Scirocco

Mi guardo allo specchio, c’è una strana luce blu, in questo piccolo bagno senza finestre. Nello specchio vedo una faccia stravolta, gli occhi stanchi, la barba grigia disordinata. Penso di potermi tagliare i baffi. Sono fermo, nudo, davanti allo specchio. Sudo, di questo scirocco appiccicoso, di questa noia mortale, di questa estate infernale, sudo le mie colpe e i miei fallimenti.

Rido poco, penso mentre le mosche mi passano insistenti sulla faccia. Rido poco e sono di pessimo umore. E in più sono giorni di scirocco. Direi che non sia il caso di tagliarsi i baffi. C’è un momento per tutto.

Conto i giorni da quando non ho fatto una discussione interessante, qualcuno che mi abbia detto qualcosa di interessante, anche vagamente interessante. Conto i giorni di queste cene, di questi locali, sempre belli, sempre pieni, sempre senza senso, per me che l’estate è mangiare a casa, nel silenzio.

Conto i giorni che mi separano da una delle mie grandi esplosioni. Bagno la miccia con corse sotto il sole, passeggiate sul mare, e lunghe ore di silenzio. Ho un dolore nel cuore che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Eppure sono qui, nudo davanti allo specchio, a guardarmi sudare.

Una cosa questa estate me l’ha lasciata: un dettagliato elenco di quello che non voglio.

I baffi non me li taglio.

Il conto più doloroso è quello dei giorni senza amore. Da quanto non mi sento amato? Ci penso sempre prima di andare a letto, mentre prendo un libro che poi non riesco a leggere, perchè mi addormento stravolto.

Scirocco maledetto.

E maledetto me, che gentile mi appoggio sulle incertezze, per proteggere gli altri.

Sfinito, appoggio il rasoio sulla mensola. Apro l’acqua, lascio che si raffreddi. E’ un getto incerto, come questa luce blu.

Mi bagno la faccia, da bambino lo facevo per nascondere le lacrime.

Da bambino ho imparato l’amore infinito.

Addio, dico sottovoce, allo specchio.

Scrivo lettere urgenti, senza destinatario. Prendo appunti, sempre gli stessi. E litigo con la connessione traballante di questi cazzo di posti maledettamente cari e afosi.

Per questo non riesco mai a dire le cose che dico allo specchio, per la connessione.

Rimedi post sbronza

Cominciamo con il dire che la birra mi annoia. Limite mio, me ne rendo conto. La birra è la serie Netflix delle sbronze, io ho bisogno di sbronzarmi con un campione di incassi, con un Avengers o con un È stata la mano di Dio, mica con un Narcos a caso. Il vino mi accompagna, come un gatto, per l’autunno e l’inverno. A Natale mi scatta la molla dello champagne, dura due settimane, mi costa una fortuna, poi mi passa. Ma se devo sbronzarmi ho una mia teoria.

Ormai, e per ormai intendo a quarantatré anni, ci si sbronza per sfinimento, per avvilimento, per disperazione. Ci si sbronza per stare seduti comodi al tavolo dei pensieri scomodi. E lo si fa sempre meno, perché ormai, e per ormai intendo a quarantatré anni, ci vogliono intere giornate per recuperare forze e dignità.

La mia teoria è che, se davvero è necessario sedersi al tavolo dei pensieri scomodi, bisogna farlo subito.

C’è una teoria, figlia di una scuola di meditazione, che immagina i pensieri come farfalle. Li devi osservare volare, guardarne i colori, provare a contarli. E poi, respirando, farli fermare su un prato.

Con il gin, le farfalle diventano elefanti, e mica volano, corrono come diavoli nella savana. Anzi, ti corrono incontro. Puoi anche contarli, ma uno solo può stenderti, quindi sapere che sono dodici o quattordici non cambia molto.

Per esperienza personale, vi consiglio due gin tonic, uno dopo l’altro. Trovare una sedia comoda, sedersi, e aspettare gli elefanti.

Così, ieri sera, in una Milano deserta mi sono seduto su una sedia di plastica, sorseggiando il secondo gin tonic. Osservavo gli elefanti arrivare dal centro verso di me. Saranno stati almeno sedici.

Sono sopravvissuto. Si sopravvive sempre, ai propri pensieri. Con un gran mal di testa, ma si sopravvive sempre. Anche fossero farfalle, il mal di testa resta.

Il miglior rimedio post sbronza è non aver pensieri scomodi, verità nascoste, rimpianti, e altri animali fantastici. Così da non dover nemmeno pensarci, al gin tonic.

Dammi un titolo, per favore

Il treno mi annoia.

Però con il treno vai molto più comodo, dal cuore di una città al cuore di una nuova città.

Il treno non funziona bene, per quelli come me. Si sente il rumore assordante dei cazzi degli altri, queste telefonate infinite, di contratti scaduti, emorroidi pungenti, amori complicati. Volessi così tanto stare nelle vostre vite, dormirei a casa vostra. E quella dannata connessione che non funziona mai. Mai. Il treno, insomma, mi annoia.

Ma niente è come la campagna, vista dal treno. Sottile e sfuggente, d’inverno. Piena, gonfia, d’estate.

Mi chiudo nel cesso della carrozza 4. Mi guardo nel piccolo specchio, per vedere se si vede che sto piangendo.

Non si vede. Ma vai a fidarti di questi specchi del cazzo. La mia vicina di posto è una ragazza che ha lo smalto sulle unghie dello stesso colore delle sue Birkenstock rosa fluo, una strana gonna da tennis della Nike con un arcobaleno disegnato sulle cosce e una vita sentimentale molto intensa, a giudicare dal numero di whattsup che ha scritto: “amore sto tornando”.

Piango di gioia. Da quarantasette minuti. Non piangevo di gioia da parecchio tempo. Mi spiaceva piangerle di fianco. Per questo sono finito nel cesso della carrozza 4.

Il treno mi annoia ma ha i tempi giusti perché io possa dare i nomi alle emozioni. Sono lento, nel dare i nomi alle emozioni, e spesso sbaglio.

Piango su un treno, sono le 18.46. Di un giovedì, di giugno.

Vorrei scrivere di come, di cosa, di quando. Fossi Baricco, potrei intitolarlo: Confini.

È questa cosa che faccio, a volte nella vita, di superare un confine, che mi fa sempre sperare di morire il più tardi possibile. Perché a superare confini son proprio bravo. Tipo come a capire se una brioches alla marmellata è una buona brioches alla marmellata. Ci vuole esperienza, sensibilità, coraggio, e voglia di cambiare. Proprio come con i confini.

La mia brioches preferita la fanno a Monza. Ogni volta che ci torno, è come tornare a casa.

A Monza, comunque, non prenderei mai casa. Piuttosto al mare, mi dico sempre.

Piango di gioia.

In treno.

Ah.

Giugno e il gin tonic

Sono sicuro che se dovessi andare a rileggere i miei mesi estivi degli anni passati, ad ogni giugno troverei la stessa stanchezza. Giugno mi sfianca. Aprile mi addomestica, maggio mi fa riflettere. Ieri sono andato a trovare questo bimbo del rugby che ha una leucemia. Sono quelle occasioni in cui i minuti durano due ore e mezza. Poi ti resta quella sensazione di dover fare i conti con le cose serie della vita. E di colpo ti rendi conto di non aver molte cose serie, tu, nella tua vita. La fine può essere sempre un inizio. Così mi piace pensarla. Ci pensavo qualche giorno prima, alla festa della scuola del piccolo. Uno scempio di merendine calde, altoparlanti che funzionano male, mamme commosse, papà annoiati, maestre pronte a tre, dico tre, mesi di vacanza. Mi sono seduto sulla scala antincendio, su un gradino di ferro, a guardare il cortile. Osservare il chiasso mi fa stare meglio.
Sto lavorando. Tanto. Esiste un troppo? Dipende. Prendo la moto, e scappo in campagna. Sto facendo la corte all’Adda. È un fiume pigro, ha le rive calde e noiose, ma mi piace sedermi sull’erba e guardare insetti di cui immagino i nomi fare cose per loro, immagino, estremamente importanti, come volare di continuo da un filo d’erba a una foglia.
Mio padre mi ha trovato sulla porta del medico. Ritirava ricette, dalla scatola piena di buste che sta vicino alla porta. Io andavo a raccontare di tutti i modi in cui il mio corpo mi dice di esser stanco. Abbiamo bevuto un caffè.
Non so bene come si possa raccontare, il rapporto con questi momenti, che abbiamo in casa nostra. C’è una sedia vuota, dove si siede sempre il non detto, un ingombrante inquilino che abita con noi fin dai tempi in cui lui ha deciso di smettere di essere padre e io ho dovuto per forza esser figlio due volte.
Almeno non c’è la rabbia, che a questi tavoli si sedeva rumorosamente, e metteva il sale nel caffè, e buttava a terra i cucchiaini.
Mi ricordo che ogni anno, a giugno, mi riprometto di non bere più gin tonic.
Mi piace questa cosa, di promettermi cose che non si possono promettere.
Certe cose si fanno e basta.
Come amare.
L’amore non si promette. Si fa.
E anche smettere. Qualsiasi sia la cosa da smettere.
Si fa.
E giugno non è un buon mese per iniziare a fare. È la fine della primavera, che come sai, è anche l’inizio dell’estate. Insomma, vedila come vuoi, ma le cose che finiscono, danno sempre vita a qualcosa che inizia.

Americana

Quando mi alzo io, qui, è ancora buio pesto. Vado a correre lungo il fiume, su un sentiero di terra battuta che passa vicino ai grattacieli. Corro fino alla fine del centro e poi torno indietro, con la luce che inizia a illuminare le strade vuote e i palazzi. Al mattino l’alba qui in centro fa un po’ fatica, è tutto un po’ grigio, ma si può guardare Capitol Hill dal mezzo di Congress Avenue, senza che nessun gigantesco suv ti suoni. Mi alzo presto per lavorare un po’ con l’Italia, ma prima leggo qualcosa, facendo colazione da solo. È un privilegio incredibile, alzarsi, pregare, correre e leggere.
Dove faccio colazione io ci vengono i soldati e gli operai messicani. Fanno un caffè disperatamente lontano da quello che noi chiamiamo caffè, ma ti regalano l’acqua con le vitamine.
Credevo fosse arrivato il momento per scrivere quelli che ho sempre chiamato i Diari Americani. Mi sembrava di conoscerla bene, l’America. Ho surfato a Santa Cruz, ho lavorato a Palo Alto, ho studiato a San Diego, cenato a Dana Point, giocato ad Atlanta e Vegas, ho guidato a L.A., dormito a New York, ballato a Chicago. Mi sono perso a Sausalito, nel Minnesota, e in almeno altri cinque stati. Vivo un angolo di Texas che mi ospiterà per qualche tempo. Mi sembrava fosse arrivato il momento di raccontare un po’ di questa vita. Ho storie divertenti e uniche, come quando Ferlinghetti mi ha prestato dieci dollari per comprare un suo libro da dieci dollari o quando ho conosciuto Roland Sands a cui ho parlato male delle moto di Roland Sands.
Ho storie di solitudine, di viaggio, ho racconti di vite spezzate, storie piccanti, motel con affaccio sulle highways, ville che danno sul confine, montagne innevate con donne seminude che fanno il bagno in idromassaggi sospesi sul vuoto.
Stamattina prima di correre ho risposto a qualche amico che mi chiedeva se fosse tutto ok. Hanno sparato a dei bambini, in una scuola, qui vicino. Ho visto il servizio al telegiornale ieri sera mentre mangiavo un’insalata. Mi sembrava una cosa successa lontanissimo.
In America le distanze sono viaggi che possono durare giorni, sono fusi orari diversi, sono stipendi che non ti permettono di salutare i tuoi figli a Natale, cose così.
E questa storia, questa tragedia, è successa in un posto lontanissimo.
Per questo ho capito di non essere pronto a raccontare nient’altro che qualche storia succosa, qualche pettegolezzo di viaggio.
Per raccontare l’America serve il vuoto spirituale che rende distanti tragedie molto vicine. La sordità emotiva che ti fa correre evitando gli homeless che dormono in strada. Serve quel coraggio di credere che sia possibile, il capitalismo ebete, quello dei suv giganti e delle mogli con più silicone che grasso. L’America è molto di più, ma è troppo facile raccontare solo il bello del mondo.
Io resto qui. E ci tornerò presto.
Corro, mangio, leggo, lavoro. Ho trovato un gay club che fa una serata karaoke che mi fa divertire molto. Quindi canto anche.
Non amo. Perché per amare devi vedere prima il bello e immaginartelo per sempre.
E poi credo che per scrivere questi Diari mi serva un posto diverso. Dove sono in pace. Dove vivo e non sopravvivo.

Dell’America mi porto un sacco di ricordi, dall’America porto sempre a casa una gigantesca solitudine.

I Diari Americani sono quella cosa che scriverò da un posto dove sarà difficile che la tristezza mi trovi. Lo dedicherò a Miller, questo lavoro. O forse a Ferlinghetti. E lo scriverò per costruirmi un ricordo il più lontano possibile dal brutto che ogni volta trovo.

Qui bevo vino rosso, me lo versano come fosse benzina. E resto sulle terrazze a fumare guardando la gente che corre.

Qui non riesco a sentire nient’altro che il rumore della mia fatica. Credo questo sia il Texas, nella sua più nobile definizione.

Difatti era un deserto, prima che ci infilassero palazzi e puttane.

Viaggerò ancora molto.

È presto per fare bilanci.

Come vomitare al luna park – mi ricordo montagne russe

Oggi ho mantenuto una promessa che avevo fatto nel 2017. Che vuol dire che le promesse le mantengo, solo con i miei tempi. Mi ritengo molto soddisfatto.

Ho portato il Piccolo al luna park. Quello grande, ai bordi del lago. Due ore di macchina, diciassette minuti di camminata, cento euro di adrenalina e una infinita serie di dubbi.

Quando mi trovo nella folla, insomma in mezzo a grandi masse, mi vengono i dubbi. Tonnellate di dubbi.

Mi piace stare in mezzo alla gente. Mi piace anche il sesso estremo. E anche il rumore della pioggia, e l’odore della primavera. Per non parlare del caffè della moka, o del dry gin freddo. Mi piace la vita, più che la morte.

Ma le grandi masse, con il loro caos disordinato, le file bovine, la noia, misteriose ascelle piccanti, ecco le grandi masse non mi piacciono. Mi fanno venire i dubbi.

I dubbi mi mettono di pessimo umore. Non le grandi masse, ma i dubbi. Nessuna donna con orrendi leggins di sintetico nero, o nessun uomo sovrappeso che mangia dolci imbrattati di caramello salato, è mai riuscito a mettermi di malumore.

Però i dubbi si.

Vorrei vivere senza dubbi e senza rimpianti.

Ma oggi ho mantenuto una promessa fatta a mio figlio. E ho sentito la potenza di questa cosa.

Posso dire di essere felice. Come una finestra. È una cosa bella.

Le finestre lasciano passare il sole e riflettono la luce. Fanno vedere il mondo ma ti proteggono dal freddo. Coprono il rumore.

Insomma mi sono sentito una finestra.

Come padre, di mestiere vorrei fare la finestra.

Aprirmi quando è il caso, chiudermi quando capisco che non funziona. Essere la finestra da cui il Piccolo osserva il mondo, per poi un giorno aprirmi.

Poi, le finestre non hanno dubbi.

Fortunate loro

Prima Vera

E di quest’anno in cui non ci siamo scritti, parlati, chiamati, cercati, voluti, sperati, insomma nemmeno immaginati, cosa mi dici?

Inizia tu, che io faccio sempre fatica ad ascoltare. Certe cose non sono proprio cambiate, anche se ti devo dire che le mie orecchie hanno trovato pace, e mica solo le orecchie. Anche le rughe sopra gli occhi, e gli occhi, la bocca, l’ingombrante naso. Senza andare troppo per le lunghe, pare che tutto me abbia trovato pace. Forse le ginocchia meno. Scricchiolano, come vecchie credenze di campagna, quelle che tengono le stoviglie, che quando le apri fanno quel rumore sordo, amaro. Le mie ginocchia stanno diventando così. Instabili. Ci ho corso quasi seicento kilometri. Tantissimi in posti noiosi, terribilmente noiosi. C’è questa idea poetica per cui mi piace correre per seminare i miei pensieri. Ma a dire la verità, quando corro in città, i miei pensieri mi aspettano, agli angoli delle piazze, dietro gli alberi, seduti sulle panchine. Sanno come trovarmi. I miei pensieri. E forse io voglio farmi trovare. Però ho anche corso a Venezia, all’alba di domenica, da solo sui canali. Ho anche corso sulle colline marchigiane, perdendomi per seguire il profumo dell’erba. Ho corso tra gli ulivi in fondo all’Italia, ho corso a Trieste, nel gelo tremendo della bora di gennaio, ho corso a Londra, insomma provo a correre anche dove io e i miei pensieri andiamo più d’accordo.

Ho fatto la pace con molte cose. Non sapevo che a quarant’anni si dovesse fare la pace con le cose, con le situazioni, con le emozioni. Ero rimasto che la pace si faceva con le persone, come l’amore. Ma a quarant’anni non è più così. Non mi sento migliore di prima, ma mi sento molto meglio di prima.

Prima di cosa, quando avremo tempo, te lo spiegherò.

Ho ancora paura della malattia e del rimpianto.

Mi è venuta una strana fissazione per i cantautori italiani, una predilezione per Battiato. Una scoperta tardiva. E’ stato l’anno, il mio quarantaduesimo, delle scoperte tardive.

Battiato, i pomodori, l’origano, il piacere senza il sesso, il sesso senza amore, l’amore senza sesso, il silenzio senza amore, il giornale la domenica mattina, la sveglia presto, la poesia italiana, il cinema la domenica, la pizza la domenica, e il digiuno di martedì. E la marmellata al mandarino, i libri arabi, lo scrivere libri, e il non riuscire a scriverli, i maglioni marroni, le camicie che non si stirano, le moto pericolose, la sincerità con gli amici, le occhiaie del giorno dopo, i sorrisi contagiosi, le mani che corrono veloci a cercare nelle tasche cose che hai dimenticato a casa.

Penso che niente mi abbia sorpreso come i pomodori.

Ma niente mi ha accompagnato come Battiato. Perchè si presta all’estate, perfetto per l’autunno, ideale d’inverno, amabile in primavera. Per tutte le stagioni, come quel maglione blu che ho sempre addosso.

Più di tutto, la scoperta della solitudine. Quella buona.

Mi è arrivata addosso una domenica di luglio, mentre in moto rifacevo strade di quando ero bambino. Ero andato a cercare ricordi che mi facessero stare bene. E ho trovato cose normali, posti niente di che, un fresco fastidioso, e la solitudine di dovermene accorgere da solo. Mi è rimasta addosso come una coperta. A volte mi ci nascondo, io che sono sempre in mezzo alla gente.

Insomma, anno intenso. Perfetto da ricordare, faticosamente bello da vivere.

A capodanno ho guardato il cielo, ero sotto una stellata stupenda, e ho lasciato cadere qualche convinzione per terra, due o tre certezze. Ho provato a lasciar scivolare anche dei dubbi, ma sono rimasti attaccati ai pantaloni.

A un certo punto, una sera, sono sceso in box. Ho costruito una specie di nascondiglio segreto. Ci ho messo delle luci accoglienti, una scrivania, due libri, dell’acqua. Ogni tanto ci vado a leggere. E a guardare le moto. Insomma, sono sceso in box e ho deciso di vendere la moto. Mi sembrava troppo, avere una moto che andava a nostalgia e rabbia. Ho trovato un commercialista di Legnano che la voleva a tutti i costi. E come dargli torto, quella bellezza spigolosa, quella rabbia che si sentiva nel motore e sul telaio.

Quando l’ha caricata sul furgone mi sono sentito liberato di un obbligo.

Poi mi sono messo a girare tutti i concessionari, come uno sfigato qualunque, a farmi spiegare le cose che spiegano adesso, dei navigatori, dei caricatori dei cellulari, delle sospensioni regolabili come se dovessi andare nel deserto tutti i giovedì pomeriggio. Mi sono fatto fare un preventivo, che ho appoggiato sulla scrivania dell’ufficio. E ci ho fatto i conti. Per un mese. E poi ho deciso, sul cesso, una mattina, che non solo si vive una volta sola, ma che è indispensabile per me tornare alla bellezza. Che quando la trovo non so staccarmene. E ho scelto una moto che mi toglie il fiato. E che mi fa sorridere.

Quando la lascio fuori dai bar, mi piace guardarla dalla vetrina. Ha le tette e i fianchi larghi. E mi ricorda la bellezza delle donne. Mi piace guidarla. E a lei piaccio io.

Ho anche scritto un secondo libro. Più un diario, scomposto, ma serio.

Se togli che ho finalmente messo a posto la questione delle mutande, non mi sembra manchi altro.

Le mutande sono riuscito a prenderle tutte uguali. Un po’ alla volta, che la commessa ormai mi riconosce. Ah lei è quello dei boxer a righe. Mi piace guardarmi nello specchio la mattina e trovare i boxer.

Ho ricominciato a viaggiare. Ma ho ancora nel cassetto quell’idea del deserto in moto e del Tibet. Non vorrei lasciare le mie idee nel cassetto per troppo tempo.

Non ha senso che poi le trovino altri.

Ma ho anche imparato a non esagerare, con l’idea di dover fare tutto.

Ti avevo chiesto di iniziare a raccontare, che poi come vedi se inizio io è un disastro. Mi piacerebbe ci raccontassimo più cose, e che guardandomi tu trovassi il coraggio di ammettere che ha senso immaginare la tua bellezza appoggiata sui miei occhi.

Scrivimi. Parlami.

Così si inizia sempre.

P.S.: quest’anno, ad agosto, ero seduto su degli scogli, e cercavo di capire una cosa sui bambini che giocano con i salvagenti. E mi è venuto chiaro in mente che l’amore, quello vero, è uno solo. E’ una cartuccia sola, sparata senza preavviso. Ho deciso che sarei tornato a sedermi su uno scoglio, spesso, per capire se quella cartuccia fosse già stata sparata per me. Toccando il foro sul cuore, per sentire quel vuoto che l’amore lascia quando entra. Mi sono reso conto che l’amore vero è uno solo, che è un peccato anche solo pensare che sia facile trovarlo. Mi piacerebbe solo poterlo riconoscere, anche dopo. Da agosto mi cullo nell’idea di un me vecchio, non troppo, ma comunque vecchio, che fumando una pipa di radica, si abbandona nel ricordo di un unico grande amore.

Devo iniziare.

Almeno a fumare la pipa.

Per esser pronto.

Confini

Milano, 29 Gennaio, un sabato quasi caldo.

Ti scrivo perché tu sei quella a cui ho sempre scritto dal confine. Avrai una discreta collezione di queste mie, avendo vissuto buona parte della mia vita a cercare confini da saltare, valicare, superare, distruggere. Mi piacerebbe ritrovarti, un giorno, come ti ricordo io, sorridente, con in mano tutte queste mie lettere, e del tempo per farmele rileggere. Mi piacerebbe rileggere dei miei confini, un po’ come accarezzare la mappa di una vita, seguendo questo viaggio che tutte le mattine ricomincio.

Sono felice. E’ importante da dire, perchè tutto direbbe il contrario. E posso scriverlo solo a te, perchè chiunque, leggendomi mi prenderebbe per pazzo. Sono felice, per davvero, me ne sono reso conto alle cinque e quarantasei dell’altra notte, seduto in un letto inzuppato di sudore, mentre cercavo le forze per bere acqua. La febbre mi ha abitato come una padrona, il corpo si è sottomesso, una lugubre danza di respiri affannati e continuo movimento tra le lenzuola per trovare un pezzo che non fosse bagnato.

Ho avuto paura. Ho ancora paura. La paura mi salva, tutti i santi giorni. Ho avuto paura di qualcosa che non conosco. E’ una paura che ricordo, che so addomesticare, con il respiro profondo e con il grande segreto di togliere il frutto e guardare il nocciolo: non è paura di morire, è paura di soffrire. Inutile.

Questa strana felicità non assomiglia per niente alla felicità mansueta e puttana a cui mi ero abituato, che mi ha lasciato solo quest’estate, andando da chissà chi altro. E’ una felicità grande, respira con me, abita me e solo me, ma viene da altro.

Forse questo punto meriterebbe una noiosa spiegazione. Di quanta fatica io abbia fatto, negli ultimi anni, per provare ad essere felice di me, per me e con me. Ho provato a coltivare erba che credevo potesse essere irrigata dalle lacrime, le mie. Lo dicono le canzoni d’amore, quelle facili che ascolti al mare. Ma le canzoni facili che ascolti al mare sono stupide, come i prezzi degli ombrelloni. Per questo vale sempre la pena stare sugli scogli in silenzio. Questa grande felicità, questa erba verde su cui poggio i piedi adesso, è frutto di tanto lavoro. Ma non è mia. E come tutti i doni, va custodita gelosamente.

Altro grande confine, che ho superato, quella volta senza scriverti, lo ammetto, ma era estate, ero stanco, ero solo, ero di fretta, che sai che io le rivoluzioni le faccio sempre di fretta, così se falliscono non mi sento troppo in colpa.

Ho preso questa felicità, e questa felicità mi abita.

Mi abitava anche in queste notti strane, che tra febbre e pensieri, si dorme poco e si riposa ancora di meno. Lascio la finestra sempre aperta, di giorno, per far entrare aria, come se l’aria di Milano andasse portata in casa, e la notte non chiudo tutte le tapparelle. La luce bianca di un lampione mi fissa e illumina un balcone deserto. E questo vedo, mentre penso a questo confine.

Il mio corpo si è ammalato come si ammalano tutti i corpi. Si ammalerà ancora. Presto o tardi questa lotta la perderò, e non saranno momenti semplici, credo, per chi mi sarà intorno. Io da morto dovrei, spero, non aver grossi problemi con questa cosa. Ma magari i morti soffrono ancora. Immaginiamo angeli pazienti e sorridenti, che ci guardano e ci accompagnano, che è poi come io ti immagino sempre. Ma magari soffri ancora.

Appena la febbre mi ha lasciato, più che sconfitta, gustando un pareggio in cui non ero più caldo ma ero sfiancato davvero, ho lasciato gli strani pensieri sulla paura, sulla morte, e su quelle cose che come fantasmi, abitano le stanze vuote della mia mente quando pensieri più leggeri se ne vanno.

Ho iniziato a pensare ai confini della mia vita. Perchè questo virus, e l’aver provato per due anni a non prenderlo, prima per non morire in un corridoio di un ospedale senza che nessuno sapesse cosa fare, poi per non soffrire, poi ancora per non avere il dubbio di cosa può accadermi domani, insomma questo virus era un confine. Che avrei evitato, forse. Che ho valicato.

Anche la tua morte è stato un confine che ho dovuto attraversare. Ma è un paragone infame. La morte delle persone amate è un confine che passi da sconfitto. L’unica similitudine è la paura. La paura del domani. E domani cosa c’è? Senza di te, mia amata. Dopo questo virus. Domani.

Ho scritto tantissimo sui confini, costruendo un’epica eroica, immaginandomi svelto, energico, forte. E ridendoci sopra. Ma non tutti sono stati momenti facili.

Vorrei la mia biografia si chiamasse “Confini”, e fosse un semplice diario di tutti questi passaggi. C’è un denominatore comune, che rende l’equazione giusta. Un filo conduttore, di tutti i miei confini, di tutte le mie storie, di tutte le mie tentate rivoluzioni. C’è questo filo nelle mie vittorie, e nei miei grandiosi fallimenti.

La redenzione.

Ho speso, a cercare di costruirmi la felicità da solo, un sacco di tempo sulla compassione. Compatire gli altri è nobile e puro. Stare dove sono gli altri, in quel piacere, in quella sofferenza, in quel modo di vedere il mondo, questo è compatire. Nobile. Ma inutile.

Nella tradizione ebraica, la redenzione è, come tante cose nella tradizione ebraica, una questione molto pratica. Se un uomo ha perso dei beni, il suo parente più prossimo può riprenderli, a un giusto prezzo. Anche il figlio primogenito, che appartiene a Dio, può essere redento, con un dono al sacerdote. A volte vorrei essere così pragmatico, come gli ebrei. Ma si perdono il bello della redenzione.

Ho letto, cercato, e studiato, per trovare la laicità della redenzione. Niente di interessante, sul Corano, nemmeno negli scritti sacri del Buddha. A Est, la redenzione si perde confusa nella reincarnazione, a Ovest si macchia del senso di colpa.

Così nemmeno la morte porta redenzione.

Eppure è la redenzione che rende possibile tutto il resto. Il perdonare davvero l’errore, l’orrore, per davvero.

Ci pensavo camminando dentro la Riseria di San Sabba, a Trieste. Mi sembrava di sentire ancora le urla di quei poveretti, uccisi con una mazza ferrata. Come si può perdonare? Come può esistere la redenzione?

Quello si che è un confine.

Che pensavo di non riuscire a superare.

Come posso perdonare il tradimento, l’abbandono, la delusione?

Come ho potuto non farlo subito, mi chiedevo l’altra notte, ripassando con le dita sulle lenzuola, la mappa dei confini e trovandone molti che ho valicato per rabbia e per scappare. Quante volte sono davvero scappato perchè incapace di perdonare, di perdonarmi?

Ti scrivo da questa camera, che affaccia su una piazza che sento di non aver scelto come casa, mentre sorrido pensando a quanto io abbia sofferto inutilmente per non esser stato capace di aver perdonato.

Questa malattia è stata un confine, è un confine che resterà impresso nella memoria, è una scorciatoia per sentire vicino chi vicino è davvero, è un modo per ripensare alle cose importanti, come ogni volta che ci si ferma.

Ti scrivo solo per dirti che ho perdonato la morte, per averti portata via, e che vorrei tanto essere perdonato per non aver portato la vita ovunque, per aver perso tempo a fare cose stupide, a mentire a me stesso e alle persone, per aver giocato le carte sbagliate nelle partite sbagliate. Ecco.

Ti scrivo per dirti che sono felice. Senti cosa ti scrivo adesso, ascolta le mie parole. Una alla volta. Ti scrivo perchè sono felice.

Questo confine è stato quello più difficile da valicare.

Vorrei davvero che la mia biografia si chiamasse “confini”, e che fosse una lista di tutti questi passi avanti, indietro, di lato, di questa mappa a cui aggiungiamo oggi un altro confine.

Da quando ti conosco

Ho passato un gennaio davvero divertente, sotto certi punti di vista. Ho visto Trieste, che sembra strano ma è uno dei posti che ho sempre sognato di vedere fin dal liceo, ho avuto modo di innamorarmi per quasi sei volte, mai di un donn, cinque volte di una moto, una volta di una canzone, ho trovato un ritmo divertente per suonare insieme alla mia rabbia. Suoniamo canzoni orecchiabili, pezzi intimi, magari un giorno faremo un disco, intanto andiamo d’accordo.

Ho dormito male, lo posso dire, ormai siamo alla fine, per quasi tutto il mese. Ho scritto poco, pensato poco, corso poco.

Credo sia colpa del ginocchio destro. A quarantadue anni si può dare la colpa a un ginocchio. Le ginocchia hanno grandi responsabilità. Viene facile, come per la schiena. Incolpare il corpo, per aver fallito con lo spirito, è sublime.

Oltre al ginocchio, destro, non ci sono grandi colpevoli. Ma mi rendo conto che sto lasciando indietro molte persone noiose. Dimmi chi sono, le persone noiose. Può, ad esempio, una spogliarellista, perfetta, con tratti orientali e un misterioso tatuaggio proprio sopra il pube, essere noiosa? Certo che no. A dimostrazione che noia e bellezza vanno sempre insieme, e sono soggettive. Io sono uno che incolpa il suo ginocchio destro, e che si annoia a stare con chi non ammette la sconfitta. Anzi, con chi non la vede. Adoro i perdenti. Perché ho perso tanto, perdo tantissimo, e perderò ancora molto. Adoro chi perde, quando sa di perdere.

Mal tollero le bevande gasate e chi non sa perdere, o non sa di perdere. Chi non sa di essersi perso, mi intenerisce.

Ho deciso di comprare un moto e di fare altre tre cose. E tutte in primavera. Sempre che il ginocchio non mi abbandoni. Ho bisogno di lui per fare molte cose.

Le parole che mi porto via da questo mese sono: redenzione, meraviglia, impotenza.

Che sono come vestiti che vorrei mettere tutto l’anno. Indossare la redenzione, che è più del perdono, più della compassione, calzare la meraviglia per correre, appoggiarmi sull’impotenza, che è un morbido confine.

Se tutto procede bene, questo anno potrei usarlo per imparare a perdonare. E per usare una scusa qualsiasi per comprare questa nuova moto.

Cosa fare se sei positivo

Positivo!

Incredibilmente, positivo.

Stavo guardando una vacca, o forse una vacca mi guardava, e ragionavo sul fatto che non so interpretare lo sguardo delle vacche. Avrebbe potuto essere un’espressione di odio, o di indifferenza. Mi sono guardato le mani, infreddolite, le strane rughe sul palmo, le gambe sottili, i piedi rivolti verso l’esterno, come una papera, mi sono ascoltato il respiro.

Ho sorriso. La vacca non ha ricambiato.

E’ il primo bilancio della mia vita ad essere positivo.

Proprio nell’anno in cui la parola, positivo, è diventata negativa.

Insomma dire di essere positivi, in periodi come questo, è estremamente negativo. Se sei negativo, sei felice.

Ma insomma.

Ho ringraziato Dio, inspirando profondamente.

Inspirare profondamente, quando ringrazio Dio, mi da una sensazione molto profonda. Mi sembra di avvicinarmi di più a Dio, quando inspiro. Come se fosse dentro di me.

Io sono felice di queste mani, di questi occhi, di questa tempesta di vento e onde, che mi ha portato qui, dove sono ora, davanti a una vacca che mi guarda.

Odio non saper interpretare lo sguardo delle vacche, ma sono certo che la vacca sappia che sono felice.

Ho fatto una piccola borsa, con tutte le cose che non sono riuscito a fare. Ho preso degli elastici, e ho messo insieme le cose che mi sembravano indispensabili, in un unico mazzo. Le tengo per gennaio. Le cose che sognavo di fare le ho messe nello zaino per ultime, così vengono alla mano per prime.

Ho messo dentro anche due cose che vorrei proprio fare prima di morire. Dato che non mi è molto chiaro quando morire, me le tengo pronte. Che poi, magari, una volta morto, ci resto male di non averle fatte.

Grazie.

A tutti quelli che, inaspettatamente, deliberatamente, inconsapevolmente, hanno costruito questo Franz. E a quelli che hanno, provando a distruggere, scavato, permettendomi di costruire fondamenta più solide.

A noi!