me too
Divani
Ci sono momenti in cui mi piacerebbe essere seduto su quel divano scomodo che mio padre e mia madre avevano scelto per il nuovo soggiorno. Era aprile, credo, e il divano nuovo andava a sostituire una delle creature più longeve di casa nostra, un vecchio divano letto sfondato da mia sorella, costretta a dormirci perché eravamo troppi, per una casa piccola. Il nuovo divano era serio, duro, molto signorile. I sogni mansueti di mia madre che mio padre provava ad accontentare ogni volta. Mi ci ero seduto subito, sentendomi un re. Ci avevo coccolato anche la gatta, e poi ci ho passato ore, mangiando videocassette vecchie al sabato sera.
Mia madre si sedeva in un angolo, e mi prendeva la testa accarezzandola, come fossi ancora un bambino.
Mio padre si sedeva, come fosse un ring, per studiarmi e prendermi le misure prima di un incontro. Angoli opposti, stessa voglia di fare battaglia.
Ora vorrei essere su quel divano.
D’estate, quando tutti partivano, rimanere soli, nudi, vicino al divano, era come esser in vacanza. Con la grossa finestra aperta, il rumore della città, il caldo e il profumo dei gelsomini.
Ora, vorrei essere su quel divano.
Avevo una fidanzata, una ragazza di cui ho imparato ad amare il ricordo, che su quel divano ci calzava perfetta, come le scarpe di Cenerentola.
Non ho fatto attenzione quando abbiamo comprato il divano. Giravamo per posti noiosi, pieni di cucine, di bagni, di soggiorno arredato con anonimato ricco di particolari. Il lusso del ceto medio è un anonimato violento, l’etnico è la trasgressione omologata.
Così a casa mia è arrivato un divano bianco scomodo e panciuto.
Ci dormo spesso ultimamente.
Pare che il dolore possa calare, dormendo su un divano scomodo.
Dico pare, perché io sento lo stesso dolore di quando mi corico, solo che mi sveglio stanco e dolorante.
Le mie ossa di tutto avrebbero bisogno tranne che di un divano.
Le mie carni avrebbero bisogno di cure.
La mia mente è troppo stanca per voler qualcosa. Così sul divano bianco e scomodo, si addormenta come se fosse su una spiaggia.
Verso l’alba ti svegli, per la luce e per il mal di schiena. Lo so perché mi succede spesso.
Oggi avrei voluto diversamente.
Avevo una ricorrenza da festeggiare. Un anno fa a quest’ora avevo firmato per aprire una mia società. Ero spaventato ma felice.
Mi sarebbe piaciuto festeggiare, certe sfide non aspettano la vittoria per una grande festa, si accontentano di piccoli successi per un festeggiamento.
Ho preso dolore tutto il giorno. È così la vita. Si dimentica, il dolore, delle tue ricorrenze. È egoista, il dolore. Per questo vince facile.
Non ho festeggiato. Ho aspettato di arrivare sul divano.
Dormo su un divano per evitare di aggiungere dolore. Mi sembra, a volte, sia troppo comunque.
Sul divano, stanco e stufo, ho pensato a cosa vorrei per me. Per farmi una piccola festa. Un regalo.
Su un divano non dormi, ma crolli pensando.
La pressione dei pensieri sul petto è tale da limitare il respiro, e così lentamente ti addormenti.
Mangio dolore, e prendo anche il dolore degli altri, come fosse un martirio.
E finisco su un divano, scomodo e caldo a dirla tutta.
Oggi avrei voluto festeggiare, Mi sembra di aver dato molto e di dover dare ancora molto, così pensavo di festeggiare.
Su un divano scomodo, nel silenzio di una casa, invece penso a quanto, per un buon equilibrio, nella vita, serva invece un divano comodo.
Oppure una mano amata, che ti prende la testa.
Questione di divani, questione di mani, insomma.
Adesso sono scomodo.
Dicono, ma ne sono sicuro di mio, che si possa cambiare.
Divano.
Ma anche vita.
Ne vorrei uno nuovo, di divano.
È una vita dove, in giornate come questa, si possa festeggiare e non dover tenere dolori pungenti tra le mani.
Credo sia più facile, per come sono fatto io, cambiare vita che divano.
Presente (a me stesso)
Ecco.Mi spaventano più le fini che gli inizi. So far bene, non fraintendermi, in entrambi i casi.
Ho davanti un tramonto pacifico, l’Adriatico è un mare strano per me, non mi sento a casa qui, guardo la pineta, i bambini che giocano. Mi è venuto da scrivere, mentre guardo in silenzio.
Ho paura della fine, mi è già successo, e del dolore che porta con se. Il vento di ieri agitava la pineta e sollevava polveri gialle di sabbia, mentre facevo la statale, ascoltando la moto borbottare nervosa. Come un cavallo, si ricordava di questo posto, della fine che ha portato anni fa.
In un certo senso, siamo tornati sul luogo del delitto. E siamo nello stesso delitto. Si può morire due volte?
Si.
Passa, la morte dell’anima, come passa l’acqua sui dubbi che come sassi si levigano.
Ecco perché si può morire due volte. Si può anche uccidere due volte. Poco male.
Penso alle cose che ho, oggi. E scrivo guardando il sole cadere annoiato dentro una pineta. Mi sento ospite, su questo lato della costa, come mi sento ospite, nella vita che sto facendo adesso.
L’ospite è piacevole fino a un certo punto. Per questo domani inforcheremo la lunga autostrada, Hernest che borbotta nervoso, io che conto le ore guardando cartelli che scorrono veloci.
Per questo mi fa paura la fine, perché per un inizio è sempre necessaria una fine prima.
C’è un tempo, dell’amore e della vita, in cui si coniuga al presente, quasi il futuro fosse vietato, che il passato è bandito come un brutto ricordo. In questo tempo, vivi. Preghi. Sorridi. Come fosse solo oggi.
Allergico al futuro, ti spaventa quanto ti fa male il passato. Un prezzo che paga chiunque abbia vissuto.
Per raccontare qualcosa, ci pensi osservando un tramonto, hai bisogno di qualcosa da raccontare, hai bisogno di un passato da cui scappare per avere un futuro da sperare.
In mezzo un presente da fare.
Piano.
Che quando ti sentì ospite, fai quello che i buoni ospiti fanno.
Torna in un posto che chiami casa.
Che sia una casa, che sia un bar, che sia uno sguardo.
I posti dove tornare, quando vivi al presente, sono rarissimi.
Per questo, è meglio tornarci.
Senza dire ritornerò.
Filastrocche
Vento sottile, vento del mattino
vento che scuoti, la cima del mio pino
vento che canti, che danzi
la gioia tu mi porti, vento sottile.
Aria fresca, fredda ad essere sinceri, inaspettata per esser maggio. Città deserta, sabato mattina, ancora presto per il traffico, mente vuota come un cesto pronto per la raccolta nei boschi, una filastrocca, cantata da un bambino, che risuona in testa.
La Lombardia è piatta nella pancia, come le donne belle, si dice, e nel suo ombelico, la grande città, è ancora più piatta, così il vento dal mare diventa un soffio continuo e deciso che batte sulla barba.
La forcella traballa appena, le gomme nuove sono uno sballo, ah la vita fosse come la moto, ci cambi le gomme e ci puoi correre di nuovo, riprendi sicurezza, dimentichi quella fastidiosa sensazione di precarietà, ti senti più deciso.
No, la vita non è un viaggio in moto, le gomme non sono la soluzione, ma per questo sabato possono bastare. C’è un limite, lo conosco, adoro sapere di poterlo sorpassare, la forcella vibra decisa, quasi a dire che le gomme nuove non bastano davvero, la tangenziale deserta, le nuvole panciute e il sole. Freddo per esser maggio. Forte, per esser un limite.
Mi viene in mente una storia, un inciso, che mi accompagna per qualche kilometro, quasi la testa si volesse riprendere da una lunga anestesia cercando storie belle in un passato che, come uno stagno malsano, fa venire a galla solo cadaveri.
L’inciso è lei, nuda nel letto. Il letto non è mio, nemmeno suo. Precarietà domestica. Lei ha le gambe che tremano, gli occhi coperti da un foulard, le mani che stringono appena le lenzuola. Io, sopra di lei, osservo nello specchio il suo corpo andare al ritmo che decido io.
Sono spezzoni, come fossero ricordi lontani, immagini, dettagli, respiro a fondo, scalo due marce, me lo ha insegnato mio padre, di scalarne sempre due alla volta, lo scarico urla, sento gli pneumatici forti sulla curva, mi sento sicuro, cambio pensiero.
Come fossi leggero, non lo sono da un pezzo, voglio tornare ad esserlo, guardo il cielo.
Vento sottile, vento del mattino
vento che scuoti, la cima del mio pino
vento che canti, che danzi
la gioia tu mi porti, vento sottile.
Ho questa filastrocca in testa, cantata da mio figlio, e il suo sorriso mentre la canta. Ho in testa tutta la paura di non poter vedere queste piccole cose, tutta la noia delle inutili parole di chi mi racconta come interpreta il mio dolore, tutta l’assordante e chiassosa discussione di chi vuole parlare del mio dolore, quando sarebbe semplicemente da prendere e tenere appoggiato al cuore.
Prendo strade statali, quasi volessi un po’ allungare questo viaggio, questo freddo, questi pensieri.
Non ho ricordo di una donna che mi abbia preso davvero in braccio, se non mia madre. Lasciandomi addormentare.
Mi viene in mente una storia, un inciso mentre mi fermo per fare benzina.
Di me e di lei che torniamo dal mare, doveva essere estate, dopo aver fatto l’amore in mezzo alla gente, in mezzo alla spiaggia, in silenzio in macchina, di tutta la soddisfazione dei viaggi di ritorno in silenzio, scottati dal sole, bruciati dalla confusione della passione e dell’amore, che troppo vicini si avvelenano.
E di lei che mi abbraccia, mentre guido, come fosse naturale, come sapesse di questo bisogno.
Arrivo schivando furgoni che scaricano, la moto borbotta, il freddo è pungente, ho la testa ancora vuota.
Mi fermo, scendo, spengo la moto. Annuso l’aria, adoro annusare l’odore di gomma bruciata, questa moto mi da poesia cazzo, cazzo se me ne da.
Mi siedo, un secondo, a pensare.
Io non scrivo più, mi dico.
Io non penso più, mi dico.
Sorrido, guardando il cielo, sapendo che sta tornando tutto normale.
Non chiedermi la definizione di normale, adesso.
Anniversari vari
Ricordo perfettamente del sole, caldo, della finestra aperta, della mia maglietta con Charles Bukowski, della mia sigaretta appesa al labbro inferiore e della magia di fare una cosa che non si capisce molto, ma la si fa, come tutte le grandi cose.
Ecco, a chi mi dovesse mai chiedere come sia nato Il Bradipo questo è quanto.
Ricordo più di quanto io voglia raccontare, questo succede sempre. I racconti sono dei pezzi, piccoli pezzi, di un puzzle molto più grande, molto più complesso.
Scrivo racconti, ne decido la forma e la sostanza, ne decido la lunghezza e l’intensità, è creta, quella nuvola di parole, che modello con le mani che veloci scorrono sulla tastiera. Sono vasi, i miei racconti, che possono contenere amore, vino, poesia, odio, rancore, sincerità, sesso. Chi beve, leggendo, beve quello che vuole. E’ il potere della parola. Chi la scrive non ha potere su chi legge.
Ricordo perfettamente di aver voluto molto per me, di aver scritto molto, di aver amato molto, di aver pensato molto.
Vissuto, si direbbe, per semplificare. Semplicemente vissuto.
Ho un’anima libera, sia dannato chi mi imprigiona, e per la mia libertà ho combattuto battaglie dure e dolorose.
Ho perso il conto degli anni, da quel pomeriggio di maggio in cui ho iniziato questa avventura, per questo, perchè ho vissuto molte vite, tutte in una, la mia.
Ho avuto certezza di morire due volte, eppure sono qui, sicchè non sono morto. Ma, comunque, ho lasciato un pezzo, di me, di noi, di tutto, in quelle morti.
Ho pianto molte volte, da quel pomeriggio. Le lacrime, come il vino, migliorano con il tempo. Si diradano, diventano meno, ma pesano di più. Ogni lacrima è un passo in meno verso la libertà, per questo piango poco, conto le lacrime per contare i passi che ho perso, le occasioni che ho lasciato, le vite che non ho vissuto.
Ero felice, quando ho iniziato. Sono felice anche adesso.
E’ solo che è una felicità diversa, la trama dello spettacolo cambia in corso d’opera, solo i grandi artisti sanno recitare a braccio, la fine è sempre la stessa, me la auguro lontana, in silenzio, e con grande soddisfazione.
L’anniversario di questo blog, l’anniversario di questo scrivere, coincide con il mio compleanno. C’è una ragione segreta. C’è anche un bel ricorrere. Siamo sempre, io e il blog, in quest’occasione, sbronzi. Verso le undici. Adoriamo sbronzarci alle undici.
Prima è prematuro, poi è noioso. Perchè il domani, il giorno dopo l’anniversario della mia nascita e della nascita del blog, è sempre un giorno come un altro.
Ci si prepara, nei giorni come gli altri, a grandi dolori, a grandi amori, a grandi stupori. Bisogna essere lucidi per farlo, per questo mi sbronzo alle undici.
Ero solo, quando ho iniziato a scrivere.
Prima scrivevo fitto su quaderni a quadretti, li tengo tutti.
Sono solo, adesso che festeggio questo anniversario.
Felice di esserlo.
Sapendo di non esserlo del tutto.
Ho chi mi ama.
Volevo lasciarvi con una cosa che ho scritto, pochi giorni fa, seduto sulla moto, rotta, in mezzo a un incrocio.
Io scrivo.
E’ la mia vittoria.
Impossibile sconfiggere uno che vince scrivendo.
Se non ammazzandolo.
E’ solo un giorno normale, io seduto sulla moto, la mia quarta moto, la mia terza vita, oggi quasi piove, mi viene in mente l’estate, i piedi scottati dalla sabbia, il giornale che rumoreggia nel vento, aspettando di essere letto, la sdraio bagnata, il rumore dolce del mare e delle voci del mondo, che ascolto ma senza attenzione. Ho questo adesso. Quello che vedi. Queste mani, i loro calli, stringono manubri senza imbrogliare, se questa moto potesse parlare, ti racconterebbe di come sfogo la rabbia e la solitudine, di come la terza si allunga, diventando una marcia infinita, bruciando semafori, rischiando stupide cadute. Ho questo adesso. Quello che vedi, i miei occhi. Che osano, non riesco a fermarli.
Mi resta da vivere il pezzo più importante, dicono. Quello dei quaranta, quello della maturità,quello delle sfide vinte, quello delle grandi soddisfazioni. Eppure, io sento di dover vincere ancora molto, e di volere ancora molto.
E se sembro fermo, è perchè non guardi gli occhi muoversi e seguire le cose che amo. Resto fermo, perchè muovendomi ferisco, ma seguo con gli occhi, per non perdere la direzione. Al momento giusto saprò dove andare a prendere le cose che amo.
Facciamo un gioco, mi ha detto la mia anima, qualche tempo fa. Dimmi, le ho risposto. Facciamo i conti. Mi ha risposto.
Non pensavo facesse questo effetto.
Eppure, sono qui.
Ciao! vediamoci al solito posto, a bere le solite cose, noi, i soliti. Questo è quello che io chiamo amore.
Guardando una cattedrale bombardata
Primaveroso
Giusto o sbagliato (Ovest, Gamberi e Otarie)
Liste primaverili
Cose che mi dimentico di dire, in questi giorni, ma che ritengo importanti.
Uno: è adorabile, il temporale di primavera, a Milano. Che piove in due vie, poi non piove più, che non fa caldo e nemmeno freddo, che abbiamo quasi paura a dire che si sta bene. Il pavè scivoloso, il traffico nervoso, l’orizzonte con il sole mentre ci si bagna. Poi, d’estate al caldo, d’inverno al buio, ti ricordi di questi momenti. I temporali di primavera sono adorabili.
Punto B: è escluso che una lista primaverile debba seguire per forza un ordine alfabetico o numerico. E’ giusto che segua il disordine, che nasconde l’importanza. Insomma, fattene una ragione, le cose vanno così, in primavera.
Punto terzo: i piccoli gerani alle finestre, rossi e bianchi, mi ricordano Parigi. A Parigi io camminavo molto, da solo, di notte, osservando i balconi, gli sbandati, il traffico, le puttane, le case, i panorami. I gerani rossi nei piccoli balconi del Ticinese, mi ricordano Parigi.
lettera C: inutile che la curiosa assistente del notaio mi osservi le sbavature di sudore sulla camicia. Ho corso per quasi un kilometro, e comprensibilmente ho sudato. Il colore sulla camicia è dato dall’alluminio, contenuto nei deodoranti che mi tocca di usare, unito al sudore. I deodoranti li metti per non sudare, non odorare e non macchiare. E finisce che ti macchiano. Alluminio bastardo. Provi a cancellare l’effetto, dimenticandoti della causa. Mi riprometto di occuparmi anche dei deodoranti, nei prossimi giorni. Adoro il bancone dei deodoranti per uomo. Sopra ci stanno gli anti rughe e le creme per le occhiaie. Sotto le schiume da barba. A volte, con la scusa di farle annusare al piccolo, apro quelle da barbiere alla vecchia maniera, con quel profumo acido e forte. E annuso. Io poi, di mio, non farei mai l’assistente di un notaio. Come lavoro. Finisce che poi ti fissi sulle macchie di sudore della gente, essendo il tuo un lavoro che prevede l’inserimento di fotocopie in faldoni e lo smistamento di telefonate dall’oscuro senso. In un libro, qualsiasi, l’assistente di un notaio finisce per essere una di quelle donne meschine che vengono scopate e poi lasciate. Apprezzo lo sforzo del mini abito e delle gambe depilate.
Punto sette: perchè di fondo non è che abbia perso l’occhio. Osservo il mini abito, la depilazione ordinata, le scarpe di buona fattura e anche le unghie curate. Osservo. Ecco, io osservo molto. Da sempre. Questa primavera è la prima, è una cosa da ricordare, nella quale osservo, distaccato. Come i vecchi che guardano i cantieri, o forse come i pescatori che cercano segni di tempesta nell’orizzonte.
Secondo punto: Adoro stupirmi della bellezza. La vita brucia e pulsa, mi fa fare cose che fanno male, e cose che mi faranno bene. Mi fa capire la differenza, me lo ricorda, mi fa dormire male, mi fa correre. Mi fa finire cose, iniziare cose, interrompere cose. La vita. E sembrano, i miei occhi stanchi, stanchi appunto. Ma non smettono di osservare.
Ho visto un unghia dipinta di rosso spuntare da una scarpa di pelle bianca. Ho sognato di vedere quel piede a penzoloni, in un disordine di fame e desiderio. Una gamba, dio la benedica, che si fida, si lascia andare, un piede che la segue. Dettagli.
Mi stupisce la bellezza. Ho trovato, passeggiando per i cortili del Ticinese, della lavanda selvatica. Di quella che cresce in Provenza.
Sarei rimasto.
Punto H (perchè punto G pareva scontato): mi piace ascoltare. E’ un po’ che mi dicono che non ascolto. Sbagliano. Io ascolto moltissimo. Solo le cose che mi interessano. Arrivo velocemente alla conclusione di un discorso banale, per questo lo interrompo. Ma mi perdo volentieri in una bella storia. Ho ascoltato una storia bella, di Africa, di navi, di viaggi di padri. E mi sono perso. Erano giorni che non respiravo belle storie.
Punto 34: Hernest mi chiama, ogni sera, quando passo dal box. Mi chiamano i viaggi lunghi, senza meta e senza fretta. Ha bisogno di gomme nuove e di un occhio attento alla frizione, prima che mi lasci per strada, bastardo. Ma mi chiama. E’ un richiamo a cui non so resistere. Ci stanno due magliette, un paio di mutande, delle calze e due libri, nella borsa. Insomma, ci sta di voler partire.
e) Non sono quel tipo di uomo che si da per vinto. Adoro le sfide, per forza adoro le sconfitte. Ho la percezione della precarietà della vittoria. E l’ostinazione dei grandi giocatori. Ho solo bisogno di tempo.
p: ho un nuovo racconto in testa. Parla di una donna e di un uomo. Che mica finisce facile. Ho pezzi chiari. Immagina lei, nuda, in una macchina, di notte. E lui. Nudo, in una camera, in un pomeriggio. Immaginali vivi. E spaventati. Talmente spaventati da sembrare coraggiosi. Immagina che scappino da qualcosa. Immagina che possano fermarsi solo insieme. Che lo sappiano, che lo vogliano, ma che ne abbiano paura.
Solo che non ho voglia di scrivere. Sono pigro, o forse sto vivendo troppe cose.
punto q: ho molte cose in testa. E’ primavera