Baffi

Le pareti bianche sono state dipinte da poco, uniforme e neutro riflette l’ombra del lampadario e assorbe le luci della strada. I rumori no, arrivano dal lungo viale alberato, che poi è l’unico, differenza tra arterie e vene, che porta dalle colline giù fino al mare, passando dalla stazione che vomita turisti inglesi e americani e dalla grande rotonda su cui affacciano i bar dei vecchi.

L’aria è fresca, niente nuvole, si vede il grande carro, proprio sopra la finestra, e dal piccolo balcone si possono contare le luci delle ville, sulla collina a Sud. La baia lascia passare aria fresca e odore di mare, di muschio, di pesce e di estate. 

Il Piccolo dorme di un sonno profondo e calmo, un respiro rumoroso, costante, le braccia abbandonate sul cuscino, le mutande stropicciate, il viso rilassato. Ho preso da bere, qualcosa di forte ho chiesto a Eva, e dei libri.

Perché so perfettamente di non dormire. La prima notte, qui, non dormo mai. 

Lascio che l’aria fredda mi passi sui piedi, mi osservo la pancia, respiro profondo, e rido del sentire il mio respiro sul mento, nudo.

Sono nudo, in un letto di un hotel.

Una cosa che, per me, è una piacevole abitudine. Il cuscino è quadrato e duro, le lenzuola sono inamidate e inutili, il tavolino è pieno di vestiti, le scarpe sono in ordine davanti alla porta.

Veniamo dal tramonto, il tramonto di Levante è una questione di ore. Inizia con il caldo del pomeriggio, con il sole che si sposta sopra la collina.

Quello è il momento di andare al piccolo molo, arrampicarsi sugli scogli e buttarsi a picco nell’acqua gelida della baia del porto. Con qualche bracciata, molto fiato e pazienza, si torna a riva.

E mentre tutti fanno per andare, ci si sdraia bagnati sulla sabbia tiepida. E li si resta, a parlare, o anche semplicemente a guadare i gabbiani che volano in cerchio dal campanile fino al mare. Le ombre si allungano e sembra che la spiaggia si calmi, finalmente.

Con la spiaggia deserta ci si sposta a ordinare il vino, un bianco bastardo e umile, tirato su nelle vigne sopra la spiaggia, a sole, salsedine, pazienza e bestemmie. Va servito in bicchieri da osteria, per non farlo sentire a disagio, e va bevuto a sorsi abbondanti, mi hanno detto, perché contadini e partigiani lo hanno bevuto così per anni.

È l’ora delle parole e dei ragionamenti, il sole meno caldo, la calma, il vino. Parole, silenzi, sguardi. Tempo, dorato come il mare con i riflessi del sole, prezioso.

Adora, mio amato sognatore, salire sulla gruccia del bagnino, sedersi e farsi raccontare il mare, le correnti, i suoi pesci, le scogliere. Storie che conosco, sempre le stesse, quasi le volesse ricordare per raccontarle ancora, a sua volta. Chi ama il mare è così, adora sentire e risentire le stesse storie. Chi ama, forse, è così: adora la sicurezza di una storia o di un racconto.

Al solito giriamo scalzi, bagnati e semi nudi per i budelli del centro, con passo lento, mentre tutto il paese esce a cena, vestiti da sera, scarpe lucide e profumi dolci d’estate.

Come zingari turisti, passiamo attraverso la gente, camminando con un passo che permetta alle domande di ricevere risposte. Sembriamo rubati a un naufragio, in mezzo a tutta l’eleganza dello struscio del centro.

Ceniamo ridendo stanchi e mozzicando un pesce, di cui raccontiamo la storia. Le guance, grasse e lucide, vanno succhiate, il petto morsicato, insieme alle olive abbrustolite con il rosmarino.

Sono i giorni di mare. Il mio mare. Mio. Per davvero.

Non ho ombrelloni, menù alla carta, programmi, animazioni, ho il mare, la salsedine, la sabbia, i gabbiani, i pini marittimi, le cicale, le papere e le correnti di vento che disegnano nuvole.

E sto bene.

Qui.

Lo sono sempre stato.

Perché del mare conosco il respiro, la rabbia, la calma, la malinconia di novembre, la gioia di giugno, l’allinfarai delle serate di luglio, la fretta di agosto, la noia di febbraio, il freddo di marzo, le correnti e le onde, il ritmo e i frutti, la pesca e gli scogli.

E forse il mare è la migliore delle dimostrazioni d’amore, del mio essere capace di amare, tutto e sempre, di qualcosa.

Il Piccolo sta bene, per davvero.

Amare una cosa così grande è questione di generazioni. Si passa con il sangue, l’amore per la perfezione.

Così, nel letto, osservo le pareti bianche, so che non dormirò, e rido del mio respiro che accarezza il mento nudo.

Ho dei gran bei baffi. Mi sono tolto la barba, che insieme alle camicie era una delle mie certezze.

I baffi stanno bene, con le camicie e con il mio umore.

Rido del mio mento e delle mie guance.

E rido nel guardarmi allo specchio. 

Senza barba.

Ma pieno d’amore.

Sembro un trafficante, roba che scotta, fine anni ottanta, baffi imperiali e camicie fiorite. Soldi, alberghi anonimi sul mare, pareti bianche e macchine veloci.

Sarebbe una bella storia.

Per questo mi piacciono i miei baffi.

Mi raccontano storie divertenti di un futuro ambientato in un passato remoto. 

I baffi.

Chi lo avrebbe mai detto, in così poco spazio così tanta fantasia 

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