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12 Apr
E’ un racconto un po’ triste. Andrebbe letto di sera, da soli, seduti, appunto, su uno sgabello. Andava scritto da soli, di sera, o forse non c’è un modo esatto in cui scrivere racconti così. C’è solo un tempo, per farlo. Andava fatto, come molte cose, prima. O, come diceva mia nonna Laura, per tempo.
Lo sgabello è coperto da un centrino fatto all’uncinetto. La nonna quando non sapeva cosa fare, si metteva china su se stessa, ad armeggiare con il piccolo uncinetto blu cobalto. Non ho mai capito se alla mamma piacessero veramente, le creature di buchi e cotone che uscivano dalle mani della nonna. Ma ne eravamo pieni. Copri cuscini, piccole coperte, centri tavola e centrini per sedie e sgabelli. Lo sgabello è quello vicino al forno, dove in effetti uno sgabello non servirebbe per niente.
Serviva alla gatta che ci si arrampicava per annusare le cose che bollivano nelle pentole. Una volta ci si è anche bruciata i baffi, annusando i fornelli. Serviva a mio padre, a volte, per appoggiare cose. Serviva a mia madre per sedersi, quando voleva ascoltarmi.
Come molte cose nella casa, morta mia madre, è rimasto tale e quale, immobile, quasi che a spostare cose si potessero spostare, e magari crepare o peggio rompere, ricordi.
Mio padre ci si siede spesso, adesso. Seduti sullo sgabello si vede il terrazzo, dove ha messo una ciotola di riso. I passeri arrivano verso metà mattina, prima controllando e poi avventurandosi fino alla ciotola per beccare il riso. E’ una delle soddisfazioni di mio padre, che compra apposta delle buste di riso che tiene nella credenza.
Il centrino è ingiallito, viene lavato per pietà due volte l’anno, e lo sgabello ringrazia il cielo e la moda degli anni settanta, per essere di sano ferro, a dirla tutta arrugginito sulle gambe e rovinato nelle giunture.
A volte, d’estate al tramonto, trascinavo la poltrona sul terrazzino, insieme allo sgabello.
Mi sedevo nudo, protetto dalla tenda, a bere ascoltando la città. C’è uno strano silenzio, in centro d’estate.
Appoggiavo da bere sullo sgabello, magari un libro, e aspettavo che arrivasse la luna, godendo del fresco sulla pancia.
Ripensandoci, mio padre usa lo sgabello per prendere tutte le notizie della vita, quelle che fai fatica a restare in equilibrio.
Capisce il tono della conversazione, si siede, appoggiando la schiena mezza al muro e mezza al forno, e aspetta.
Lo sgabello, quasi, lo aiuta.
Una notte di settembre, sono corso a casa, in Vespa, per dargli una notizia di cui, pensavo io, sarebbe stato molto fiero.
Mi sposo.
E’ quel genere di conversazioni che tra padre e figlio non si preparano molto. Siamo, dopotutto, maschi.
Distratti.
Ma ricordo che, con la coda dell’occhio, si è messo a cercare una bottiglia. Si è alzato a fatica e ha deciso di aprire un rosso, vecchio e corposo, adatto a bistecche e inverni.
Abbiamo bevuto. Si beve, in queste occasioni.
Un giorno gli ho portato un piccolo ciuccio. Ancora confezionato. Senza dirgli nulla, gli ho messo tra le mani la confezione.
Seduto sullo sgabello, mi ha guardato.
Di quegli sguardi che non si preparano molto.
Ma poi succedono. Perforanti.
Mio padre prende la vita da uno sgabello.
Chiamalo stupido.
Bisogna sempre pensarci bene, sul come dargli certe notizie, complice il cuore debole e la testa troppo dura, si rischia sempre qualche imprevisto.
Ho ereditato il cuore debole, la testa dura, e vorrei ereditare lo sgabello.
Ci ho pensato, è parecchio comodo.
Mi ci siedo io.
E inizio un discorso. Mio padre nota tutto. Nota gli inizi, gli accenti, le pause, i sorrisi e gli sguardi.
Sembra che questo renda difficili le cose, ma in verità è tutto molto più semplice, senza la possibilità di mentire.
Mi ci siedo io, e inizio un discorso.
Che avrei dovuto fare molto prima.
Ma che poi non ho mai fatto.
Per il vizio di voler sempre dare una seconda possibilità, al cuore e alla vita.
Le seconde possibilità, quando valgono la pena, il cuore se le prende da solo.
E’ un discorso fatto sottovoce, con calma. Ho bisogno di dire tutto.
E ho modo e tempo per farlo.
Lo sguardo di mio padre, questa volta seduto sulla poltrona, è diretto sulle mie labbra, quasi ad aspettarsi un finale che non vuole.
Si ferma sui dettagli, proprio come faccio io.
E sul quel non amo più.
Non amo più.
Non chiede chi.
Non chiede perchè.
Si ferma sul Più.
Lo colpisce il più.
Non so perchè.
Ma si ferma li.
Le nostre di chiacchiere, tra padre e figlio, assomigliano a un delicato origami, uno splendido animale di carta e fantasia, che a vederci parlare uno si chiede come possa esserci anche solo un piccolo risultato.
Magie, le nostre chiacchiere sono magie, di due uomini che non sanno parlare tra loro, che sanno ascoltare i dettagli ma non capire le ferite, che sanno valutare i rischi, ma non prendono posizione.
Da sempre.
Origami delicati e complessi, frutto di anni di silenzi e rimbrotti.
Ne usciamo sempre senza finire l’ultima frase, come fosse una promessa non detta, sediamoci ancora a finirlo questo dannato discorso, quando avremo deciso chi dei due abbia ragione, chi ha torto, chi deve pagare il conto.
Come fosse importante.
Mi alzo dallo sgabello, cercando di guadagnare la finestra, per fumare, e lo vedo con la coda dell’occhio occupare di corsa il suo sgabello.
Quasi a riprendersi una, l’ultima forse, certezza.
Accendo la sigaretta, in silenzio guardo fuori, il tram, il traffico della sera. Mi ricordo che da bambino restavo a guardare da questa finestra per ore.
Mi piacerebbe farlo ancora.
O forse mi piacerebbe quella sicurezza ovattata che hanno i bambini, che avevo io, a guardare il mondo dalla finestra di casa loro.
Lui non parla.
E’ fermo su quel Più.
Non chiede.
Il silenzio, lo abbiamo imparato bene noi due, è complice di chi ha rabbia.
Il silenzio di questi momenti, purtroppo, rimane più di tutte le parole.
Mi giro, buttando la sigaretta in un vaso.
Osservo la cucina, lui sullo sgabello.
Non sono venuto a chiederti un silenzio, ne una mano.
Sono venuto a dirti una cosa che avrei dovuto dirti prima.
Avresti dovuto dirmela per tempo, risponde quasi sottovoce.
E me ne sono andato, nel silenzio, osservandolo rimanere immobile sullo sgabello.
Pensando, scendendo le scale, a cosa cazzo volesse dire per tempo.
A volte, la vita, andrebbe vissuta da uno sgabello.

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