Arrivederci (tranquillo)

Non so come, ma sono finito ad aprire il secondo cassetto del comodino e a guardarci dentro. Cercavo, forse, qualcosa. È un cassetto contenitivo. In ogni casa ce ne è uno. Serve ad accumulare cose, misteriosamente ritenute necessarie, fino all’esplosione. Poi si apre, di solito una domenica di novembre, quando ti viene voglia di pulire la vita, e si svuota. Quasi tutto, tutto quello che sembrava indispensabile, viene buttato.

E ho trovato un quaderno, nero, piccolo, con scritte solo domande. Ogni pagina una data e una domanda. Ho passato un periodo abbastanza lungo della mia vita a farmi domande. Le scrivevo.

Era, forse, un modo per rimuovere il dolore, di cancellare la paura, di avere più sicurezza. Non lo so, davvero, perché ho iniziato un quaderno di domande.

No.

Non ho ancora risposte. Alla maggior parte delle domande che mi sono scritto, non ho ancora trovato risposta.

Non mi spaventa, anzi provo quasi sollievo. Avessi le risposte che cerco, che ho cercato, sarei annoiato.

Sono domande belle, rotonde, profonde, dei pozzi per l’anima.

Poi mi sono trovato a fare la borsa per il mare.

Mettere sempre meno cose, avere sempre meno bisogno di cose.

Poi mi sono trovato in un parcheggio, sotto grandi Pini marittimi, assordato dalle cicale, avvolto dal caldo afoso, accerchiato dalla gente.

Il mare.

Mi ricordo di un viaggio a Ponente, era Pasqua, una Pasqua bassa di almeno una decina di anni fa. Sicuramente di più.

La spiaggia deserta, il freddo, e l’illusione di trovare risposte nel mare.

Viaggiare fino al mare covando la segreta speranza di arrivare e trovare risposte. Era una delle mie più docili debolezze, quella di cercare risposte nei posti, nelle persone.

Ci credevo.

Imbraccio lo zaino, ho deciso di camminare, con lo zaino pieno. Porto poche cose. L’indispensabile.

Ma è pieno.

Cammino seguendo la linea dei faraglioni, secoli di calcare, sabbia, ciottoli, rosmarino, pini, cicale.

L’odore del mare e del sudore, i piedi che scivolano.

La sensazione di non essere indispensabile al mondo.

Mi era già venuta, una volta, la prima volta che, seduto nella metro di New York, ho avuto l’idea di essermi perso. E di non essere indispensabile.

Una leggerezza stupenda.

Accarezzo la testa della donna che mi accompagna. È stanca. Ciondola insicura, sul sentiero che scende verso il mare.

È la donna più bella che mi abbia mai accompagnato. Per come mi accompagna. Per come evita di aspettarmi. Per come si fa inseguire.

Assomiglia alla nostra vita, questo sentiero. È difficile, scivoloso, adesso è anche scomodo.

Succede, quando la destinazione è un posto meraviglioso, che si debba fare fatica.

La tengo per mano. Io non sono bravo ad amare. Non lo sono mai stato. Mai.

Eppure tenerla per mano, accompagnarla, è la cosa che mi viene più naturale.

L’ultimo pezzo del sentiero è un incubo di sassi, lastre di roccia, aghi di pino. Ci superano tutti.

Coppie di turisti, come noi, gruppi di ragazzi.

Scendono sicuri, un passo invidiabile.

Io non voglio arrivare primo.

Non ho fretta.

Voglio arrivare. So dove voglio arrivare. E con chi.

Ecco, su quel quaderno nero c’è una domanda, in una delle prime pagine. Anno 2009.

Perché non sono capace di amare?

Che è posta male.

Amo tantissimo. Ho amato tantissimo.

A volte male.

Non ho la risposta.

Non cerco risposte.

Ho una destinazione. Ho, per la prima volta, una compagna.

Inaspettata, se volete.

Una compagna, su questo sentiero, in cui non abbiamo fretta e traballiamo come se fossimo lì per ballare la musica delle cicale. Un ballo tutto nostro, il catalogo delle nostre insicurezze, la fiera delle nostre debolezze, uno spettacolo pirotecnico di difetti. Un sentiero davvero difficile, se ce lo dicevano prima, ci portavamo le scarpe giuste.

Nella vita non ho mai le scarpe giuste.

Lei ne ha un sacco di scarpe. Adoro i suoi zoccoli nuovi, sanno di mare e di dolcezza.

Ma qui servivano scarponi da montagna.

Pazienza, rallentiamo.

Insieme. Così facciamo, noi, da quando ci siamo incontrati.

L’idea è questa. Io risposte non ne ho ancora, e il quaderno lo ho buttato nel cestino di una fermata dell’autobus. Era inutile tenerlo, come la maggior parte delle cose che ci sono in quel cassetto.

Però ho un sentiero su cui andare.

E, quando è difficile, quando diventa ripido, quando è sconfortante, rallento, e ascolto le cicale.

Arrivo.

La guardo. La bacio.

Siamo arrivati, le dico.

Che bello, mi risponde.

Succederà ancora, che arriviamo. Noi arriveremo.

Le dico.

Ma non capisce.

Ciuccio Frizzante

Tutte le caramelle costavano dieci lire. Tutte tranne i ciucci frizzanti, cinquanta lire. Uno sproposito. Prendi gli spumoni, dieci lire. Le banane, dieci lire. Le fragole gelatinose, dieci lire. Anche le coca cole, frizzanti, quasi acide, dieci lire. Non si capiva perchè i ciucci frizzanti fossero a cinquanta lire. Non erano nemmeno più grossi delle altre caramelle.

Dietro al bancone c’era Nina, la moglie del proprietario. Serviva i caffè e si occupava della tabaccheria. Aveva due seni enormi, gonfi, giganteschi, per tre quarti messi fuori, illuminati dal sole che entrava dalla vetrina.

Marco mi aveva appena insegnato a fumare. Non ci vuole molto, ad imparare a fumare. Solo devi imparare a non tossire, a nascondere il pacchetto da dieci, e a darti delle arie da grande mentre fai le prime boccate. Avevamo fumato insieme, Marlboro rosse, in un vicolo proprio dietro alla tabaccheria.

Una spesa in più, per le mie finanze pericolanti. Dovevo tenere una parte dei miei soldi per i gettoni della sala giochi, una parte per i ciucci frizzanti, e adesso una parte per le sigarette.

Avevo una fidanzata, si chiamava Francesca. Era della provincia, il padre era un uomo basso, sempre ben pettinato. Aveva anche un fratello piccolo, che si portava sempre in giro. E due tette enormi, anche lei.

Ero circondato da seni enormi.

Ed ero felice.

Francesca non era felice di essere la mia fidanzata. Anzi.

Non ero un buon partito. Ero bravo a basket, ero simpatico, niente di più. Cercavano, Francesca e le sue amiche, quelli vestiti bene, quelli forti, i capi.

Io non avevo nessun interesse a vestirmi bene, ad essere un capo. Giocavo a basket, fumavo un paio di sigarette, tornavo sempre a casa presto. Questo mi bastava.

Così, la nostra storia d’amore non andava un granchè bene.

Anzi.

Si avvicinava settembre, che era il banco di prova di tutte le storie d’amore. Perchè tornare in città significava decidere se continuare a vedersi o lasciarsi.

Così Francesca una sera aveva voluto parlarmi.

Ci eravamo incontrati nel buio di un vicolo.

Fumavo.

Lei mi aveva baciato, appassionatamente, scoordinata. Le avevo subito toccato il seno destro.

Mi dava sicurezza.

Poi era scoppiata a piangere.

Mi aveva confessato di avere un altro fidanzato a Milano. Poco male, avevo pensato. Avrei dovuto studiare molto, giocare a basket, fare le mie cose. Quindi quasi meglio.

Aveva detto che ci saremmo dovuti lasciare, sabato. Mancavano tre giorni.

Poi mi aveva lasciato lì, nel vicolo.

Il pomeriggio dopo ero andato a comprare duecento lire di caramelle.

Nina aveva una maglia verde scuro, i seni, esplosivi, quasi tutti fuori.

Mi sorrideva sempre.

Un signore, prima di me, stava comprando le sigarette.

-Nina se mi fai vedere le tette ti lascio la mancia!

Aveva urlato, per farsi sentire da tutto il bar.

Lei era scoppiata a ridere.

E poi, sempre ridendo, si era messa davanti al bancone e con due mani aveva tirato fuori la tetta destra. Un esplosione, una specie di eruzione, da quella maglia verde. Kili di carne, rosa. Lei rideva, tutti ridevano. Alcuni urlavano.

Io ero fermo, davanti alla cassa, con gli occhi sbarrati e duecento lire in mano.

Poi era tornata in cassa, sistemandosi il seno.

-Tu non chiedermelo, piccolino. Che sei troppo giovane per queste cose.

Io ero arrossito, sentivo le guance esplodermi.

Presi le caramelle e uscii.

Alla sera chiesi a Francesca di farmi vedere il seno.

Mi guardava senza espressione.

Poi mi chiese di seguirla.

In un vicolo.

Arrivati sotto a un lampione, si tirò su la maglietta.

Due seni, grandi, tesi, più scuri.

Ne toccai uno, con la mano.

Con l’altra tenevo la sigaretta, spenta.

Poi mi baciò.

E se ne andò

 

 

 

Se capita, perchè no?

Dodici chiavi, in un mazzo senza nessun portachiavi. Tutte uguali, tranne una, rosa. Un anello, latta rovinata, che le tiene insieme. Appoggiate sul mobile laccato, vicino alla porta, proprio sotto alla fotografia in cui due facce sorridenti, acqua sui capelli bagnati, sulla pelle, guardano l’infinito dell’obiettivo. Che in questa casa diventa la porta della cucina.

Chiusa.

La luce viene dalla sala, passa densa tra la polvere che rimane sospesa, si vede riflessa sulla copertina di un grande libro, lucida la copertina riflette, il resto è un divano in disordine, cuscini sparsi, i resti di una battaglia tra l’uomo e la sua tv, persa dall’uomo a giudicare dallo stato del divano. Sul tavolo, nell’angolo della sala vicino alla finestra, una bottiglia di vino, rosso, ne restano quattro dita, aperta. Un bicchiere, quasi vuoto. Due piatti, uno porpora, il secondo azzurro, di un azzurro bellissimo che ricorda la Grecia, il mare, l’estate. Ti viene da cercare la sabbia sul pavimento. Invece ci sono un paio di pantaloni, lanciati, una camicia, e un paio di scarpe di cuoio marrone, quel genere di scarpe vecchie al punto giusto, con la forma dei piedi, la pelle tirata, le storie dei passi che hanno fatto, della pioggia che hanno preso, e della vita che hanno vissuto. Il cuoio delle scarpe, se è un buon cuoio, è il manifesto migliore della vita dell’uomo che le indossa.

C’è odore di miele e cera, candele ebraiche, appoggiate su un mobile, colate in parte, forse sciolte dal caldo. Ricordo di un viaggio, forse di una vita passata, odore acre e intenso.

Tutto così immobile, sospeso.

Un luglio terrificante, per il caldo, dicono. Per la noia, altri dicono. La città si spegne, muore, si accascia, si arrende, al caldo che fonde i marciapiedi, che piega l’orizzonte, che uccide i vecchi e terrorizza le mamme. Così i momenti di vita sono la sera, quando cala il sole, e il mattino, quando sorge, fa già caldo, ma è ancora sopportabile.

Si alza, barcollando, per l’insicurezza, non per la sbronza. Non c’è alcol da smaltire, solo noia da combattere. Da fare i conti con la reale voglia di alzarsi, per affrontare ancora tutto.

Entra in sala. Si siede al tavolo, guardando la finestra, le spalle curve, le mani giunte con i gomiti appoggiati sulle gambe. Come se dovesse osservare un particolare. Qualcosa di fondamentale, da trovare nell’orizzonte ritagliato dalla finestra.

Si vedono solo alberi, palazzi, cielo azzurro.

Resta fermo per dieci minuti. Respirando. Davvero, come se dovesse trovare una cosa fondamentale, nascosta nell’orizzonte.

Poi si alza, senza più barcollare.

Entrando in bagno accende la doccia e lascia cadere i boxer.

Il silenzio è rotto dal rumore dell’acqua. Dissacrante, l’unico rumore in tutta la casa.

L’acqua non è mai abbastanza fredda.

L’asciugamano non serve, sembra di tornare bagnati poco dopo.

Lascia i capelli bagnati, pettinandoli dietro, fa sempre ridere assomigliare a un gangster.

Si fa la barba con precisione metodica, sono linee di schiuma che scompaiono rapite dalla lametta, precisi tagli. Un rito.

Recupera i pantaloni e le scarpe in soggiorno. Indossa una camicia, azzurra. Ha solo camicie azzurre. Senza un motivo. Solo pigrizia, forse abitudine.

Prende il mazzo di chiavi. Le osserva.

Cerca una sigaretta sul mobile. Accende.

E’ ora di farlo, pensa.

Senza sapere come andrà a finire. Ma è ora di farlo.

Esce di casa.

Così è iniziato tutto

 

Less is More: l’uomo che sono

Stanotte ho scritto un pezzo per la rivista di moto. Avrei voluto iniziare scrivendo che si trattava dell’ultimo pezzo che avrei scritto. So che non sarà così. Ma è come se lo fosse.

Pensavo al motociclista che sono diventato. Disordinato, impreparato, con un fiuto incredibile per perdersi. Lontanissimo dal luccicante casino dei raduni e dalla moda della moto come giocattolo per grandi.

Ho scritto di questo.

E ho aperto un vaso di pensieri, densi, che mi hanno portato a una notte insonne. E’ raro per me, non dormire. Ma è stupendo, quando devi affrontare pensieri così grandi.

L’uomo che sono è come il motociclista che sono. Impreparato, cazzone, disordinato, fortunato.

Ascoltavo un padre separato da poco parlare, ovviamente di separazione.

E pensavo di aver capito.

Le persone vivono i lutti come ponti, una morte, una separazione, un trasloco, una malattia, un fallimento. Sono ponti tra il passato e il futuro.

Li attraversano portandosi dietro un enorme carretto di ricordi. Lo trascinano, faticosamente, ben attenti a non perderne nemmeno uno, di ricordo. Come la memoria emotiva fosse la cosa più importante delle loro vite.

Diventano vittime di questo trascinare. E restano su questo ponte più del dovuto.

Il mio disordine, la mia fortuna, la mia capacità di perdermi, è stato fondamentale.

Me ne sono accordo adesso.

Anzi, ieri notte.

Inconsapevolmente, per questo dico di essere fortunato, ho perso molto da questo carretto di emozioni, e qualche tempo fa lo ho lasciato andare.

Mi trascino dietro sempre meno roba.

Desidero sempre meno cose.

Voglio sempre meno scuse.

Assomiglia al viaggiare in moto, il mio vivere. Meno cose porti, meglio viaggi.

Io amo moltissimo le emozioni degli altri, le storie, i posti, i racconti.

Per questo devo fare spazio.

Forse ieri ho scritto l’ultimo articolo per una rivista fantastica.

Non posso portarmi dietro tutto.

 

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Scrivere di tutto, scrivere sempre, scrivere di vita, vivere di scritti.

Confusione.

Ripetere.

Scrivere di tutto, scrivere sempre.

Passo indietro: notte, tre e trentaquattro, luce del telefono, buio intorno. Silenzio, tapparella giù, casa fredda, strano per maggio, il respiro di una donna, bellissima, che mi dorme a fianco.

Sveglio. Ormai mi sveglio sempre.

Sto impazzendo, contestualizzo emozioni, pianifico energie, non riesco a seguire un discorso, è periodo. Dicono che la vita è fatta di cose così.

Aspetto.

Aspetto di addormentarmi ancora.

Restare.

Restare sveglio.

Maledetto.

Eccomi.

Scrivere di vita.

Ho voglia di scrivere un pezzo sulle donne che ho lasciato, che mi hanno lasciato, che ci siamo lasciati, sul mio passato sentimentale insomma.

E’ un po’ che ci penso.

Ci penso anche adesso, per provare a dormire.

Mi nascondo sul cuscino, mentre lei dorme, a un centimetro dalla sua faccia. Ha imparato a dormire con me.

Ho imparato a vivere con lei.

Sono giganteschi passi avanti.

Desisto.

Non ho voglia di scrivere un cazzo sul mio passato sentimentale.

La abbraccio sulla pancia calda. La sento respirare. Provo a respirare con lei.

Non dormo.

Maledetta puttana, la vita.

Poi mi torna voglia di scrivere, finire un racconto, parlare di queste donne.

Una ci ho fatto un figlio insieme. Meriterebbe un capitolo, almeno. Ma non so cosa scrivere, come se fossi anestetizzato.

Una mi ha lasciato che io ci credevo talmente tanto da averci messo tre anni, per rimettermi in sesto.

Anche lei un capitolo.

Tutte meriterebbero un capitolo.

Tutte le donne della mia vita.

Le ho amate tutte.

E’ che amo male.

Ma amo tantissimo.

Non so se sia un complimento.

Mi addormento, sulla spalla di questa donna bellissima, che amo moltissimo.

Mi sveglio, sembra passato troppo poco tempo, con questa bellissima donna di fianco.

 

Mia nonna rubava le merendine

E’ ora di confessarlo, tanto quasi tutti i diretti interessati non ci sono più, sarebbe impossibile un processo alle intenzioni. Prima di pensare a una brutta persona, oppure magari a una di quelle vecchine ricurve che rubano la frutta e il prosciutto cotto, che finiscono sui giornali perchè il direttore del supermercato, in un momento di clemenza, le perdona denunciando l’incivile situazione economica e il sistema pensionistico, è meglio che aggiunga che mia nonna rubava le merendine a me. A suo nipote. Il più piccolo dei nipoti.

Una questione privata. Tra me e mia nonna.

Ho passato con lei la maggior parte dei fine settimana dai cinque ai dodici anni, e ho passato con lei le mie vacanze estive, fino ai vent’anni, nella grande casa in montagna che lei trasformava nella sua residenza estiva. Aria pulita, sole e quintali di cotone per uncinetto.

Anni dopo, era marzo se non sbaglio, eravamo in un reparto di medicina di un ospedale di periferia, le luci al neon, tutta la freddezza del buio delle sere di marzo fuori, il silenzio assordante delle ore che anticipano la fine, le ho preso la mano rugosa, e la ho accarezzata. Non capiva più nulla già da qualche giorno. Le ho detto sotto voce: grazie.

E poi sono uscito a fumare, sul pianerottolo della scala anti incendio. Mi sembrava di aver chiuso la cosa così. Sono un fumatore risolutivo, quel genere di fumatori che credono che una sigaretta sia un ottimo finale, una chiusura dignitosa, un modo elegante di finire qualcosa. Fumo per finire le cose, si direbbe, non per vizio. Mi sono messo a posto la cravatta, ho guardato tutto lo squallore della periferia, fette di Milano che farebbero impressione anche a un insensibile, il delirio luminoso del traffico, cercando di non piangere, aspirando boccate di tabacco, aspro. E mi è venuta in mente questa cosa delle merendine. Allora sono tornato dentro, mi sono seduto di fianco al letto, cercando di non fare rumore. Non so perchè, ma si pensa sempre che chi sta morendo abbia diritto al silenzio. Ho guardato il suo respiro, il petto sotto la coperta gonfiarsi lentamente, il rantolo uscire dalla bocca, una fatica enorme, ho aspettato qualche istante e poi le ho detto: “per quella cosa delle merendine, ti ho perdonata. Me lo hai insegnato tu, a perdonare. Per tutto il resto grazie”. E’ stato lì che ha stretto un poco la mia mano. Quasi si volesse aggrappare. E’ un movimento che ho sentito nelle mani di tutte le persone che ho accompagnato, quello di stringere per tenersi. Quando invece, devi lasciare, e andare. Ho risposto alla stretta, mi sono alzato, ho appoggiato un bacio sulla fronte, e sono uscito.

Mia nonna rubava le merendine, le mie, per curarsi il diabete. Diciamo che non è stata una delle sue migliori idee, al netto del fatto che è campata comunque una ottantina di anni, sopravvivendo alla maggior parte delle sue amiche, a una figlia, l’unica, madre splendida, e a un marito di cui abbiamo solo una foto in bianco e nero con dei baffi che fanno subito Unione Sovietica, freddo, carrozze e rivoluzioni.

Dovete immaginarla come una combattente, perchè così è vissuta e così appariva agli occhi di tutti. Ancora, nelle foto sopravvissute ai traslochi e alle pulizie etniche domestiche, quelle che quando devi imbiancare spazzi via intere generazioni di famiglie appese in foto sbiadite giusto per non riappendere il pexiglass con le foto, ecco in queste foto la nonna sembra un misto tra un generale e una contadina delle Ande. Petto fiero, sguardo fisso in camera, le braccia lungo il corpo, sull’attenti, pronta a invadere uno stato africano o a condurre una rivolta in Sud America.

Carattere spigoloso, come le spille che indossava, e pronto a dare battaglia a tutti, sorretto dagli sbalzi glicemici che la rendevano famosa per riuscire ad arrabbiarsi con quasi tutti.

Comprava le merendine per me. Non era proprio il genere di donna da marmellata fatta in casa, spalmata su pane appena sfornato, per il suo adorato nipote. Comprava le merendine, le metteva nella credenza e mi diceva: quando hai fame prendine una. Un metodo educativo all’avanguardia che per fortuna non ha avuto molto impatto sul mio metabolismo, un po’ di più sul suo diabete. Perché quel “quando hai fame prendine una” era rivolto a entrambi. Una specie di mantra per due. L’unica certezza per me erano le sorprese, che mi spettavano di diritto. Il resto era lotta, un faccia a faccia basato sulla velocità delle mani e sulla fame.

Se ci penso oggi, posso davvero dire di averla perdonata. Non sono uno dal perdono facile, anche se mi è stato insegnato a perdonare a prescindere, frutto di un pericoloso mix tra cattolicesimo e socialismo. Comunque, alla fine, la ho perdonata.

Nei nostri pomeriggi di merendine e noia casalinga, mi ha insegnato a pulire le persiane, le vecchie persiane delle finestre dei palazzi del centro, con un pennello. Un lavoro certosino. Se pulivo bene, mi arrivava una mancia. Se pulivo male, si metteva vicino a me e me lo rispiegava. Non ho idea del perchè queste diavolo di persiane fossero così importanti per lei. Ho il dubbio che lo facesse per me, per farmi fare qualcosa. Era un appartamento al quarto piano, davanti a una banca, nessuno avrebbe fatto caso alle persiane, che poi rimanevano quasi sempre aperte. Però le pulivamo sempre. Il pennello era nel cassetto dello scrittoio, vicino alla finestra, e tutti i fine settimana mi toccava una persiana. Un denso nuvolone di polvere veniva fuori dalle liste di legno dipinto. A volte qualche insetto. Le persiane, al lunedì mattina, erano impeccabili, pronte per essere mostrate al mondo dall’alto del quarto piano, dove nessuno, se non qualche annoiato impiegato della banca davanti, le avrebbe potute osservare.

Persiane a parte, la nonna ha fatto tutte quelle cose che fanno le nonne per prendersi cura dei nipoti. Mi faceva ripetere le tabelline e le poesie a memoria, mentre faceva l’uncinetto, per esempio. Non credo ne abbia mai ascoltata davvero una, di poesia. Però produceva coperte all’uncinetto per misteriosi eserciti di bambini. E io ripetevo poesie guardando le mani veloci spostare i fili di cotone e lana. Mi faceva giocare con giocattoli recuperati ai mercatini, stipati in un fustino di Dash adibito a bidone dei giochi. Quando non esisteva l’Ikea, i bambini crescevano ciucciando mattoncini Lego imbevuti di Dash in polvere. Era una cosa abbastanza comune, tra i miei amici. Siamo sopravvissuti tutti. Mi faceva leggere. Salgari, prevalentemente. Tutti i libri di Salgari. Non ne ricordo nemmeno uno e ancora adesso quando vedo un film ambientato nella jungla o leggo un libro così, sbadiglio. Ho dovuto fare parecchio sforzo per leggere Terzani, perchè mi sembrava un Salgari con l’anima. Salgari e Manzoni andrebbero banditi dalle letture fino ai ventuno anni. Poi letti, solo se deliberatamente scelto di farlo. Mi faceva giocare con le pentole, sul balcone, concerti di batteria per un folto pubblico di piccioni. E, ovviamente, mangiare merendine.

La mattina mi faceva lavare, mi pettinava con la stessa spazzola con cui si pettinava lei, per un tempo interminabile, insistendo con una riga di lato che mi faceva assomigliare a un piccolo lord degli anni venti. Poi mi controllava i vestiti. Li passava con le mani. Mi guardava e mi diceva: adesso sorridi.

E io sorridevo.

Una cosa è importante nella vita: vestirsi sempre bene, e sorridere.

Me lo diceva in vestaglia e senza sorridere. E’ il prezzo da pagare per essere stati coach prima che il coaching diventasse di moda. Vestaglia a fiori sintetica, di quelle infiammabili solo con uno sguardo, bigodini, per costruire una imponente permanente tra il grigio e il blu elettrico, e muso rugoso. Vestiti sempre bene, e sorridi.

Ero il bambino che al parco a giocare ci andava sempre vestito a festa, la mia pettinatura anni venti, impeccabile, spiccava durante tutte le partite di calcio, ero il portiere più elegante di Milano, non molto portato, ma sicuramente molto elegante. Lei, seduta sulla panchina, a fare l’uncinetto, aspettava che io tornassi. Hai fame? Mi chiedeva.

E tirava fuori una merendina. E poi mi obbligava a riposarmi. Non ho mai giocato un secondo tempo di una partita. Restavo sulla panchina. Con la nonna. Non avevo molti amici, essendo sempre obbligato al riposo, proprio mentre le partite si facevano bollenti. Ma ero molto elegante. L’eleganza ha un prezzo, da bambini: la solitudine.

Come si poteva facilmente intuire, non sono diventato un calciatore. Anche perchè, dopo qualche partita giocata a metà, mi sono messo ad arrampicarmi sulle rocce davanti allo zoo. Si vedeva la tigre riposare, le foche, e due scimmie. Era come andare allo zoo per davvero. Restavo a guardare gli animali, seduto su una roccia. Meglio una scimmia di una partita di calcio, pensavo. Che poi non è del tutto sbagliato.

Quando le merendine finivano, andavamo a pendere il gelato e lo zucchero filato. Prendeva gusti frutta, dicendo che c’era meno zucchero. Si scusava con un bambino delle elementari per i suoi vizi. Io non capivo e affondavo la bocca nella nuvola di zucchero filato. A volte gli adulti pensano di doversi giustificare con i bambini per le loro cazzate. Ma non è che ai bambini importi poi molto, delle cazzate degli adulti. Hanno un curriculum vuoto pronto per essere riempito, di cazzate, e pochissimo tempo per occuparsi delle cazzate degli altri. Specialmente quando è questione di zuccheri e glicemia. Per me il gelato alla frutta era più che altro un’offesa verso il gelato al cioccolato.

Ogni tanto mi accompagnava in oratorio. Ma non volentieri, perchè una volta aveva dimenticato sulla panchina un intero gomitolo di cotone e il lavoro all’uncinetto, l’ennesima coperta, senza poi ritrovarlo e rimanendoci molto male. Per qualche ragione non era colpa sua, ma dell’oratorio, inteso come ambiente. E quindi ci andavamo poco.

Al ritorno ci fermavamo a comprare il latte e il riso. La sera si mangiava riso e latte. Con una scorza di limone. Se era sabato, pizza. Con, magari, una merendina finale. Il dessert di una cena da leccarsi i baffi.

Non ricorderemo mia nonna mai per la cucina, questo è fuori discussione. Fosse su TripAdvisor oggi prenderebbe tre stelle per la posizione centrale, quattro per la simpatia, ma una per i piatti. La cucina di mia nonna era ridotta alle basi. Con aggiunta di merendine.

Alle medie era iniziata la mia lotta con i peli. Coltivavo delle interessanti basette cavouriane, già fuori moda ancora prima di crescere del tutto, che nonna pettinava leccando la mano e passandola sulle guance. Un odore tremendo di saliva stantia mi accompagnava per tutto il pomeriggio. Ma non potevo evitare quella umida e affettuosa carezza dal potere levigante.

Gli anni passavano, tra basette da leccare e scuole da finire. Meno poesie a memoria, più problemi con gli ormoni. Che ti ritrovavi davanti alla vecchia radio con doppio lettore di cassette, ad ascoltare Rock Fm a rimpiangere i periodi di poesie e tabelline, quando la vita è precisa come un orologio.

Lei invecchiava, mettendoci più tempo a fare le scale, vestendo vestiti sempre più ridicoli, indossando strani turbanti di stoffa dai colori freddi, le sue mani diventavano sempre più rugose, i polsi tremanti, la memoria corta e nebbiosa come le mattine di ottobre. Passavo sempre meno tempo a casa sua, ma le merendine erano sempre presenti. Finivano e venivano ricomprate, senza che io nemmeno le assaggiassi.

Quando le ho presentato la mia prima fidanzata, quella del liceo, quella che vorresti sposare, farci figli, comprare cani, avere case con bagni multipli, quella cosa lì che ti muove verso la vita e verso la Maturità Scientifica come se fossi un eroe invincibile, l’aveva guardata, e le aveva messo a posto la camicia, allacciandole un bottone sulla scollatura. Le aveva detto: devi essere più elegante, e sorridi!

A quell’età sei abituato ad avere tutto il mondo contro, ma mai avrei pensato che mia nonna, la mia adorata nonna, si sarebbe potuta comportare così. Mesi di passeggiate, mesi, mesi veri, cioè una primavera e un’estate, a passeggiare, con due chiari obiettivi. Uno quello dei cani, dei figli, e tutto il resto, l’altro, decisamente più a breve termine, quello di slacciare quei dannati bottoni. E la nonna cosa fa: allaccia bottoni. Passino le merendine rubate. Ma anche i bottoni. Sono cicatrici che restano per una vita.

Comunque, tirandosi su dalla poltrona, con lo sguardo da dittatore di un isola caraibica che tirava fuori per le occasioni importanti, le aveva solo detto: devi essere più elegante, e sorridi!

Una calda, piacevole, romantica, accoglienza in famiglia.

Comunque siamo felicemente sopravvissuti entrambi a questa cosa dei bottoni. Le cose, le cose di bottoni e camicie da togliere, a quell’età, si risolvono facilmente. E’ una lezione che non impari da subito, ma è una grande verità: sembrano problemi insormontabili, difficoltà drammatiche, punti di partenza opposti. Il segreto delle relazioni durature è tutto qui: attraversare il ponte sul fiume della divergenza metà a testa, incontrarsi, e capirsi. Le camicie si possono sbottonare, oppure sostituire con magliette di MaxMara che vengono via praticamente da sole.

Mentre io navigavo a vista tra ormoni, magliette, latino e basette, la nonna era entrata in un periodo di rinnovato piacere verso una delle sue grandi passioni: addormentarsi davanti alla televisione con un volume incredibilmente alto. Perlomeno aveva smesso di mangiare merendine.

Era venuta a vivere vicino a noi, lasciando la casa con le persiane, e si era rassegnata a una passione più ragionevole e salutare delle merendine: il volume 46 su tutto il palinsesto pomeridiano di Rai 1. Produceva meno coperte all’uncinetto, ma complice la finestra della cucina aperta, fungeva da moderno muezzin di quartiere per un Paolo Limiti diffuso nell’etere per due isolati interi.

Le avevamo anche comprato delle cuffie, si parla degli anni novanta. Gli auricolari negli anni novanta, come i cellulari, come le macchine, come le giacche da uomo, seguivano la filosofia: “enorme è sinonimo di qualità. Enorme è meglio”. Pesavano due chili e mezzo, avevano un lungo filo che le collegava alla televisione, e sono state usate in totale due minuti, da mio padre, per provarle. Per il resto, venivano indossate, dalla nonna, senza attaccare il filo al televisore. L’effetto era che il volume 46 non era sufficiente, essendoci due chili di plastica e pelle a coprire le orecchie, già di per loro danneggiate. Quindi si passava a volume infinito, fino a che il tasto più del telecomando non smetteva di funzionare. Paolo Limiti raggiungeva, in quel periodo, quasi mezza città, per mano di mia nonna e del suo fidato Mivar diciotto pollici.

Al sole segue la pioggia, è la vita.

E a volte, anche una tempesta.

Una tempesta è una pioggia più dura.

La pioggia innaffia le piante. La tempesta rischia di distruggere. Ci si prepara tutta la vita, alle tempeste. Dai tempi dei dinosauri. Passiamo la nostra vita a prepararci per le tempeste, al posto di goderci il sole.

E poi, le tempeste arrivano e distruggono tutto.

Come tutte le tempeste, anche quella di giugno, fu davvero dura.

Mamma si era ammalata.

Perlomeno così era stato detto a nonna e a me.

Tecnicamente mamma stava morendo.

Ma ci sono cose che si possono raccontare in modo diverso.

Ci sono stati mesi incredibili, tra la notizia e ottobre. Una estate sospesa nella paura, un autunno affondato nella morfina. Roba forte per un adulto emotivamente strutturato. Figurarsi per me e mia nonna.

Il giorno che mamma morì, mi sentivo davvero strano. Sospeso, stordito, sordo, vagavo per casa. Mi sembrava di non avere più nulla da fare. Era stata una fatica enorme, accompagnare il dolore dei mesi passati insieme. Era stato terrificante osservare mio padre. Tutta quella stanchezza era arrivata a un punto. Anche a mia mamma avevo preso la mano. Come per mia nonna, mi era sembrato che la stringesse. Non era vero. Adesso lo so.

Camminavo per casa sentendomi fuori posto. Arrivavano lente processioni di zie, amiche, amici, suore. Alla litania di zie che recitavano il rosario ai piedi del letto, si aggiungeva il ritmo incalzante del citofono. Rumore e persone, quando vorresti essere tu, da solo. Era successo, inaspettatamente, che mio padre mi aveva abbracciato, sulla porta del bagno. Il primo abbraccio che ricordo. Davvero il primo, probabilmente uno di una lista che stava sulle dita di una mano. Tutto troppo per me. Così sono andato da mia nonna. Faceva freddo, ed ero vestito male. Pantaloni verdi di velluto, un paio di Vans distrutte, una maglietta bucata. Non è che uno pensa a come vestirsi quando sta per morire sua madre. Già dormire e mangiare sembrano cose così stupide. Figurarsi vestirsi.

Sono entrato nel soggiorno di mia nonna.

Lei mi ha guardato, piangendo. Piangeva in un modo teatrale, quasi infantile, come se il mondo tutto dovesse sapere del suo dolore attraverso quel singhiozzare rumoroso. Lo ho capito solo dopo, molto dopo, cosa possa essere la morte di una figlia per una madre. Anzi non lo ho ancora capito. Ma lo posso immaginare. Nemmeno immaginare, a dire la verità. Perchè mi manca il fiato solo a pensarci. Ma ho un figlio, oggi, e posso provare a immaginare.

Mi aveva guardato. Fila a vestirti bene, aveva sussurrato. Poi era tornata a piangere singhiozzando. La testa nelle mani. Non sapevo bene cosa fare. Ero rimasto in piedi davanti a lei, fermo. Guardando la sveglia sul tavolino, il telecomando, la poltrona. Davvero, non sapevo cosa fare.

Poi aveva alzato lo sguardo.

Aveva tirato fuori cinquantamila lire e singhiozzando mi aveva detto: mi raccomando vestiti bene. E sorridi. Adesso vai.

Due consigli molto centrati per un adolescente appena rimasto senza madre.

Le cinquantamila lire sono state spese all’Autogrill, tre giorni dopo, sulla strada per il Cimitero, per comprare un doppio CD di De Gregori. Un balsamo per l’anima, quando sei giù di morale, il doppio CD di De Gregori. Ho un fiuto speciale, io, per le cazzate.

Comunque è finita che mi sono affezionato a De Gregori. Generale e La Leva Calcistica del 68 ascoltate durante il rientro dal funerale di tua madre, non sono subito orecchiabili. Ma poi finisce che ti piacciono. Sono andato anche a un concerto. Con la fidanzata della camicia e dei bottoni. Ma ormai sapevamo tutti e due che non era più la fidanzata dei cani e della casa. Sfumano quadrilocali luminosi invasi da festanti bimbi, e tu ti accontenti di camicie slacciate nella penombra, magliette sintetiche lanciate su divani. E’ così che funziona l’amore all’inizio. Anche alla fine, a dirla tutta. E’ nell’accontentarsi delle camicie slacciate e delle magliette sintetiche, che confessi a te stesso di aver davanti la persona sbagliata. Ma ci metti sempre qualche anno a dirtelo ad alta voce. Così ti trovi senza quadrilocale, senza cani, e con una donna sbagliata. Bisognerebbe, appena la tua vocina interiore ti conferma che il doppio bagno e il locale lavanderia, insieme alla coppia di golden retriever e ai tre figli biondi, sono tutti progetti che non affronteresti mai con quella che hai davanti mentre stai mangiando una quattro stagioni, anche poco cotta cazzo, ecco appena la vocina te lo dice, bisognerebbe mollare tutto subito. Pagare la quattro stagioni, per carità. E poi andare via.

Negli anni a seguire io e la nonna abbiamo fatto quello che farebbe chiunque, davanti alla perdita di una figlia e di una madre. Chiunque forse no. Ma noi si. Abbiamo dato il meglio dei nostri caratteri, in una specie di festival itinerante di scelte sbagliate, un carnevale di decisioni prese per rabbia, tra cui, per la nonna, il riprendere il consumo di merendine. Agli albori della cucina macrobiotica e bio, si potevano ancora reperire merendine dietetiche piene zeppe di derivati dello zucchero. Questo prima che i medici rompessero i coglioni facendo i minuziosi. E c’era anche l’olio di palma. Anni stupendi per il colon e il pancreas, altro che quinoa e avocado. La sua casa era un fiorire di merendine dietetiche. Seguiva l’adagio di tutti i pionieri di qualche cultura: aveva diffidenza nel mangiarle, ma poi ne mangiava direttamente due.

Io ho mollato l’università, quasi per protesta nei confronti del mondo. Per proteggersi dal freddo della ragione le cazzate si vestono a cipolla, come i montanari. Da fuori sembrano deliberati atti di protesta. Togli uno strato e diventano opinabili scelte personali. Togli un altro strato e si rivelano in tutto il loro splendore. Come semplici cazzate. Mi sembrava superbamente intelligente mollare una brillante carriera universitaria per fare il venditore di ferramenta. Mi è rimasta, di questa geniale manovra, una grande passione per l’odore di olio meccanico e una sorprendente cultura sui cacciaviti. Che torna sempre utile. Meno che una laurea, ma sempre molto utile. Adoro l’odore delle vecchie ferramenta, ho una cultura geografica della provincia milanese praticamente imbattibile, e ho anche imparato la dura legge del dover guadagnare una cifra più alta della rata della macchina. Anni che ricordo con amore, tra diesel, cravatte improbabili, mani unte di olio, e molta incertezza sul futuro, ma una sola sicurezza: settantadue rate da pagare.

La nonna invecchiava velocemente. Più velocemente di prima. Sembrava si stesse preparando a fare i conti con la vita.

Dire che sono state le merendine, a chiudere una vita così, è davvero troppo approssimativo.

Era una donna forte, è sopravvissuta a due bombardamenti, a un dopoguerra senza essere democristiana, a due scippi violenti, a un femore sbriciolato innaffiando le piante sulle scale, a dottori che scambiavano il diabete come causa e non effetto. Donne così non muoiono per una merendina. Muoiono perchè lo scelgono. Un’ipotesi, remota, che piano piano diventa reale. Qualcosa del genere.

Come se, a un certo punto, decidessi di mollare il colpo. Non per stanchezza, ma perchè va così.

Quando compravo una cravatta nuova, ci tenevo a farla vedere alla nonna, che controllava anche il sorriso. Doveva essere un sorriso pieno. Largo. Così li voleva, i miei sorrisi.

Aveva iniziato a spiegarmi che è un modo per rispondere alla vita. Che la vita non è proprio tutta una pedalata in discesa. Hai una bici, ti viene data in dotazione all’inizio. Puoi farci quello che vuoi, ma è quella lì. Magari sei quel modello senza cambio. E ti tocca di pedalare il doppio. Magari sei di quelle bici che hanno le saldature ballerine, e ti crepi a ogni buca. Conviene che impari a evitare le buche, allora. Magari ti si consumano i freni, ti scende la catena, ti si rompe un pedale. Non è che puoi passare la vita a pensare a quello che può andare storto con la tua bici. O a volere la bici di un altro. La tua bici è l’unico mezzo che hai. E se hai paura di fare strada, meglio che ti rassegni. Come avevamo imparato, le tempeste non si annunciano. Si rabbuia il cielo, e arriva. E pedali con gli occhi stretti stretti, che le lacrime si confondono con i goccioloni di pioggia. Una buca può romperti la ruota. Ma può anche insegnarti a non prenderne altre. Una salita può sembrare lunghissima. Ma può anche costruire gambe forti. Per le prossime salite.

Conviene, comunque, vestirsi bene, e sorridere. Sembra che cambi poco, ma in verità cambia tutto.

Mia nonna non era mai stata su una bicicletta.

Questo per dovere di cronaca.

E nemmeno al mare, se non per una sosta in pullman a San Remo durante un pellegrinaggio a Lourdes.

Unico, unico davvero, pomeriggio al mare della sua vita.

Testimoniato da una foto in bianco e nero, con lei nella sua posa da Dittatore, un vestito scuro, dritto come fosse un camice da dottore, mia mamma, bambina, di fianco. Sullo sfondo una aiuola e una palma. Per dire di quanto fosse interessata mia nonna al mare. Ci va un giorno nella vita e fa una foto dietro una palma.

Mai stata al mare ne in bici.

Però la metafora della bici è sua.

Anche Salgari non è mai stato nella jungla. Eppure ha scritto una quantità enorme di romanzi sulla jungla.

Altre generazioni, diremmo oggi.

Vestiti bene e sorridi sempre.

Ecco.

Di maggio

Di maggio io mi ricordo la pioggia. Ci faccio caso, alla pioggia di maggio, perché il mio compleanno me lo ricordo sempre sotto la pioggia, a volte al freddo. Mi ricordo, di maggio, il profumo dei fiori nei viali, e quel tappeto di petali, rosa e bianchi, su cui hai quasi paura a camminare. Sono cose che mi ricordo, perché ci faccio caso da anni. L’odore di bagnato, con la tregua delle piogge, con il rumore del traffico, che assomiglia terribilmente alla fine di settembre. Ma maggio ha dalla sua parte la speranza segreta, la certezza dell’estate, il dubbio che possa uscire il sole, la luce della sera. Maggio vince facile su settembre.

Prendo parte a uno strano girotondo, con persone che non conosco, in mezzo al Corso, in un sabato pomeriggio di festa. Giriamo intorno a un negozio, come se non volessimo entrare, ma dovessimo farlo.

Una danza pagana, sotto alla Madonnina.

Incontriamoci qui, ho detto ai miei dubbi. In Centro. In Centro, a maggio, mi sento più sicuro. E’ come se mi sentissi a casa.

Nella mia casa non sento di essere a casa. E’ una cosa che penso da almeno due di questi mesi di maggio. Ormai ci ho fatto l’abitudine. Una brutta abitudine.

Così mi sento a casa in posti a caso, ma mica poi tanto a caso.

Di maggio mi ricordo i compleanni, le feste in casa, la crostata di pasticceria, il sole dalle finestre, i regali strani. La zia Matelda, che anno dopo anno continuava a regalarmi un pacco di calzini di spugna bianchi, mai messi. Credo di averne due cassetti colmi.

Di maggio ricordo la fine, quando il sole si rivela, arriva giugno, quella speranza di cui parlavamo prima.

Di maggio, stranamente, mi ricordo che mi torna voglia di scrivere. E’ il mese in cui abbiamo aperto questo blog, quattordici anni fa. E’ il mese in cui, al liceo, scrivevo poesie d’amore, anche parecchio bruttine, su fogli a quadretti, con una stilografica blu.

Ecco, se ho un rimpianto grosso, è di non esser mai riuscito a scrivere la poesia definitiva, quella che vorrei scrivere da almeno dieci anni.

Un peccato, non essere poeta. Certo che se ti impegni solo a maggio, poi è dura.

A maggio, sempre, mi viene voglia di mare. Un bisogno forte, pulsante, primordiale. Come se ci dovessi tornare. Tornare nel luogo dove sono nato. Peccato io sia nato in città. Davanti alla fermata del 4, il tram vecchio. Adesso si chiama 16, è un tram nuovo, a due vagoni, pieno zeppo di indiani e filippini che lavorano in centro e vanno a dormire in periferia.

Questo bisogno di mare, urgente, impellente, gigantesco, mi viene tutte le volte, verso il quattro maggio. A volte anticipa. A volte ritarda appena.

Mi viene dalla pancia, dai piedi, che devono stare nudi, dalla voglia di nuotare, chiudere gli occhi, respirare.

E mi viene voglia di comprarmi un regalo, passeggiando per il centro, per farmi una sorpresa.

Per questo sono venuto in centro.

 

Piove, come sempre a maggio. E davanti al negozio stiamo ballando una danza strana. Ho voglia di restare qui un po’, da solo.