Come vomitare al luna park – mi ricordo montagne russe

Oggi ho mantenuto una promessa che avevo fatto nel 2017. Che vuol dire che le promesse le mantengo, solo con i miei tempi. Mi ritengo molto soddisfatto.

Ho portato il Piccolo al luna park. Quello grande, ai bordi del lago. Due ore di macchina, diciassette minuti di camminata, cento euro di adrenalina e una infinita serie di dubbi.

Quando mi trovo nella folla, insomma in mezzo a grandi masse, mi vengono i dubbi. Tonnellate di dubbi.

Mi piace stare in mezzo alla gente. Mi piace anche il sesso estremo. E anche il rumore della pioggia, e l’odore della primavera. Per non parlare del caffè della moka, o del dry gin freddo. Mi piace la vita, più che la morte.

Ma le grandi masse, con il loro caos disordinato, le file bovine, la noia, misteriose ascelle piccanti, ecco le grandi masse non mi piacciono. Mi fanno venire i dubbi.

I dubbi mi mettono di pessimo umore. Non le grandi masse, ma i dubbi. Nessuna donna con orrendi leggins di sintetico nero, o nessun uomo sovrappeso che mangia dolci imbrattati di caramello salato, è mai riuscito a mettermi di malumore.

Però i dubbi si.

Vorrei vivere senza dubbi e senza rimpianti.

Ma oggi ho mantenuto una promessa fatta a mio figlio. E ho sentito la potenza di questa cosa.

Posso dire di essere felice. Come una finestra. È una cosa bella.

Le finestre lasciano passare il sole e riflettono la luce. Fanno vedere il mondo ma ti proteggono dal freddo. Coprono il rumore.

Insomma mi sono sentito una finestra.

Come padre, di mestiere vorrei fare la finestra.

Aprirmi quando è il caso, chiudermi quando capisco che non funziona. Essere la finestra da cui il Piccolo osserva il mondo, per poi un giorno aprirmi.

Poi, le finestre non hanno dubbi.

Fortunate loro

Prima Vera

E di quest’anno in cui non ci siamo scritti, parlati, chiamati, cercati, voluti, sperati, insomma nemmeno immaginati, cosa mi dici?

Inizia tu, che io faccio sempre fatica ad ascoltare. Certe cose non sono proprio cambiate, anche se ti devo dire che le mie orecchie hanno trovato pace, e mica solo le orecchie. Anche le rughe sopra gli occhi, e gli occhi, la bocca, l’ingombrante naso. Senza andare troppo per le lunghe, pare che tutto me abbia trovato pace. Forse le ginocchia meno. Scricchiolano, come vecchie credenze di campagna, quelle che tengono le stoviglie, che quando le apri fanno quel rumore sordo, amaro. Le mie ginocchia stanno diventando così. Instabili. Ci ho corso quasi seicento kilometri. Tantissimi in posti noiosi, terribilmente noiosi. C’è questa idea poetica per cui mi piace correre per seminare i miei pensieri. Ma a dire la verità, quando corro in città, i miei pensieri mi aspettano, agli angoli delle piazze, dietro gli alberi, seduti sulle panchine. Sanno come trovarmi. I miei pensieri. E forse io voglio farmi trovare. Però ho anche corso a Venezia, all’alba di domenica, da solo sui canali. Ho anche corso sulle colline marchigiane, perdendomi per seguire il profumo dell’erba. Ho corso tra gli ulivi in fondo all’Italia, ho corso a Trieste, nel gelo tremendo della bora di gennaio, ho corso a Londra, insomma provo a correre anche dove io e i miei pensieri andiamo più d’accordo.

Ho fatto la pace con molte cose. Non sapevo che a quarant’anni si dovesse fare la pace con le cose, con le situazioni, con le emozioni. Ero rimasto che la pace si faceva con le persone, come l’amore. Ma a quarant’anni non è più così. Non mi sento migliore di prima, ma mi sento molto meglio di prima.

Prima di cosa, quando avremo tempo, te lo spiegherò.

Ho ancora paura della malattia e del rimpianto.

Mi è venuta una strana fissazione per i cantautori italiani, una predilezione per Battiato. Una scoperta tardiva. E’ stato l’anno, il mio quarantaduesimo, delle scoperte tardive.

Battiato, i pomodori, l’origano, il piacere senza il sesso, il sesso senza amore, l’amore senza sesso, il silenzio senza amore, il giornale la domenica mattina, la sveglia presto, la poesia italiana, il cinema la domenica, la pizza la domenica, e il digiuno di martedì. E la marmellata al mandarino, i libri arabi, lo scrivere libri, e il non riuscire a scriverli, i maglioni marroni, le camicie che non si stirano, le moto pericolose, la sincerità con gli amici, le occhiaie del giorno dopo, i sorrisi contagiosi, le mani che corrono veloci a cercare nelle tasche cose che hai dimenticato a casa.

Penso che niente mi abbia sorpreso come i pomodori.

Ma niente mi ha accompagnato come Battiato. Perchè si presta all’estate, perfetto per l’autunno, ideale d’inverno, amabile in primavera. Per tutte le stagioni, come quel maglione blu che ho sempre addosso.

Più di tutto, la scoperta della solitudine. Quella buona.

Mi è arrivata addosso una domenica di luglio, mentre in moto rifacevo strade di quando ero bambino. Ero andato a cercare ricordi che mi facessero stare bene. E ho trovato cose normali, posti niente di che, un fresco fastidioso, e la solitudine di dovermene accorgere da solo. Mi è rimasta addosso come una coperta. A volte mi ci nascondo, io che sono sempre in mezzo alla gente.

Insomma, anno intenso. Perfetto da ricordare, faticosamente bello da vivere.

A capodanno ho guardato il cielo, ero sotto una stellata stupenda, e ho lasciato cadere qualche convinzione per terra, due o tre certezze. Ho provato a lasciar scivolare anche dei dubbi, ma sono rimasti attaccati ai pantaloni.

A un certo punto, una sera, sono sceso in box. Ho costruito una specie di nascondiglio segreto. Ci ho messo delle luci accoglienti, una scrivania, due libri, dell’acqua. Ogni tanto ci vado a leggere. E a guardare le moto. Insomma, sono sceso in box e ho deciso di vendere la moto. Mi sembrava troppo, avere una moto che andava a nostalgia e rabbia. Ho trovato un commercialista di Legnano che la voleva a tutti i costi. E come dargli torto, quella bellezza spigolosa, quella rabbia che si sentiva nel motore e sul telaio.

Quando l’ha caricata sul furgone mi sono sentito liberato di un obbligo.

Poi mi sono messo a girare tutti i concessionari, come uno sfigato qualunque, a farmi spiegare le cose che spiegano adesso, dei navigatori, dei caricatori dei cellulari, delle sospensioni regolabili come se dovessi andare nel deserto tutti i giovedì pomeriggio. Mi sono fatto fare un preventivo, che ho appoggiato sulla scrivania dell’ufficio. E ci ho fatto i conti. Per un mese. E poi ho deciso, sul cesso, una mattina, che non solo si vive una volta sola, ma che è indispensabile per me tornare alla bellezza. Che quando la trovo non so staccarmene. E ho scelto una moto che mi toglie il fiato. E che mi fa sorridere.

Quando la lascio fuori dai bar, mi piace guardarla dalla vetrina. Ha le tette e i fianchi larghi. E mi ricorda la bellezza delle donne. Mi piace guidarla. E a lei piaccio io.

Ho anche scritto un secondo libro. Più un diario, scomposto, ma serio.

Se togli che ho finalmente messo a posto la questione delle mutande, non mi sembra manchi altro.

Le mutande sono riuscito a prenderle tutte uguali. Un po’ alla volta, che la commessa ormai mi riconosce. Ah lei è quello dei boxer a righe. Mi piace guardarmi nello specchio la mattina e trovare i boxer.

Ho ricominciato a viaggiare. Ma ho ancora nel cassetto quell’idea del deserto in moto e del Tibet. Non vorrei lasciare le mie idee nel cassetto per troppo tempo.

Non ha senso che poi le trovino altri.

Ma ho anche imparato a non esagerare, con l’idea di dover fare tutto.

Ti avevo chiesto di iniziare a raccontare, che poi come vedi se inizio io è un disastro. Mi piacerebbe ci raccontassimo più cose, e che guardandomi tu trovassi il coraggio di ammettere che ha senso immaginare la tua bellezza appoggiata sui miei occhi.

Scrivimi. Parlami.

Così si inizia sempre.

P.S.: quest’anno, ad agosto, ero seduto su degli scogli, e cercavo di capire una cosa sui bambini che giocano con i salvagenti. E mi è venuto chiaro in mente che l’amore, quello vero, è uno solo. E’ una cartuccia sola, sparata senza preavviso. Ho deciso che sarei tornato a sedermi su uno scoglio, spesso, per capire se quella cartuccia fosse già stata sparata per me. Toccando il foro sul cuore, per sentire quel vuoto che l’amore lascia quando entra. Mi sono reso conto che l’amore vero è uno solo, che è un peccato anche solo pensare che sia facile trovarlo. Mi piacerebbe solo poterlo riconoscere, anche dopo. Da agosto mi cullo nell’idea di un me vecchio, non troppo, ma comunque vecchio, che fumando una pipa di radica, si abbandona nel ricordo di un unico grande amore.

Devo iniziare.

Almeno a fumare la pipa.

Per esser pronto.

Confini

Milano, 29 Gennaio, un sabato quasi caldo.

Ti scrivo perché tu sei quella a cui ho sempre scritto dal confine. Avrai una discreta collezione di queste mie, avendo vissuto buona parte della mia vita a cercare confini da saltare, valicare, superare, distruggere. Mi piacerebbe ritrovarti, un giorno, come ti ricordo io, sorridente, con in mano tutte queste mie lettere, e del tempo per farmele rileggere. Mi piacerebbe rileggere dei miei confini, un po’ come accarezzare la mappa di una vita, seguendo questo viaggio che tutte le mattine ricomincio.

Sono felice. E’ importante da dire, perchè tutto direbbe il contrario. E posso scriverlo solo a te, perchè chiunque, leggendomi mi prenderebbe per pazzo. Sono felice, per davvero, me ne sono reso conto alle cinque e quarantasei dell’altra notte, seduto in un letto inzuppato di sudore, mentre cercavo le forze per bere acqua. La febbre mi ha abitato come una padrona, il corpo si è sottomesso, una lugubre danza di respiri affannati e continuo movimento tra le lenzuola per trovare un pezzo che non fosse bagnato.

Ho avuto paura. Ho ancora paura. La paura mi salva, tutti i santi giorni. Ho avuto paura di qualcosa che non conosco. E’ una paura che ricordo, che so addomesticare, con il respiro profondo e con il grande segreto di togliere il frutto e guardare il nocciolo: non è paura di morire, è paura di soffrire. Inutile.

Questa strana felicità non assomiglia per niente alla felicità mansueta e puttana a cui mi ero abituato, che mi ha lasciato solo quest’estate, andando da chissà chi altro. E’ una felicità grande, respira con me, abita me e solo me, ma viene da altro.

Forse questo punto meriterebbe una noiosa spiegazione. Di quanta fatica io abbia fatto, negli ultimi anni, per provare ad essere felice di me, per me e con me. Ho provato a coltivare erba che credevo potesse essere irrigata dalle lacrime, le mie. Lo dicono le canzoni d’amore, quelle facili che ascolti al mare. Ma le canzoni facili che ascolti al mare sono stupide, come i prezzi degli ombrelloni. Per questo vale sempre la pena stare sugli scogli in silenzio. Questa grande felicità, questa erba verde su cui poggio i piedi adesso, è frutto di tanto lavoro. Ma non è mia. E come tutti i doni, va custodita gelosamente.

Altro grande confine, che ho superato, quella volta senza scriverti, lo ammetto, ma era estate, ero stanco, ero solo, ero di fretta, che sai che io le rivoluzioni le faccio sempre di fretta, così se falliscono non mi sento troppo in colpa.

Ho preso questa felicità, e questa felicità mi abita.

Mi abitava anche in queste notti strane, che tra febbre e pensieri, si dorme poco e si riposa ancora di meno. Lascio la finestra sempre aperta, di giorno, per far entrare aria, come se l’aria di Milano andasse portata in casa, e la notte non chiudo tutte le tapparelle. La luce bianca di un lampione mi fissa e illumina un balcone deserto. E questo vedo, mentre penso a questo confine.

Il mio corpo si è ammalato come si ammalano tutti i corpi. Si ammalerà ancora. Presto o tardi questa lotta la perderò, e non saranno momenti semplici, credo, per chi mi sarà intorno. Io da morto dovrei, spero, non aver grossi problemi con questa cosa. Ma magari i morti soffrono ancora. Immaginiamo angeli pazienti e sorridenti, che ci guardano e ci accompagnano, che è poi come io ti immagino sempre. Ma magari soffri ancora.

Appena la febbre mi ha lasciato, più che sconfitta, gustando un pareggio in cui non ero più caldo ma ero sfiancato davvero, ho lasciato gli strani pensieri sulla paura, sulla morte, e su quelle cose che come fantasmi, abitano le stanze vuote della mia mente quando pensieri più leggeri se ne vanno.

Ho iniziato a pensare ai confini della mia vita. Perchè questo virus, e l’aver provato per due anni a non prenderlo, prima per non morire in un corridoio di un ospedale senza che nessuno sapesse cosa fare, poi per non soffrire, poi ancora per non avere il dubbio di cosa può accadermi domani, insomma questo virus era un confine. Che avrei evitato, forse. Che ho valicato.

Anche la tua morte è stato un confine che ho dovuto attraversare. Ma è un paragone infame. La morte delle persone amate è un confine che passi da sconfitto. L’unica similitudine è la paura. La paura del domani. E domani cosa c’è? Senza di te, mia amata. Dopo questo virus. Domani.

Ho scritto tantissimo sui confini, costruendo un’epica eroica, immaginandomi svelto, energico, forte. E ridendoci sopra. Ma non tutti sono stati momenti facili.

Vorrei la mia biografia si chiamasse “Confini”, e fosse un semplice diario di tutti questi passaggi. C’è un denominatore comune, che rende l’equazione giusta. Un filo conduttore, di tutti i miei confini, di tutte le mie storie, di tutte le mie tentate rivoluzioni. C’è questo filo nelle mie vittorie, e nei miei grandiosi fallimenti.

La redenzione.

Ho speso, a cercare di costruirmi la felicità da solo, un sacco di tempo sulla compassione. Compatire gli altri è nobile e puro. Stare dove sono gli altri, in quel piacere, in quella sofferenza, in quel modo di vedere il mondo, questo è compatire. Nobile. Ma inutile.

Nella tradizione ebraica, la redenzione è, come tante cose nella tradizione ebraica, una questione molto pratica. Se un uomo ha perso dei beni, il suo parente più prossimo può riprenderli, a un giusto prezzo. Anche il figlio primogenito, che appartiene a Dio, può essere redento, con un dono al sacerdote. A volte vorrei essere così pragmatico, come gli ebrei. Ma si perdono il bello della redenzione.

Ho letto, cercato, e studiato, per trovare la laicità della redenzione. Niente di interessante, sul Corano, nemmeno negli scritti sacri del Buddha. A Est, la redenzione si perde confusa nella reincarnazione, a Ovest si macchia del senso di colpa.

Così nemmeno la morte porta redenzione.

Eppure è la redenzione che rende possibile tutto il resto. Il perdonare davvero l’errore, l’orrore, per davvero.

Ci pensavo camminando dentro la Riseria di San Sabba, a Trieste. Mi sembrava di sentire ancora le urla di quei poveretti, uccisi con una mazza ferrata. Come si può perdonare? Come può esistere la redenzione?

Quello si che è un confine.

Che pensavo di non riuscire a superare.

Come posso perdonare il tradimento, l’abbandono, la delusione?

Come ho potuto non farlo subito, mi chiedevo l’altra notte, ripassando con le dita sulle lenzuola, la mappa dei confini e trovandone molti che ho valicato per rabbia e per scappare. Quante volte sono davvero scappato perchè incapace di perdonare, di perdonarmi?

Ti scrivo da questa camera, che affaccia su una piazza che sento di non aver scelto come casa, mentre sorrido pensando a quanto io abbia sofferto inutilmente per non esser stato capace di aver perdonato.

Questa malattia è stata un confine, è un confine che resterà impresso nella memoria, è una scorciatoia per sentire vicino chi vicino è davvero, è un modo per ripensare alle cose importanti, come ogni volta che ci si ferma.

Ti scrivo solo per dirti che ho perdonato la morte, per averti portata via, e che vorrei tanto essere perdonato per non aver portato la vita ovunque, per aver perso tempo a fare cose stupide, a mentire a me stesso e alle persone, per aver giocato le carte sbagliate nelle partite sbagliate. Ecco.

Ti scrivo per dirti che sono felice. Senti cosa ti scrivo adesso, ascolta le mie parole. Una alla volta. Ti scrivo perchè sono felice.

Questo confine è stato quello più difficile da valicare.

Vorrei davvero che la mia biografia si chiamasse “confini”, e che fosse una lista di tutti questi passi avanti, indietro, di lato, di questa mappa a cui aggiungiamo oggi un altro confine.

Da quando ti conosco

Ho passato un gennaio davvero divertente, sotto certi punti di vista. Ho visto Trieste, che sembra strano ma è uno dei posti che ho sempre sognato di vedere fin dal liceo, ho avuto modo di innamorarmi per quasi sei volte, mai di un donn, cinque volte di una moto, una volta di una canzone, ho trovato un ritmo divertente per suonare insieme alla mia rabbia. Suoniamo canzoni orecchiabili, pezzi intimi, magari un giorno faremo un disco, intanto andiamo d’accordo.

Ho dormito male, lo posso dire, ormai siamo alla fine, per quasi tutto il mese. Ho scritto poco, pensato poco, corso poco.

Credo sia colpa del ginocchio destro. A quarantadue anni si può dare la colpa a un ginocchio. Le ginocchia hanno grandi responsabilità. Viene facile, come per la schiena. Incolpare il corpo, per aver fallito con lo spirito, è sublime.

Oltre al ginocchio, destro, non ci sono grandi colpevoli. Ma mi rendo conto che sto lasciando indietro molte persone noiose. Dimmi chi sono, le persone noiose. Può, ad esempio, una spogliarellista, perfetta, con tratti orientali e un misterioso tatuaggio proprio sopra il pube, essere noiosa? Certo che no. A dimostrazione che noia e bellezza vanno sempre insieme, e sono soggettive. Io sono uno che incolpa il suo ginocchio destro, e che si annoia a stare con chi non ammette la sconfitta. Anzi, con chi non la vede. Adoro i perdenti. Perché ho perso tanto, perdo tantissimo, e perderò ancora molto. Adoro chi perde, quando sa di perdere.

Mal tollero le bevande gasate e chi non sa perdere, o non sa di perdere. Chi non sa di essersi perso, mi intenerisce.

Ho deciso di comprare un moto e di fare altre tre cose. E tutte in primavera. Sempre che il ginocchio non mi abbandoni. Ho bisogno di lui per fare molte cose.

Le parole che mi porto via da questo mese sono: redenzione, meraviglia, impotenza.

Che sono come vestiti che vorrei mettere tutto l’anno. Indossare la redenzione, che è più del perdono, più della compassione, calzare la meraviglia per correre, appoggiarmi sull’impotenza, che è un morbido confine.

Se tutto procede bene, questo anno potrei usarlo per imparare a perdonare. E per usare una scusa qualsiasi per comprare questa nuova moto.

Cosa fare se sei positivo

Positivo!

Incredibilmente, positivo.

Stavo guardando una vacca, o forse una vacca mi guardava, e ragionavo sul fatto che non so interpretare lo sguardo delle vacche. Avrebbe potuto essere un’espressione di odio, o di indifferenza. Mi sono guardato le mani, infreddolite, le strane rughe sul palmo, le gambe sottili, i piedi rivolti verso l’esterno, come una papera, mi sono ascoltato il respiro.

Ho sorriso. La vacca non ha ricambiato.

E’ il primo bilancio della mia vita ad essere positivo.

Proprio nell’anno in cui la parola, positivo, è diventata negativa.

Insomma dire di essere positivi, in periodi come questo, è estremamente negativo. Se sei negativo, sei felice.

Ma insomma.

Ho ringraziato Dio, inspirando profondamente.

Inspirare profondamente, quando ringrazio Dio, mi da una sensazione molto profonda. Mi sembra di avvicinarmi di più a Dio, quando inspiro. Come se fosse dentro di me.

Io sono felice di queste mani, di questi occhi, di questa tempesta di vento e onde, che mi ha portato qui, dove sono ora, davanti a una vacca che mi guarda.

Odio non saper interpretare lo sguardo delle vacche, ma sono certo che la vacca sappia che sono felice.

Ho fatto una piccola borsa, con tutte le cose che non sono riuscito a fare. Ho preso degli elastici, e ho messo insieme le cose che mi sembravano indispensabili, in un unico mazzo. Le tengo per gennaio. Le cose che sognavo di fare le ho messe nello zaino per ultime, così vengono alla mano per prime.

Ho messo dentro anche due cose che vorrei proprio fare prima di morire. Dato che non mi è molto chiaro quando morire, me le tengo pronte. Che poi, magari, una volta morto, ci resto male di non averle fatte.

Grazie.

A tutti quelli che, inaspettatamente, deliberatamente, inconsapevolmente, hanno costruito questo Franz. E a quelli che hanno, provando a distruggere, scavato, permettendomi di costruire fondamenta più solide.

A noi!

Forse così è meglio

Quest’estate, seduto su un lettino di plastica, appena svegliato da una signora romana molto rumorosa, ma dalle tette sorprendentemente accoglienti, ho pensato cha mi sarebbe piaciuto scrivere di questa mia indagine incredibile.

Questa sera, diciannove dicembre, due gradi, Milano silenziosa, con un lieve senso di noia da eccessi, dovuta dalla serie di cene, pranzi, aperitivi, brindisi natalizi, ho caricato il libro per la pubblicazione.

Tutto nasce da una domanda, che mi sono trascinato addosso dalla primavera fino quasi alla fine dell’estate: ma sono io o siete voi?

Ovviamente ho una risposta.

Avere risposte a questo genere di domande è una delle cose che mi viene meglio nella vita.

Questa sera sono andato a messa in una chiesa, quella sotto casa, che ritengo essere una delle più brutte chiese del mondo. Mi sono messo in fondo, perchè avevo un sacchetto della spesa, e poca voglia di stare vicino alle vecchie sulle prime panche.

E mi sono fatto un’altra domanda: ma dov’è finita la felicità del Natale?

Vi ricordate quella felicità spensierata, quel senso di soddisfazione, quella strana euforia?

Che fine hai fatto, le ho chiesto sottovoce.

Ho finito di scrivere questo libro perchè avevo bisogno di mettere su carta alcune mie cose.

Ho deciso che va bene che il mondo lo legga, tanto sono cose che racconto volentieri.

Faccio sogni complicati, e guardo il culo delle ragazze.

Bevo gin tonic e rido.

Insomma, faccio sempre le stesse cose.

Anche se è un Natale un po’ diverso, anche se ho scritto questa cosa molto liberatoria.

Mi piacerebbe festeggiare.

la Crioterapia al Cazzo

Mi è capitato, in questi ultimi due giorni, di avere la sensazione di passare la maggior parte del mio tempo sul motorino. E’ così quando fa freddo, il tempo sembra non passare mai. In verità ho fatto una trentina di kilometri, i soliti spostamenti del fine settimana, ma mi è sembrato di aver vagato per i campi del Tennessee, per giorni, avendo patito la sete e la fame.

Ho cercato e desiderato terribilmente questa solitudine, ne avevo bisogno dopo un periodo di stordimento e fretta. La fretta non mi fa bene, sono uno lento, uno di quelli che preferisce la moka, solo per il gusto di svitare la base, pulire il filtro, riempire fino alla guarnizione, chiudere, mettere sul fuoco, bassissimo, e aspettare quella manciata di minuti fino al gorgoglio. Sono lento nelle cose che amo, e veloce nelle cose che devo fare per vivere. Uno ying e yang che non funzionano a lungo, se non bilanciati. Mi era sembrato di aver perso la bilancia, così mi sono chiuso in una dorata solitudine, in cui mi è sembrato, appunto, di aver passato quasi tutto il mio tempo di veglia sul motorino. Al gelo.

Ho evitato la maggior parte delle persone, ma questo lo sto facendo da un pezzo. Con la scusa di rimuovere persone tossiche o inutili, ho ridotto di molto la mia lista di persone da vedere. E, quasi sicuramente, credo che questa sia una delle mie più grandi vittorie personali.

Ho lasciato che le mie abitudini controllassero un pezzo delle mie ore di solitudine, perchè alle mie abitudini devo molta della mia serenità. Così ho comprato quei boxer a righe che volevo comprare, uguali a tutti i boxer a righe che ho, e anche un maglione, identico agli altri maglioni.

Volevo iniziare questo racconto, romanzo, questo secondo capitolo del mio raccontarmi, che non ho capito se si chiama Venerdì o Levante, e mi sono trovato a piangere, da solo in soggiorno. Sui ricordi, e sul futuro.

Un personaggio di Venerdì è quest’uomo, che vive sul mare, a Ponente, e che non ha ancora un lavoro e nemmeno un colore della pelle o degli occhi, ma ci serve per accompagnarci in una riflessione gigante sulla nostalgia dell’amore vero. Lui torna, da anni, sull’unico amore, da ragazzo, con Erika, una bambina francese in vacanza al mare in Italia. E lo fa comprando gelato alla vaniglia, quello che Erika mangiava mentre stava con lui.

E insomma, di questo week end mi ricorderò la mia prima volta seduto con i miei demoni, senza scappare, senza tutte le mie perfette cazzate che mi hanno sempre sostenuto, il freddo ai coglioni in scooter e la nostalgia dell’amore.

Che poi sono cose collegate.

Perchè crescono i peli sulle palle?

A volte mi capita di voler prendere in braccio mio figlio. E non posso farlo. Potrei. Ancora, per poco, ci riesco. Non lo faccio perchè si vergogna, lo intimidisce questo padre fisico, che cerca sempre l’abbraccio, la stretta. Posso ancora farlo per poco, perchè è un gigante, appeso ai suoi cinquanta kili, con questi ridicoli peli neri, ispidi, che spuntano ovunque, e le gambe grosse, strutturate, lunghe. Le spalle di bambino quasi non tengono più le braccia da ragazzo, e la testa è grande più del resto. Conteneva sogni soffici, qualcuno la ha lasciata aperta, in queste notti d’estate, e sono entrate preoccupazioni e dubbi, sospiri e nuvole nere. Così mi tocca di dover prendere la scala, ne tengo una piccola a pioli appesa sotto al cuore, e scendere dentro la testa, per spostare le preoccupazioni, metter ordine tra i dubbi, pulire il nero pece che si appoggia sulle cose belle, l’inquinamento del crescere. Non sempre posso entrare, gli orari e i modi li decide lui.

Restiamo uniti da questo filo, sottilissimo, trasparente, dell’amore. Una corda di chitarra, invisibile, ma che tira tutti e due. Ci lega, e ci legherà. E’ un filo che sostiene pesi enormi, perchè le nostre anime tirano molto, perchè i nostri corpi cambiano molto. Ma tiene. L’amore, inspiegabilmente, vince su tutto davvero.

Questi peli ispidi, sembrano stuzzicadenti mozzati, neri corvino, crescono ovunque, disordinati. Fanno pensare che tra qualche tempo arriveranno anche i baffi, i miei primi baffi me li ricordo bene. Ce ne sono due sulle palle, di questi peli, appena sopra al pube. E lui se li guarda allarmato, seduto sulla tazza del cesso, con la pancia piegata e gli occhi di un bambino.

Perchè crescono i peli sulle palle, papà?

Per proteggere le palle, mi verrebbe da dirti. Perchè i peli proteggono.

Da cosa?

Beh, dal freddo. E soprattutto dalle persone a cui non piacciono i peli sulle palle.

Ridiamo. Nudi. In un cesso.

A volte mi capita di essere assalito da una terribile malinconia o da una attanagliante dolcezza. Tutte e due mi portano a dover piangere. Subito. Come i vecchi che non riescono a tenere a bada la vescica. Il mio cervello piscia dagli occhi. Ed è incontinente. Piango di gioia e di malinconia, mai di tristezza. Mi son chiesto perchè, ma non trovo mica una risposta. Ho delle supposizioni. E non ci do troppo peso. E’ come quando non riesco a meditare al mattino, che un pensiero stupido tipo: dovevo comprare lo schiacciapatate, quello in plastica bianca dell’Esselunga, mi rovina tutto. Il pensiero resta lì. E tu ti sei fottuto una meditazione. Ho imparato a non giudicarmi troppo. E a comprare tutti i casalinghi che suppongo poi possano tornarmi utili, come lo schiacciapatate.

Stamattina avrei pianto, quando ci siamo salutati sulla strada per la scuola. Mi fa impazzire quel suo voler fare da solo gli ultimi trecento metri. Per arrivare da solo, come i grandi. Con i suoi amici, tutti con le facce tese, come se stessero attraversando un canyon a bordo di una diligenza. Lo lascio andare. Sempre. Sento il filo, la corda di chitarra, tirare, ma non si spezza mai.

E sulla corda di chitarra avrei pianto a lungo, mentre camminavo per la palestra.

Perchè è la corda che avrei sempre voluto.

Una sola ne ho.

Non era piangere di malinconia. Era un pianto prezioso per ricordarmi di tenere sempre un dito sulla corda. Per controllare. L’emozione incredibile di sentire l’amore. Una deliziosa novità. Come i peli sulle palle.

Piante da Ufficio, mercati rionali, terapie

Ho dovuto lavorare da casa per due giorni. Due interminabili giorni in cui mi è arrivato tutto il piacevole odore dei ricordi brutti. I ricordi brutti puzzano di muffa e di cozze, quell’odore che c’è nei magazzini del porto di Bari. O nelle cucine dei ristoranti stellati di Milano, per chi non fosse mai stato nel porto di Bari.

Lavorare da casa è sfiancante, per chi come me ha una casa normale, quasi piccola, ritagliata sull’uso che si faceva delle case prima che il Covid cambiasse per sempre l’uso che facciamo delle case e soprattutto dei letti delle case in cui abitiamo.

Il letto è l’elemento più impattato. Se ci pensi, poveri letti, sono andati molto oltre la loro missione naturale. Oltre che farci dormire sono diventati magazzini, ripostigli, mensole, poltrone, sedie da ufficio, e a quanto pare sudari per maratone di Netflix.

Uno sognava una vita professionale come sudario di serate sadomaso, e si ritrova ad ospitare un intero nucleo famigliare intento a divorare una serie, mangiucchiando pizza e pulendosi le dita sotto alle lenzuola.

Un grande abbraccio ai letti, da parte mia. Però io comunque volevo dire che a casa a lavorare ci sto veramente male.

In generale io sto male a casa. Mi rompo i coglioni, a meno che io non sia da solo, rigorosamente, e possa esprimere tutti i miei nascosti talenti. Oppure con una giovane amante lussuriosa, ma questo è difficile che possa accadere nei prossimi mesi. Oppure con un fidato amico e una bottiglia di un qualsiasi vino. Ma i miei amici sono tutti ossessivamente concentrati nel sorreggere precarie vite sentimentali e professionali, e ritagliano sempre meno tempo per una bottiglia di vino in soggiorno alle due di pomeriggio.

Appena uscito di casa ho fatto due cose molto urgenti. La prima è stata quella di bere un caffè. Io odio il caffè del bar. Della maggior parte dei bar. Terribile al palato, bollente, servito male. Eppure ne ho bisogno per poi sentirmi meglio.

Non credo sia la caffeina, credo sia la voglia di lamentarsi interiormente.

La seconda cosa è stata prendere il motorino e andare in giro come uno scemo. Adoro la sciatteria con cui Milano si presenta a novembre. Mi piace vedere la gente coperta che passeggia nel grigio, i negozi chiusi, l’autunno che incede regalmente. Quasi meglio del Natale.

Sono finito in un mercato a comprare piantine per l’ufficio. Piante grasse con vasi di porcellana bianca, a forma di gufo. Se il mondo avesse me come arredatore, saremmo in una concept room gigantesca con piante grasse ovunque. Difatti non faccio l’arredatore.

Alla fine sono tornato a casa che ero quasi contento di tornarci. Poi mi sono ritrovato a letto, che il letto è l’unico spazio salvo e sicuro che mi protegge dal dover interagire con le orde di pre adolescenti che pascolano la suddetta casa, e mi sono detto: cazzo che palle stare a letto.

Non ho una soluzione facile a questo problema, ma ritengo che il poter vivere da soli immersi nelle piante grasse sia già un buon passo avanti. Dovremmo passarlo come terapia, per chi si sente schiacciato in letti che invece dovrebbero sorreggere.

Freddie indossa scarpe afghane

Non posso che invidiare, mi rendo conto della banalità, l’insostenibile leggerezza con cui Freddie affronta i latticini. Ci ho pensato proprio ieri, mentre serenamente navigava con il suo cucchiaio dentro al terzo vasetto di cheese cake. Le cose che gli invidio cambiano con il tempo, e il tempo è nostro alleato e nemico da tanto. Gli invidiavo i capelli, ad esempio, ma adesso sono messo meglio io. Gli invidio la caparbietà, ma ogni tanto stringe come un cappio al collo. Non gli invidio la bicicletta, un orrendo aggeggio semielettrico, dalle linee post industriali, infarcito di accessori family oriented di gusto barocco. E’ roba forte, molto adatta a questi anni di transizione dal fallimento del design al fallimento delle ambizioni.

A Jannella ho sempre invidiato la costanza e la forte capacità di ancorarsi. Avete in mente quelle piante grasse che, lente ma inesorabili, affondano sottili radici in qualsiasi terreno, trovando acqua dove l’uomo non è stato capace? Jannella ha quella forza di volontà. Che come un’arma, se dirottata sul terreno giusto, lo centra come un pino secolare. Forte davanti alle peggiori tempeste. Invecchia lentamente, ma bonariamente ha iniziato il conto alla rovescia dei giorni che lo separano dalla tristezza. Lo fanno i vecchi e gli uomini felici. E’ un buon segno.

A Renato invidio la forza, un disegno interiore di cui non è per nulla consapevole, che lo tiene ritto e forte davanti alle peggiori scosse che la vita gli da. Sembra una leggerezza quasi femminile, come anche i suoi jeans che nel corso degli anni assomigliano sempre di più a dei leggins, ma è molto maschile, onorevole e antica. Sembra una cosa che gli uomini della sua famiglia si tramandano da generazioni. Ehy tu, piccolo nuovo arrivato, tieni questa forza enorme, è tua.

Sempre meglio che ereditare denti deboli e arterie intasate. Mi dico, mentre pedalo verso casa. E’ una sera di settembre più umida del solito e una buona quantità di vino mi suggerisce che non mediterò, una volta a letto, ma cadrò in uno dei miei sogni complessi dove qualcuno muore, io mi innamoro di una qualsiasi puttana, e la vita mi sfugge veloce. Che mi sveglio con il fiatone, corro sotto la doccia e annuso il Felce Azzurra per trovar conforto. Mi piace lavarmi le palle con il Felce Azzurra, per pensare che poi, nel corso della giornata, una donna, preferibilmente la mia, possa annusarle dicendomi: amore ma che delizioso profumo.

Ma poi non succede mai. Piuttosto mi trovo a rimuginare i miei sogni.

Così decido di fermarmi a meditare su una panchina del viale. Davanti a un campo da basket abbandonato, dentro ai lavori del nuovo metrò.

Scriverò un giorno di questi anni in cui mi sono fermato in giro per la città di notte a meditare sbronzo. Scriverò un libro di auto aiuto: “meditare sbronzi”.

Mentre ascolto il mio respiro, tenendo un occhio sulla bicicletta, per evitare di farmela fottere, proprio mentre il mio ying trova il suo yang, mi rendo conto che i miei amici sono parte di me.

Mi viene questo pensiero, bellissimo, importante, gonfio di gratitudine. Mi viene da scriverlo a tutti, ma poi mi escono delle robe strappalacrime, quindi lascio perdere. Eppure mi voglio tenere questa grande gratitudine. Per averli incontrati, per averli amati.

Ho amato talmente male le donne della mia vita che credo meritino un sussidio. Non da me, cristo. Dallo stato.

Ho amato e amo talmente bene i miei amici, da pensare che una vita solo con loro sia davvero un sogno.

Ma poi ci penso bene.

Mi mancherebbero tutte le altre cose. Gli errori, i casini, le cose quasi belle. Che sono poi le ragioni per cui torno dai miei amici, come tornassi a casa.

Inforco la bici e perdo una scarpa.

Maledette scarpe da vela. Che non ho nemmeno la barca.

Da fuori, devo sembrare uno scimpanzè chino sulla sua pancia, mentre cerco di riprendere la scarpa.

Freddie, ad esempio, ha sempre scarpe discutibilmente brutte.

Almeno sulle scarpe ho qualcosa da dire.

Penso.