Come cambia

Ci vogliono 31 parole per descrivere la mia idea di felicità, ad oggi. Ho fatto il conto.

Trentuno parole. Non una di più, si intende, ma nemmeno una di meno.

Insomma, se mi chiedi, che cosa sia la felicità per me, mi tocca di rispondere con trentuno parole.

Dieci anni fa ne sarebbero bastate quattro, forse sei.

Ecco come cambia.

Diventa un discorso articolato, la felicità, più ragionato, pieno di compromessi, sicuramente ponderato.

Succede che, se non te ne accorgi per tempo, diventa un lungo discorso, da accertarsi a accettarsi.

Accettare compromessi è parte della felicità?

Nah.

Ecco, prima di scrivere, sto lavorando su questa cosa qui delle trentuno parole.

Vorrei tornare a quattro, al massimo a dieci, toh.

Un lavoraccio

 

Il Sacro Fuoco delle Tue Mutande

A volte quando ti guardo, seduta in cucina, mi viene voglia di viaggiare con te, come se ti conoscessi da un sacco di anni, come se fossimo pronti, io e te, a partire facendo zaini leggeri, senza troppe illusioni, senza troppi dubbi. Magari in Asia, magari senza decidere, magari solo pensarci, magari giocare a sognare, magari poi partire davvero.

Succede.

A me succede che ti guardo, e gioco a trovare un punto sul tuo collo dove poter appoggiare lo sguardo, come a fermarlo prima di sentirlo scivolare già, dentro alle tue maglie larghe, sul seno, e poi ancora più giù sulla pancia.

Per questo.

Poi perdo il controllo per questo, quando lo sguardo scivola, io mi avvicino, e ti prendo il collo con la mano, come un cameriere navigato impugna un vassoio, il tuo collo è la mia arma contro la paura, i tuoi occhi, quando ti prendo il collo, sono la risposta alla domanda: tu?

La Verità?

La verità è che poi mi dimentico di dirtelo, e ti spoglio. Non sono bravo a spogliare le donne, sei l’ultima donna che vorrei spogliare, non è un finale, è un presente continuo, vorrei continuare a spogliarti per sempre. La verità è tutta qui, nel mio spogliarti e nel tuo aspettare che le mie mani, impacciate, riescano a slacciare il reggiseno. Tu che aspetti, che sai aspettare un uomo che ti spoglia, è una cosa che mi fa sempre sorridere. Sei una donna forte, anche per come ti fai spogliare.

Capiamoci.

Ti sei fatta spogliare per troppe volte, per troppe ragioni, per troppe prospettive, per troppe illusioni. Io ti spoglio per vivere. Non vivo per spogliarti. Insomma, avrai capito.

Guardo sempre fuori dalla finestra, mentre ti sto spogliando, per sapere prima con quale luce vedrò la tua pancia. Adoro morire tra le tue gambe, guardandoti dal basso. La democrazia del nostro letto è tutta in questo tuo guardarmi, in basso, verso il basso, dall’alto, avendo l’illusione di esser tu che lasci che io faccia. E io adoro avere l’illusione di essere io che faccio, lasciando che tu ti perda.

Una mattina, prima quasi che facesse giorno, abbiamo scopato prima ancora di dirci buongiorno. E’ una cosa che ti fa impazzire, forse perchè è un buon modo di iniziare la giornata, forse perchè è l’ideale per finire la notte. Alla mattina chiudi gli occhi, quando vieni. Non so dirti se sia giusto o sbagliato, so che lo fai. E io ti seguo. Poi mi appoggio sulla tua spalla e respiro.

Mi vendico di notte, ma so che lo capisci.

Ho immaginato, a volte, di non poterti più avere. E mi manca il fiato.

 

Carlo

Se avessi scritto, in questi mesi, Carlo sarebbe stato il protagonista di un racconto, soffice e rotondo, puro e veloce.

Se avessi scritto, al posto che disfare meticolosamente ogni certezza, al posto di scavare nei ricordi per trovare le crepe del passato, senza poi nemmeno aver voglia di metter più di tanto ordine, semplicemente per fare casino.

Ecco, se avessi scritto, Carlo sarebbe nato tra le pagine, vicino a pagina uno, a dire il vero, introdotto fin da subito.

Carlo è quasi calvo, non se lo aspettava, come molte cose arrivate con i quaranta. Che non si aspettava. In effetti, ad aspettative, Carlo è a pezzi.

Sopravvivono, meglio di lui, quelli che al liceo scopavano, bevevano, riempivano vuoti senza fare nemmeno un progetto.

Questo, più dei capelli, a Carlo fa girare i coglioni.

A quarant’anni, i coglioni ti girano per un sacco di cose, sempre di più.

Diventi suscettibile, diventi nervoso, diventi brutto, ricordando cosa non è andato.

Carlo ha un problema, da qualche mese. Non ne parla con nessuno, non avrebbe nemmeno modo ne voglia di farlo.

Carlo si sente spaesato.

A volte, capita, si senta davvero fuori luogo, fuori posto, fuori contesto. Sente i piedi urlargli di scappare, no scappare è esagerato. Di andarsene, anche solo spostandosi di qualche passo.

Da una conversazione, da un bicchiere, da un dettaglio, da una critica, da un pensiero.

Carlo non ha mai dato troppo peso ai suoi piedi.

Ma sente di doversi adeguare, in qualche modo, a quello che il suo corpo chiede.

Il racconto sarebbe un po’ tutto su questo, su questa malinconia, su Carlo, sui suoi piedi e su come la gente, in generale, non voglia mai rassegnarsi, anche quando, semplicemente, basterebbe spostarsi.

Invece non ho scritto, Carlo non ha mai visto la luce, meglio per lui, forse. Personaggi dannati, perseguitati dal dubbio.

Carlo

 

Passami il costume, Robin!

Da piccolo, quando mi spaventavo per qualcosa, mia madre mi si sedeva di fianco, con le gambe strette nelle sue gonne, e mi accarezzava, con la mano destra, dicendomi:

Prendiamo il costume, quello da super eroe che hai nel cuore, e affrontiamo questa cosa da veri super eroi.

L’altro giorno riordinavo un cassetto. Sono quel genere d’uomo che infila nei cassetti tutto quello che avanza, scontrini, biglietti, oggetti, monete, ricette, quaderni, fotografie.

Ho ritrovato una foto di mia madre e della sua migliore amica, che parlano, sotto gli alberi in un chiostro. Mi ricordo tutto, il posto, i profumi, il maglione rosso di mia madre, largo, caldo, morbido, quando ci infilavo la testa piangendo.

Quando mia madre è morta, mi sono rimaste molte foto, molti ricordi, qualche rimpianto, due pensieri brutti, e un costume da super eroe, nel cuore.

Non lo uso più.

Ma ci penso.

E’ un costume che cresce insieme a me, mi calza sempre perfetto, a volte lo provo, in camera mia da solo, di notte, quando non riesco a dormire.

Ha un mantello soffice, e due splendide ali gialle sulla schiena.  A volte, ad essere sincero, cambia colore.

E’ pur sempre un costume da super eroe.

Credo che sia abbastanza standard, questa cosa di cambiare colore e essere sempre della taglia giusta.

Io sono morto due volte, fino a oggi.

Ho quasi quarant’anni, due vite me le sono giocate. Tutte e due le volte, mi sono dimenticato il costume, non ho fatto in tempo a prenderlo.

Poco male.

Ieri sera, prima di spegnere la luce, ho guardato quella foto di mia madre.

E ho pensato al mio costume.

Passami il costume, Robin, ho detto.

Che lo metto da subito, mi son detto.

Così la prossima volta mi trovo pronto.

 

 

A Natale, ovviamente

Pensare a com’era bello, il caldo del parquet della camera, il buio della notte della Vigilia, Milano e le sue notti di Natale, di semafori lampeggianti, strade deserte, freddo,  a volte neve.

Poi ti fermi un secondo, e pensi, il peggio sta passando. Non è proprio passato, ma sta passando.

Il Natale fa un po’ male, quando cresci, se cresci, perchè sei tu che ti metti lì, seduto come un pensatore greco, a scavarti nelle ferite con la lama affilata del rimpianto, con il pugnale degli errori. Sono armi che si imparano ad usare troppo tardi.

Sono sdraiato su una poltrona da barbiere, in un negozio nuovo di zecca, pieno di gente che da più attenzione alla sua barba che alla sua vita.

Mi fa sempre ridere un sacco, questa cosa degli uomini che spalmano prodotti per la cura dei peli ad altri uomini.

Ma poi mi perdo in quest’ora di attenzioni eccessive per le mie basette e per i miei peli, come se prendessi una pausa da tutto questo lottare, combattere, amare, correre.

Mi incazzo meno, quando ho la barba ordinata. Forse, mi piace credere, mi incazzo meno quando sono ordinato.

Mancano una manciata di giorni a Natale, quella settimana prima in cui da ragazzo sognavi ad occhi aperti, immaginando l’incredibile dei regali. Quella settimana in cui adesso, da uomo, oltre a curarti della tua barba per non far arrabbiare la tua fidanzata, che trasandato non vai bene, vorresti nasconderti dietro a un valido alibi, un’influenza, una piccola polmonite, insomma qualcosa che si possa risolvere poi per il 27, per scomparire dolcemente, sottrarti alla tortura di questi pranzi, di queste cene, dove si fa un sacco fatica a pulire il pesce dalle lische, a pulire le chiacchiere dalle solitudini, a sorridere davanti a una storia che non fa ridere ne pensare.

Esco, nel freddo gelato, con una barba in ordine e le mani giunte e cammino.

A me i bilanci mi escono facili.

Perchè sono uno che non ha mai smesso di fare bilanci. Soppesare cose, analizzare emozioni, capire le persone, affrontare le difficoltà, trovare risposte. Sono cose che mi vengono facili, quasi quanto dimenticare un appuntamento o una cena. Sono io. Così.

Salgo in macchina, e mi viene una voglia incredibile, pungente, drammatica, di andare al mare.

Adesso.

Sarà buio e freddo, ci sarà solo il rumore assordante delle onde, e il vuoto che riempie il cuore, quello del mare d’inverno.

Me lo diceva anche mia madre, la vita va vissuta per amare.

Mi guardo nello specchietto retrovisore e sorrido.

Sono bravo a far bilanci.

Sorrido.

Sono anche bravo a prendere gli errori degli altri e trovarci una via di uscita.

Sono anche bravo a ridere insieme a chi piange.

E mi ritrovo qui, a pochi giorni da Natale.

No, non sarei sincero a dirti che sono felice. Sono sereno, sto bene, osservo le piccole tempeste che minacciano la mia barca, mentre accarezzo il legno, è stato un anno davvero difficile, per una barca così piccola.

Ecco.

Vorrei andare al mare.

Per fermarmi.

A Natale, ovviamente

J. Pole e la mezzanotte di Natale

J. dormiva, provava a dormire, la sala buia illuminata a tratti dall’albero di Natale, luci bianche sulle palle argentate.

Non svegliatemi, voleva dire.

A chi?

La coperta blu, il divano bianco, i mobili, nel buio.

Non pretendo di essere niente di più di quello che sono.

Sono io, sono la mia domanda di vita, sono le mie risate sottovoce, sono le mie paure, sono il mio corpo che invecchia piano, sono le voci che mi sembra di sentire in casa, quando so benissimo di essere a casa

da

sola.

Avanti J., sembrava dirle il destino. Esagera. Prova a piangere. Lascia cadere le mani sui fianchi, come quando esausta urli nel telefono che non ce la fai più.

Avanti, è Natale, piangi.

Un sospiro, quello che anticipa le lacrime.

E un sorriso.

Anche Natale, per fortuna, è passato.

 

 

Nonostante tutto

  • Prima che mi addormenti ti devo confessare una cosa
  • mi spaventi quando dici che devi confessare.
  • E’ il senso del peccato, è una roba dovuta alle mie origini. Devo solo dirti un segreto.
  • dimmi.
  • io continuo a sognare.
  • io continuo, nonostante tutto, a sognare.
  • E’ solo che questo nonostante, che di fondo sembra una parola piccola, diventa sempre più ingombrante. E potrebbe confondere. Perchè uno potrebbe sentirsi debole e pensare che il nonostante, prima o poi, ci ucciderà tutti. Nonostante. Invece io continuo a sognare.
  • sono felice
  • anche io. Mi sono seduto su una panchina gelata, ieri notte, faceva davvero freddo, la città era deserta, è una città che non conosco, un clima che non conosco e non capisco, insomma un nonostante, ad esempio. Anche il tempo, diventa nonostante, se tutto ha un peso. E ho pensato: io sogno ancora. E sogno tanto.
  • credo sia collegato all’amore. Io amo. Amo da morire. Sempre lo ho fatto  e sempre lo farò. Nonostante.
  • ha fatto più vittime il tuo amore di una guerra.
  • vedi? Nonostante tutto, sono ancora qui.
  • tu si.
  • Io e anche chi ho, a modo mio, amato. Io amo per costruire, la mia rabbia esiste per distruggere. Ma nonostante la rabbia, io amo. Io sogno e amo.
  • cosa sei tu?
  • un piano rotto, in un aeroporto, che suona lo stesso, facendo la sua musica per qualcuno.
  • un dottore stanco che nonostante tutto sorride a un vecchio malato
  • un accordo che chiude la canzone giusta. Al momento giusto.
  • …. tu chi sei?
  • non lo so, ma io sogno. Cose semplici, come l’amore. Come la felicità. Nonostante tutto.