Convergenze

Convergenze

(Canzone difficile scritta per gruppo indie di cui non posso fare il nome, rifiutatami perché troppo commerciale, da cantarsi con melodie in minore e tono di voce stanco)

D’estate mi assento per giorni sette. Ho un programma di verbi all’infinito che hanno l’ambizione di curare un passato imperfetto. Grammatica dell’anima, nuotare, leggere, camminare, dormire, pregare, in sintesi resistere.

Tutto l’anno mi chiedono come fai a fare tutto, dare tutto, amare tutto. Il segreto è nei giorni, sette, sono la domenica pomeriggio del mio anno, che è un lunedì mattina permanente. Non è sognare che aiuta a vivere, poi si finisce a Xanax e noia a novembre in Gae Aulenti a guardare una vetrina di robe da corsa, magliette traspiranti che promettono futuri migliori. È vivere che aiuta a sognare, se lo si fa per amare. A volte, in questi giorni, mi sveglio di colpo, mi prendo le mani, come a tenermi per non annegare, e inizio a pensare. Poi mi ricordo che la mia grande fortuna è stata una sola, fallire, annegare, bruciare, cadere. Allora mi lascio, adesso ci andrebbe il ritornello. Già che non è in rima, serve un ritornello che Lodo dello Stato Sociale poi ti chiama e ti dice: geniale! Invece niente. Mi disturba, non tanto per la chiamata persa da Lodo, ma perchè questa canzone avrebbe potuto diventare pop, invece niente. Sarà un anno che non riesco più a scrivere canzoni. É un viaggio strano e interessante, passo grandi stazioni, ho dato un nome alle mie emozioni, le piccole stazioni di provincia mi lasciano indifferente, mi dimentico le persone inutili e i discorsi futili.

L’insospettabile leggerezza dell’essere.

Non insostenibile.

Insospettabile

di cosa parliamo quando parliamo di salsedine

Prediligo magliette larghe, anche brutte ma larghe. A dirla tutta, le magliette larghe, già perchè sono larghe, per me non sono brutte. Non possono esserlo. Perchè sono larghe.

Mi piace mettere le magliette larghe, e sentire la salsedine grattare, sulla schiena, sulle spalle, sul collo.

Mi piace camminare a piedi nudi e sentire la terra, dei sentieri. Magari pungermi, con gli aghi di pino secchi, o con i piccoli sassi appuntiti.

Mi piace arrivare fin dove si vede la baia, osservare la gente, sentire il rumore del mare, quando il Maestrale fa battere l’acqua forte contro gli scogli.

Quando fumavo, arrotolavo sigarette sottili, e mi mettevo a guardare il mare. Mi sono portato parecchi libri, che seduto a piedi nudi mi sembrava di poter essere migliore, insieme al mio libro.

Che poi, a dirla tutta, non sono ben sicuro si sia trattato di una verità. Questa.

Avevo moltissime idee. E moltissime volte ho cambiato idea. Prima di avere un figlio pensavo cose che adesso non penso. Prima di perdere tutto pensavo cose che adesso non penso. E adesso ne penso altre, che prima non immaginavo nemmeno.

Credo la vita sia così.

Quello che sento quest’anno è, sembra strano ma è così, una noia mortale. Mi ha annoiato il Levante, non lo avrei mai detto.

Mi ha annoiato quasi tutto, tranne la salsedine.

Così, annoiato e salato, come una acciuga di quelle che sbattono su taglieri dell’Ikea all’aperitivo spacciandotele per appena pescate, ho pensato di scrivere.

Magari passa, ho pensato.

E’ una roba dei quarant’anni, ho dedotto.

Forse questo mare non ha più nulla per me, ho ipotizzato.

Dormo male, mi addormento pensando a quello che ho scritto, e scrivo male, perchè penso a quello che vorrei scrivere.

Penso che sia un periodo.

Comunque prediligo magliette larghe, e sentirmi la salsedine addosso, mentre bevo del vino al tramonto.

Tre estati fa scrivevo canzoni migliori.

Sarà un periodo.

 

Bird: la leggenda del passero

Annoiata, Emilie era solo annoiata. Terribilmente annoiata a dire il vero. Rollava sigarette sempre più sottili, che poi fumava solo per qualche tiro e lasciava spegnere nel grosso vaso di terracotta vicino alla piscina.

Un gatto, bianco e grigio, dormiva sul primo scalino di marmo, davanti alla strada. Dall’altra parte il mare, poco più sotto il porto, con i traghetti che scaricavano turisti sudaticci e bianchi.

Aveva portato i vecchi sandali con cui aveva fatto, qualche anno prima, tutto il Nord Africa a piedi. Le ricordavano la libertà, l’Africa, il passare degli anni. Erano rovinati, sporchi, consumati, in poche parole inguardabili.

Davvero poco adatti alla piscina, all’isola, a quel clima elegante e godereccio. Qui la gente sorride, con larghe camicie di lino, la pelle con le rughe del sole preso per sei mesi l’anno, la salsedine che imbiondisce le ciglia e le barbe. Sono tutti eleganti, come dovessero festeggiare il sole, l’estate, la vita. Una grande messa laica in cui quei sandali poco potevano centrare.

Un boato, il traghetto delle dieci, aveva svegliato il gatto, che pigramente aveva alzato il muso. Stirandosi sul gradino si era messo, incuriosito, a guardare i sandali.

Emilie si accese una sigaretta, osservando il gatto.

Forse avrebbe potuto andare al mare, a passeggiare verso il porto, o a bere un caffè in uno dei bar davanti alle spiagge.

Il gatto era sceso dal gradino, avvicinandosi ai sandali.

La palma non proteggeva più dal sole, che adesso con un caldo potente, aveva inondato quell’angolo di piscina.

Era ora di fare qualcosa, anche solo di alzarsi.

Emilie si alzò, premendo le mani sul marmo, pigramente.

Fu allora che il gatto fece uno scatto, prendendo in bocca il sandalo sinistro e scappando fuori, verso il mare.

Emilie rimase in piedi, ferma.

Il vecchio portiere dell’albergo uscì di corsa urlando in dialetto. Il gatto, probabilmente, era già arrivato al mare, o chissà dove, e sicuramente un vecchio sudato e sovrappeso non lo avrebbe potuto raggiungere.

Emilie sorrise, restando ferma.

Poco dopo il portiere tornò, ancora più sudato.

– è quel dannato gatto, signora. Le chiedo scusa.

Emilie non sapeva cosa dire.

– viene solo nei giorni di Levante, credo venga dalle case alte. Li danno da mangiare ai gatti. Idioti.

Emilie non sapeva davvero cosa dire. Guardava il sandalo destro, solitario, per terra. Non sapeva più di nessun ricordo, quel sandalo. Aveva perso l’Africa, il passato, era solo un sandalo rovinato.

– è per via del passero. Conosce la leggenda del passero signora?

– no, non la conosco.

– è la storia più famosa della nostra isola, mi permetta di raccontarla, si sieda.

– le posso chiedere un caffè, prima?

– certo, le porto anche delle ciabatte, così può scendere in paese a comprare delle scarpe nuove.

E fu così che Emilie cancelló dalla sua vita un pezzo di passato e anche la noia.

Per via del Passero.

vicessitudini

Hugo, Valentina e Bob. Sul molo, al tramonto. Caldo umido, gente che passeggia, vestiti, camicie, scarpe eleganti, Valentina che spiega la sua idea dei sentimenti e delle emozioni. Il cuore pensato come una stanza, che deve rimanere vuota, da osservare. Hugo si alza, per prendere del vino. Fanno un vino strano, sulle colline sopra al mare. Un bianco forte e fruttato. Lo bevono tutti, qui. I vecchi ci accompagnano le partite di carte, all’ombra dei tendoni dei caffè nei vicoli del centro. I ragazzi lo bevono alle feste, freddo ghiacciato. I signori lo offrono alle signore, nei ristoranti davanti al porto. Torna con tre bicchieri, e un piccolo sacchetto di carta pieno di pane ripieno di acciughe. Il cuore di Valentina è ancora lì, descritto nei minimi dettagli. L’idea dell’amore, secondo Valentina, è questa stanza vuota. Bevono vino, facendo delle pause. Valentina fa delle pause, perchè gli altri due ascoltano in silenzio, bevendo. L’idea dell’amore come una stanza vuota è molto strana. I vuoti, in genere, spaventano. Le stanze sono vuote se nessuno le abita. Bob ha una casa molto piccola, sulla prima strada che si allontana dalla costa. Due stanze, piene zeppe di roba, e una piccola cucina, piccolissima. Immaginare stanze vuote è difficile.

Hugo raccoglie sassi e legni da quando era bambino. Ha un soggiorno con due grandi difetti. Il pavimento rialzato dall’umidità. Il legno piegato dall’aria di mare che entra. E i sassi appoggiati per terra, una cornice di un quadro di disordine. Immaginare stanze vuote è impossibile.

Le stanze, i cuori, nella mente di Valentina, sono luoghi di passaggio. Dove sedersi, se invitati, e poi lasciare spazio a qualcosa di nuovo.

E’ finito il vino. Un momento di silenzio. Nessuno dei tre vuole allontanarsi dal molo. Come se la paura del vuoto, delle stanze vuote, fosse troppo grande e reale. Come se questa cosa delle stanze vuote fosse vera. Ma solo allontanandosi dal molo. Come se il molo, con le barche che beccheggiano pigramente nell’acqua unta del porto, fosse l’unico luogo salvo, dove non pensare al cuore e alle sue stanze.

E’ impossibile immaginare il cuore come una stanza vuota, perchè qualcosa, chi è passato prima, ha lasciato per forza.

E’ impossibile pensare di non aver lasciato niente, passando in un cuore.

Fa impressione pensarlo.

Ma in fondo, il più delle volte, dovrebbe essere così davvero.

Passare, fermarsi, ma non lasciare nulla.

 

Stronzate

Le autostrade vuote mi fanno sentire, brevi istanti, padrone. A spiegarlo si riduce a un sussulto dell’anima, una sensazione, ma a viverlo assomiglia molto a brevissimi attimi di insperata felicità. Corsie deserte, sole, panorami semplici, pianure, sfondi di colline, testa vuota, il tentativo di provare a superare il limite, accorgersi di non avere limiti, ma solo paura dei limiti.

Una stronzata, questa delle autostrade vuote, ma a volte mi capita. Andavo a Torino, qualche estate fa, Cosmo nella radio, la pianura padana di agosto come sfondo, io da solo. Andavo a provare a me stesso di non essere capace di amare una donna.

Anche questa una stronzata. L’amavo eccome. L’amavo come sapevo fare io. Un mezzo disastro. Ho la certezza che sia stata la cosa migliore, amarla così. Anche se, ma questo mi succede con tutte le donne, mi viene da chiederle scusa. Adesso, prendere il telefono, chiamare e dire: scusa, cazzo. Amo davvero male. Ma amo tantissimo. Ho amato pochissime donne, e tutte diverse. Nessuna assomigliava a mia madre, per dire. Che un debole d’emozione come me, di solito, cerca sua madre nei riflessi delle donne che incontra. Invece niente.

Stronzata, questa di inseguire un ricordo. E’ passato. Ha lasciato qualcosa, poi il resto conta pochissimo.

Facevo il conto alla rovescia, per arrivare ai quarant’anni. Mi sembrava un traguardo. E poi, come un bambino, mi sono reso conto che non è cambiato niente. Ne in meglio ne in peggio. Mi faceva comodo, forse, di fare questo disastroso conto alla rovescia. Per avere una soglia, un traguardo, un fine ultimo. Una stronzata.

Madornale.

Stamattina sono salito in moto, faceva un caldo infernale. Mi sono trovato su una autostrada deserta, con l’aria bollente che mi entrava nel casco e nella giacca, il rumore sordo dei duemilacinquecento giri, il beccheggiare dell’avantreno, che diosanto non si può mai rilassarsi.

Andavo forte.

Poi mi sono reso conto di non averne nessun bisogno. E ho rallentato. Novanta, cento. Ho iniziato a respirare, a guardarmi intorno. A viaggiare dentro quel rumore di motore, gli odori della campagna, il caldo.

E a ripensare alle stronzate.

Niente di terapeutico. Mi venivano in mente, partendo dall’autostrada vuota, tutte le cazzate di cui mi sono convinto, tutte le stronzate che ho fatto. Andavo verso il Ponente, verso le alpi marittime, verso l’odore di lavanda e rosmarino. Verso posti che mi fanno sempre bene. Ci andavo in moto, perchè così ho sempre fatto.

Altra stronzata.

Ecco cosa è successo, con i quarantanni. Mi sono reso conto di tutte le stronzate. Muri, alti, spessi, dietro cui mi nascondevo, mi nascondo. Muri che ho costruito con ricordi e fallimenti.

Sto bene al mare, perchè il mare mi fa pensare al presente.

 

Umido


-Alla fine siamo solo invecchiati.

-Pensavo peggio.

-Io pensavo che sarebbe stata più facile.

-In che senso?

-Nel senso che quando inizi una cosa, tra l’entusiasmo e l’ignoranza, nel senso di non conoscenza, ti sembra sempre molto più semplice di quanto poi si riveli essere.

-Tipo?

-Tipo la vita, cazzo. La vita, da bambino, ti sembra una passeggiata. Poi cresci, e ti viene l’idea che sia una corsa. Una di quelle da campionati studenteschi. Buono scatto e tanto fiato, e via. Poi cresci ancora, e capisci che si tratta di una maratona. E tu non sei nato in Kenia. Che almeno parti avvantaggiato sulle maratone.

-Invecchiando diventi pessimista, in pratica…

-Invecchiando diventi realista, direi. Il positivo del bambino, vicino al negativo dell’adulto danno una specie di neutro. Sei cresciuto davvero quando capisci che il vero colpaccio lo fai quando stai nel mezzo.

-Ma tu sei più felice o più triste di questi ultimi quarant’anni?

-Più meglio. Ne felice ne triste. Solo più consapevole, più sereno, più meglio.

-Più meglio. Arrivi a quaranta, la gente ti chiede: oh come stai? E tu rispondi: più meglio!

-Nessuno ti chiede come stai. E’ una roba che ci si chiede appena conosciuti, o nei primi giorni. Come stai? Saranno due anni che non me lo chiede nessuno. Avrei comunque risposto più meglio. Mi piace come risposta.

-A me piace l’idea di non avere rimpianti. E’ una roba molto adolescenziale, ma è una delle mie fortune. Ho cicatrici e non rimpianti.

-E una frase pronta per la Smemoranda di tua figlia.

-Sulla mia Smemoranda mi piacerebbe solo scrivere che pensavo di fare la rivoluzione e invece finisco a guardare i video di un cuoco giapponese che insegna a cucinare i gamberi in tempura.

-Roba tosta.

-Si, il segreto è nella fioritura. Devi versare un po’ di pastella nella pentola intorno ai gamberi mentre friggono.

-Roba tosta, mancare una rivoluzione, dicevo.

-Ne ho fatte così tante nella mia vita, che penso possano bastare. Anzi ti dirò un segreto. Sono i sogni con cui mi addormento la notte, le rivoluzioni che ho fatto. Le fughe, le crisi, i drammi e le rivincite. Le mie rivoluzioni. Come fossero medaglie, le accarezzo di notte, prima che la schiena smetta di farmi male, quando il cuscino si scalda.

-Siamo vivi, cazzo.

-Siamo vivi davvero.

-Pensavo di trovare un maggio più caldo.

-Io meno umido.

-Come arrivi ai quaranta?

-Umido, cazzo.


 

Japan Wind

Già dai primi tornanti, quelli a scendere, svalicare, anche se svalicare non esiste, è come se mi sentissi meno bisognoso di difendermi, più aperto a lasciarmi andare, mi si regola il respiro, mi si ricompone l’anima. Che poi è il motivo per cui spesso sono venuto.

Genova per me è più di una città, ed è così da anni. Almeno una ventina. Sono un bandito delle valli, un pellegrino delle spiagge, quasi mai turista, quasi sempre a piedi nudi, a volte solo, accompagnato da musica e libri, magari da una donna, ultimamente da un figlio. La Liguria è la madre che ho perso troppo presto, che torno a trovare per presentare il conto della vita. Credo si faccia così con le madri. Non lo saprei spiegare, perché è morta proprio quando avrei iniziato volentieri a farlo.

Genova e il suo Levante, quella lingua di terra bella da fare passo dopo passo, sono la madre a cui racconto le cose che non capisco.

Come si racconta a una città, la vita, se non camminandoci dentro, attraversandola, imparando a conoscerla meglio di chi ci vive, tornandoci senza ragioni, passando del tempo?

Io racconto le mie delusioni a un pezzo di mare.

Sono arrivato stamattina, con un Libeccio forte e fastidioso, e nubi dense e basse, il cielo d’inverno, il mare increspato, disordinato, la passeggiata vuota, le finestre delle case sul mare chiuse. Una luce grigia, fino alle montagne.

E disordinato, grigio, ero anche io.

Questo osservare mio padre affrontare la malattia e la paura, cedere e riportarsi in ordine, cercare riti e testimonianze per avere forza, quella che manca ogni giorno di più, mi ha sconfitto.

Caduto al tappeto, mi rialzo di sicuro. È un pugno forte e diretto, quello che da figlio di tuo padre ti trasforma in padre di tuo padre. Lo incassi, e quasi naturalmente, un movimento non controllabile, cerchi tua madre. Consolazione, cerchi consolazione.

Nel viaggio degli anni, ho sconfitto la paura, la solitudine, il fallimento.

Madre, consolami, urlano i miei occhi, dentro corridoi di ospedale, un non luogo assurdo.

Cumuli di memoria, come nuvole, agitati dal vento che non si arrende.

Ho una donna che mi dipinge l’interno, imbianca l’anima, lentamente, operaia di un amore che non saprebbe descrivere, che ha avuto una grande intuizione.

Portarmi nell’unico posto che mi consola.

Come una madre, Genova e il suo Levante.

Settantotto

Lo dicevo io, che sarebbe stata dura, dopo un sacco di tempo, ricominciare.

E’ dura smettere, non dirlo a me. Smettere di fumare, la mia guerra più lunga. Contro me stesso, per di più. Anzi, ti confesso un segreto. E’ da due anni, da quando mi sono definitivamente separato, che sto cercando di smettere un sacco di cose. Abitudini, comportamenti, vizi, sentimenti. La separazione è un monito, un fallimento condito a monito, che ti dice di smettere altre cose. Hai smesso di amare? Smetti anche questo. E questo. E poi questo. E tu lo fai. Inizi a smettere. Smettere diventa il più grande successo. Smettere di fumare, smettere di bere, smettere di mangiare poco sano, smettere di pensare negativo, smettere di dipendere. Smettere diventa una dipendenza. E’ come se svuotando, smettendo, tu riempissi.

E’ un errore madornale.

La cosa più difficile a quarant’anni è ricominciare. Ricominciare. Smettere è parte del pessimismo che la vita ti ha regalato, insieme al fatalismo che hai ereditato. Le persone muoiono, o si ammalano, perchè non hanno smesso. Qualcosa. Le situazioni peggiorano, perchè tu non hai smesso. Smettere diventa un imperativo, a quarant’anni. Per fare i conti con la vita, smetti.

E stai con altri come te. Che smettono. La gara a chi smette di più, a chi smette prima.

Niente di male. Lo stesso Hemingway diceva che smettere è parte del gioco più affascinante della vita: quello di staccarsi dai vizi e dalle abitudini.

Ricominciare è un altro mestiere. Ricominciare è la cosa più difficile al mondo.

Forse avremmo bisogno di ricominciare tutti. Ma non vogliamo manifesti generazionali, ne tanto meno proclami di gruppo. Se smettere è una cosa che si può fare in gruppo, ricominciare è una sfida tra la tua versione migliore, quando era? a vent’anni all’Isola d’Elba? o forse in Spagna, a diciotto? e il tuo faccione che si specchia al mattino nell’inclemenza di un riflesso fatto di occhiaie e dubbi.

Tutto ti crolla intorno, cosa cazzo vuoi ricominciare? Le occhiaie pendono verso il basso, anche le spalle. Tutto porta verso terra.

Io sto prendendo questa cosa dei quaranta abbastanza seriamente. Sto smettendo molte cose, manco a dirlo. Ho iniziato con le abitudini fastidiose, con i comportamenti sbagliati, e poi ho scoperto di dover smettere, per prima cosa, di prendermi così sul serio.

E, a smettere di prendersi sul serio, si capisce che la cosa più importante è ricominciare.

Ricominciare ad amare, senza paura. La paura è l’oblio dell’amore. La sua negazione. L’amore si fida. E ama. Ricominciare a ringraziare. Ricominciare a provare.

Ecco.

Il punto è tutto qui.

Ricominciare.

Prima di smettere.

Oggi mi ha chiamato una tizia di un call center. Ero appena uscito dal dentista. Un piano di battaglia molto articolato, che prevede scontri diretti tra tutti i miei fottuti denti e il suo trapano. Boh, mi son detto. Camminavo, un freddo tagliente. Dovrebbe smettere il freddo, ho pensato. Poi, sorridendo, ho pensato: dovrei ricominciare ad andare al caldo, quando ho freddo.

Ho chiamato un amico, non ha risposto. Volevo dirgli questa cosa: ricominciamo insieme.

A far cosa, mi avrebbe chiesto? A ricominciare. Tutto.

Mi ha chiamato un call center. Ho risposto.

Poi ho messo giù.

Mi ha chiesto quanto ero soddisfatto, da uno a dieci, della sigaretta elettronica che una slava, bionda, figa, indimenticabile, mi aveva fatto provare al centro commerciale ieri. Io mica glielo ho detto che la sigaretta è stupida e cattiva, come quelle che fumo adesso, ma la ragazza era stupenda. Gli ho detto: dieci. Bene! Mi ha risposto. Ma bene cosa? Allora ho messo giù.

E mi sono chiesto, da solo, quanto sei felice da zero a cento?

Settantotto, mi sono detto. Il primo numero, davvero, che mi è venuto in mente.

Settantotto.

Settantotto è una buona base di partenza.

Ricominciare a fare un sacco di cose, domande comprese.

Credo questo sia già un successo.

Anche se smettere di misurare la vita in successi e disgrazie è una cosa che mi ero ripromesso di fare.

Settantotto.

Dai.

Non male.

 

A Dio Piacendo

B’ezrat HaShem mi dice, sorridendo.
E’ agosto, fa un caldo orribile e siamo bloccati a Hong Kong per una storia di visti noiosa quanto la pioggia e il cielo grigio piombo. Mi è scesa l’estate in meno di venti ore di Asia, cazzo, allora telefono a un amico e ci incontriamo nella lobby dell’hotel. Beviamo e parliamo. Quando ci salutiamo gli dico che mi aspetto grandi cambiamenti nella mia vita. Mi risponde: B’ezrat HaShem, sorridendo. Se Dio vuole.
Passano mesi, in effetti cambio lavoro, cambio città, cambio prospettive, cambio moltissime cose. 

Cambio soffrendo. E’ un anno dove cambio le cose, lo faccio soffrendo enormemente. 

Quasi ogni cambio mi costasse un pezzo importante di vita. Forse è così.

Ascolto due ragazzi parlare, seduto mentre faccio colazione e cerco i risultati del rugby. Davanti ho il mare, e il traffico di Tel Aviv.
Si organizzano per rivedersi. Domani, dice il primo. Inshallah, risponde il secondo.
Se Dio vuole. 

Continuo la mia colazione, finisco le uova e succhio dal cucchiaio la crema di datteri. Volevo essere qui ora, mi dico. Allora sono fortunato. 


Prendo per mano il piccolo, per tirarlo fuori da un nugulo di bimbi che se le danno di santa ragione. Lo riporto verso la mamma, perchè perde un po’ di sangue dal naso. Sono venuti a provare il rugby e il coraggio. Lui sorride. Lei meno. Ha un bel po’ di casini di salute, per essere un bimbo di cinque anni. Le sorrido e le dico: tornate. Stiamo insieme ancora! E’ più una preghiera contro le sue paure. Sono bravo a proteggere i bimbi, vorrei dirle. Ma so che le bugie alle mamme non si dicono, e io non posso proteggerlo per davvero.
Lei mi guarda e mi dice: proviamo a tornare, a Dio piacendo.

E’ dicembre, anche se fa caldo. Sto scrivendo le ultime cose di quest’anno. Sono un po’ indietro, o forse faccio troppe cose.
Mi fermo e ripenso a quest’anno. Non ho rimpianti. Ma voglio molto per l’anno che viene. Voglio fare ancora molte cose.
Faccio una lista. Fare liste mi da pace, enorme.

Per un attimo, mi rendo conto che è una grande fortuna. Lottare, provare, costruire, fare.
Ringrazio, chiudendo gli occhi.

Questo che viene è l’anno in cui vorrei più dare che avere.

A Dio piacendo

Racconto di Natale: il giorno della vera pace

Sono giorni che passano lenti, quelli di Natale quando sei adulto. Suona come una minaccia, il Natale, da adulto. Aspetti la neve, più di un bambino, per coprire con il silenzio l’assordante musica dei ricordi che si scontrano con i rimpianti. È un bagaglio ingombrante, una valigia piena zeppa, che per tutto l’anno minaccia di esplodere mentre ci infili fazzoletti di felicità e stracci di dolore, sciarpe di rabbia, ingombranti maglioni di tristezza, che poi tiri fuori, a poche ore dalla vigilia, per indossarli con un rito che ti fa assomigliare a un kamikaze delle emozioni.

Ti appoggi alle sedie, nel chiasso di un pranzo in famiglia, respiri densa aria di sughi, indossi sorrisi approssimativi come i regali di una vecchia zia che si ostina a portarti cappelli da investigatore bulgaro.

Assomigli più a un metronotte incapace di custodire le poche cose che gli sono state date, così ti dai vinto, come i pugili, sfinito da pessimo prosecco e mortali rispolverate di album fotografici.

Il giorno della vera pace è il 27. Tutto è finito, tutto sta per ricominciare. Il 27 assomiglia a una promessa, per noi è un traguardo. Dovrebbero marcarlo rosso sul calendario.

Il 27, come tradizione, non bevo. Mai. Perché sono stufo di bere, perché sono triste di mio, perché di solito scrivo oppure leggo vecchie cose. Il 27 dicembre è uno Spoon River, o forse una vendetta, una resurrezione.

Ero giovane, talmente giovane da non aver che un pallido pizzetto, che portavo con grandi basettoni. Avevo iniziato un corso di scrittura, anche se non avevo ancora capito bene se volevo fare il tranviere o lo scrittore. Per non sbagliare ho fatto tutt’altro. Io faccio così nella vita. Mi metti davanti a due scelte e io me ne invento una terza, di solito lievemente peggiore, una specie di amabile declino che mi giustifica. Era il 27 dicembre del 1995, e io e le mie basette eravamo stati invitati a bere in un posto appena fuori dal centro dove si ritrovavano scrittori e musicisti. Il Chinaski stava per chiudere, avrebbe chiuso a febbraio del 96, io ad aprile mi sarei per la prima volta perdutamente innamorato, e mia madre sarebbe morta un anno dopo. A saperlo prima, sarei rimasto seduto su quello sgabello, nel dicembre del 95. È stata la sera in cui ho conosciuto Vincenzo, Vinicio e una manica di altri uomini, che mi avrebbero segnato per la vita. A saperlo prima, mi sarei messo la cravatta. Andrea mi aveva lasciato seduto da solo con un tizio che mi parlava di Fante e Ferlinghetti. Gli devo tantissimo, ma non so nemmeno chi sia. Di tutta quella ghenga, oggi ci si ricorda solo di un paio. Gli altri forse scrivono ancora, forse sono morti, come Andrea. Milano era appena diventata il centro del mondo per me. Dal 95 al 2012 ho visitato tutti i continenti, sono stato più volte a Hong Kong che a Roma, ho vissuto in un centinaio di alberghi, ma solo cento perché torno sul luogo del delitto e dormo sempre negli stessi posti, così le notti mi sembrano più brevi, e la solitudine meglio arredata. Ma è in quella Milano che io torno, per sentirmi a casa. Dal 95 sono cambiati i posti, la città si trasforma seguendo un disegno che pochi capiscono e ancora meno anticipano. Le zone brutte diventano ghetti per ricchi, il centro è una scatola di vuoto pneumatico pieno di brasiliani che cucinano sushi per uomini truccati come puttane e puttane che fanno gli uomini decidendo il ritmo. È Milano, è sempre stata così. Sotto, appena sotto le coperte di squallore lussuoso che il circo borghese cuce sulle sue circonvallazioni, restano questi segni, queste vite, queste storie.

Insieme alla Beat Generation mi sono innamorato di questa ghenga di sbandati, che hanno usato la poesia delle parole come arma per combattere una guerra che sicuramente non hanno vinto, ma hanno festeggiato con vino, rhum e gin.

Davvero non so quanti di loro oggi guidino autobus, o dipingano muri, o lavino macchine, pochi sono famosi, ma tutti scrivono. Tutti bevono o bevevano. È un modo stupido di combattere, ma al fronte ci si arrangia un po’.

Resistere resistiamo, ma non sappiamo bene a cosa. È il nostro modo di esistere, non è un difetto, e dei pregi non ha il sapore ne l’odore. È così che mi sono ricordato di Andrea. Adesso che è morto. Da vivo resisteva, e ha disegnato molte delle rotte che noi, che navigavamo sotto la coperta della città, abbiamo seguito.

In clandestinità abbiamo affrontato inverni peggiori, e ci siamo sempre stretti alle nostre cose, al nostro scrivere, al nostro resistere. Così abbiamo imparato e così facciamo.

Ciao Andrea