Un destino vestito da disgrazia 

Mi serviva un pretesto, una scusa, plausibile, che sembri vera.

Per fare il bagno tuffandomi dalla punta, mare mosso e vento gelido, la condizione perfetta avrebbe detto Vittorio, che fa il pescatore, troppo pericoloso avrebbe risposto Lorenzo, che fa il padre. 

Mestieri diversi ma utili uguali, ho imparato da me.

Potrebbe anche piovere, lo sta facendo da qualche parte dietro alle colline, come quando eravamo in quella casa sull’Isola d’Elba, nascosta in una vigna a due passi dagli scogli, che tanto piaceva a mio padre e mia madre.

Faccio fatica a tornare, da questo posto, lo so già da qualche tempo, ma ogni volta che arrivo mi torna il pensiero. È un posto magico per questo: stando fermo al sole sotto un diluvio di cicale e onde, guardando l’orizzonte azzurro, ti viene da trovare il rosario di buone ragioni per tornare. Ma è una corona sempre più breve, una preghiera sempre meno sentita, uno sforzo sempre meno necessario. Succederà, è una speranza e una promessa, di non doverlo più recitare, questo rosario. 

È così inospitale la mia anima, da assomigliare alle siepi di rosmarino che si arrampicano sugli scogli. Forse più ai fichi d’India. Perché faccio splendidi fiori e i miei frutti sono buoni, basta saperli raccogliere.

Mi picchia il cuore nelle tempie, per l’acqua gelata, per le voci in sottofondo, per le piccole cicatrici che in mare bruciano, disinfetta bruciando, ma solo il tempo guarisce. 

Sorrido guardando la costa, sempre più lontana, mi piace sgridare la vita nuotando, sculacciando la morte con le bracciate forti.

Mi serviva una scusa per arrivare qui. 

Arriva il pomeriggio e anche il Libeccio, spazza via i curiosi e le foglie morte, ho un ritmo in testa, sarà la musica di questa estate. 

Ho paura di settembre, odio ottobre, disprezzo novembre, per questo nuoto adesso. 

Ho paura di avere qualcuno nel letto, odio la colazione insieme, disprezzo le cene da amici, per questo nuoto adesso. 

L’Oriente e l’Occidente si incontrano dentro ai miei progetti, ho la certezza che tutto sarà fatto, solo tempo, ci vorrà tempo.

Mio padre dice che mi vuole bene, voce tremante al telefono. Sarà il caldo, dico, che ti fa tremare la voce. Oppure un figlio che non fa altro che scappare e combattere, che non ha ancora conosciuto la pace, che la pace vorrebbe averla al suo fianco, invece fa la guerra. Va bene il caldo, come scusa.

Tanto tempo, ci vorrà. Per voler ancora trovare le lenzuola calde, per voler litigare per un film, per lasciar cadere sorridendo, per sorridere di un successo non tuo. Gli dico.

Non risponde.

Tempi tecnici di telefonate che sotto il sole sugli scogli sembrano durare ore.

Non hai tutto questo tempo, risponde. 

Lo so, se no non sarei venuto a nuotare. Qui, solo. 

Vediamoci per un caffè. Quando torni.

Torno prima che faccia buio, quasi che nessuno si accorga della mia assenza, quasi che la mia assenza non sia davvero così fondamentale. 

Rubo un sassolino e ci gioco mentre cammino sulle colline, le gambe, mi fanno male le gambe. 

Sono seduto a cena, osservo mio figlio mangiare con fame, la fame dei bambini. 

Chissà cosa mi ha portato così lontano da tutta questa normalità in cui tutti si siedono comodi.

Chissà se sono davvero destinato a morire nuotando, continuando a combattere, oppure fermandomi, come un gioco scarico, come un fuoco esaurito. 

Il racconto dei miei tradimenti, la storia delle mie assenze, il lungo elenco delle mie colpe, una spunta delle mie disattenzioni, una lista delle cazzate.

Sono tutte cazzate.

Tutte cazzate.

Che come un pesante zaino, porto a spasso con me. E alle quali ho voluto smettere di aggiungere alte pietre.

Francesco, sono tutte cazzate.

Lo so, ma sono semplicemente stanco di chiedere scusa.

Succede, scusate.

Per questo nuoto solo.

Solo nuoto.

Perché sono stanco di sentirmi responsabile dei mali e delle sofferenze, come se io non ci avessi rimesso altrettanto, come se il mio cuore non fosse pieno di cicatrici, non avesse smesso di battere per un bacio, per un sorriso, per un successo, come se io fossi un autore freddo, un automa.

Invece sono qui, con le cicatrici che bruciano. 

Solo che, questo me lo hai insegnato tu, papà, chiedo sempre come stai, sorrido sempre, figuriamoci ammettere che 

smettessi di sorridere, smettessi di nuotare, farebbe un male enorme.

Non saprei di cosa ho paura, forse non ho paura, sento solamente chiamare il mio nome, a gran voce, da cose che mi allontanano dalla costa.

Sarà l’estate 

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