Radio Havana

3 Lug

La radio suona indecisa e gracchiante un pezzo dei Green Day, lo speaker lo annuncia come un grande classico degli anni 90, pronunciando il titolo con quel l’odioso e traballante accento che hanno i giovani della seconda generazione, cresciuti a Sponge Bob e baseball senza sottotitoli.

Cristo, i Green Day sono un grande classico. 

Ho sentito bene.

Nonostante il caldo, la domenica il caldo sembra sempre più feroce, recupero le forze per mettere del caffè dentro alla moka. Colombiano, duro e aspro, dovrebbe farti nostalgia dell’Italia, invece ti fa solo venir voglia di un bravo gastroenterologo. 

La piccola catena che lei mi ha regalato, batte ritmica ballando dal polso sulla moka, mentre stringo fino a sentire le guarnizioni lamentarsi.

Siamo rimasti così. Io con una catena al polso, lei con un ricordo al cuore, promettendoci in un aeroporto semi deserto, che la catena sarebbe ritornata al suo polso e la malinconia nel mio cuore. Le cose, questo lo posso dire, vanno sempre rimesse a posto. Costasse una vita intera. Così, con questa promessa, le ho stretto il collo salutandola con un bacio appena appoggiato alle labbra. 

Ok, sarebbe stato meglio un “ti amo”, così struggente da rimanere, piccole cicatrici le parole, fino al mio ritorno.

Non abbiamo bisogno di storie scontate, di finali struggenti, di dolori e rimpianti.

Abbiamo avuto abbastanza, di queste cose, per questo ci siamo rifugiati uno nelle braccia dell’altra. Così i nostri corpi si parlano, le nostre verità galleggiano nel vino delle nostre conversazioni, non ci risparmiamo niente, nemmeno qualche graffio. 

Il caffè è pronto, cerco dell’acqua fredda, aprendo le finestre da cui passo. Sessanta metri quadrati, un piso por blancos, un fottuto mini appartamento senza acqua fredda. 

Guendalina, la nativa che mi porta da mangiare, riesce a portare sei bottiglie d’acqua in un sol colpo, salendo le scale di legno come fosse cosa da tutti i giorni. Io riesco a finirle in due giorni, la sete da caldo, la sete da rhum, la sete che contrasta la fame.

È destino che io la domenica sia solo. 

Un destino in cui io e Dio abbiamo messo le mani, e come co autori non siamo un granché. 

Se riuscissi ad arrivare alla spiaggia in fondo allo stradone, nuoterei. 

È una buona cosa da fare di domenica. I grassi turisti americani galleggiano a riva, come boe bianche quasi lucide. 

Le ragazze del posto fanno a gara a sorridere ai bianchi. Venti dollari e compri del tempo, la pelle olivastra, la timidezza dei sogni rovinati e, se ti va bene, un paio di malattie veneree.

Prendo carta e penna. Le lettere. Le nostre lettere, lei dice di volerle mettere tutte in un libro. È una cosa che mi fa ridere, come la sua timidezza dei piedi.

Ha i piedi timidi, a letto nudi, li nasconde e io adoro trovarli con le mie dita. 

Accarezzo piano il foglio pensando ai suoi piedi. 

È finita che ci scriviamo lettere, messaggi di un amore che una catena promette di riportare alla base.

Io torno sempre. 

Mi porto dietro un pezzo di mondo, ogni volta. Racconto per pochi, delizia dei miei occhi, ricordi e memorie che faccio solo mie.

Spengo la radio e mi accendo una sigaretta. Tabacco panamense, acido e secco. Ti ci abitui. A tutto ci si abitua. Anche alla distanza.

Al tabacco, al caffè, ad essere fedeli a un’idea, a parlare da soli, a correre tra un terminal e l’altro, alla distanza.

I bianchi, alla domenica, non vanno a puttane, vanno alla messa nella grande chiesa, la cattedrale, dove le donne sventolano ventagli colorati e gli uomini sudano in camicie di lino trasparente.

Poi, i piccoli bar aprono le danze, birra ghiacciata importata direttamente da oltre confine, tortillas di pesce, sigari, puttane, biliardi inclinati e rovinati, tequila, la notte di domenica che sconfina nel lunedì mattina e tutti che tornano a lavorare.

Mi vanno di traverso le domeniche, ultimamente.

Prendo un libro, un pareo, la vecchia bici rossa, di ruggine più che di vernice, e pedalo sotto il sole, guardando il lento beccheggiare della periferia. Qui non c’è nessuno, al mattino. Sono tutti a lavorare nelle fincas dei ricchi, locali o bianchi. Tornano la sera, accendono fuochi dove grigliano galline e patate, mangiando mais bollito per ingannare l’attesa. Sono l’unico bianco che scende in strada la sera, anche se la gallina grigliata non riesco proprio a mangiarla. 

Sono l’unico bianco che ha l’impellente urgenza di veder finire la domenica. 

Che è il giorno in cui Dio si è riposato, che è il giorno in cui i charter fanno ritorno nel Vecchio Continente, che è il giorno in cui io penso troppo. 

Una crema densa di ricordi, un fiume in piena di pensieri che rompe gli argini, che si calma solo al tramonto, quando riesco a trovare del vino, del ghiaccio e del tabacco decente.

Ogni domenica che passa, ha il suo tesoro, in qualche modo mi avvicina al ritorno. 

Ogni lunedì che inizia, mi ricorda che tornerò, renderò la catena, mi prenderò dei baci, dei silenzi, delle mani sul corpo, dei discorsi sospesi a mezza voce nella penombra delle stanze del nostro amore.

Appoggio la vecchia bicicletta a una palma, entro nel chiosco passando dalla stretta passerella di legno, per non scottarmi i piedi sulla pietra.

Cammino sempre a piedi nudi appena posso.

È la mia protesta al capitalismo, la mia battaglia personale. 

Il capitalismo ha risposto, infilandomi vetri nella pianta del piede, bruciandomi i talloni, rovinandomi le dita. Ho i piedi di un vecchio indigeno. E il cuore di un marinaio. Gli occhi di un giostraio, zingaro. 

Ordino acqua, lime, caffè e un piatto di uova. 

Valle Gringo.

Se non fossi io, la barista andrebbe scopata sul posto.

Se non fossi io.

Non mi scoperei mai una donna capace di portarmi caffè e uova appena le chiedo e anche ben cucinate.

Scoparla significherebbe dover portarsi le uova da soli, e prepararle il caffè.

E andare per le strade di notte, a cercare una donna capace di portarti caffè e uova appena le chiedi.

Il circolo infinito. Le cose infinite non fanno per me. 

Tranne questa catena. Che porto al polso. 

Ho la speranza che sia più di una catena, più di un ricordo, più di una speranza.

Ho il disincanto di sapere che per farlo, dovrò farmi caffè e uova da solo.

Per lei potrei farlo.

Non è romantico da dire, capisco.

La vita mi ha inselvaggito. 

Cane di strada. 

Ecco cosa sono.

Qui i randagi vengono uccisi di notte, per gioco.

Per questo, sarebbe il caso io tornassi.

Per portare la catena alla sua proprietaria e dirle sottovoce: non serve tu mi dia niente da portare addosso. Ho dentro te. 

Ed è la cosa più vicina all’amore che ho sentito nella mia vita.

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