Carlo

Se avessi scritto, in questi mesi, Carlo sarebbe stato il protagonista di un racconto, soffice e rotondo, puro e veloce.

Se avessi scritto, al posto che disfare meticolosamente ogni certezza, al posto di scavare nei ricordi per trovare le crepe del passato, senza poi nemmeno aver voglia di metter più di tanto ordine, semplicemente per fare casino.

Ecco, se avessi scritto, Carlo sarebbe nato tra le pagine, vicino a pagina uno, a dire il vero, introdotto fin da subito.

Carlo è quasi calvo, non se lo aspettava, come molte cose arrivate con i quaranta. Che non si aspettava. In effetti, ad aspettative, Carlo è a pezzi.

Sopravvivono, meglio di lui, quelli che al liceo scopavano, bevevano, riempivano vuoti senza fare nemmeno un progetto.

Questo, più dei capelli, a Carlo fa girare i coglioni.

A quarant’anni, i coglioni ti girano per un sacco di cose, sempre di più.

Diventi suscettibile, diventi nervoso, diventi brutto, ricordando cosa non è andato.

Carlo ha un problema, da qualche mese. Non ne parla con nessuno, non avrebbe nemmeno modo ne voglia di farlo.

Carlo si sente spaesato.

A volte, capita, si senta davvero fuori luogo, fuori posto, fuori contesto. Sente i piedi urlargli di scappare, no scappare è esagerato. Di andarsene, anche solo spostandosi di qualche passo.

Da una conversazione, da un bicchiere, da un dettaglio, da una critica, da un pensiero.

Carlo non ha mai dato troppo peso ai suoi piedi.

Ma sente di doversi adeguare, in qualche modo, a quello che il suo corpo chiede.

Il racconto sarebbe un po’ tutto su questo, su questa malinconia, su Carlo, sui suoi piedi e su come la gente, in generale, non voglia mai rassegnarsi, anche quando, semplicemente, basterebbe spostarsi.

Invece non ho scritto, Carlo non ha mai visto la luce, meglio per lui, forse. Personaggi dannati, perseguitati dal dubbio.

Carlo

 

Passami il costume, Robin!

Da piccolo, quando mi spaventavo per qualcosa, mia madre mi si sedeva di fianco, con le gambe strette nelle sue gonne, e mi accarezzava, con la mano destra, dicendomi:

Prendiamo il costume, quello da super eroe che hai nel cuore, e affrontiamo questa cosa da veri super eroi.

L’altro giorno riordinavo un cassetto. Sono quel genere d’uomo che infila nei cassetti tutto quello che avanza, scontrini, biglietti, oggetti, monete, ricette, quaderni, fotografie.

Ho ritrovato una foto di mia madre e della sua migliore amica, che parlano, sotto gli alberi in un chiostro. Mi ricordo tutto, il posto, i profumi, il maglione rosso di mia madre, largo, caldo, morbido, quando ci infilavo la testa piangendo.

Quando mia madre è morta, mi sono rimaste molte foto, molti ricordi, qualche rimpianto, due pensieri brutti, e un costume da super eroe, nel cuore.

Non lo uso più.

Ma ci penso.

E’ un costume che cresce insieme a me, mi calza sempre perfetto, a volte lo provo, in camera mia da solo, di notte, quando non riesco a dormire.

Ha un mantello soffice, e due splendide ali gialle sulla schiena.  A volte, ad essere sincero, cambia colore.

E’ pur sempre un costume da super eroe.

Credo che sia abbastanza standard, questa cosa di cambiare colore e essere sempre della taglia giusta.

Io sono morto due volte, fino a oggi.

Ho quasi quarant’anni, due vite me le sono giocate. Tutte e due le volte, mi sono dimenticato il costume, non ho fatto in tempo a prenderlo.

Poco male.

Ieri sera, prima di spegnere la luce, ho guardato quella foto di mia madre.

E ho pensato al mio costume.

Passami il costume, Robin, ho detto.

Che lo metto da subito, mi son detto.

Così la prossima volta mi trovo pronto.

 

 

A Natale, ovviamente

Pensare a com’era bello, il caldo del parquet della camera, il buio della notte della Vigilia, Milano e le sue notti di Natale, di semafori lampeggianti, strade deserte, freddo,  a volte neve.

Poi ti fermi un secondo, e pensi, il peggio sta passando. Non è proprio passato, ma sta passando.

Il Natale fa un po’ male, quando cresci, se cresci, perchè sei tu che ti metti lì, seduto come un pensatore greco, a scavarti nelle ferite con la lama affilata del rimpianto, con il pugnale degli errori. Sono armi che si imparano ad usare troppo tardi.

Sono sdraiato su una poltrona da barbiere, in un negozio nuovo di zecca, pieno di gente che da più attenzione alla sua barba che alla sua vita.

Mi fa sempre ridere un sacco, questa cosa degli uomini che spalmano prodotti per la cura dei peli ad altri uomini.

Ma poi mi perdo in quest’ora di attenzioni eccessive per le mie basette e per i miei peli, come se prendessi una pausa da tutto questo lottare, combattere, amare, correre.

Mi incazzo meno, quando ho la barba ordinata. Forse, mi piace credere, mi incazzo meno quando sono ordinato.

Mancano una manciata di giorni a Natale, quella settimana prima in cui da ragazzo sognavi ad occhi aperti, immaginando l’incredibile dei regali. Quella settimana in cui adesso, da uomo, oltre a curarti della tua barba per non far arrabbiare la tua fidanzata, che trasandato non vai bene, vorresti nasconderti dietro a un valido alibi, un’influenza, una piccola polmonite, insomma qualcosa che si possa risolvere poi per il 27, per scomparire dolcemente, sottrarti alla tortura di questi pranzi, di queste cene, dove si fa un sacco fatica a pulire il pesce dalle lische, a pulire le chiacchiere dalle solitudini, a sorridere davanti a una storia che non fa ridere ne pensare.

Esco, nel freddo gelato, con una barba in ordine e le mani giunte e cammino.

A me i bilanci mi escono facili.

Perchè sono uno che non ha mai smesso di fare bilanci. Soppesare cose, analizzare emozioni, capire le persone, affrontare le difficoltà, trovare risposte. Sono cose che mi vengono facili, quasi quanto dimenticare un appuntamento o una cena. Sono io. Così.

Salgo in macchina, e mi viene una voglia incredibile, pungente, drammatica, di andare al mare.

Adesso.

Sarà buio e freddo, ci sarà solo il rumore assordante delle onde, e il vuoto che riempie il cuore, quello del mare d’inverno.

Me lo diceva anche mia madre, la vita va vissuta per amare.

Mi guardo nello specchietto retrovisore e sorrido.

Sono bravo a far bilanci.

Sorrido.

Sono anche bravo a prendere gli errori degli altri e trovarci una via di uscita.

Sono anche bravo a ridere insieme a chi piange.

E mi ritrovo qui, a pochi giorni da Natale.

No, non sarei sincero a dirti che sono felice. Sono sereno, sto bene, osservo le piccole tempeste che minacciano la mia barca, mentre accarezzo il legno, è stato un anno davvero difficile, per una barca così piccola.

Ecco.

Vorrei andare al mare.

Per fermarmi.

A Natale, ovviamente

J. Pole e la mezzanotte di Natale

J. dormiva, provava a dormire, la sala buia illuminata a tratti dall’albero di Natale, luci bianche sulle palle argentate.

Non svegliatemi, voleva dire.

A chi?

La coperta blu, il divano bianco, i mobili, nel buio.

Non pretendo di essere niente di più di quello che sono.

Sono io, sono la mia domanda di vita, sono le mie risate sottovoce, sono le mie paure, sono il mio corpo che invecchia piano, sono le voci che mi sembra di sentire in casa, quando so benissimo di essere a casa

da

sola.

Avanti J., sembrava dirle il destino. Esagera. Prova a piangere. Lascia cadere le mani sui fianchi, come quando esausta urli nel telefono che non ce la fai più.

Avanti, è Natale, piangi.

Un sospiro, quello che anticipa le lacrime.

E un sorriso.

Anche Natale, per fortuna, è passato.

 

 

Nonostante tutto

  • Prima che mi addormenti ti devo confessare una cosa
  • mi spaventi quando dici che devi confessare.
  • E’ il senso del peccato, è una roba dovuta alle mie origini. Devo solo dirti un segreto.
  • dimmi.
  • io continuo a sognare.
  • io continuo, nonostante tutto, a sognare.
  • E’ solo che questo nonostante, che di fondo sembra una parola piccola, diventa sempre più ingombrante. E potrebbe confondere. Perchè uno potrebbe sentirsi debole e pensare che il nonostante, prima o poi, ci ucciderà tutti. Nonostante. Invece io continuo a sognare.
  • sono felice
  • anche io. Mi sono seduto su una panchina gelata, ieri notte, faceva davvero freddo, la città era deserta, è una città che non conosco, un clima che non conosco e non capisco, insomma un nonostante, ad esempio. Anche il tempo, diventa nonostante, se tutto ha un peso. E ho pensato: io sogno ancora. E sogno tanto.
  • credo sia collegato all’amore. Io amo. Amo da morire. Sempre lo ho fatto  e sempre lo farò. Nonostante.
  • ha fatto più vittime il tuo amore di una guerra.
  • vedi? Nonostante tutto, sono ancora qui.
  • tu si.
  • Io e anche chi ho, a modo mio, amato. Io amo per costruire, la mia rabbia esiste per distruggere. Ma nonostante la rabbia, io amo. Io sogno e amo.
  • cosa sei tu?
  • un piano rotto, in un aeroporto, che suona lo stesso, facendo la sua musica per qualcuno.
  • un dottore stanco che nonostante tutto sorride a un vecchio malato
  • un accordo che chiude la canzone giusta. Al momento giusto.
  • …. tu chi sei?
  • non lo so, ma io sogno. Cose semplici, come l’amore. Come la felicità. Nonostante tutto.

L’amore ci estinguerà

(monologo in tre atti, lunghi uguali, senza interruzioni, se il Teatro lo consente senza nemmeno luci di scena se non una piccola luce, calda, mi raccomando che l’attore è nudo. Sull’attore non ho preferenze. Che abbia, ve ne prego, una voce calda. Che le voci calde, addolciscono anche le storie più brutte. Ci sarà una canzone, alla fine, che sostituirà i saluti al pubblico. E, per finire, un prezzo politico per il biglietto. Un po’ perchè il teatro è di tutti, e un po’ perchè bisognerebbe tornare a vederlo ancora. Che come il vino, decanta).

L’amore ci estinguerà. Lo penso davvero.

Lo penso mentre mi accendo una sigaretta. Avevo smesso. Ho ricominciato.

L’amore ci estinguerà, una roba tipo quella dei dinosauri, la Grande Estinzione dell’Uomo.

Le malattie ci decimano, ma ci danniamo per trovare una cura. Ci curiamo, ci ammaliamo di nuovo, poi moriamo. Come tutti. E’ il nostro destino.

Nascere, vivere, morire.

Amare è una cosa diversa.

E’ una scelta. Che ci porterà all’estinzione.

Non c’è cura, anzi più andiamo avanti, più deliberatamente lo facciamo.

Ci estingueremo per amore. Delizioso.

Avevo smesso di fumare. Nell’ultimo anno lo ho fatto quattordici volte, contate. Mi sono stancato dell’odore, del sapore, del gesto, della dipendenza, eppure sono qui, nudo, sul terrazzo, nel buio, a fumare davanti a una pianta di aloe, si chiama Norberto, che sta sopravvivendo con estrema fatica al suo primo inverno. Stava meglio nel vasetto dell’Esselunga, al caldo dell’Esselunga, o nelle amorevoli mani di qualche vecchia signora fissata con lo Yoga, l’Aloe, il Dalai Lama e tutto il pacchetto di cazzate orientali che solitamente addolciscono le solitudini urbane.

Comunque sto fumando. Pensando. In verità sto lasciando uscire pensieri, preoccupazioni, sogni infranti, dubbi, paure, proiezioni psicotiche sulla fine, imminente, del mondo, senza opporre resistenza.

Lo chiamo: fumare nudi sul balcone.

Perchè non sono bravo a dare i nomi alle cose.

Mi chiamo Franz, ho trentotto anni, da quasi due sono separato. Di questo parliamo, quando ci ritroviamo a fumare nudi su un terrazzino che affaccia sulla tangenziale, incurante del freddo e dei vicini di casa. Parliamo di sapere chi sei, che cosa vuoi, e perchè sei qui.

Mi chiamo Franz, ho trentotto anni, e sono convinto che l’amore, per come lo intendiamo, ci estinguerà. Per nostra scelta, lo stiamo decidendo noi. E noi ci estingueremo. I dinosauri, comunque, non sono mica stati così consapevoli. Si sono estinti per cause esterne, magari anche incazzandosi. Noi no. Lo scegliamo.

La separazione, per riassumere una cosa che difficilmente si riassume, figurarsi se si spiega, è uno strano misto tra un fallimento e un lutto.

Un luttamento.

Ed è la prima delle grandi questioni. Due cose non sono capace di gestire nella vita. I fallimenti e i lutti. Come la maggior parte degli uomini, della mia generazione perlomeno.

Ho vissuto tremendi attimi di terrore per un’insufficienza in Geografia, ed ero quello che alla fine di un colloquio di lavoro andava comunque in bagno a controllarsi la cravatta, per fare buona impressione anche sulla receptionist. Fallire è un’ipotesi, non sono un idiota. Ma è un’ipotesi che ho sempre gestito in modo particolarmente folkloristico.

Sui lutti, mi sia concesso, siamo un po’ tutti impreparati. La cosa più sorprendente, di ogni lutto, è l’eredità emotiva. Quella che non ti aspetti. Quel sasso che ti si poggia sull’anima, che poi impari ad andarci in giro, ma che fai di tutto, appena succede, per toglierti di dosso.

Mi chiamo Franz, e da quando mi sono separato resto fermo, spesso, in piedi, nudo, in contesti dove non dovrei, secondo il costume comune, esserlo, nudo intendo, a pensare e a osservare il mio corpo.

Quasi mi prendessi una pausa.

Come i pugili, tra il terzo e il quarto round. Sentono il pubblico, sempre più lontano, sentono l’allenatore, una voce indistinta ma famigliare, sentono la fatica, la paura, la stanchezza, e si staccano.

Esperienza extracorporea, il pugilato.

E anche la separazione.

Lo so, perchè ho fatto entrambe le cose.

Anzi, credo che una delle cose che più ha fatto innamorare mia moglie sia stata proprio il mio naso rotto, e quello sguardo bovino, da calo glicemico più che da performance atletica, che avevo dopo gli allenamenti di boxe. Uscivo, mangiavo bresaola, e bevevo cuba libre. Quantità enormi di bresaola e di cuba libre. Difatti, quattordici anni dopo, ho un intestino in condizioni precarie e un tessuto muscolare tenuto in piedi da proteine e alcool. Però non ho paura di prendere botte, se vogliamo trovarci un lato positivo.

Io mi sono innamorato delle sue scarpe verdi di vernice, con uno stretto tacco a spillo. Roba forte, soprattutto se indossata di martedì pomeriggio, come se niente fosse.

E come se niente fosse, ci siamo innamorati.

Tutte le separazioni partono così.

E in mezzo ci sono le storie, di uomini e donne. Il vivere. Ecco, il vivere un amore, ci fotte.  Un po’ perchè non ci nasci capace, imparato, sereno, nel vivere un amore. Un po’ perchè l’uomo, proprio perchè uomo, ha una innata capacità di fottersi, tassativamente da solo.

Si chiama talento.

E io ne ho da vendere.

Me lo hanno spacciato come una cosa positiva, come un fattore differenziante, ma in verità è una dorata prigione di lucidità e follia.

Mi spiego meglio. Il talento è quella capacità di discernere le cazzate, comprendere che si tratta, in effetti, di cazzate, e di farle, deliberatamente, ma che dico, appassionatamente, una dopo l’altra. Quasi a sfidare il destino.

Spoiler: il destino vince sempre.

Mi chiamo Franz, è quasi mezzanotte, ho trentotto anni e un giorno in più, nessuna intenzione di suicidarmi, anche se fumare nudi su un terrazzo assomiglia a una delicata forma di autolesionismo, anzi una grande voglia di vivere, e una serena convinzione:

l’amore ci estinguerà.

Ed è per questo che voglio raccontarvi questa storia. Non per lasciare commuoventi testimonianze, ne per scrivere seri moniti e nemmeno per denunciare una drammatica situazione, seppure l’incedere insolente della calvizia da stress, una odiosa pancetta da alcool, e le mie strampalate abitudini, tra cui stare nudo, siano buoni indizi di quella che la maggior parte delle persone definirebbero una drammatica situazione.

Non ci vedo niente di drammatico, se non per la questione dei capelli. Che puoi dirmi tutto quello che vuoi, ma fanno tanto, in quei trenta secondi in cui una persona ti giudica la prima volta che ti vede, i capelli. Un bel taglio di capelli è quasi meglio di un bel vestito, e gli uomini calvi sono costretti, dal destino e dagli ormoni, a deviare la strategia di conquista della fiducia su armi secondarie e meno precise.

Comunque, non pensavo di uscirne pelato, non pensavo nemmeno di uscirne, a dire il vero.

Ed eccomi qui.

A gestire un luttamento, facendo la cosa più ragionevole che si possa fare: fumare nudi davanti a una piccola pianta di aloe.

A me, perlomeno, sembra molto ragionevole.

(continua, per forza, più che per scelta. Ma qui si può fare una pausa, per riscaldare l’attore e per permettere che si fumi, lasciate che il pubblico si alzi ed esca. Uomini e donne. Che si guardino, con indifferenza, anche se entrambi, accendendosi le sigarette, stanno pensando perchè sono ancora insieme. Non perchè, scusate, ma:

come è possibile?

Ecco, una pausa utile. Che è valsa il prezzo del biglietto).

 

November (Escort a Milano)

Mi manca il mare, quando Milano spara il cielo grigio piombo, infinito, come se Dio avesse dedicato più tempo del dovuto a spalmare la tinta, con una cura da pasticciere con una sacher.

Quindi mi manca il mare otto mesi l’anno. Certo, Novembre è il momento, insieme a febbraio, in cui sento la lancia della malinconia puntare forte nel costato. Sembra così lontano il mare, a novembre, che quasi ti perdi, dentro una coda in Tangenziale, dentro una riunione, dentro un aperitivo.

Ho imparato a gestire la malinconia, nessuna tecnica speciale. La fotto, illudendola. Preparo tranelli per la mia malinconia, prendo l’olio dei ricordi, lo spargo sul pavimento dell’anima e lascio che ci scivoli sopra. Appena si riprende, appendo pensieri leggeri alle pareti del cuore, tendendo i fili dei discorsi, e aspetto che ci inciampi.

Insomma sopravvivo. Con filosofia, più che con classe.

Ho sempre meno paura di vergognarmi, sempre meno capelli, sempre meno sorrisi da sparare a caso, le tre cose credo vadano di pari passo.

Mi abituo alla musica commerciale, alle smorfie di disgusto, alle donne con gli stivali, al cadere delle foglie, all’odore di chiuso e ai riscaldamenti sparati come se si dovesse crescere piante tropicali, invece siamo solo dentro un supermercato.

Viene buio presto, buio pesto, mi ritrovo a sperare che arrivi l’ora del sonno, prima del dovuto, non riesco a pensare a niente, mi perdo nei parcheggi dei supermercati.

Ho bisogno di far mangiare il cervello, così leggo, studio, scrivo, cerco, penso. Mi agito come se fossi certo di morire domani.

Forse, non vivessimo a Milano, sarebbe diverso. Forse non vivessimo sospesi tra un fallimento e le paure del prossimo, sarebbe diverso.

L’uomo non è definito dai suoi sogni, ma dalle sue paure.

A novembre, stranamente, le paure fanno più rumore,  come sassi in una scatola vuota.

Sono a corto di metafore, tra le altre cose. Per questo poi ci metto molto di più a scrivere, a novembre.

Ho paura, a volte. Per questo mi sento meglio definito, con l’arrivo dell’inverno.

La paura mi definisce meglio di quanto abbiano fatto i miei sogni.

Ragionamenti convulsi, ma pensaci. Sono le tue paure a dirti dove puoi arrivare, non i tuoi sogni. Poi si tratta di fottersi le paure, o forse fottersene. E sorridere ai sogni.

A tal proposito, del fottere le paure, del fottere in generale, sono un paio di settimane che ragiono sulla questione escort.

Saranno i miei capelli sempre più radi, sarà la mia pigrizia, sarà l’insicurezza che prende noi uomini verso una certa età proprio quando a voi donne invece vi prende una insaziabile voglia di rivincita contro le rughe e contro i vostri partner, ma riflettevo sul fatto che sono, a tutti gli effetti, un cliente target delle escort.

Separato, quarantenne, con poco tempo, con poca fiducia, con un fastidioso strato di cinismo proprio intorno alla vita, maledette maniglie dell’amore emotive, sono l’uomo che dovrebbe andare a puttane. Sull’etere e poi in casa, perchè per strada fa freddo, fa squallido, fa noioso e poi alla mia età temi sempre il controllo della Polizia, complice il realismo pessimista, che compromette anche la più promettente delle erezioni.

Sicché dovrei, sempre a rigor di logica, bazzicare siti intasati da turisti arabi, americani e indiani, per trovare l’amabile compagnia di una splendida ucraina, o forse croata, o forse brasiliana, o magari italiana, con lingerie deliziosa, profumo delicato, tacchi decisi, modi affabili, tariffe decisamente irragionevoli, per poi ritrovarmi impigliato in un pompino teatrale e in quattro, dicesi quattro, colpi di cazzo prima che lo squallore si impadronisca della coscienza.

No, andare a puttane non fa per me.

Riformulo.

No, pagare per delle puttane non fa per me.

Ci tengo molto, sia ben chiaro, alle puttane.  Ma non sono pronto a pagare per avere qualcosa che invece posso conquistarmi. E’ tutto lì.

Conquistarmi, per altro, facilmente. Difatti, vivendo a Milano, epicentro di molte rivoluzioni culturali, tra le quali l’approssimativo lassismo sessuale delle ultime generazioni e di qualche milf di ritorno, pagare è proprio da stronzi che si adagiano su un compromesso morale: perdere.

Ecco, se quindi sei venuto qui per cercare Escort a Milano, ovviamente hai perso tempo. E sei anche incazzato. Perchè ti ho fatto perdere tempo.

Comprensibile.

Ti invito a riflettere. Perchè pagare? A Milano, soprattutto?

Non farlo.

Non essere arrabbiato con me. Ti sto facendo quello che Novembre fa a me: quel senso di incazzatura e tradimento delle aspettative che solo i mesi inutili come novembre sanno dare.

Ciao.