Presente (a me stesso)

21 Mag

Ecco.Mi spaventano più le fini che gli inizi. So far bene, non fraintendermi, in entrambi i casi. 

Ho davanti un tramonto pacifico, l’Adriatico è un mare strano per me, non mi sento a casa qui, guardo la pineta, i bambini che giocano. Mi è venuto da scrivere, mentre guardo in silenzio. 

Ho paura della fine, mi è già successo, e del dolore che porta con se. Il vento di ieri agitava la pineta e sollevava polveri gialle di sabbia, mentre facevo la statale, ascoltando la moto borbottare nervosa. Come un cavallo, si ricordava di questo posto, della fine che ha portato anni fa. 

In un certo senso, siamo tornati sul luogo del delitto. E siamo nello stesso delitto. Si può morire due volte? 

Si.

Passa, la morte dell’anima, come passa l’acqua sui dubbi che come sassi si levigano.

Ecco perché si può morire due volte. Si può anche uccidere due volte. Poco male.
Penso alle cose che ho, oggi. E scrivo guardando il sole cadere annoiato dentro una pineta. Mi sento ospite, su questo lato della costa, come mi sento ospite, nella vita che sto facendo adesso.

L’ospite è piacevole fino a un certo punto. Per questo domani inforcheremo la lunga autostrada, Hernest che borbotta nervoso, io che conto le ore guardando cartelli che scorrono veloci.

Per questo mi fa paura la fine, perché per un inizio è sempre necessaria una fine prima. 

C’è un tempo, dell’amore e della vita, in cui si coniuga al presente, quasi il futuro fosse vietato, che il passato è bandito come un brutto ricordo. In questo tempo, vivi. Preghi. Sorridi. Come fosse solo oggi.

Allergico al futuro, ti spaventa quanto ti fa male il passato. Un prezzo che paga chiunque abbia vissuto.

Per raccontare qualcosa, ci pensi osservando un tramonto, hai bisogno di qualcosa da raccontare, hai bisogno di un passato da cui scappare per avere un futuro da sperare.

In mezzo un presente da fare.

Piano.

Che quando ti sentì ospite, fai quello che i buoni ospiti fanno.

Torna in un posto che chiami casa.

Che sia una casa, che sia un bar, che sia uno sguardo.

I posti dove tornare, quando vivi al presente, sono rarissimi.

Per questo, è meglio tornarci.

Senza dire ritornerò.

Una Risposta to “Presente (a me stesso)”

  1. ABC 21 maggio 2016 a 20:02 #

    L’hai scritto al tramonto.
    L’ho letto solo ora.
    Abbiamo pensato all’unisono.
    Abbiamo pensato le stesse identiche cose.
    Nello stesso identico momento.

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