Guardando una cattedrale bombardata

26 Apr
Guardo il cielo, mi sia concesso, senza avere gli occhi al cielo, semplicemente guardando il cielo. Lo faccio senza un motivo. Osservo nuvole, fili d’aria, cirri, scossoni d’azzurro, il sole, ammetto di farlo senza un motivo.
Sono seduto su un capitello, dev’essere del colonnato destro, quello più rovinato dall’ultimo bombardamento. Lo riconosco dalle bruciature di candele.
Mi suona il telefono, nel silenzio assoluto.
Dice, tu ultimamente scrivi poco e quando scrivi sei pieno di rabbia.
Dico di si con la testa, fa ridere, perchè siamo al telefono, e non credo veda la mia testa dirle di si.
Ma resto senza voce, come avessi finito le parole, il fiato, la voglia, tutto insieme.
Posso raccontare da dove sto rispondendo, ma non servirebbe.
Non scrivo.
Quando mi resta tempo, quando resto solo, torno sul piazzale, sul sagrato, e mi siedo su questo capitello. Che piova, che ci sia il sole, che sia giorno o che sia notte.
Non so se sia normale, non so se sia giusto o sbagliato. Mi interessa poco, il normale, il giusto e lo sbagliato.
Ho il cuore che butta acqua da tutte le parti, bisogna tenere duro e lavorare di secchio per svuotarlo, prima di capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.
La sofferenza è un fiume in piena, come l’amore. Tanto che qualcuno li scambia, per potenza e irruenza, l’uno per l’altro. Stessa acqua, stessa potenza. E’ differente il destino.
Seduto, guardo la cattedrale bombardata. Sono l’architetto, il costruttore, sono stato il committente, ne sono stato il vescovo, adesso seduto tra le rovine sul sagrato, guardo cosa hanno combinato le parole di troppo, il disprezzo, l’odio, il non amore.
C’è silenzio intorno a me, non invito molte persone a stare seduti sulle rovine, insieme. Per educazione, perchè capisco che non sia un grande programma, perchè molti di quelli che conosco hanno paura della guerra, dei bombardamenti e della vita dopo. Sarebbe stupido spaventarli ancora di più
E’ un posto dove dovrò stare per un po’, penso ogni tanto.
Dovrò portare via qualcosa, prima di ricostruire, prima di sognare un progetto migliore, indistruttibile, dovrò camminare nelle rovine, cercando le cose che mi interessano, scavando, recuperando pezzi.
Non costruisci una cattedrale pensando alla fine, ai bombardamenti, alla guerra.
Costruisci una cattedrale per celebrare la fede, infinita, la fiducia, che illumina come la luce che passa nelle vetrate, costruisci una cattedrale pensando sia il progetto della tua vita.
Quanto durerà, chiedono tutti.
Perchè è come se le tue rovine dessero fastidio al resto della città.
Il fuoco, amico, ha distrutto pezzi importanti, la struttura portante è minata. Resti affascinato e immobile nel guardare le rovine, quasi quasi le lasceresti li, a memoria, per te e per chi passa a guardare.
Eppure, eppure, eppure le crepe, le rovinose crepe dei primi colpi di fucile, i vetri rotti, i quadri caduti, avevano portato presagio da tempo delle imminenti rovine. Nessuno immagina una fine così tragica, ma le crepe le osservano tutti, le vedono, le accarezzano, ci si abituano.
La cattedrale, appena costruita, è un miracolo a cui credevano in pochi. Ci sono voluti anni per definire il progetto, per trovare i marmi, per lavorare il legno.
Eppure in un solo momento sono arrivate le crepe del tempo.
No, il tempo non crepa il marmo.
Sono gli scossoni, i colpi, l’incuria di portare la guerra fin sul sagrato.
Il tempo non ha colpe, in queste cose.
E poi le bombe, una guerra rapida, una guerra vera, con il rumore, il crollo, le rovine.
Seduto sul capitello della navata destra, adesso ricordo perfettamente di aver voluto la navata destra con questi capitelli, perchè il sole, entrando al mattino ne potesse illuminare le forme, dando bellezza alle colonne. Perchè quando costruisci stai attento ai dettagli, è quando distruggi che non ci pensi.
Seduto sul capitello osservo i danni.
Quantifica, mi chiedono.
Non è un danno quantificabile.
Non ho nessuna intenzione di ricostruire dove ho costruito.
Voglio portare via le cose rimaste intatte, perchè con il tempo mi serviranno per costruire di nuovo.
Quelle che sono rimaste dopo i saccheggi.
E le piogge.
Non scrivo perchè sto osservando questa cattedrale. Da qualche tempo resto seduto su questo capitello, osservo le rovine, tocco il marmo, a volte la sera quando vado via, chiudo il portone anche se una breccia a sinistra lo rende un gesto inutile, ma è l’abitudine.
Ascolto voci in sottofondo, chi passa mi chiede, quanto durerà, ma che cosa è successo, chi è stato, e io dove posso stare, io posso stare qui con te, io posso venire con te.
Non rispondo, perchè a fatica sento le voci, coperte dall’assordante silenzio delle rovine.
Sono bellissime da guardare, per me. Perchè ci trovo tutte le premesse del crollo, tutte le promesse della costruzione, tutte le notti passate e i giorni.
Non scrivo, perchè sto seduto a guardare una cattedrale distrutta dalla guerra.

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