Giusto o sbagliato (Ovest, Gamberi e Otarie)

14 Apr
A proposito ti devo confessare una cosa.
C’è un momento, c’è un calcolo alle spalle, come alle spalle di quasi tutte le piccole perfezioni della vita, un momento dicevo in cui il motore smette di tirare in modo ignorante, la moto vibra con una frequenza piacevole, riesci a sentire le piccole imperfezioni della strada che arrivano al manubrio di ghisa e ferro, e l’aria in faccia non è troppo forte. Un momento.
Tu cerchi momenti del genere per un sacco di tempo, da uomo annusi la perfezione, seppur piccola, e abitui il naso, il cuore in verità, a queste cose.
Ti ho già detto, l’estate sarà difficile.
Ho conosciuto un uomo, sulla costa pacifica, che si faceva chiamare Ovest. Diceva di aver fatto lo scrittore, e anche di aver suonato in un gruppo. Era scappato dalla Svizzera, insieme a sua moglie, nel 68. Era arrivato nel cuore di tutto, quando tutto stava succedendo. San Francisco bruciava, sotto i colpi del sole d’agosto e dei primi capelloni. Ferlinghetti, la City Lights Bookstore, il bar di fianco, la poesia di strada, i reading. E molta droga, lo ammette anche Ovest.
Passeggiavo, con quest’uomo, fino al luna park sulla spiaggia. Andavamo al noleggio di surf, per guardare le previsioni del mare sulla lavagna appesa fuori. Succedeva che avevamo un sacco di tempo libero. Succede così in California.
Prendevamo un caffè organico, da soli, nella caffetteria vicino, e poi tornavamo a casa.
Ovest mi ha sempre parlato dell’estate come del momento più difficile da affrontare nella vita.
Perchè, diceva, in estate ti aspetti cose.
L’estate è il culmine dell’attesa, uno si aspetta cose per tutto l’anno.
Poi arriva giugno.
Giugno sulla costa pacifica allontana le nuvole, sembra quasi scappino verso il Giappone, pensavamo ridendo. Le otarie giocano con i riflessi dell’acqua e con le alghe. Trovi degli spazi, tra la spiaggia e le prime ville, da cui non riesci a staccare gli occhi. Sembrano quadri, dipinti da una mano buona, di un uomo buono. Ecco, Dio è buono a giugno sulla costa.
A giugno ti accorgi dell’estate.
E tutto ti arriva addosso.
Come acqua fresca.
Ovest diceva che è questo a far sembrare bello giugno.
Ricordati i profumi che annusi, non le promesse che non mantengono, a giugno.
Mi diceva, con gli occhi che sconfinavano verso il molo.
Ovest poi tornava, quasi ciondolando, da sua moglie. Una donna minuta, ordinata, mora, con le mani curiose e veloci e gli occhi ancora vispi. Stavano seduti sulla veranda.
A luglio ho preso per la prima volta la statale 1.
Inizia uscendo dalla città, ti lasci alle spalle i quartieri, il ponte, i grattacieli, come se ti lasciassi alle spalle una vita. E’ una sensazione da provare. Scendi, attraverso fitti boschi verdi, fino al mare. La statale costeggia l’Oceano fino quasi al Messico.
Ovest mi aveva detto di provarci, una volta.
Fallo, mi disse. E’ il viaggio perfetto per luglio.
Sono quasi ottocento kilometri, ho risposto.
Ne ricorderai settecento. Tolti i primi cento, di boschi e città.
E così è stato.
La moto prendeva corpo dopo aver messo la terza, troppo motore, troppa coppia, troppi muscoli inutili.
Non c’era da dimostrare nessuna forza a nessuno.
Sono partito di martedì.
Al pomeriggio.
Sono tornato di domenica, al mattino, in tempo per la messa in centro, nella cattedrale di Little Italy.
Ho viaggiato solo, quasi sempre.
Io, il rumore della moto e il rimpianto di non avere una macchina fotografica.
Ho tutto l’oceano in testa. Mi fermavo, ogni tanto, a guardare a destra, l’oceano.
Ascoltavo il rumore, quando la strada scendeva sulla costa, oppure il vento, quando era tra le colline.
Ho incontrato contadini, turisti, poliziotti e camionisti.
Ricordo di aver pensato, alla fine, quasi al confine con il Messico: Dio prendimi pure. Ho visto il bene che hai fatto alla terra.
Non sapevo che viaggi come questo potessero davvero cambiare le cose nella vita di un uomo. Ho imparato ad avere sete e fame. Sonno e freddo. Tenere il polso destro duro sull’acceleratore.
Non mollare.
E guidare, seguendo la strada. Come se non ci fosse fretta ma come se non ci si potesse fermare.
Ricordo di essere sceso dalla moto solo per dormire, mangiare e pisciare.
Prendevo i motel più economici. Dormivo spesso con sbandati, puttane e camionisti.
A volte con malcapitati turisti. Ci si guardava davanti al tavolino delle colazioni, con la macchina per i pancake e la ciotola di plastica con la crema e il mestolo. Il succo d’arancia rancido, l’odore di moquette e di sigaretta.
Sotto Los Angeles ho perso la cognizione del tempo, viaggiavo dall’alba al tramonto, senza fermarmi più di tanto. Salutavo i surfisti, fischiavo alle ragazze in bikini, suonavo il clacson ai vecchi in coda ai centri commerciali.
Era la mia parata verso il destino.
Avevo portato un libro con me. Lo usavo per leggere e per prendere appunti.
Lo ho lasciato nella libreria di Ovest, vicino alla cucina.
Mi ha detto che lo avrebbe letto un giorno.
Sai l’italiano?
No.
E come lo leggerai?
Pazienza.
Mi sembrava una risposta buona. Niente da aggiungere.
Verso le pagine centrali c’erano gli appunti su Monterey, con una macchia di salsa per gamberi, una delizia mangiata davanti all’acquario. Ho passato tre ore dentro l’acquario a capire come funzionassero le lunghissime alghe.
Ho mangiato dei gamberi scrivendo appunti sulle alghe e sono ripartito.
Di notte dovevo bere birra per smaltire il male al culo. La sella, vecchia come la moto, non teneva tutto il giorno e al pomeriggio correvo seduto su un pezzo di lamiera bollente.
L’ultimo giorno mi sono seduto a dar da mangiare a degli scoiattoli, sul bordo di una scogliera.
Sapevo di essere arrivato, ma sapevo anche che sarei dovuto ripartire. Spesso. Non sapevo quando, ma sapevo che sarebbe successo.
Mi sono messo a guardare il mare.
Sapevo che questa cosa della moto come questa cosa del mare, non mi avrebbero lasciato in pace.
Tornato in Italia ho provato a controllarlo.
Senza riuscirci.
Avevo una moto più vecchia di me, molto più vecchia, un ordinato bicilindrico tedesco. Monumentale, squadrata, bellissima.
Bastarda, non correva, ma non smetteva mai di andare.
Abbiamo fatto l’Aurelia.
L’Aurelia è la cosa che assomiglia di più alla Statale 1.
E’ una statale infame, piena zeppa di paesi, città, zone industriali. Ma sempre più spesso, esplode nel mare, con la ferrovia di fianco.
Partivo senza avvisare, a metà di un pomeriggio di lavoro. Mi facevo sei ore di moto e tornavo a casa.
Senza spiegare.
Non c’era niente da spiegare.
Non c’è niente da spiegare nemmeno adesso.
Non ho paura, in moto.
Ho filtri, tabacco, un libro, i documenti e le chiavi inglesi. Dovessi partire adesso, potrei farlo.
Ecco la cosa che ti devo confessare è questa.
Non aspetterò giugno.
Maggio mi porterà via.
Ma torno sempre.
E torno felice.
Di solito.

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