Filastrocche

17 Mag

Vento sottile, vento del mattino
vento che scuoti, la cima del mio pino
vento che canti, che danzi
la gioia tu mi porti, vento sottile.

Aria fresca, fredda ad essere sinceri, inaspettata per esser maggio. Città deserta, sabato mattina, ancora presto per il traffico, mente vuota come un cesto pronto per la raccolta nei boschi, una filastrocca, cantata da un bambino, che risuona in testa.

La Lombardia è piatta nella pancia, come le donne belle, si dice, e nel suo ombelico, la grande città, è ancora più piatta, così il vento dal mare diventa un soffio continuo e deciso che batte sulla barba.

La forcella traballa appena, le gomme nuove sono uno sballo, ah la vita fosse come la moto, ci cambi le gomme e ci puoi correre di nuovo, riprendi sicurezza, dimentichi quella fastidiosa sensazione di precarietà, ti senti più deciso.

No, la vita non è un viaggio in moto, le gomme non sono la soluzione, ma per questo sabato possono bastare. C’è un limite, lo conosco, adoro sapere di poterlo sorpassare, la forcella vibra decisa, quasi a dire che le gomme nuove non bastano davvero, la tangenziale deserta, le nuvole panciute e il sole. Freddo per esser maggio. Forte, per esser un limite.

Mi viene in mente una storia, un inciso, che mi accompagna per qualche kilometro, quasi la testa si volesse riprendere da una lunga anestesia cercando storie belle in un passato che, come uno stagno malsano, fa venire a galla solo cadaveri.

L’inciso è lei, nuda nel letto. Il letto non è mio, nemmeno suo. Precarietà domestica. Lei ha le gambe che tremano, gli occhi coperti da un foulard, le mani che stringono appena le lenzuola. Io, sopra di lei, osservo nello specchio il suo corpo andare al ritmo che decido io.

Sono spezzoni, come fossero ricordi lontani, immagini, dettagli, respiro a fondo, scalo due marce, me lo ha insegnato mio padre, di scalarne sempre due alla volta, lo scarico urla, sento gli pneumatici forti sulla curva, mi sento sicuro, cambio pensiero.

Come fossi leggero, non lo sono da un pezzo, voglio tornare ad esserlo, guardo il cielo.

Vento sottile, vento del mattino
vento che scuoti, la cima del mio pino
vento che canti, che danzi
la gioia tu mi porti, vento sottile.

Ho questa filastrocca in testa, cantata da mio figlio, e il suo sorriso mentre la canta. Ho in testa tutta la paura di non poter vedere queste piccole cose, tutta la noia delle inutili parole di chi mi racconta come interpreta il mio dolore, tutta l’assordante e chiassosa discussione di chi vuole parlare del mio dolore, quando sarebbe semplicemente da prendere e tenere appoggiato al cuore.

Prendo strade statali, quasi volessi un po’ allungare questo viaggio, questo freddo, questi pensieri.

Non ho ricordo di una donna che mi abbia preso davvero in braccio, se non mia madre. Lasciandomi addormentare.

Mi viene in mente una storia, un inciso mentre mi fermo per fare benzina.

Di me e di lei che torniamo dal mare, doveva essere estate, dopo aver fatto l’amore in mezzo alla gente, in mezzo alla spiaggia, in silenzio in macchina, di tutta la soddisfazione dei viaggi di ritorno in silenzio, scottati dal sole, bruciati dalla confusione della passione e dell’amore, che troppo vicini si avvelenano.

E di lei che mi abbraccia, mentre guido, come fosse naturale, come sapesse di questo bisogno.

Arrivo schivando furgoni che scaricano, la moto borbotta, il freddo è pungente, ho la testa ancora vuota.

Mi fermo, scendo, spengo la moto. Annuso l’aria, adoro annusare l’odore di gomma bruciata, questa moto mi da poesia cazzo, cazzo se me ne da.

Mi siedo, un secondo, a pensare.

Io non scrivo più, mi dico.

Io non penso più, mi dico.

Sorrido, guardando il cielo, sapendo che sta tornando tutto normale.

Non chiedermi la definizione di normale, adesso.

 

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