardo, io resto seduto, voi camminate. Mi sento spesso solo. Non superiore, idiota, non confonderti. Non sono superiore a nessuno. Sono consapevole. E mi sento solo.

Perchè per la libertà ho scelto le cose più difficili. Perchè per la libertà ho preso le strade più buie.

E lo continuo a fare.

Confessa, ti faccio tenerezza.

Lo so.

E’ l’effetto che faccio.

Confessa. Ti senti diverso, più fortunato. Attaccato al tuo mediocre fallimento quotidiano.

Ho perso capelli, soldati caduti sul fronte della nevrosi. Ho preso pillole, ma poi ho preferito vino. Ho perso intere notti, sveglio paralizzato, immobile, a fatica si respira.

Eppure sono qui.

Per la libertà ho scelto di mandare tutto a puttane.

I miei errori più belli li ho fatti così.

E oggi ancora, seduto, guardavo la gente davanti al lago. E pensavo: io ho scelto ancora di cambiare.

Non è una gara con voi.

E’ un bisogno.

Confessa, ti farò ancora più tenerezza.

Io amo. Non ho tempo per sopravvivere. Dicono che chi ama davvero brucia. Io brucio da un pezzo, buon segno.

Ho scelto ancora di cambiare. Stavo appena riprendendo il timone, sbandato dopo una tempesta tra le più forti. E ho scelto di cambiare.

Confessa, ti faccio tenerezza.

Io quando ti vedo mi sento solo.

Non superiore, idiota. Solo.

 

 

 

 

La Fica Saltellante

Gerry sudava, copiosamente, dalla fronte, dal collo, dal petto, dalle ascelle, anche dal culo, a dirla tutta.

Era a cinque metri dal palco, sulla sinistra, in un’area riservata tenuta vuota da due buttafuori tutti vestiti di nero, con grandi tatuaggi per grandi braccia. Due luoghi comuni lucidi di sudore e abbronzatura fai da te.

Nell’area riservata di solito ci stanno le fidanzate della band, il produttore, qualche amico e i giornalisti.

Giornalisti ce ne erano tre. I soliti. Ormai nessuno scriveva più di band punk. I pochi che lo facevano erano nostalgici quarantenni, calvi e con gli occhiali.

Amici non ce ne erano. E nemmeno fidanzate.

Questo più comprensibile visto che La Fica Saltellante era un duo di ragazze, una suonava la chitarra e l’altra cantava. Una era bella da togliere il fiato, con un corpo avvolto in una maglietta nera dei Ramones, jeans attillati e piedi nudi. Cantava benissimo, quasi ferma, senza mai guardare il pubblico. La seconda era più brutta, meno appariscente, più in carne, e decisamente più sudata. Suonava la chitarra e un sintetizzatore.

Il risultato erano dei pezzi belli, carini, facili, di una specie di punk acustico che era una bella sensazione.

Gerry sudava, restando immobile, perchè voleva capirci qualcosa. Di questo duo, di questa coppia, di cui tutti parlavano.

Gerry faceva il produttore. Lo aveva sempre fatto. Il punk era lo stagno dove pescava i suoi pesci. Uno stagno sempre meno popolato, sempre più strano, sempre meno affascinante.

Una novità come quelle due ragazze era da tenere in conto. Potevano essere, loro, quella scossa di cui tutti avevano bisogno.

Gerry aveva prodotto tutte le principali band punk della penisola, chi aveva avuto un senso era passato da lui, a Milano, nel piccolo studio di registrazione ricavato in una mansarda al confine con Garibaldi. Zona di aperitivi, cravatte, moda. E punk.

Le ragazze avevano appena finito di suonare, due dei tre giornalisti si erano avvicinati. Più per provarci, pensava Gerry. Maiali viscidi. E anche inutili.

Lui aspettava, sempre fermo, sempre più sudato.

Una delle due era uscita, con decisione, dalla sala, l’altra stava con la chitarra in mano a parlare con un giornalista.

Gerry uscì, nel giardino davanti al locale.

Periferia nord di Milano, vialoni, case popolari, alberi e disagio. Notte, luglio, caldo, zanzare, umidità.

La ragazza fumava guardando un tavolino con degli egiziani seduti a bere birra.

  • te lo avranno chiesto mille volte: ma che cazzo di nome è La Fica Saltellante?

Lei si era girata, guardandolo e aspirando dalla sigaretta. Era proprio bella, forse venticinque anni, piccola, e terribilmente sexy in quella maglietta dei Ramones.

  • si. Me lo chiedono tutti. Di solito per provarci. E’ l’inizio della fine. Io di solito rispondo che ho un fidanzato. E che se vogliono il mio fidanzato può spiegare il nome.
  • Ma non vedo nessuno con te, stasera.
  • Perchè sono sola.
  • Bene. Allora rispondimi
  • Comunque ho un fidanzato e non ho nessuna voglia di uscire con te.
  • Nemmeno io. Sono troppo vecchio. Ma voglio produrre la tua band, fare un disco serio, e provare a fare un tour che non tocchi per forza tutte le bettole di periferia delle grandi città.
  • Chi sei?
  • Gerry Moldini.
  • E chi cazzo sarebbe?
  • Io.
  • Chi sei nel senso di che lavoro fai, intendevo.
  • Produttore.
  • Nessuno produce più musica punk.
  • Vero. Tranne il sottoscritto.

La ragazza sembrava incuriosita. Aveva spento la sigaretta e si era messa a braccia conserte davanti a Gerry.

  • Cristina
  • Gerry
  • lo sapevo già
  • la tua socia come si chiama?
  • Giulia.
  • Bene. Se vuoi la aspettiamo.
  • Non credo arrivi tanto presto. Tende a farsi tutti i giornalisti che incontriamo.
  • Non credo che serva a molto per la vostra band…
  • Ah, nemmeno io. Ma serve a lei.
  • Beh, punterei su un produttore piuttosto
  • Non ne conoscevamo
  • Fino ad ora.

Gerry prese un biglietto da visita e lo diede a Cristina. Aveva anche mani piccole ed affusolate.

  • chiamatemi quando avete finito
  • per provarci con un produttore?
  • nah, per fare un disco

 

To Be Continued…