Primaveroso

21 Apr
Tuttavia, prima di desistere, tengo a far presente due cose, saranno poi coloro che vedranno, coloro che mi accompagneranno, coloro che ci saranno, a dire se sono cose importanti, se si tratti davvero di due cose che valeva la pena dire.
In ogni caso, dicevo, prima di desistere, prima di andarmene, prima di dover ammettere, se si tratta di ammissione, di aver sbagliato, voglio dire due cose.
La prima è che noi, e con noi intendo la mia famiglia da almeno quattro generazioni, fino al bisnonno che ricordo per i suoi baffi, noi non desistiamo. Sembra secondario, ma è di fondamentale importanza. Noi non desistiamo, mai. Siamo una famiglia così. I maschi della famiglia tendono, nel non desistere, a lamentarsi di più, come i pesci rossi fuori dalla boccia di acqua che si agitano per qualche minuto. Noi, maschi della famiglia, tendiamo a sbattere la coda, ancheggiare, boccheggiare, annaspare, ma poi mica desistiamo. Ci deve uccidere, la vita, per farci desistere. E questo mi sembra parecchio importante, ma non sono io a poterlo dire. Per curriculum, sappi, sappiate, che io personalmente non desisto da almeno sei anni.
Davanti ai suoi occhi, verdi come la speranza del mare, belli come i campi a primavera, profondi come il cielo, che mi imploravano di desistere, io ho sentito tutto il peso del mio cognome, della storia della mia famiglia, e un sordido mal di pancia, che confondo spesso per acquisito cinismo per colite, ma che in una vita romantica verrebbe subito riconosciuto come innamoramento precoce. Davanti a quegli occhi, che mi guardavano dal basso verso l’alto, innamorati più dei miei, ma impossibilitati a dirlo e, figuriamoci, a farlo, io non ho avuto dubbio. Desisti, mi dissero. Quegli occhi parlano forbito, ho pensato. E’ una donna dalle mille sorprese. Ha occhi forbiti, acculturati, bellissimi, chiacchieroni. Ha gambe e anche che, detto terra terra, possiedono e sbraitano come scaricatori del terminale marittimo. Ma è un piacere, di fondo, esser l’oggetto del possesso di due gambe così. Lievemente increspate, come il mare, da una pelle d’oca dovuta a un vento primaverile inaspettato e a tratti fastidioso.
Mentre senza parlare, seduta a guardarmi, lei mi implorava di desistere ho pensato a delle cose. Io, quando sto con lei, penso a delle cose. Non sempre riesco poi a dirle.
E non sempre, direi, è necessario che vengano dette.
Lei, seduta, sembrava una donna senza tempo, con una gonna adatta alla Florida degli anni sessanta, una scollatura casta da anni quaranta, un sorriso perfetto per un ritratto contemporaneo, e quei dannati occhi.
A salvarmi sono state le scarpe, color pelle, color carne, color infinito.
A distrarmi sono state le scarpe, che immagini in un letto, insieme a lei, per diana, ma senza vestiti a crear noia.
E gli occhi che, implorando, dicevano: desisti.
Ma da cosa, ho risposto, appoggiandole sulle labbra un bacio che voleva essere una risposta, invece è stato una domanda.
E qui, per dovere di cronaca, devo anche dire la seconda cosa importante.
Non sempre riesco a fare quello che penso.
La nostra famiglia è così. Specialmente da parte di padre. Siamo uomini che vengono dalle colline che anticipano il mare. O vivi in montagna o sul mare, gli uomini delle colline stanno in mezzo nella vita. Non è un bene, diceva un vecchio parroco di montagna, molto ascoltato anche dalla gente del mare.
Comunque siam fatti così. Pensiamo molte cose, molte cose facciamo. Ma non è detto che seguano una logica.
O, per lo meno, una logica c’è. Ma è difficile da spiegare.
Insomma, non per rassicurare o preoccupare, ma faccio cose che hanno un senso logico ben preciso. E’ che faccio fatica a spiegarlo.
Ad esempio, ai suoi occhi che mi dicono di desistere, mi implorano, per il bene suo, per il bene mio, non esiste ancora un bene nostro, io ho risposto lasciando scivolare la mano sinistra tra le sue gambe.
Per sentirle, al mio passaggio, aprirsi delicate.
Delle sue gambe dovete conoscere le strade. Non tutte portano al ventre. E’ un territorio pericoloso.
Io lo conosco per pratica, sono scivolato in parecchi burroni.
Sentirle, appena, aprirsi, è stata la risposta che cercavo.
Saranno poi quelli che hanno visto, quelli che hanno ascoltato, quelli che ci saranno, a poter dire, la gente adora parlare degli altri, se quegli occhi avevano ragione a chiedere di desistere a un uomo che, per destino, obbligo, famigliarità e amore, non desisterebbe mai.
Saranno poi quelle gambe, che quello stesso uomo amano prenderlo e tenerlo dentro con forza, nude e disperate, a scegliere di farlo ancora.
Questa, dannazione, è la primavera.
L’amore è come il tempo in primavera, incerto,  diceva un vecchio parroco di un paese sul mare, a Ponente.
Certo, è una delle definizioni migliori che si possano dare.
Per uno che sa molto bene che, per quanto incerto, è sempre l’anticipo dell’estate.
Desisti a chi?

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