Fenomenologia della Scarpa da Donna: quello che gli uomini non dicono

Ho imparato a convivere con quello che hanno definito un disturbo primario dell’attenzione da anni. Cioè, prima che dessero un nome così altisonante a quello che io chiamo: vedo bene le cose, io mi ci ero già abituato. Noto particolari, affondo la mia attenzione come una lama in cose che gli altri non ritengono importanti, e le ricordo. Ricordo un tono di voce, ricordo un profumo, ricordo un concetto, ricordo numeri, a caso madonna, ricordo un orecchino, uno smalto, un vestito. Finisce tutto in un calderone, una specie di pentolone nella mia mente, che non controllo. Mi tornano addosso, i particolari, quando meno me lo aspetto. Ma ci ho fatto l’abitudine.

Lei entra in sala riunioni con un’ora e mezza di ritardo. Un’ora e mezza di noia, riempiendo il vuoto con chiacchiere mortalmente noiose. Io odio la noia. Con la quale, ultimamente convivo spesso.

Una ordinatissima, monacale, coda di cavallo, capello biondo, viso tondo, occhio verde che ricorda il mare, un vestito curato con un dubbio motivo leopardato, E’ così triste, il leopardato. Così Raffaella Carrà quando Canale 5 faceva innovazione e stavano costruendo Milano Due. Ecco, il leopardato mi ricorda il socialismo.

Niente di speciale. Stretta di mano, sorriso, sediamoci.

La scimmia pensa, la scimmia fa. Io non la controllo. Noto tutto. Profumo fruttato, collo ordinato, un brillante alla mano destra, orecchini di perla, mani curate, polsi piccoli, parla piano, accento di fuori. Labbra carine, mento a punta. Caviglie piccole, piedi piccoli, è piccola lei direi, infilati in un paio di scarpe.

Le scarpe.

Parliamo di scarpe da donna? Lo facciamo davvero?

No, aspetta. Cerca di capire prima il mio punto di vista. Noto, con lieve disappunto, un alluce con un unghia poco curata, un piccolo segno sulla caviglia e un tallone secco. Noto una piccola sbeccatura nel tacco a spillo e il colore della vernice sembra quello di un cofano di una Golf rumena, di quelle con lo stereo e i cerchioni grossi.

Il mio punto di vista sulle scarpe da donna è lo stesso di Di Caprio in The Beach, quando arriva, appunto, alla spiaggia. E’ un esplosione di emozioni, per me, una scarpa. Belle o brutte, ma grandi emozioni.

So apprezzare una scarpa da tennis, una ciabatta, una ballerina, una scarpa da mignotta da tangenziale, convivo abbastanza bene anche con gli stivali.

Il problema, come saprai, è che noto tutto.

Ora, osservo le sue scarpe, senza nemmeno togliere lo sguardo quando lei mi guarda. Lasciare appoggiato uno sguardo è una delle cose che adoro fare. Così, per diletto e dominio.

Vernice beige, plateau, tacco a spillo. Colore opinabile, concetto chiaro. Una spassionata voglia di confermare l’indomita passione per il cazzo.

Troppo diretto?

Ok, una forte propensione ad esprimere una femminilità accentuata e maliziosa.

Meglio così?

Parliamo davvero di scarpe da donna?

Ok, espongo quindi breve curriculum personale: fidanzata del liceo con master internazionale in ballerine, fino ad arrivare a quelle di Burberry, che sono l’appassimento dei vasi sanguigni del pene di un uomo, tanto da essere considerate, in alcune nazioni, come una patologia andrologica. Passo alcuni anni dell’università focalizzando molte delle mie attenzioni su altri elementi, come seni elefantiaci o propensione delle mie frequentazioni a brevi, ma intensi, rapporti orali in brutte utilitarie che uno quando ci ripensa maledice la FIAT, quindi ammetto di aver avuto alcune fidanzate con calzamaglia a righe e Doctor Martens. Solo in tarda età ho sviluppato un gusto e un senso logico per questo misterioso accessorio.

Sono in grado di sostenere una conversazione con una donna, capire le differenze tra uno stilista e l’altro, apprezzare un tacco, condividere l’eccitazione per un colore, sfiorare con le dita un velluto nero da cerimonia. Insomma, ho studiato.

La scarpa in effetti è un elemento capace di fare cose strane. Tipo zittire una sala riunioni, concentrare le attenzioni di una festa in discoteca, ridurre in brandelli l’orgoglio di un uomo, fottere i buoni propositi, cancellare pronostici.

Le donne lo sanno, eccome.

Alcune donne, perlomeno.

Ad esempio, l’indossare una scarpa di vernice con plateu, alluce fuori, durante una riunione di lavoro, adducendo una forte propensione al cazzo, o come dite voi una grande autostima sessuale, è abbastanza eccessivo, quantomeno inappropriato, un po’ fuori luogo. A meno che non siate nella sede di PornHub. Sia come dipendenti che come attrici.

Cioè, anche le donne, spesso, dimenticano le potenzialità di un’arma come la scarpa.

Ora, il galateo vorrebbe che l’amore, l’affetto, le attenzioni, superino particolari come una scarpa. E di fondo è così.

Le donne superano ostacoli ben peggiori, davanti all’amore per un uomo. Calzini puzzolenti, peli sulla schiena, narici bovine, odori sospetti.

Insomma, a noi tocca solo saltare l’ostacolo di una brutta ballerina, per correre felici verso il traguardo dell’amore.

Ma, la domanda che molte donne si fanno è: cosa capiscono gli uomini dalle scarpe che indosso, che ho acquistato compulsivamente in quantità eccessiva, dilapidando una carta di credito già traballante?

Ecco. Facile:

Infradito: partiamo dal basso della piramide sociale delle scarpe. L’infradito. Ok, se indossato a dicembre a Norimberga comunica solo che siete inglesi o americane, quindi ubriache, spesso propense a rapporti occasionali interrotti da rutti al sapore di IPA Ale. Se indossato in stagioni più ragionevoli, è un elemento ordinato senza pretese, un labrador dell’estate insomma, fedele compagno di una vita, sempre adatto e molto piacevole. Adorabili le varianti artigianali per le quali sborsate cifre ridicole. Le comprate come ricordo di un’estate, e le indossate quei venti giorni che separano l’estate appena passata che volete ricordare e l’autunno.  L’infradito espone il piede alla sua massima visione. Consigliabile quindi indossarlo solo se avete dei piedi mediamente presentabili. Cioè le dita a salsiccia di maiale sono bruttarelle da vedere. Anche i calli sui talloni. Anche il tatuaggio sopra il culo, ma questo non c’entra.

La Scarpa da Tennis: vero e proprio manifesto dell’indipendenza femminile, la scarpa da tennis si divide in tre grandi famiglie. La sneaker da corsa, che tradisce il fatto che vi siate iscritte in palestra (abbonamento annuale, frequentazione bimestrale, con anche relativa cottarella per personal trainer bonazzo) e che amiate la corsa. Ora, tranquille, sappiamo che non amate la corsa, ma siete succubi del marketing Nike con le tipe strafighe in Leggins viola e maglietta gialla.  Poi ci sono le sneaker di moda. Che hanno un problema con la moda. Nel senso che la moda, per le sneakers dura più o meno il tempo di un paio di Marlboro Rosse fumate di corsa. Quindi i vostri cento ottanta euro per le sneaker basse bianche belle, adorabili, carinissime, sono, tecnicamente, soldi buttati nel cesso. Nel peggiore dei modi. Ma se vi fa stare bene, fatelo. L’uomo percepisce la sneaker da donna con lo stesso pathos con cui osserva le piastrelle di Bisazza. A voi manda in sollucchero, a lui definisce con chiarezza cosa sia davvero l’indifferenza. La terza macro categoria sono le All Star. Le All Star, basse e di colori accettabili, sono un lasciapassare per ogni occasione. Se le Superga Bianche tradiscono un passato conflittuale con le scuole cattoliche, le All Star sono invece l’olio di palma di ogni guardaroba femminile. Sempre presenti, in ogni scarpiera, sono un lasciapassare per le scanzonate camporelle, dai diciotto ai cinquanta. Ecco, ai quaranta, magari. Davvero, fermatevi a un certo punto. Lo chiede la dignità.

La Scarpa Bassa. Qualsiasi scarpa bassa. Chiariamoci. Abbiamo un sistema linfatico troppo semplice per gestire mocassini, britanniche, tematiche, pailettes, punte, punte tonde, tacco Church, zoccoli olandesi, e così via. Accettiamo le scarpe basse perchè, di fondo, ci ricordano Sailor Moon, le collegiali, un certo soft core piacevole, una atmosfera di malizia dolce e docile. Forse perchè ci fanno tornare bambini con voi che volete tornare bambine. Troppi bambini, ne converrete, sono di intralcio tra adulti. Insomma, dosatele. Non arrabbiatevi troppo, non capiamo la differenza tra la collezione di Marisa di quest’anno e quella di Lou Lou dell’anno scorso. Sono scarpe basse, ci ricordano che volete anche andare al cinema, mangiare pizze, sedervi sugli scalini di una chiesa, insomma ci ricordano che il baby doll è una piacevole eccezione in una vita di normalità. In ogni caso, troppe scarpe basse tradiscono un conflittuale rapporto con il padre. Meglio due sedute dall’analista che un guardaroba sbagliato.

Lo Stivale: ora, all’interno della categoria stivali troviamo tante, troppe, sotto categorie. Lo stivale è l’arma di distruzione di massa dell’autunno. Ci ricorda che è arrivata la stagione delle piogge e del casino per spogliarvi. Togliendo i modelli da nigeriana sulla provinciale, spesso messi anche da donne che non si prostituiscono di professione, gli stivali possono comunque anche essere sexy. Personalmente adoro quelli da cavallerizza, di cuoio, marroni. Perchè mi ricordano la Spagna. Capisco che non è un ragionamento logico, infatti non lo dico spesso in giro.  Comunque lo stivale, ricordatelo, è percepito dal maschio, in relazione a quello che indossate sopra. Stivale e gonna? Stivale con jeans dentro? Stivale e basta? Insomma niente di speciale, lo stivale è solo uno dei colori di una tavolozza che può diventare uno splendido quadro o un pessimo dipinto. Fate voi. Occhio solamente al look Testimone di Geova, stivale alto e gonna lunga di panno. Quello è brutto vero, poverette.

La scarpa con il tacco. Il tacco. Ecco. Io faccio parte di quel genere di uomini che definiscono cani quelli sopra i 10kg. Adoro i maltesi, ma sono gatti nel corpo di un cane. Allo stesso modo, sotto un certo livello, un tacco non è un tacco. E’ un avanzo di plastica, anche brutto da vedere, a dirla tutta. Il tacco basso non serve, come i peli superflui, o come il secondo foglio delle bollette, quello quasi bianco. Ti chiedi perchè te lo abbiano spedito, ma non trovi una ragione. Come con il tacco basso. Detto questo, la scarpa con il tacco è un delizioso universo, di pianeti diversi, tutti abitabili dal desiderio maschile. Ci sono alcune scarpe con il tacco che sono dei veri e propri interruttori sessuali, accendono la serotonina e il testosterone. Cioè a voi sembrano eleganti, a noi sembra di avervi già spogliate. L’unico rischio vero è il cadere nella caricatura di un troione della Portuense. Dico sempre, quando siete sedute in negozio, e vi osservate la caviglia curiosando nel vostro immaginario, ecco, in quel momento, chiedetevi: le indosserebbe un travestito? Se la risposta è si, il rischio è alto. Inoltre la scarpa con il tacco porta l’uomo, è incontrollabile davvero, a guardare il culo. Succede. E’ una specie di collegamento subliminale, inevitabile. Quindi se negli ultimi quattro mesi vi siete appassionate di quella deliziosa torta al cioccolato che mangiate con le amiche mentre bevete la tisana al finocchio drenante, e il vostro culo inizia ad avere una sua identità geografica autonoma, sappiate che indossando un tacco indurrete l’uomo a guardarvi il culo. E a trovarci tutte le torte che credevate di aver smaltito. Il tacco, le sue infinite varianti, è una freccia scoccata nel cuore del mondo, apre le porte ai sogni, racconta storie, fa immaginare intere vite passate insieme. E’, detto praticamente, un’arma. Occorrerebbe il porto d’armi, di fatti. Almeno un breve corso, per saperlo indossare. Ad esempio, la camminata da bufalo ferito della Savana è bruttarella da vedere. Il tacco va portato, va saputo guidare. Se proprio non riuscite nell’esperienza di affrontare una camminata di due metri senza sembrare dei grossi mammiferi feriti e spaventati, suggerisco di valutare alternative. Il plateu, che tanto va adesso, ricorda sempre, lo dico senza dubbio, che avete una grande passione per gli atti riproduttivi. Il plateu è il fil rouge tra togliervi un delizioso perizoma e il tempo passato a convincervi di farlo, che, indossando un plateu, dovrebbe essere poco. Il plateu spuntato fa vedere le dita. E’ come se fosse una VIP card per un mondo di immaginazione sessuale. Ecco, senza che ci rimaniate male, ma l’immaginario di riferimento del plateu è Brazzers.com. Niente Cenerentola o principesse Dinsey, è più pornazzo con finta sceneggiatura di segretaria mobbizzata, scrivanie di mogano, testicoli depilati, luci alogene e occhiali sul naso.

Niente, niente al mondo, supera una donna con una camicia da uomo e i piedi nudi che gira per casa, sorridendo. Detto questo le scarpe sono frecce del vostro arco dell’amore.

Io vi adoro, quando vi osservo davanti a una vetrina. Capisco come vi potete sentire. E’ la stessa sensazione che gli uomini provano davanti all’On Demand di Sky che da tutti i super eroi Marvel. Cioè Iron Man 3 per la settima volta, o gli Avengers per la quarta volta?

Però, sappiatelo, è un arma pericolosa, che spesso è come se ve la puntaste addosso.

Ovviamente è un post che deve rimanere nei 30 minuti di lettura, ho quindi eliminato sabot, stivaletto basso, infradito con il tacco e altri abomini partoriti da omosessuali che puntano ad azzerare la felicità eterosessuale.

Ma ricordatevi che le notiamo, le vostre scarpe. Solo che capiamo quello che vogliamo noi.

Use Plateu Sista! Life is too short for Ballerine!

 

 

 

 

 

 

Betty O’Reily

Betty, Bethany O’Reily  all’Anagrafe comunale di Warsow Town, registrata con documento 110268 dall’impiegata Mary O’Handson il giorno 18 aprile del 1984, stranamente piovoso e umido per essere aprile, è decisamente stanca.

Frank guida sotto un diluvio incessante, una notte di settembre di quelle che sembrano scritte per annunciare l’autunno. I tergicristalli corrono veloci sul parabrezza, il rumore della pioggia copre il motore e le lacrime di Betty.

Manca poco a casa, dove Betty non aveva nessuna intenzione di andare. Tornare, forse più giusto.  E’ strano quanto Frank la faccia piangere. Non in termini assoluti, ha pianto molto e molto vorrebbe piangere. E’ strano piuttosto quanto facilmente sia capace di farla piangere. E di farla ridere. Come se Frank avesse le chiavi di una di quelle porte che Betty ha tenuto chiuse per anni, coperte dalla sua capacità di scappare.

Betty piange guardando il vetro bagnato, e vorrebbe essere ovunque tranne in questa dannata macchina. Scappare, sparire, scomparire. A volte, la soluzione, potrebbe davvero essere scomparire. Pezzi di stagioni, di stelle, di conversazioni, di baci, di passato, di passato che sembra sepolto e passato che sembra ieri, pezzi di sofferenze, pezzi di paure, pezzi di parole dette e non dette, pezzi di discussioni, pezzi di amore, pezzi di amicizia scambiata per amore, pezzi di desiderio scambiato per chissà cosa.

Ecco cosa vede, ecco cosa sente, Betty. Betty è complice del suo destino, ma a volte vorrebbe essere semplicemente accompagnata.

Non a casa, non adesso. Non voglio più. Di colpo, io non ce la faccio più. Tira su con il naso, Betty, come le bambine, come per farsi sentire dal mondo fuori, che sta ancora piangendo. Pezzi di vita che corrono veloci di fianco a lei. Betty è una donna, a volte vorrebbe tornare bambina, essere accompagnata, sentire il calore di una mano, la forza di un abbraccio, tutto l’amore delle protezione di un padre, di un amico, di qualcuno di forte.

Frank guida guardando la strada, le luci, la pioggia, sente la rabbia montare e il pianto di Betty, i singhiozzi di una bambina. E’ strano come Betty abbia la capacità di prendere tutto di lui, tutto, il bene, il male, la forza, le debolezze, i sogni, i progetti, i pensieri, i dubbi, e di infilarli in quel frullatore di emozioni che è il suo sorriso. Sorride Frank, pensando al sorriso di Betty, sperando che Betty non lo veda sorridere. Sarebbe inopportuno, sorridere, mentre lei affoga in una disperazione che lui capisce benissimo. Betty è la donna più bella che lui abbia mai visto, anche per quel sorriso. Quel modo di offrirsi al mondo, sorridendo. Betty sta scomponendo la sua vita a pezzi, lo sente Frank. Ne sente la forza, il dolore, la stanchezza, i dubbi, feroci, come la pioggia.

Aumenta, la pioggia. Maledetto settembre, verrebbe da dire. Speriamo che arrivi ottobre, pensa Frank, maledetto ottobre, quanto ti desidero.

Si ricorda di quando, forse cinque anni prima, d’estate, andava sul lungomare, verso il tramonto, tutti i giorni, con il longboard, da solo, per mezz’ora. Sperando in settembre, desiderando l’autunno, lui che aspetta l’estate tutto l’anno.

Frank sorride ancora, perchè si rende conto di quanto ami quella donna che piange guardando il finestrino. E’ un amore troppo grande, a volte prende spazio distruggendo ricordi, cose, punti di riferimento, come fosse un grosso toro, messo in un piccolo negozio di ceramica.

Il loro amore è un toro. Ecco cos’è. La loro vita è una corrida, vince il toro, ne sono sicuri tutti e due, ma il torero infila frecce dolorose, e il toro si dimena. Vede rosso, e si dimena.

Le accarezza la coscia, liscia, dolce, ha la pelle dolce Betty.
Frank ha paura. Ecco.
Frank ha un invidiabile lavoro, si occupa del Circo Cittadino, una vera attrazione che gira per tutto lo Stato. Conosce domatori, ballerine, mangiafuoco, il nano con i serpenti, e il vecchio proprietario. Frank ha un invidiabile coraggio, tre anni più di Betty, meno storie da raccontare, ma molte di più vissute, nessuna intenzione di assomigliare a un vecchio Harmony di quelli con le copertine rosa, scena di bacio, titolo in grassetto, pagine consumate da orde di casalinghe stanche.

Betty è una risposta per lui.

Le domande sono tante. Tantissime. Betty è una risposta, a tutte le domande.

Arrivano sotto casa, dove lei non vuole andare, dove lui vuole correre. Lei non sa nemmeno dove andare, a dire il vero, perchè vorrebbe davvero sparire. Lui vuole solo dormire. Da solo. Dormire.

Piove a dirotto.

Lui parcheggia la macchina davanti alla porta di casa. Pensa, di colpo, ai piedi di lei che potrebbero bagnarsi. E sente un dispiacere, una cosa strana, quasi non volesse nulla di male, nulla davvero, per una donna come lei, nemmeno di bagnarsi i piedi per la pioggia di settembre.

La guarda scendere dalla macchina, e vorrebbe dirle: Betty io non ho mai amato nessuna come amo te. Perchè non ho mai avuto una donna così. Così bella, così dura, così semplice, così bisognosa d’aiuto.

Invece dice: arrivo, entra.

Betty è stanca, non voleva tornare a casa. Betty non voleva tornare in nessun posto, perchè non sente nessun posto suo. Un solo posto è suo, davvero. Assomiglia a una casa, ma lo conosce da troppo poco. E’ il cuore di quest’uomo, idiota, che la fa piangere. Assomiglia a una casa. Ecco, vorrebbe solo stare lì. Senza nessuna domanda. Senza nessuna fretta.

Betty avrebbe voluto dire, scendendo dalla macchina, ti amo perchè so che sei la mia salvezza, uomo bastardo.

Invece è scesa dicendo: ok, ti aspetto dentro.

 

Betty, Bethany O’Reily è la prima volta che sente di essere arrivata in un posto, in un uomo, come ospite, di dover stare attenta, di dover capire, di dover amare, di dover amare davvero per restare.

Frank sente questa donna che gli si appoggia sul cuore, quando dorme e quando vuole restare, e capisce che ha paura.

Si chiama pioggia d’autunno. Si chiama paura d’amare.

Sono cose di stagione.

Portano, sempre, in qualche modo alla primavera.

Frank cammina sotto il diluvio, arriva alla porta, Betty è seduta sugli scalini.

Tu rovini sempre tutto, dice, lei.

Hai ragione, dice lui.

La guarda e capisce che l’amore è una cosa incredibile. Imprevedibile. Irragionevole.

Lei guarda lui. Eppure, quando ti guardo, non voglio più scappare, pensa.

Non dicono niente.

Fuori, piove.

 

Usati (short)

Warren è seduto davanti alla finestra. Guarda le sbarre, ferro verniciato di grigio e ruggine. Non guarda il cielo. Guarda la ruggine. E’ stanco Warren.

Privazione del sonno. Forse. Troppo fumo, forse. Troppi casini, sicuro.

Aspetta Kurt, Warren. Kurt è andato via dicendo che sarebbe tornato con una soluzione. Kurt ha sempre soluzioni. Warren è andato da Kurt, quasi piangendo.

Ha raccontato a Kurt tutta la verità, seduto sullo sgabello di legno dove è seduto ancora adesso.

Kurt ha abbassato il volume dello stereo. Ultimamente sta ascoltando solo duetti. In particolare oggi toccava ad Aretha Franklin e Elton John. Un delizioso connubio tra musica anni ottanta e voci iconiche, che non si capisce se devi inorridire o devi essere commosso. Kurt beve caffè lungo, lo compra alla caffetteria sotto casa, di fianco a casa per essere precisi, praticamente dentro casa, ad essere puntigliosi.

Kurt guarda Warren, mentre Warren parla, veloce e nervoso.

E poi, di colpo, Kurt dice:

  • ho la soluzione

E se ne va.

E’ settembre, fuori piove. Warren guarda le inferriate.

Kurt ha una soluzione. E’ sempre così. Con Kurt.

E’ sempre così, con Warren. Invecchiano, ma è sempre così.

Tipo da sempre.

Warren è stanco.

Per ogni cazzata – Settembre

Senti,

è che crescendo, invecchiando direbbero, si diventa più spigolosi. Più infastiditi e più duri su alcune cose, più tolleranti su altro. Ci si siede sul cesso, e si pensa guardando fissi le piastrelle, il calorifero, la carta igienica. Uno caga, che come atto è di per se parecchio importante, e si ritrova a far da conto con pensieri ingombranti. Forse, invecchiando, cagare diventa un momento simbolico.

Io a settembre cago sempre soffrendo. Niente di proctologico, ne di patologico. Più qualcosa di spirituale.

Guardo il calorifero, con una mano che tiene la faccia, le gambe che iniziano a formicolare, il silenzio del mattino, respiro, ogni tanto sospiro.

  • eh, mi sono sbagliato

Sospiro parlando sottovoce. Che sembra che io non voglia disturbare qualcuno. Ma chi cazzo non devo disturbare? Il collutorio, forse. Che tra le alte cose deve essere scaduto. Come metà delle cose in questa casa. Scadono i collutori? Scadono le emozioni? Scadono le sensazioni?

Scriverò il mio testamento, cagando, credo.

Guardo il rotolo di carta igienica, mi fa stare bene avere comprato quella morbida che profuma. E’ un delizioso ossimoro, la carta igienica profumata.

Per ogni stronzata mi chiedono di scrivere, di parlare, di fare una cosina, di buttare giù un pezzo. Così mi ritrovo a raccontare pezzi di vita, magari la mia, a descrivere cose, a cercare sempre le parole giuste. E’ il mio mestiere, per l’anima del cazzo, ci mancherebbe.

Cago in silenzio per questo.

E’ il mio momento.

Mi guardo il cazzo. Abbiamo un rapporto strano. Invecchiando è diventato un simpatico paladino della purezza, lui, proprio lui, che per anni mi ha portato in giro a fare le peggiori, manco a dirlo, cazzate. Il mio corpo, tutto, cambia, è cambiato. Fossi lungimirante, sorriderei. Fossi ottimista, sorriderei. Fossi io, sorrido si, ma un po’ tirato.

Io che gioco tutto, che mi prendo tutte le mie colpe, io che dipingo scuse che poi non uso e butto. Io che mi innamoro sempre per primo, io che parto sempre per primo, io che odio i professori di vita, e a volte mi tocca di farlo, io che credo a tutte le favole, e anche a tutte le morali, io che sto bene solo in pochi posti, pochissimi a dirla tutta, io che giudico una persona nei primi due secondi, io che poi purtroppo non mi sbaglio mai, che sembra una cosa figa ma è una sofferenza enorme scovare i figli di puttana in un minuto.

Io che cago, da solo, in una casa che non ho capito ancora se è mia, in una vita che, ho capito benissimo, è mia.

Io che da solo sto bene, io che sto bene con i miei amici, io che sto bene ma quando sto male lo dico, e mi dicono di non dirlo, per educazione ,ma che cazzo di educazione, io sto male e lo dico, invece no, educazione.

Il mio mestiere è pensare, agire, rifinire, agire. Il mio destino è di agire e poi pensare.

Cagando.

Io non ho paura di niente, se niente è la sofferenza. Io mi lascio sempre andare, perchè ho paura ma non mi faccio fermare dalla paura.

Per ogni cazzata ho pagato prezzo, questo lo so bene. Non ho scuse per voi, tanto poi arrivo sul cesso, e le scuse non servono.

Adoro quelli che nascono, vivono e muoiono nella loro stupenda zona di comfort, nella loro vita ovattata, nella loro perfezione urbana.

Li invidio un po’.

Perchè io non riesco a restare fermo seduto, e non voglio nemmeno più dirlo.

Credevo di essere superiore, ho capito di essere solo speciale. Superiore no.

Cago sorridendo, perchè io sorrido ai casini.

Meno male che cago.

Settembre è un momento così. Stai con me d’autunno, perchè godremo di una splendida primavera. Lo dico al mio cazzo. Che quasi diventiamo amici, a furia di stare insieme.

 

Letti (Ovovie per lo Spazio)

Lettera per una Rivolta, Bruciamo! 

Tesoro,

Ascolta me, facciamola questa rivolta. Prendiamo l’Ovovia, per andarci alla rivolta. Ferma al mio letto, basta sdraiarci sopra, nudi, tutto il resto diventa davvero noioso. Facciamola, questa cosa di fermarci sul mio letto, è la nostra rivolta, è la tua rivoluzione, quella di fermarti nel mio letto. Hai le mani brutte, dici, non affusolate. Le mani affusolate servono alle pianiste, dico io. A noi servono labbra, denti, dita, mani, una buona agenzia di collocamento, il mare, sarebbe meglio al mare, una macchina, conviene anche un paio di bici, il vino sembra sia fondamentale, che quando bevi progetti grandi rivoluzioni e galleggi dentro immense paure. Ricordati, in effetti, di bere con me, perchè le rivoluzioni le possiamo fare insieme, le immense paure no. Io non ho paura. Ma ho una buona idea per una rivoluzione, che è una vita che la volevo fare.

Ritornello! 

Lalallala! (x3) Facciamola, questa rivolta, Bruciamo! Facciamola questa rivolta, fanculo, ti amo! 

Non prenderla troppo sul serio, tesoro, questa cosa delle colpe. Siamo pieni di colpe, perchè abbiamo vissuto. L’unica vera colpa, è innamorarsi per noia, amare per difetto, dire troppe verità, per non dire la verità davvero. Fanculo, diciamocelo, dici verità che sono chiodi, per forza qualcuno resterà crocifisso. Mi son tagliato la barba per evitare confusione, che assomigliavo a Cristo, non si sa mai. Allora, dicevo, prendo i biglietti, l’Ovovia ha orari strani, a volte parte di pomeriggio, a volte al mattino che non c’è nemmeno il sole, a volte di notte. Ti aspetto lì. Il mio progetto è di prenderla insieme, e scendiamo quando siamo stufi. Guardiamo un po’ il mondo, e facciamo una rivoluzione, ma solo quando scendiamo.

Ritornello! 

Lalallala! (x3) Facciamola, questa rivolta, Bruciamo! Facciamola questa rivolta, fanculo, ti amo! 

Prima magari andiamo a mangiare qualcosa, perchè le grandi rivoluzioni si fanno a pancia piena, è che a me mi fai passare la fame e mi fai dimenticare dove ho parcheggiato la macchina, dove ho messo l’orgoglio, dove sono i bicchieri puliti, insomma cose così. Però adoro guardarti mangiare. Adoro guardarti. Adoro. Non ricordo se te lo ho detto, in stazione, quando ti ho vista, se te lo ho detto che adoro guardarti. Anche in stazione, quando arrivi disperata, e metti su quella faccia che mi dice:

sono disperata, ho la macchina in divieto di sosta, fa caldo, scopami, non voglio fare rivoluzioni, tu sei una rivoluzione, capiscimi, scrivimi tu il discorso d’addio, baciami, prova a curarmi.

Tutte cose che dici senza parlare, quando sei in Stazione. Si vede che le stazioni ti fanno questo effetto.

Io non sono esperto di divieti di sosta, odio il caldo e scrivere discorsi insomma così così. Posso capirti, quello si. Anche scoparti. Che a volte, capirsi e scoparsi sono la stessa cosa, per chi osa. Scusa la rima, ma ho intenzione di far diventare questa lettera una canzone, per questo ha un ritornello.

Ritornello! 

Lalallala! (x3) Facciamola, questa rivolta, Bruciamo! Facciamola questa rivolta, fanculo, ti amo! 

Ti devo confessare che abbiamo un problema, in merito alla rivoluzione e all’ovovia. E’ a due posti, perchè avevo pochi soldi, che me li sono spesi tutti per comprare il vino. Non ci avevo pensato. Insomma, ci stiamo solo in due, possiamo provarci a salire in tre. Ma non so mica se parte. Me l’hanno venduta per due.

Allora mi rispondi. Mi dici: fammi venire a vedere. Cosa vuoi vedere? ti chiedo io. Se davvero in tre non parte, dici tu. Ma cazzo, fidati, dico io. Invece, giustamente, vuoi controllare.

Non mi sarei fermato, a guardarti mentre mi guardavi che ti guardavo, e insomma nessuno dei due si muoveva, tipo che tu mi sfidavi e io ti sfidavo, e poi uno ci ha detto, però almeno bevete qualcosa, che siete in piedi davanti al bar da mezz’ora cazzo. Ok, due bianchi, grazie, ho risposto io. Forse ne abbiamo bevuti parecchi. Non mi sarei fermato, se non fossi stato sicuro del tuo carattere. Ottima idea, portarlo sempre con te.

E di tutte le paure non ne parliamo, dici tu.

E di cosa vuoi parlare, chiedo io.

Ritornello! 

Lalallala! (x3) Facciamola, questa rivolta, Bruciamo! Facciamola questa rivolta, fanculo, ti amo! 

 

Delle mie paure, per dio. Ho paura di tutto, non ho paura di niente, mi sento coraggiosa e forse deficente. Scusa la rima, ma ho capito che vuoi scrivere canzoni, allora ti aiuto.

Grazie, apprezzo le rime, ma il pezzo sulla tua confusione, lo vorrei scrivere io, che la guardo da spettatore, seduto infossato sul mio divano. Litighiamo? Ma che cazzo dici? Ok, scopiamo?

Senti, vieni di la, controlla questa ovovia, perchè fidati, è a due posti. Molte delle cose fighe della vita hanno due posti. Pendi le moto. Prendi le spider. Prendi l’amore.

No, non serve che piangi. Parte lo stesso. Mica dipende dalle tue lacrime o dalle mie speranze. Parte lo stesso. Ci salirei, se fossi in te. Vuoi prendere le scarpe? Quante ne servono, chiedi. Dipende. Io, vengo a piedi nudi. Che sono più comodo. Porto una spazzola, due magliette, del vino, che non so come siamo messi nel resto dell’universo, a vino. Non è facile, partire e fare bagagli leggeri. Lo capisco.

Ritornello! 

Lalallala! (x3) Facciamola, questa rivolta, Bruciamo! Facciamola questa rivolta, fanculo, ti amo! 

Scusami, ma ci metto un po’ a scrivere canzoni. La immagino cantata da uno bravo a cantarle, le canzoni. Magari la facciamo uscire a gennaio, così arriva a San Valentino un po’ in rotazione. Facciamo che scrivo una canzone facile, su argomenti difficili, che la gente sorride ascoltandola e pensa, ma che bello, i problemi sono facili da scavalcare, che la gente sorride ascoltandola, mentre va in Stazione o cerca un parcheggio, coperto, tranquillo, comodo.

Mi faccio i film su te che guardi i film con uno che non vuole guardare un film con te ma vuole te, sogna una storia da film, e io che ti aspetto come un coglione, all’ovovia, con te che mi dici arrivo, sto arrivando, e io che ti dico, ok ti sto aspettando, e lui che ti dice, ti sto volendo, e io che ti dico, arrivi? e tu mi dici sto arrivando e lui che ti dice mi stai mancando.

Questa strofa non la mettiamo nella canzone, tesoro. Se no la gente si spaventa. La gente ha bisogno di parole facili, canzoni semplici, sorrisi, e cose così.

Le grandi rivoluzioni si fanno sorridendo. Per questo ti faccio ridere, e tu mi fai sorridere. Io parlo, racconto, tu mi accarezzi, seduti sull’ovovia per lo spazio.

E ci diciamo: non scenderei mai. E ci diciamo: non scendiamo.

Ritornello! 

Lalallala! (x3) Facciamola, questa rivolta, Bruciamo! Facciamola questa rivolta, fanculo, ti amo! 

Io, difatti, non scenderei. Se non, guarda te lo confesso, per vedere come fa il mondo a sopravvivere senza di noi. Per poi capire, che il mondo di noi se ne sbatte i coglioni, come noi del mondo, seduti sull’Ovovia.

Poi, andrebbe chiusa questa canzone con una strofa ad effetto, che la gente ha bisogno di strofe ad effetto. La scriviamo con calma, l’ultima strofa. Che adesso devo andare.

Scriviamo una lista di cose che vanno bene e che non vanno bene. Tipo i piatti da lavare, ci lasciano indifferenti. Le sigarette sul balcone ti fanno incazzare. Le tue verità a chiodo possono far male, la doccia al mattino è troppo tempo, la doccia alla sera ci fa perder tempo, cazzo ci laviamo poco, ci piace il tonno, il vino, ci piace mangiare, ma anche camminare per andare a mangiare. Non ci piace scappare, ci piace fermarci a sognare. E il succo d’arancia freddo va bene, ma i biscotti mica tanto. E poi mettiamo la lista in musica, proviamo, e scriviamo tutte le rime.

Sai cosa facciamo? La scriviamo insieme, questa canzone. La scriviamo dopo che tu hai fatto la tua rivoluzione. Lo sai, lo dico per dire, che quasi tutte le rivoluzioni si fanno a ottobre? Ci tocca poi di scrivere la canzone di corsa, a novembre, per esser pronti per Natale. Pensiamo al cantante, anche. Che per Natale lo invitiamo a mangiare.

L’unica cosa, mi piacerebbe il titolo fosse: Ovovia per lo Spazio.

Si, ok, è un titolo di merda per una canzone d’amore.

Mica faccio il titolista io…

 

 

 

 

L’Alba

  • Due ore all’Alba Signor Capitano!

Di come, Lucius Ultimo, ex schiavo africano, in forze all’equipaggio da due anni, dopo essere stato liberato a Capo di Buona Speranza ed aver deciso di salire a bordo di sua spontanea volontà, potesse misurare il tempo, nessuno era in grado di avere una teoria. Alcuni dicevano della stregoneria negra. Comunque, Lucius non sbagliava di un’ora. Il Comandate Wallace chiese, la sera prima, di essere svegliato due ore dall’alba.

Si alzò, misurando lo spazio della sua cabina con gli occhi, ascoltando la nave beccheggiare pigramente. Due giorni di Alisei, spinte fortissime, navigando a gonfie vele, avevano portato Greta Prima ad aver ormai davanti i Caraibi. Poi, tre giorni di vuoto, niente vento, solo un filo di aria calda, correnti strane, mare piatto. Navigavano provando a tenere le vele in quel refolo di vento, marinai annoiati, il Nostromo depresso, gli schiavi spaventati, e il carico ai Caraibi che aspettava.

Il Nostromo Corridge era un uomo vecchio e rovinato dal mare, calvo, segnato dal sole, che odiava, a quanto pareva, lavarsi, se non di pessimo rhum nei bordelli che adorava frequentare per dilapidare la paga alla fine di ogni viaggio. Si avvicinò al Comandante Wallace appena uscito dai suoi alloggi, con una faccia interrogativa e un forte odore di merda, mare, sporco, noia e forse puttane.

  • cosa fa sveglio, signor Capitano? Cosa facciamo Signor Capitano? Come desidera procedere?

Wallace si ricordava perfettamente, ogni volta che Corridge apriva bocca, perchè lo annoiasse così tanto. Non era adatto al comando, ed era inadatto alle responsabilità. Era un uomo noioso, come noiose le sue abitudini.

  • Corrdige, faccia calare due scialuppe. Armi una squadra, e provi a raggiungere il porto.
  • Ma è una follia Capitano!
  • Perfetto, allora non mi rompa i coglioni, Santissimo il Signore. Mi lasci in pace, almeno fino al mattino
  • Chiedo scusa, signor Capitano – aveva detto Corridge piegandosi in un penoso inchino.

Wallace percorreva il ponte nell’oscurità, diretto a prua, incontrando marinai disperati dalla noia e dalla notte. Quaranta giorni di mare, niente di speciale. Ma senza il vento, era come essere senza vita.

Manzana vide il comandante avvicinarsi quando era troppo tardi.

  • Manzana, porco il cazzo, ho già detto che non si può dormire nudi sulle reti, e che cazzo.
  • Chiedo scusa signor Comandante, il caldo….
  • no no, non iniziare nemmeno a parlare. Tanto so che domani sarai ancora qui. Capisci che spaventi il resto dell’equipaggio? Tu e i tuoi cazzo di tatuaggi.

Manzana, uomo della costa occidentale, figlio di troppe razze, una madre ma chissà quanti padri,  carne chiara, tatuaggi di stregoneria di villaggi, inchiostro pesante su tutta la pelle, disegni complessi, non sapeva dove tornare, così era rimasto a bordo, troppe lune fa per ricordare quando. Era bravo con il pugnale, aveva fegato da vendere, un pizzico di follia che traspirava dai piccoli occhi marroni, e una innata voglia di mettersi nei casini. Per difendere la nave, compito che si era guadagnato sgozzando due portuali a Saragoza, aveva arruolato quattro suoi conterranei. Armati di pugnale, con strani tatuaggi, occhi piccoli e pochissime parole, avevano reso Greta Prima una delle navi più sicure degli Oceani, famosa per i piccoli Mori che la proteggevano.

Dormiva nudo, in verità stava nudo appena poteva. Comprensibile che su sessanta uomini, a qualcuno desse fastidio.

  • Cosa fa così a prua Capitano?
  • Sono venuto a vedere l’alba, Manzana.
  • E’ per via del vento, Signor Capitano?
  • Se ti metti uno straccio sul cazzo, prometto di raccontartelo

Mentre Manzana si stava, controvoglia, rivestendo, Wallace si era seduto su una rete, con la faccia sospesa sul cielo e il mare, piatto.

  • Che giorno è oggi, Manzana?
  • Signore, siamo alla fine di ottobre, Signore
  • Ecco Manzana, tu sei bravo con il pugnale, e a mostrare lo scroto a orde di uomini inorriditi, ma di calendari non capisci un cazzo
  • Ho sbagliato, signor Capitano?
  • Si. poco male.
  • Che giorno è oggi, Signor Capitano?
  • Il Dieci di Ottobre, Manzana.
  • Mica ho sbagliato di tanto, allora.
  • Manzana, in venti giorni, a parte il cambio della luna, le maree e i venti, possono succedere intere vite. E’ una eternità, cazzo.
  • Scusi, Signor Capitano.
  • Non c’è nessun motivo per chiedermi scusa. Ma imparare a vivere fuori da una nave, vestito, potrebbe servirti, in un futuro. E misurare il tempo è una cosa fondamentale per gli uomini di terra, Manzana.
  • Signor Capitano, è importante il dieci di Ottobre?

Wallace restò in silenzio. Sospese le parole, come i loro corpi, appoggiati alle reti.

  • Ho sbagliato a chiedere, signor Capitano?
  • No. Stavo pensando, Manzana.
  • Lei pensa molto, Signor Capitano.
  • Anche pensare, Manzana, è una cosa che ci distingue dai delfini, dalle scimmie, dalle rane.  Serve, dicono, quando sei a terra. Potresti allenarti a farlo…
  • Io a terra non ci voglio andare, Signor Capitano. Se non per le puttane.
  • Lo avevo capito, Manzana.
  • E’ importante il Dieci di Ottobre?
  • Si, Manzana. Non Ottobre. E’ importante il dieci.
  • Ah
  • La notte del dieci, l’alba dell’undici, per esattezza.

Una sonora scoreggia, un rumore improbabile, incredibilmente forte.

  • Mi scusi Signor Capitano, sono tre giorni che mangiamo pesce avariato, credo di poter morire per un pezzo di limone e un pollo. Abbiamo anche finito l’acqua. E ormai, siamo davvero senza quasi nulla.
  • Presto saremo a riva, Manzana. Spendi la paga in pollo e limone, se ti aiuta
  • Lo farò, Signor Capitano.
  • E’ una buona prospettiva. Navigare per due lune, per spendere tutto in pollo e limone.
  • anche puttane, signor Capitano.
  • Pollo, limone e puttane. Niente di meglio nella vita.
  • Perchè il dieci è così importante?
  • Per me è importante, Manzana. Il dieci, ho fatto innamorare una donna. Era notte, tramontana appena finita, cielo terso, un fresco sorprendente. Sembrano passati secoli.
  • Come si fanno innamorare le donne, signor Capitano?
  • Non esiste un modo preciso, Manzana. Esistono delle cose, che se fatte, è come se accendessero delle candele in delle stanze della mente. Stanze magari chiuse per anni, tenute chiuse per paura, o per abitudine. E’ come se si illuminassero di colpo. Una serie di gesti, delle cose, piccole cose. Non esiste un modo, davvero. Esiste l’improvvisazione dell’innamorato, Manzana. L’uomo innamorato, improvvisa, fa cose, mosso dal cuore, come le vele sono mosse dal vento. Se quelle cose sono le cose giuste, ecco succede.
  • Credo di non aver capito
  • Non puoi decidere di far innamorare una donna, Manzana. Puoi decidere di smettere di amare, ma non di iniziare. L’amore è come il vento, soffia forte, piano, ma soffia comunque. Le vele sono il modo per navigarlo. Puoi decidere di smettere, ma non decidere quando iniziare.
  • E’ complesso, Signor Capitano. Preferisco di gran lunga le puttane di Port Hugain, con quei culi tondi e sodi.
  • Immagino, Manzana, immagino.
  • Scusi, non volevo rovinare tutto.
  • Non rovini proprio niente, perlomeno quando sei vestito, Manzana.
  • Perchè aspetta l’alba, se era notte, signor Capitano, quando ha fatto innamorare quella donna?
  • ….
  • Signor Capitano?
  • Hai in mente i culi tondi e sodi delle tue puttane, Manzana?
  • Molto bene, Signor Capitano! Potrei disegnarli a memoria.
  • Il culo delle tue puttane è una possibilità. E’ l’odore di una possibilità, è l’anticipo di qualcosa, un bel culo è una premessa di qualcosa di speciale, non è vero?
  • Lo può ben dire, Capitano! Dietro a un bel culo c’è sempre….
  • Ho capito Manzana, non servono i particolari. L’alba è la stessa cosa. L’alba è una possibilità. E’ un inizio, è un momento preciso, una rivelazione di quello che sarà il giorno. L’alba, Manzana, è uno dei momenti più sottovalutati nelle vite degli uomini. Dall’alba puoi capire tutto un giorno. E’ il centro di tutto il giorno, anche se è solo l’inizio. Dal cielo dell’alba leggerai i venti, dal suo colore leggerai il caldo, l’alba è un ritorno. Ci si sveglia, e si è pronti a tutto, all’alba.
  • Pensavo fossero i tramonti, i momenti romantici, Signor Capitano.
  • Infatti non è una cosa romantica. E’ un dato di fatto. Dall’alba non si torna indietro. Si può scappare di notte, ma dove ci si sveglia all’alba, è l’inizio. Non si torna indietro. Il passato resta indietro, dopo l’alba, resta attaccato alla notte. L’alba è una possibilità nuova. Capisci?
  • Poco, signor Capitano, poco. Ma quindi cosa stiamo facendo?
  • Guarda Manzana, guarda il cielo, si sta illuminando. L’alba è il momento in cui tutto inizia. E tutto inizia adesso. Io vorrei essere, all’alba, con lei. Allora mi siedo qui, e ci sono.
  • Drammaticamente romantico, signor Capitano.
  • Abbastanza, se non fosse per le tue scoregge, Manzana.
  • Scusi signor Capitano, è il pesce…
  • L’alba è il momento in cui vorrei essere su di lei. Appoggiato. A respirare.
  • Signor Capitano, come fa lei a saperlo, insomma, lei come fa a sapere che la sua donna sa che, insomma, tutta questa storia dell’alba?
  • Perchè sa che tornerò.
  • Ah
  • Torno, Manzana. Per stare con lei all’alba. Per godere di tutte le possibilità di un giorno nuovo.
  • L’amore, insomma.
  • La vita, Manzana. Le cose della vita. Il mercato, un pranzo, un letto, una passeggiata. All’alba puoi scegliere tutto.
  • L’amore, insomma, dico io.
  • L’amore non si decide, Manzana. L’amore gonfia le vele. Tu decidi dove portare la barca.
  • Pessima idea, Signor Capitano.
  • Quale, Manzana?
  • Quella di far discorsi così.
  • Non ti chiederò perchè. Ma guarda l’alba, Manzana, e decidi dove vorrai alzarti domani, alla prossima alba. Con chi, quando, e come.
  • Se rispondo, nudo, qui, magari con una puttana, rovino tutto?
  • Perchè? E’ una bella ambizione. Ma puttane a bordo non ne voglio. Quindi, sarai nudo e solo.
  • va bene, Signor Capitano.
  • Vedi, basta scegliere.

Wallace si era alzato, e stava tornando verso le cabine.

  • Signor Capitano, ma se non fossi capace di scegliere?
  • Rischi di non arrivare al porto, Manzana, se non decidi di navigare nel vento. Niente di male. E’ pieno di barche che non arrivano ad ormeggiarsi.
  • Ah, meno male.
  • Per questo tu fai il mozzo di sicurezza, e io il Capitano.
  • Vero anche questo.

L’alba aveva illuminato il cielo, di rosso, sconfiggendo il nero, dava l’idea di un giorno caldo, con del vento, si sarebbe detto guardando le nubi a Nord, e con un sole piacevole. Un giorno perfetto per arrivare in porto, aveva pensato Wallace.

Quante cose dice un’alba.

Molte più di un tramonto.

 

rumuitaviu

Buona notte rumuitaviu! E mi giro nel letto. La vista sul porto, i nuvoloni di un dannato tifone, forme gonfie e apparentemente pacifiche, le luci nei grattacieli ancora accese, i traghetti illuminati che scivolano sul mare, insospettabile silenzio di una città che non dorme mai.

Room with a view è il mio zaino, da tredici anni. Lo ho adottato durante una pulizia di Natale in ufficio, quei momenti in cui tutti buttano tutto ciò che pensano non più necessario.

Non si butta uno zaino, ho pensato guardando sopra il cassone pieno zeppo di carta e oggetti.

Era già rovinato, ha una spallina rotta, è nero, tozzo, improbabile nella forma originale, figurarsi dopo questo tempo. Ha un numero di tasche incalcolabile, una specie di orgasmo cosmico per ogni uomo.

E’ fortunato, Room with a View, insieme abbiamo fatto cose leggendarie. Abbiamo perso aerei, treni, ci siamo persi in quasi tutte le periferie del mondo, abbiamo visitato templi,  deserti, città magnifiche, paesi insignificanti.

Nel suo piccolo resta uno zaino vecchio e oltremodo scomodo, rispetto ai suoi parenti più giovani e cool, ma non ci lasceremo mai.

Funziona da zaino, funziona da cuscino, funziona da amico da salutare di notte, prima di dormire.

Nella tasca davanti ci sono spiccioli, monetine, americane, sudafricane, degli emirati arabi, cinesi, taiwanesi, qualcuna non si capisce nemmeno. C’è un tubetto di dentifricio, sempre lo stesso, da dieci anni, ci sono delle aspirine, una crema per le mani, una agenda, due magliette e un paio di mutande, che restano sempre dentro, quasi fossero parte stessa dello zaino.

Siamo di nuovo soli. E’ un destino in qualche modo deciso da me, accettato da lui. Per carità, è uno zaino, ci manca anche che uno zaino possa dire la sua.

Siamo soli, dall’altra parte del mondo, in un posto, per dire, che ho visto più volte di quante ne sono stato a Firenze, ad esempio, o anche a Biella.

Senza voler paragonare Firenze a Biella, per carità.

Presto, molto presto, dovremo prendere decisioni importanti. Io, più che lo zaino, ma mi piace pensare di averne parlato anche con lui, che in un modo o nell’altro, sarà coinvolto.

Mi rigiro nel letto, maledetto jet lag, e guardo fuori. Devo dormire. Domani sarà una giornata lunga.

Ricordo la prima volta, io ricordo molto bene le mie prime volte, non come uno che impara, ma come uno che semplicemente non dimentica.

Gli uomini noiosi fanno tesoro delle prime volte, adorano ripeterlo.

La prima notte insonne e il primo giorno dopo, traballante di stanchezza, me li ricordo benissimo. Ero a Chicago, quasi Natale, freddo mortale.

Allora mi rimetto a pensare, alle mie prime volte, e a tutte le notti in cui al posto di salutare qualcuno, una donna, un uomo, ma anche un cane, ho salutato Room with a View.

Ti fideresti mai di un uomo che ha dormito più volte con uno zaino che con altre persone?

Io si. Per forza.

Poi crollo di sonno, stanchezza, vino, jet lag, ansia, ricordi, pensieri. Un sonno disturbato.

Mi sveglio con la città in piena vita. Con le finestre spesse, non si sente rumore, come guardare un film muto di migliaia di uomini che come formiche corrono. Alla fine, sono fatto anche di queste cose, sono io, uno zingaro di lusso, un nomade pulito, con un grosso zaino nero sformato.

E’ parte di me, questa vita fatta con lo zaino.

Mi alzo, guardo fuori stirandomi pigramente.

Eccomi.