Ci sono delle volte che le mie paure prendono forme strane. Di solito l’angoscia mi si ferma sullo sterno, si siede e si fa portare in giro per tutto il giorno. Uno pensa, ah la gastrite. Poi, essendo ipocondriaco, ci pensi bene e dici: santo cazzo sto per morire.
E’ questa roba qui della morte che ci fotte a noi ipocondriaci. Le persone presenti a se stesse, quelle che pasteggiano a consapevolezza e tranquillità, non si perdono così. Sentono un peso sullo sterno e capiscono subito che si tratta della pesantezza enorme della loro compagna, che scarica con violenza l’assenza del padre, diversi traumi infantili e la noia proprio sullo sterno dell’amato compagno. E risolvono la cosa.
No. A noi non è dato vivere ragionando. La medicina moderna, quella che trova cure per mali incredibilmente complicati, ha una sola risposta: prenditi due goccine. Mi piace pensare a questi ricercatori americani, alti e magri, con degli occhiali un po’ fuori moda, il gilet della Patagonia, in laboratorio, che sono in grado di spezzettare proteine, infilarci roba, cavarci diagnosi e soluzioni potenzialmente da Nobel. Poi chiudono il loro Mac, spengono le macchine, escono nel cortile del MIT di Boston, per prendere la loro Toyota Camry usata e sporca. Tornano a casa, dove li aspetta una moglie sorprendentemente bella, che si veste con quelle felpe che sembrano sciatte ma che sono sexy. Un saluto in cucina, e lei che prepara una cena veloce. A tavola due chiacchiere, la scuola dei figli, la politica americana, le borse di studio e poi lei che dice: ma amore, perchè non trovate una soluzione all’ipocondria?
Lui appoggia la forchetta sopra un broccolo, e sospira: ma amore a noi che cazzo ce ne frega. Che si prendano due goccine.
E così, abbandonati dal progresso, noi ipocondriaci, restiamo dove ci avete trovato. Le mie paure stanno tutte sullo sterno, poi si liberano, come gli spiritelli cattivi dei cartoni Disney, e raggiungono la testa. E’ lì che di solito dico: santo cazzo, sto per morire.
E’ sabato, questo novembre mi ricorda di quando a novembre stavo a Taipei, che faceva caldo e uno pensava: che clima questo clima tropicale. E un po’ godevi a pensare ai tuoi amici a Milano, con due giacche, a combattere contro l’umido scivoloso e pessimista. Mi ricordo di un bicchiere di cabernet bevuto davanti alla statua di Bruce Lee, ad Hong Kong, in maglietta a metà novembre dove pensavo: mi piacerebbe vivere in un paese subtropicale. Per il clima.
Ed eccoci qui, accontentati.
E’ sabato, e ho deciso di sedermi nella piazza sotto casa a mettere a posto due o tre cose, finire una roba di lavoro noiosa, scrivere mezz’ora il mio nuovo romanzo, che oramai è talmente poco nuovo che se mai dovesse uscire in libreria, possibile che esca già scontato al 50%.
Di fianco a me c’è un ragazzo che sta con la schiena dritta e gli occhi chiusi e respira con una invidiabile calma. C’è una signora con un cagnolino. Lei gli parla e lui scodinzola. Non credo, sinceramente, che i cani possano capire un gran chè di quello che gli dite, ma sono felice quando vi vedo felici e quindi parlategli pure.
Un ragazzo senegalese mi chiede soldi. Glieli do. Fa il giro della piazza e ritorna a chiedermeli. Ora, posto che non sono certo Hemingway, ma se tu mi interrompi il flusso creativo, di certo non ne esce nulla di buono. Gli do ancora soldi. Riparte con il giro. Una strategia che potrebbe pagare, in effetti.
Mi chiama mio figlio. Sento dal tono di voce che c’è qualcosa che non va. E’ iniziata l’adolescenza, quindi non bisogna essere dei geni per capire che c’è qualcosa che non va. C’è sempre qualcosa che non va. Un foruncolo che rovina la giornata, un brutto voto, uno di quei bulletti egiziani, figli di egiziani, italianizzati, che vivono in contesti in cui è normale scassare il cazzo ai figli degli altri, per cui l’unica soluzione che vedo io è che i padri si menino fortissimo, per vedere chi vince e chi ha ragione. La fidanzata, che poi lo sappiamo benissimo che la fidanzata della seconda media durerà, nella migliore delle ipotesi, fino alla terza media, quindi io sarei per il non preoccuparsi per nulla, ma è facile per me dirlo, perchè ho finito la seconda media da un pezzo. Il rugby, che bisogna giocare per vincere, anche se vincere non è fondamentale, ma cazzo bisogna davvero dare il massimo.
Il problema di oggi è proprio il rugby. Stiamo al telefono una ventina di minuti.
Quando metto giù torna il senegalese. Gli faccio notare che così è troppo. Mi risponde male.
Passa una ragazza con un seno enorme, chiuso in una giacca minuscola. Dove mettono le paure, le ragazze con il seno enorme, visto che il seno sta sullo sterno? Più di tutto: ha senso rifarsi le tette se sei ipocondriaca? Non credo. C’è rischio di schiacciare il cuore.
Se lo spremi, il cuore, esce succo di cuore. Ma non conviene farlo troppo spesso.
Chiudo il computer. Il senegalese, mio figlio, le tette della ragazza, mi hanno distrutto il potere creativo.
Passo la lingua tra i denti. Sono reduce da una traumatica pulizia dei denti, per cui per tutta la settimana mi limono i denti da solo, passando la punta della lingua in posti dove tra pochi giorni ci saranno nicotina, resti alimentari, rancore e tutto quello che compone il tartaro.
La vita, a volte, andrebbe solo vissuta. E non pensata.
Bisognerebbe dirsi la verità.
Forse noi ipocondriaci siamo solamente persone a cui non hanno insegnato come dire la verità.
Ma perchè poi dare la colpa agli altri? Forse siamo noi che non vogliamo dirci la verità.
Detto questo, se incominciassi oggi a dire la verità, nel giro di una settimana avrei da rimediare ad almeno sedici disastri colossali nelle mie relazioni più prossime.
Il peso sullo sterno non è un peso: è una bilancia. La cura è semplice: togliere peso, dicendo la verità. Vi invito solamente a ponderare con attenzione le conseguenze. A volte è meglio un peso sullo sterno di un calcio nei coglioni.