Le rivoluzioni di Alfeo

12 Lug

Le rivoluzioni di Alfeo sono tutte raccolte in un racconto, per ora sedici pagine, e tengono botta sul computer da qualche mese, sospese tra una lunga lista di cose da fare, persone da vedere, telefonate, messaggi, articoli, post.

Le rivoluzioni di Alfeo sono un bel racconto, me ne rendo conto da solo, non ho bisogno di lettori felici e lettrici adoranti.

Lo dovevo a mio zio, Alfeo appunto, e al suo modo strano di vivere, prima, e morire a un certo punto. Facendo una, l’ultima, rivoluzione.

Non scrivo da mesi. Seriamente.

Leggo pochissimo, il tempo che mi avanza viene divorato, come il bagnasciuga, da un mare impetuoso di cose da fare. Distinguo le priorità per sesto senso, e mi fido poco dei primi cinque, figurarsi del sesto.

Questa mattina ho iniziato a pensare.

Guidando.

E mi è venuto in mente che forse è arrivato quel momento lì.

Io sono un bell’albero.

Ho rami in fiore, curo i piccoli germogli, ho fatto frutto per parecchie primavere, lo farò ancora.

Mi sono accorto, tutto in un anno, che per far frutto devo tagliare i rami secchi.

Gli uomini sono come alberi.

Non crescono per paura di tagliare rami secchi.
Relazioni, lavori, perdite di tempo, paure, morbosi rapporti con il passato.

Ho provato da me.

Per necessità, ho tagliato il primo ramo. Fa un male enorme. Poi il secondo, fa lo stesso male, ma sei preparato. Poi il terzo. Tolgo cose, che sembravano indispensabili. Rimodello una vita, non pensavo di doverlo fare a trentasette anni. Ma è così. Non pensavo molte cose, ne pensavo tante altre. Penso sempre, ininterrottamente.

Un flusso costante di possibilità, di sfumature, di pensieri che galleggiano.

Alfeo non ha mai fatto una rivoluzione più bella di quella che è partita questa mattina.

Nei rami ci stava finendo anche questo blog.

Io scrivo per vivere, non vivo per scrivere, ma ho bisogno di scrivere. Come di respirare, come del mare. Bisogni primari.

E non sto scrivendo. Se non piccole cose trascurabili.

Allora mi son preso del tempo. Tagliare questo ramo sarebbe una gran bella sofferenza, per uno come me attaccato alla memoria.

Allora mi son detto, aspettiamo l’estate. Tagliamo d’autunno. Facciamo come se fosse tagliato, questo ramo, ma lo teniamo lo stesso.

Quest’estate voglio nuotare e scrivere, leggere e bere.

Quattro semplici cose.

Prioritarie.

Non scriverò molto qui.

E’ ora che si dia forma alle paure e ritmo alle pagine.

Nuoterò dove so di trovare pace, pesci, correnti. Scriverò, ho già pensato, da quel terrazzino all’ombra. Leggerò, un sabato di questi andrò in centro, sfiorando tutti i libri della grande libreria, e scegliendone quattro. Berrò vino, per accompagnarmi.

Era giusto dirlo.

E’ troppo tempo che non scrivo.

La migliore rivoluzione che Alfeo abbia fatto. Lui, uomo tutto d’un pezzo se non per quel cuore, ridicolmente debole, che lo ha lasciato a piedi come una Lambretta ingolfata, fino a fermarsi del tutto, ha provato lui a far rivoluzioni per tutta la vita. In giacca e cravatta, con un panciotto sempre ordinato, capelli indietro e occhiali fini e neri.

Delle sette rivoluzioni che ha iniziato pubblicamente, se ne ricordano cinque. Due lo portarono in prigione, due gli fermarono il cuore, una andò a buon fine, con anche la banda del Paese che, nel giorno di Pietro e Paolo, passando dal suo balcone, lo ricordava.

Le due che nessuno ricorda sono state le più dure.

E verranno dimenticate.

Camminava per la cucina sempre di fretta, spaventato dal passare del tempo. Mangiava stando attendo a non sporcare il panciotto, e dormiva con il giornale sul comodino.

Era il suo modo di dire alla vita: sono pronto, partiamo, con queste fottute rivoluzioni.

Invece niente.

Povero Alfeo.

La migliore, la sua vera rivoluzione, l’ha fatta oggi, con quel piccolo nipote a cui voleva insegnare la politica, le donne, il tabacco e la scopa in coppia.

Tutte cose, ho imparato, che si fanno solo con del buon Lambrusco.

Questo, zio Alfeo, lo ricordo perfettamente.

 

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