Silenzio

Ho questo ricordo di mio padre, della sua seggiola di legno, all’ombra di una grotta tra gli scogli. La spiaggia piena, e lui sugli scogli. Mi capitava di chiedere a mia madre: cosa fa papà? Mi sembrava così strano poter stare intere mattine su una seggiola, in mezzo agli scogli. Cosa fa papà? Silenzio, mi rispondeva mia madre, fa silenzio.

Dal silenzio io sono scappato per tantissimo tempo. Come tante cose, il silenzio é una scoperta tardiva e dura. Mi ha sempre spaventato molto, il silenzio. Ho sempre cercato la musica, le parole, il confortevole rumore della civiltà.

Il pomeriggio che è morta mia mamma, alle cinque circa, mi sono trovato in soggiorno, sdraiato sul tappeto, in silenzio. Mai avevo sentito una sensazione così opprimente in vita mia. Sul petto, in testa. Il silenzio e la morte, cose troppo vicine.

Qualche tempo dopo sono finito in un pronto soccorso, dove un annoiato dottore mi ha dato del Valium e il suggerimento di andare da un analista. Ne ho trovata una di una certa età, in una casa bassa vicino alla Fiera. Ci sono andato due volte. Mi spaventava il silenzio. Assordante. Le pareti rosa mi chiudevano in una stanza sempre più piccola, ad ogni respiro.

Mio padre, con il tempo, ha imparato a fare silenzio ovunque. Senza mia madre, passavamo pomeriggi interi in silenzio. Leggeva e pregava. L’animo contemplativo gli permetteva di restare a guardare il mare per un pomeriggio. Ne usciva sempre più sereno.

Non ho avuto bisogno di silenzio per moltissimi anni. Avevo, anzi, bisogno di un gran rumore. Di capire chi fossi diventato, non chi volevo essere, di scacciare la paura, di non leggere nessuna emozione. Così è stato.

Sono passati anni, una vita, in molti sensi, prima che mi accorgessi che il silenzio non mi faceva più paura.

Mi ritrovavo da solo, in macchina, o su una scala, in silenzio. Ascoltavo il cuore.

C’è stato un anno in cui ho conosciuto Terzani e la rivoluzione, insieme. La mia rivoluzione aveva tacchi a spillo e mutandine di seta, e mi ha preso, come tutte le rivoluzioni, per fame e poi per fede. Leggevo Terzani, scopavo e bevevo. Non era un progetto, quindi non avrebbe dovuto funzionare per forza.

Quell’anno ho scoperto di non aver paura della morte, di avere bisogno della carne, e di aver bisogno del silenzio. Non come assenza di rumore. Ma come silenzio.

Quell’estate ho portato tutti i miei sensi di colpa e le mie paure su uno scoglio. Il sole caldo mi cuoceva, e dovevo nuotare nell’acqua gelida spesso per non svenire. Portavo della torta di albicocca, avvolta nella carta, e dell’acqua. E restavo in silenzio per ore. Sono restato più in silenzio in quei giorni che in tutta la mia vita.

Ho delle foto, magro come un chiodo, nero come un pescatore, con gli occhi sereni. Ho aggiunto, nella valigia delle cose che so fare, il silenzio.

Ho, vent’anni dopo, capito mio padre.

Allo scoglio ci torno appena posso, è un pezzo di Levante dove conosco tutti, perché quando torno al tramonto, dopo un giorno di silenzio, amo parlare e infilarmi nelle vite degli altri. L’unico tatuaggio che ho pensato di farmi sono le coordinate GPS dello scoglio, sotto al piede destro. Un invito ai miei piedi a tornare sempre lì.

Il silenzio nella separazione arriva con due momenti. Prima e durante è un silenzio di sofferenza. Parole non dette, stanchezza, dolore, è un silenzio gonfio e straripante. Anticipa la rabbia, segue al pianto.

Poi arriva il silenzio del vuoto, dell’assenza, della paura, del distacco. Le famiglie fanno molto rumore. La separazione porta molto silenzio. Inaspettatamente mi sono fatto cullare. Mi sono quasi affezionato.

Ho imparato a fare silenzio al posto di dire cose stupide, ho imparato a fare silenzio per misurare la paura, ho imparato a fare silenzio per ascoltare il rumore che fa l’anima quando si muove.

Mi capita, a volte, di fare silenzio quando dovrei parlare. O di parlare quando dovrei fare silenzio. È una cosa che sento, come fosse un organo.

Mi piace fare silenzio dopo qualcosa, per raccogliere i pezzi.

Dopo aver fatto l’amore, resto in silenzio, a sentire il fiatone. Dopo un grande lavoro, mi godo il silenzio della soddisfazione. Il mio scoglio è sempre lì, ma ho un pezzo di scoglio dentro, dove mi siedo a stare in silenzio.

Tanto adoro la parola quanto il silenzio. Tanto adoro fare l’amore quanto amo scopare. Tanto amo bere fino a stordirmi quanto amo aspettare il mattino senza aver bevuto.

Assomiglio allo scoglio. E ho finalmente capito mio padre.

Ammollo

Io galleggio, respiro sale, acqua salata e silenzio. Ovattato, silenzio. Mi sembra di respirare boccate di qualcosa di simile alla nostalgia. Di cosa non so, e non so nemmeno se si possa respirare nostalgia. Forse al mare si. Quando faccio fatica a leggermi così tanto mi chiedo cosa abbia sbagliato, nel leggere per giorni e mesi, se poi tutte le pagine lette non aiutano.

Io galleggio e mi godo silenzio e tenerezza. L’acqua mi passa in testa, il cuore che batte, il sole gigante in cielo.

Ogni bagno di quest’anno ha l’epica di essere l’ultimo. Entri in acqua quasi celebrando la gioia e l’emozione e nuoti come se non lo potessi fare più.

Ci ha lasciato un dubbio enorme, questa pandemia: l’ansia che si tratti dell’ultima volta. Che è la nemesi dell’emozione della prima volta. Il tramonto e l’alba.

Non resta che nuotare, galleggiando. Senza chiedersi se si tratti dell’ultimo bagno o del primo rito di qualcosa di nuovo.

Rivoluzioni sospese, che galleggiano. Così stiamo. Sospesi. Al mare galleggeremo, in città vedremo.

Forse la sabbia

All’inizio pensavo fosse una questione di costume. Ho guardato i miei costumi. Hanno tutti una storia, le più belle sono quelle di quelli scoloriti. Va da se, per le storie di mare, che più sale e più sole siano componenti fondamentali. Quello rosso, adesso di un rosso pallido, è il veterano. Abbiamo nuotato, camminato, saltato, dormito, guidato, pedalato, riso, scopato, insieme.

Pensavo fosse una storia di costumi. Quindi ne ho comprato uno nuovo. Anche in vista di settembre. Mi piace immaginarmi a settembre al mare. È uno sfrontato ottimismo che mi aggrada. Ho preso un costume comodo, un tessuto facile, una trama simpatica.

Ma non è cambiato nulla. In effetti, si poteva capire non fosse il costume, il problema. Ma mi piaceva immaginare che comprando un costume si potessero risolvere grandi questioni.

Allora ho provato con il gin tonic. A volte, a Milano, funziona. Bere gin tonic intendo.

Ho trovato un bar dove ne fanno di umani. Lo prendo con il limone. Ma non succede niente.

Allora ho provato con la playlist. Ho cambiato musica. È come cambiare aria alla mente. Aprendo finestre. Ma niente.

Ho questa inquietudine, questa cosa strana, che mi tormenta. Non so cosa sia. E non me ne curo troppo. Ma arrivo a certi momenti in cui, in effetti, è un fastidio costante e invadente.

Forse la sabbia, ho pensato. Sono tipo da scogli. Ci pensavo mente nuotavo nudo, a cento metri da riva. La sabbia è noiosa. Questo è un dato di fatto. Si nuota nudi, si esce, ci si asciuga e si legge. O si fa finta, tenendo il libro come per tenere i pensieri.

Fare l’amore con la vita è diventato difficile, quest’anno. Non vorrei fossi io. E non la vita.

Ma forse è proprio la sabbia.

Creme solari

Ho comprato quattro libri, e sono indeciso su quale iniziare. Con le creme solari è più facile. Prendo sempre la stessa, e la uso sempre allo stesso modo. Fino a quando qualcuno mi dirà che è sbagliato. Come metto la crema.

Mi piacciono quelli che mi dicono che sbaglio. In generale, sono una persona che ascolta molto. Sbaglio a fare una cosa o a essere qualcuno o qualcosa. Mi piace che mi venga detto.

Però poi, ad essere sincero, mi piace anche sbagliare. Alla fine dei conti è un buon segnale. Vuol dire averci provato. In fondo vengo da una famiglia che è famosa per aver provato a fare cose. Molto ortodossi che fanno cose poco ortodosse.

Quello che non mi piace è trovarmi a dover scegliere tra cose che vorrei tutte e subito. Come i libri.

Mi piace anche l’odore della crema solare. È sempre lo stesso e quindi, in un certo modo, anticipa un sacco di cose belle che succedono, di solito, quando sono al mare. Forse compro sempre la stessa crema anche per questo. Per avere garanzia che poi succedano queste cose belle.

Poi come quest’anno, se non succedono, ci rimango male. Perché mi fidavo della crema solare e anche delle mie innate capacità di sbagliare bene. In modo creativo.

Quest’anno vale tutto, per via della pandemia e della fatica che abbiamo fatto per arrivare, vivi e vegeti, al momento di metterci le creme solari. Quando sono andato a comprarla all’Esselunga ci ho pensato. Accidenti che gesto liberatorio.

Avrei bisogno di robe così più spesso. L’insostenibile leggerezza di comprare una crema solare, che mentre la compri stai comprando le aspettative, i ricordi, le sensazioni. Fai una roba per il futuro prossimo, basandoti sul passato remoto. Filosofia da crema solare.

Non so quale libro iniziare. Vorrei avere diritto di leggerli tutti. Spalmato di crema solare.

Mediterraneo

Credo sia stato il compleanno di Salvatores, una data importante, perché hanno dato Mediterraneo su un sacco di canali.

C’è sempre un buon motivo per dare Mediterraneo, in effetti. Anche non fosse il compleanno di Salvatores.

Mi è venuta in mente mia nonna Marina, che mi porta a vederlo, appena uscito nelle sale. Lei con quel suo turbante ridicolo che la faceva assomigliare a un funzionario indiano, io troppo grande per i cartoni e troppo piccolo per i film. Che etá di merda per portare al cinema un nipote.

La sala vuota, di sabato pomeriggio, e la nonna che si commuoveva. Io che non capivo niente.

Tre sono stati i film sbagliati della mia vita: La Storia Infinita, visto all’oratorio del paese di vacanza, con le sedie in legno e le caramelle tanto vecchie da essere dure. Poi Mediterraneo e per finire Titanic.

L’unico che ho rivisto è stato Mediterraneo. E mi sono innamorato. Mi succede, di innamorarmi dopo un incidente o un piccolo fallimento. E così è stato.

Ovvio che sia per la fuga, la poesia, il sesso. Tre cose che forse mai come in Mediterraneo si confondono fino alla malinconia della fine. Capisco le lacrime di mia nonna. E anche i suoi turbanti, per proteggere dal freddo. Forse lo ricordo bordeaux, il turbante. Ma potrei sbagliarmi.

I tappi per le orecchie e il romanzo

Mi piace addormentarmi riflettendo sul fatto che il romanzo italiano sia morto. È una mia opinione. Mi metto i tappi per le orecchie e ci penso. Prima penso alle cose belle, ringrazio, poi al romanzo italiano e mi addormento. I tappi sono una novità abbastanza recente. Sono oggetti antiestetici, probabilmente poco igienici e identificativi di una non più rombante giovinezza. Ma mi hanno salvato, la vita, la coppia, il sonno e i sogni.
Ritengo che addormentarsi con addosso calzini o mascherine o tappi sia un forte segnale di disagio. Io non uso nemmeno il pigiama.
Tra un matrimonio e una convivenza ho anche dormito due notti con una ragazza che indossava deliziose camicie di seta e vistosi tappi di gomma, o forse cera. Nel ventaglio delle ragioni per cui le notti insieme sono state solo due c’è anche l’elemento tappi.
Con questo non voglio dire che due pezzi di cera o gomma possano compromettere un nascente amore. Ma in effetti è così.
Mi piace questa cosa dei tappi, su di me.
Mi addormento subito e saltando quella mezz’ora di rumori dalla strada, ubriachi, amanti, sirene, discussioni. E mi perdo anche le attività notturne della mia compagna. Se fosse un animale, penserei fosse in cerca di attenzioni. Invece è una donna, fatta e finita, con la propensione a produrre una vasta gamma di rumori nella fascia oraria tra mezzanotte e l’una e mezza. Il suo desiderio di produrre rumore è irrefrenabile. La sua fantasia è sorprendente. Piatti, mobili, serrature, telefoni.
I tappi sono quel segno di maturità con cui ho abbandonato l’eterna discussione su chi avesse ragione tra i due: lei che sposta i vasi alle due di notte o io che vorrei dormire. Sono la pace, abbiamo ragione in due, come i tappi.
Una conquista di civiltà.
Che poi mai mi sarei sognato di scrivere su dei tappi. Ma stavo pensando anche che forse meriterei dei tappi più tappi, una cosa più professionale. L’altro giorno al supermercato ho guardato bene per trovarne di nuovi. Stanno vicino ai preservativi. Forse perché sono cose da notte, ho pensato. O cose da camera da letto. O cose di plastica. Mentre cercavo di capire perché i preservativi stanno vicini ai tappi ho dimenticato di scegliere dei tappi nuovi. Ma so di meritarli.
Si sente anche il cuore, anzi è l’unica cosa che si sente. Mica male.
Sento di essere molto soddisfatto, di questa cosa dei tappi. Dormo sempre senza pigiama, e guardo con sospetto chi compra le calze da notte. Ma i tappi alla fine ci stanno.
Che poi ti aspetti che ci sia una morale. Un senso. Un epilogo degno di tutto questo scrivere su dei tappi.
Ma no. Non c’è. È solo che sono entusiasta dei tappi.
E tutta questa ansia sulle morali e sugli epiloghi è la causa della morte del romanzo.
Avete troppa fretta di capire.
Meritate racconti.
Brevi.
Magari sui tappi.

Come ci si veste a un funerale?

Non so mai cosa mettermi per andare a un funerale, e finisce che mi vesto come mi vestirei per andare a un matrimonio o a un battesimo. Che è il completo blu. Mi sembra un buon compromesso, il completo blu. Ne ho due, e una decina di camicie bianche tutte uguali. E una serie di cravatte blu, o con molto blu dentro. Le cravatte, ormai, le uso davvero per i funerali.

Ho finito gli amici che si sposano, anche perchè per fortuna si sposano di meno. Ho avuto qualche battesimo, ma non metto più la cravatta. Però li vivo molto più coinvolto, i battesimi.

Anche i funerali. Mi succede che mi sembra che sarebbe potuto succedere a me. Di morire, o di perdere una persona cara. E soffro come un cane.

Non ho paura di morire.

Ho il terrore di perdere una persona cara, il suo amore, la nostra quotidianità. Difatti dopo i funerali, normalmente, chiamo più spesso amici e parenti. La mia cerchia.

Succede che i funerali stiano superando i battesimi.

Che è abbastanza normale.

Il mio completo blu mi torna utile.

Come ci si veste a un funerale?

Non saprei. Io di blu.

E poi metto sempre due fazzoletti nelle tasche dei pantaloni.

Mi nascondo e piango un sacco.

Il dolore, difatti, è sempre di chi resta.

E poi bevo.

Per scaramanzia

come leggere i tarocchi (Coppa America)

Se non ricordo male si chiamava Cristina, ma non ci scommetterei sopra. Ci siamo conosciuti in fondo a Viale Monza, a pranzo, in un bar di quelli con le paste congelate e il pane di gomma che mette a dura prova i molari. Era un’amica della mia fidanzata, sorrideva poco, era straordinariamente magra, alta e molto cupa. Aveva i capelli tinti di rosso, un rosso accesso, forse un po’ troppo, come quello del pomodoro sulle insegne delle pizzerie egiziane.

Una sera a cena da amici, in una mansarda in centro, aveva deciso di leggere le carte a tutta la truppa. Senza che la truppa fosse d’accordo. Succede sempre così: tu ti crei un personaggio, ci credi, approfondisci, studi, ti appassioni, e nessuno ti caga. Perlomeno succede così quando ti inventi una passione su una cazzata come i tarocchi. Non ditelo a quelli che ci credono, ma a me i tarocchi, gli oroscopi e quelle cose lì mi sono sempre sembrate delle cazzate poco serie. E nemmeno tanto divertenti. Metti poi che nelle carte ci vedi qualche sfiga grossa, che voglia ho io di affrontare domani con il dubbio?

Cristina, sempre che si chiamasse Cristina, aveva deciso di leggere le carte, comunque.

La prima è stata la padrona di casa. Io, intanto cercavo di aprire una di quelle finestre da tetto che fanno una scena enorme nelle mansarde, ma che poi se vuoi fumare una sigaretta si trasformano in un’impresa ginnica di alto livello. Fumavo ancora tabacco olandese, fumavo ancora quando qualcosa mi metteva a disagio. Anche adesso.

Per questo con me la tecnica per smettere che associa le sigarette di piacere con qualcos’altro non funziona. Al posto di fumare, quando sei felice mangia una liquirizia. D’accordo. Ma io non fumo mai quando sono felice. Fumo per stress. E se poi ci aggiungo pure la liquirizia quando sono felice, non è un grande guadagno.

Il secondo è stato il padrone di casa. Mi ricordo che si è alzato molto felice, dalla sedia di legno. Addirittura ringraziando Cristina, sempre che si tratti di Cristina.

Il turno della mia fidanzata. E sono dovuto restare in piedi alle sue spalle, ad ascoltare. Lei voleva così.

Eravamo felici, in un mare di piccole e medie sfighe che ci stavano succedendo. La nostra forza è sempre stata quella di affrontarle insieme, con incedere sicuro. Probabilmente perchè è una di quelle storie nate da una amicizia. Eravamo stati amici, grandi amici, poi scopamici, si dice così, poi amici che scopano e stanno sempre insieme, poi amici che scopano, stanno sempre insieme e pianificano vacanze insieme, poi semplicemente insieme. E, tra le tante cose, questo percorso credo aiuti ad affrontare la vita uniti.

L’essere felici, ritenevo io, era condizione per cui non era necessario infilarsi in cazzate come i tarocchi.

Ma sembravo essere l’unico in quella mansarda a pensare che i tarocchi erano una pessima idea.

Carta dopo carta, con gesti teatrali e sguardo chino sulle strane figure, Cristina, sempre che si sia mai chiamata Cristina, sbuffava o sospirava, spalmando sul tavolo le carte con le mani aperte.

Aveva unghie curate. E anelli strani.

Credo sia molto importante, per quelli che fanno i tarocchi, avere anelli importanti e strani. Anche quelli della televisione, di solito, hanno anelli importanti che sfondano l’inquadratura mentre anticipano il destino dei malcapitati al telefono, per soli due euro al minuto, scatto alla risposta escluso.

Le carte erano chiare, aveva detto Cristina, o come cazzo si sarà mai chiamata.

Quest’anno due grandi sfide di lavoro, una più impegnativa, la seconda, a stare alla carta che accarezzava con l’indice.

E poi silenzio.

Lei guardava la mia fidanzata. Poi me.

Poi io mi sono messo a guardare lei.

E tutti ci guardavamo. L’indice era finito su un’altra carta.

Questo è qualcosa di grandioso, aveva detto.

Bene, ho pensato io.

Qualcosa di sconvolgente, che forse non dovrei dirvi.

Eccola, che ci mena una sfiga enorme, e poi ci alziamo domattina in paranoia.

Che già ero ipocondriaco, inconsapevolmente ma ferocemente.

Chissà dove mi prenderà, questo tumore che lei ha visto, ho pensato.

O forse una malattia invalidante ma non mortale.

O forse un incidente, con la Vespa, che in effetti sta facendo strani rumori.

Dovevo fumare.

Questa carta ve la leggo solo se lo volete veramente, aveva detto con una voce cavernosa.

Ma certo che no, avevo risposto ad alta voce. Forse troppo alta.

Si erano girate tutte e due. E mi guardavano male. Tutte e due.

Invece si. Aveva detto lei. Prendendomi la mano e mettendosela sulla spalla.

Silenzio. Infinito.

Il silenzio, in questi casi, dilata il tempo come quando fai stretching e ti sembra che sei piegato sulle gambe da ore, poi guardi l’orologio ed erano venticinque secondi. Nemmeno un tempo ragionevole, proprio una roba da sfigati.

Silenzio.

Quindi? dico io.

Questa carta dice chiara una cosa. Ed è una cosa grande per voi, soprattutto per la mia amica. E sorrideva.

E la mia ragazza ha iniziato a piangere. Singhiozzando. E Cristina, o come cazzo si chiama, a piangere sorridendo.

E io, maledetto, che non capivo.

Non capire, in questi momenti è un dramma. Avevo bisogno di una sigaretta.

Un figlio o una figlia, aveva chiesto.

Ma che cazzo dite, avevo detto.

Una figlia, aveva risposto.

Ma che cazzo dite, avevo urlato.

E avevano smesso, una di piangere l’altra di parlare. E anche la padrona di casa si era avvicinata.

Ricordo poco della fine della serata nella mansarda. Mi ricordo di aver camminato a passo spedito verso la Vespa, senza nemmeno aspettarla.

E mi ricordo il silenzio, per tutto il viaggio insieme.

E mi ricordo di averci dormito sopra tranquillamente.

E ci mancherebbe anche. Una tizia prende un mazzo di carte, ne tira fuori una, e ti dice che avrai una figlia. Ma che cazzo.

Ma ero rimasto l’unico a dormirci sopra sereno, a quanto pare.

Nei giorni dopo non ne avevamo parlato più.

Fino a una sera. Stavamo andando a bere qualcosa con degli amici, che guarda il destino, stavano andando a vivere insieme perchè lei era incinta. Sapevo già dalla sigla iniziale, che per me sarebbe stato un film di merda.

Abbiamo litigato ferocemente, davanti a un sushi cinese, di fianco a un ferramenta chiuso, con il rumore del traffico, i tram, le prime puttane, la gente che passava.

Era un periodo della mia vita che mi piaceva contestualizzare tutto con la Coppa America. Poi, per fortuna, mi è passato.

Questa cosa di fare un figlio è la Coppa America delle stronzate, avevo detto.

Ammetto che non deve essere la frase più bella che si può sentire, da fidanzati, a vent’anni. Però era ragionevole.

Lavoravo con un contratto che mi permetteva di pagare le rate della macchina e qualche birra, vivevo con mio padre e passavo le vacanze a scrocco da amici. Un figlio mi sembrava davvero una roba grossa.

Anche una famiglia, che teoricamente è il luogo dove allevare un figlio, mi sembrava un concetto troppo complicato.

La verità era ben diversa, ma non la sapevo ancora. Ho sempre capito le cose in ritardo, sulle questioni di coppia. Che mi rende un sincero amante e buon compagno, ma anche un importante ritardatario sulle decisioni chiave.

Ci siamo lasciati un anno dopo. Lei è andata via. Credo per un altro. O per un futuro migliore. Ho questa fortuna di capire le cose in ritardo, e di non voler indagare troppo quando sento puzza di bruciato. Anche per questo non mi piacciono carte e oroscopi.

Ci siamo lasciati ad aprile. Vengo sempre scaricato ad aprile, tra una cosa e l’altra.

Andava Tiziano Ferro. Roba che in radio sembrava passassero solo Non Me Lo So Spiegare.

Una tragedia nella tragedia.

Questo è quanto ho da dire sui tarocchi.

 

Cose che

Fare benzina prima che il motorino si spenga, in mezzo a un viale. Dopotutto c’è anche l’indicatore della riserva.

Prelevare soldi, senza andare in giro per due settimane senza una banconota, scroccando caffè e sigarette. Si poteva fare a sedici anni.

Leggere libri brutti, senza abbandonarli, che tanto lo sapevamo fin dal titolo che si trattava di un pacco enorme.

Mangiare verdura. No, i frittini d’aperitivo non sono verdure. Lo erano. Ma non più

Finire quel diavolo di racconto, che piuttosto che finirlo, ogni due mesi ne inizio uno nuovo. E sono a 124 inizi differenti.

Scivolare verso il vino rosso. Che è meglio della birra e del vino bianco. Non so perchè. Ma è così.

Sono tutte cose che penso mentre guido il motorino, sotto il diluvio. E’ una roba grandiosa, nel senso che al posto di lamentarmi, penso cose disordinate.

Mi bagno lo stesso, ma ci penso meno.

Che giugno surreale.

Culi Sodi

Nel gineceo estivo dove sono nate tutte le mie memorie di bambino, c’erano tra grandi narratrici, due nonne e una zia, tecnicamente prozia.

Di famiglia non abbiamo memoria geografica, le nostre origini sono chiare, profondamente cittadine, ma le nostre famiglie sono nomadi industriali, che si sono mossi tra Tortona, Parma, Torino, Milano, Genova. Ci si fermava per lavoro, poco inclini alla comunità, per poi ritrovarci tutte le estati insieme tra le anonime valli bergamasche.

Erano estati belle, lunghe, spensierate, per noi bambini, con una pausa ad agosto, quando ci portavano al mare. Al ritorno dal mare era finita l’estate delle valli. L’agosto della montagna è freddo, buio e piovoso. Anche gli amici tornavano in città. Così le due nonne e la zia potevano parlare, nella grande cucina, delle storie preferite.

Non si faceva cenno alla storia dello Zio Alberto, sopravvissuto a un campo di concentramento. Mi avrà rivolto la parola due volte in dodici anni.

Non si faceva cenno agli amanti di nonna, vedova fin da giovane, fervente cattolica e ottima dattilografa.

Anche le sigarette di zia finivano in secondo piano.

Dei vizi, in casa nostra, non si parlava mai. Avevamo una famiglia priva di vizi, spiritualmente molto attiva, decisamente buona.

Le nostre storie erano sulle guerre, sui bombardamenti, sui rifugi, su quegli uomini che hanno aiutato nonna a ricostruirsi una piccola fortuna, sugli anni della zia a Tortona, sulle valli emiliane da cui veniva l’altra nonna.

Così ho costruito la mia mitologia famigliare, con qualche zio partigiano, tanti eroi, tutti maschi, e una grande nostalgia per gli anni del dopoguerra.

L’unico argomento di divertimento, le risate grasse di nonna e zia, erano i culi sodi delle vicine di casa a Parma. Una famiglia di donne tutte con il culo sodo.

Non sappiamo che cosa facessero per vivere, queste donne dal culo sodo. Ne come siano comparse nella casa di fianco alle nonne.

Sappiamo che avevano questi culi sodi che facevano tanto ridere la nonna.

I culi sodi, alla fine della scala quaranta, erano il momento di risate più belle e gonfie, mentre il buio della sera invadeva la valle con il freddo che ci obbligava ad accendere le coperte elettriche.

Le estati finivano così, con i culi sodi.

Non mi è mai tornata in mente, questa cosa del culo sodo. La fiacchezza laica del corpo non mi ha mai sorpreso. Ho sempre preferito le tette, il seno, morbidezza, candore, intravisto nelle magliette.

Cammino per la strada, in questi giorni di mascherine e caldo, non ancora torrido, i marciapiedi sono stretti, molto più stretti di prima. Tanto che dobbiamo fare attenzione a camminarci, a non sfiorarci, a non guardarci. Il contagio della diffidenza è questo, la paura di camminare sullo stesso marciapiede.

E noto un sacco di dettagli, costretto a guardare, quasi clandestino, ogni cosa.

E noto culi sodi.

Forse perchè a quarant’anni uno guarda i culi sodi.

Forse perchè non ho nulla d’altro da guardare, di più espressivo.

Li guardo con solidarietà.

Si guardano culi in modo solidale?

Così mi sembra.

Non con desiderio malcelato.

E mi vengono in mente i culi sodi raccontati dalla nonna.

Resto fedele al vedo non vedo delle tette.