Susanne

– Aspetto. Aspetto da tempo, non saprei dire quanto.

– Cosa aspetti?

– Aspetto che un miracolo avvenga.

-Ne aspetti uno in particolare?

-Gli uomini come me hanno diritto a un solo miracolo in tutta la vita. Aspetto quello.

Susanne è seduta, di sponda, su una terrazza di legno e acciaio, sotto la città illuminata, di lato lui e un vento ostinato da Sud, freddo come tutte le cose che anticipano l’inverno. Cerca di capire, Susanne, con gli occhi piccoli di chi studia, le mani dolci e docili a cercare il bicchiere e i capelli, che sembrano le uniche sicurezze rimaste davanti a questa città, buia di una notte senza stelle, fredda di un inverno senza legna, ma bella come solo i sogni sanno essere.

Susanne da piccola giocava con le bambole e il silenzio, aveva bambole bionde e silenzi stupendi, fatti di alberi e cielo, i silenzi dei bimbi. Ha chiuso le bambole in una scatola di cartone, ha tenuto i silenzi, per giocare ancora. Susanne gioca con i silenzi e con i capelli, mentre gli occhi piccoli scrutano e accettano. Accettare le mani di lui, che accarezzano le sue mani, come fosse un gesto di secoli, un simbolo, un’onda, che batte sulla spiaggia, accettare non è stato facile. Ma il silenzio aiuta.

– Aspettavo un miracolo preciso, che avesse il tuo modo di prendere i capelli per ribattere agli improvvisi salti della vita.

-Impossibile tu abbia aspettato me. Non mi hai mai conosciuta.

-Infatti i miracoli non si conoscono, la forma dei miracoli è sconosciuta, l’odore del miracolo è racchiuso nella speranza, il suo sapore nel desiderio, e i tempi dei miracoli sono diversi da quelli della speranza. Aspettare non serve a molto.

Lui sentiva il freddo vento tagliare la schiena, le mani di lei fredde e piccole, e i suoi occhi, fissi su di lui, a chieder risposte, che nessun uomo ha ancora trovato. Ecco, Susanne, chiedi cose che difficilmente gli uomini sanno di avere, risposte. Ma assomigli terribilmente alla bellezza del miracolo.

La redenzione di una vita, tutta chiusa nel tuo modo di camminare cauta, ascoltando anche con il corpo il silenzio delle cose. L’illusione della perdizione, quando ti abbandoni sul sedile di pelle di un taxi, il corpo bello e appoggiato pigramente. La pulizia della mano di un bambino che toglie la condensa da una finestra, per guardare la neve, quella stessa pulizia dei gesti dei piccoli, la fanno le tue mani, mentre accettano le mani di uno straniero.

Vorrei solo, Susanne, dirti, che io nei miracoli ci credo. Lasciami ballare mentre guardi curiosa il mio modo di affrontare un cameriere, lasciami cantare una canzone senza parole, mentre ti osservo dallo specchio di un’ascensore, lasciami prendere questa vita, e accarezzarla come facevo con le tue mani.

Lasciami, Susanne.

Fare e dire.

 

In loving Memory of Mr. Leonard Cohen

 

El Christo 

Lo chiamavano El Christo.

Perché assomigliava vagamente all’idea che gli uomini hanno di Cristo, capelli lunghi e chiari, barba incolta, fitti occhi verdi. Aveva il viso affilato, un modo naturale di aprire bocca per parlare, un tono profondo di chi non ha vergogna, o forse nulla da perdere, o forse, semplicemente, perché ha perso tutto.

Lo chiamavano El Christo, perchè aveva ricevuto la benedizione della follia, appena dopo i trent’anni, guidando una coraggiosa rivoluzione, nessuna guerra, nessuna battaglia, una questione interiore, di cambiamento, di coraggio e follia. Aveva preso la sua vita, mettendo in discussione tutto, distruggendo e ricostruendo, come il Cristo a trent’anni.

Lo chiamavano El Christo, perché era religioso, era cattolico, era uno dei pochi, pochissimi, ragazzi a spingersi fino alla processione del Venerdì Santo, a baciare la croce socchiudendo gli occhi, per dimenticare le assurde ragioni di un Dio assassinato dagli uomini e dalle loro paure. Diceva così. Diceva di essere scappato da molte religioni, da molte paure, da molte comodità, ma mai da quella croce.

Lo chiamavano El Christo perché sul campo era uno di quelli che giocava come se non avesse paura di soffrire, come fosse immortale, anche se in perenne discussione con un fisico di cristallo, delicato più di quanto si potesse supporre. Era il primo a lanciarsi, l’ultimo a spostarsi. Credeva nel valore della terra e dei metri conquistati dando tutto. Una questione di umanità, quella di dare tutto. 

Un mattino di novembre El Christo camminava, una lieve zoppia alla gamba destra dovuta a uno dei tanti incidenti di gioco, una lieve malinconia negli occhi, quasi un velo, dovuta a uno dei tanti incidenti dell’amore, verso la Cattedrale, insieme a pochi turisti infreddoliti. 

Si era fermato a guardare oltre la fitta nebbia.

Un respiro, quasi una fitta, un pugnale.

Un sordo dolore.

El Christo era rimasto fermo, a riconoscere il dolore dell’anima. 

Poi aveva ripreso a camminare. 

Sorridendo.

Era il suo destino, tutto questo dolore a novembre. Era la sua partita, la sua croce, la sua vita.

Si sorride davanti al destino.

Non è piangendo che cambi un destino.

È sorridendo, che gli fai paura, proprio come provava a far lui.

Un solo segreto.

Sorridere al destino.

El Christo 

capitolo primo: storia di un delitto

Dividerò la cosa, per comodità narrativa, in tre parti. Andrebbe letta poi tutta d’un fiato, come sono passati questi dieci anni, tutti d’un fiato.
Mia moglie è nata a Palermo, con il sole, il vento di gennaio e le aspettative di una famiglia intera con un’unica figlia, unica nipote, unica in tutto insomma. Lo si vedeva dai capelli e dal modo di fare, che era unica. Mi sono innamorato di mia moglie in un bar, bevendo caffè. Mi sono innamorato del suo presente, di quel modo discreto di portare scarpe lucide e giarrettiere, del suo passato, della storia della sua isola, e ho pensato fosse naturale innamorarci insieme del nostro futuro.
Eravamo sicuri e indistruttibili, seduti sulla mia Vespa, pronti ad andare ovunque. Lo abbiamo fatto. In un martedì pomeriggio di aprile è nato il Piccolo.
E’ stato il giorno in cui mia moglie è venuta a mancare. E’ morta. Come moglie. Dalle ceneri della moglie e compagna, è nata una madre.
Perfetta e assoluta, come tutte le madri, mia moglie è diventata quello che il suo destino aveva deciso: una madre presente, apprensiva, dolce.
Io sono uno che ai lutti non pone rimedio. Siamo fatalisti, da generazioni, e accettiamo i lutti con dovere cattolico e pazienza buddista.
Quando muore una moglie, soprattutto la prima, hai poco tempo per realizzare che questa nuova, imperfetta, solitudine, non può calzare, è un vestito troppo stretto per qualsiasi uomo, figurarsi per me. Ti agiti, cercando di romperne le cuciture, sperando poi di poterlo cambiare, questo vestito stretto e inadatto. Sei un padre, di un maschio splendido e talmente uguale a te, a tuo padre, a tuo nonno, da aver preso fisionomia, malattie, modi, e tempi, come fosse una piccola replica di quello che la tua famiglia offre al mondo da generazioni. Sei un compagno, ma senza compagna. Sei un marito, ma senza moglie. Sei un amante, solitario come quelli dei libri.
Un vedovo che non ha partecipato a nessun funerale, per poter piangere la morte della moglie e che, anzi, la rivede tutte le mattine, sveglia e vigile, insieme al frutto dell’amore che, volendo scavare, sicuramente c’è stato.
Mia moglie è morta ad aprile, ormai di sei anni fa, mentre la mia vita mi costringeva a correre veloce e non pensarci troppo. Visti da fuori, sembravamo perfettamente aderenti al sogno di tutte le famiglie. Crollavo esausto su aerei che partivano all’alba e che mi riportavano a casa dopo il tramonto. Trovavo un divano disordinato con due corpi, uno talmente piccolo, talmente indifeso, da commuovere, uno che non riconoscevo più come corpo.
Non esser desiderati porta a non desiderare.
Mia moglie è morta ad aprile, ma non è colpa sua. Su questo, da compagno e marito, ci devi lavorare parecchio.
Ai lutti devi sempre dare un colpevole, ai peggiori delitti viene sempre dato un’assassino, un nome e cognome, che quasi placa, calma, il dolore indicibile del crimine commesso.
A lutti come il mio, è difficile non dar nomi, non dare colpe, non cercare disperati i responsabili.
A volte mi si fermava la vita intorno, sono momenti che ricordo perfetti e lucidi, come fosse ieri. Davanti a una vetrina di un negozio, il suo preferito di intimo, in un aeroporto. A trovarsi non adatti a comprare nulla. Quasi a non rovinare quell’indifferenza, quel ritrovarsi sconosciuti in un letto. Per non discutere, per non affrontare la rabbia.
Mia moglie è morta ad aprile, sei anni fa.
Sono rimasto vedovo, resto padre, sono rimasto compagno.
Ho impiegato quasi cinque anni a capire che delitti perfetti come l’assassinio di mia moglie possono restare senza nomi, che il carnefice che ha ucciso mia moglie ha ucciso moltissime donne, perchè dai discorsi e dalle parole sospese nelle cene caotiche con bambini che distruggono tutto, riconosci lo stesso crimine, in altre coppie.
Ho impiegato quasi cinque anni per capire che io non sono nato per esser vedovo. Sono nato per morire d’amore, per un infinito che non si ferma davanti a nulla, che la morte, quella vera, della mia compagna ed amante, mi ucciderebbe.
Ho impiegato cinque anni per capire che non ho colpe, se non quella di aver capito così tardi.
Ecco perchè scrivo, ci metterò tempo, di questo omicidio senza colpevoli, che ha lasciato in vita troppe persone.
Me compreso.

Il mondo (surgelati e zoccoli)

Io al lavoro faccio di tutto. Spingo, quando c’è da spingere, tiro, quando c’è da tirare, provo, quando c’è da provare. Trova un verbo. Io lo faccio. E’ così che ho deciso un anno fa. E’ così che va adesso. Mi piace. Dannatamente. Passione infernale, mi piace farlo, meno parlarne, perchè è sempre più difficile da spiegare. Comunque faccio cose e vedo gente. Dal mio lavoro, vedo il mondo a pezzi, a colori, veloce passarmi dai finestrini, della macchina, di un aereo, di un treno. Ci ripenso quando chiudo gli occhi, alla sera. Al mondo che vedo. Mi piace. Comunque.

Io alla sera mi sdraio, come cominciasse una nuova giornata, insieme a qualche libro, e inizio a leggere. E’ la mia medicina, è una cura, ma senza una malattia. Non leggo perchè disprezzo la vita, o robe simili. Leggo perchè è la forma più nobile di sopravvivenza, una fine tecnica per essere davvero vivi. Disprezzo chi  non  legge, lo faccio segretamente, ma non li biasimo, è una fatica enorme, leggere come vivere. Senza i miei libri non sarei io, scontato. Il mondo, dai miei libri, si vede molto meglio.

Io bevo il caffè, e osservo i suoi zoccoli, lei dice averli comprati da olandese. Il caffè sa di bruciato, gli zoccoli non li capisco bene. Le sue gambe sono belle, lei è bella, tutta, gli zoccoli sono come due apostrofi, una parentesi, insomma, non li capisco mica troppo. Annuso il suo profumo e vado via, funziona così, al momento. Gli zoccoli fanno sorridere il mondo. Ho un’amica che ha comprato degli zoccoli. La fanno sentire bella.

Io in campo ci sono tornato dopo un sacco di tempo, è un campo nuovo, tutto sintetico. Giocavo ala. Gioco ala. Non ho cambiato ruolo, non lo cambierei mai. Succede che l’ala possa non giocare per ore, giorni, mesi, mentre a pochi metri ci si danna come matti. L’ala ha freddo d’inverno e caldo d’estate. Aspetta, si avvicina e si allontana. Non fa altro. Se non aspettare la palla. E’ giovedì sera. E’ la mia prima partita, da più di quattro anni, che sono tanti, infatti le gambe fanno male, e la testa mi dice di star attento, che i ricordi sono di botte tremende. Perchè all’ala arrivano i palloni da rifinire, da chiudere, da pulire. Sei il più magro di tutti, dovresti essere il più veloce. Il primo pallone mi arriva alla seconda azione, perchè dalla mischia vogliono liberarsene velocemente. Prendo, attacco al petto, gamba dura, si parte. Il primo placcaggio mi porta quattro metri indietro. Ricordavo bene, fa male. La seconda palla arriva sporca, confusione in mezzo, la porto ancora in mezzo, punto dritto il pilone avversario, sembra una montagna, lo punto fino quasi alla fine, poi lo evito. Corro. Mi ricordavo che si correva veloci. Meta. Mi ricordavo di servire a qualcosa. Il mondo, visto da un campo da rugby, è una cosa deliziosa. Per questo ci sono tornato sopra. E’ tutto migliore.

 

 

The Pier – Il Molo

Di cosa sia veramente mio, in questa casa, non ho una chiara percezione. Non l’ho mai avuta. Dieci anni fa ho ereditato uno zaino, nero, da viaggio, di quelli con un sacco di tasche, mille cerniere, un porta biglietti da visita e tutto lo spazio necessario per le cianfrusaglie che un uomo desidera portarsi in viaggio. Era il primo viaggio intercontinentale e avevo messo un sacco di cose inutili. Qualche anno dopo, molti viaggi dopo, lo zaino era sempre lo stesso, evidenti i segni del tempo, evidenti le macchie di caffè, vino, sporco, dentifricio, che poi non so perchè non mi sia mai passata per la testa l’idea di lavarlo, in fondo è una cosa abbastanza semplice, ma impedita dal fatto che non lo ho mai svuotato del tutto. E’ nell’armadio, pronto per partire ancora. Restano dentro, ibuprofene, dentifricio, filtrini, spiccioli cinesi e americani, una mappa di Shanghai, un pacchetto di fazzoletti, dei tappi per le orecchie, un pacchetto di cicche alla menta comprate da qualche parte in Asia, briciole, tante, dei fogli, vecchi, il passaporto. E’ pronto, siamo pronti.

Una notte, con quello zaino, mi sono fermato al Pier, il molo, gigantesco, davanti all’imbarco del traghetto che riportava in città. Le luci, incredibili, il caldo, il mare, la lingua di mare, la gente, gli odori.

Io.

E ho pensato, senza una valida ragione per farlo, che io non avevo davvero una casa, dei mobili, una macchina. Non sentivo niente come mio.

Una piacevole sensazione hippy, forse la birra cinese, forse il caldo.

Ma era vero.

E’ vero.

Così adesso non faccio molta differenza, tra ciò che resta con me e ciò che va via.

Guardo i miei libri, che riempiono il soggiorno. Quelli, per dio, mi spiacerebbe lasciarli. Non lo farei mai, anzi.

Messi in ordine, l’ordine che ho deciso io.

Kundera, tutti i libri di Kundera, hanno quasi vent’anni. Erano gialli già da subito, potere degli Adelphi, saranno carbonizzati, penso. Non li tocco per non spostare Baricco, anche se con il tempo ho dovuto aggiungere spazio, per mettere il resto. Pennac, mi ricordo perfettamente il primo, regalato, sotto casa, ad Aprile, era Pasqua, era il 1997. Dio mio.

Garcia Marquez, forse l’amore più grande, i sogni più belli, le storie più complete.

E poi la Vargas, Sedaris, Winslow, Hornby, Bukowski, Fante, Ferlinghetti, la Nanda, con i suoi libri, Hemingway, che mi faceva addormentare ma non lo potevo dire, e Pinketts, che non ho mai finito un libro, Dazieri, Saviano, Pavese, la Tamaro, i libri di storia, le biografie, che quella di Elio e Le Storie Tese ho riso un mese, i poeti, Neruda,

Ecco, questa carta qui, appesa su una mensola, questa è la cosa a cui non rinuncerei.

Sono stati il mio modo di sognare, di imparare, di vivere, per un bel po’. Lo sono ancora.

Ieri ho scritto, ne ho la certezza matematica, il capitolo più bello. E’ venuto fuori a caso, dopo che ero rimasto immobile a guardare i libri.

Avrei dovuto decidere, progettare, il Piccolo ha bisogno di un letto, i letti a quanto ne so non arrivano da soli nelle case delle persone, eppure ero fermo a guardare i libri. E poi mi sono messo a scrivere.

Leggere è la liberazione.

Scrivere è la rivoluzione.

O forse viceversa.

Però son due cose che stanno comode e larghe in uno zaino.

Il resto è paccottiglia.

 

Una

Una nenia, dolce buonanotte, una musica apparentemente conosciuta, un motivo famigliare, in sottofondo.

Una figura nella penombra, appena scoperta dalla tenda, che rimbalza nel vento.

Una sigaretta, due mani, l’ultima, la migliore, la brace che brucia, luce.

L’assonanza di due destini, la paura di sapere, già adesso, di dover comunque imbastire un finale.

Le cose che succedono di notte, lei che le ricorda tutte, lui che ne ricorda

una

sola.

E io che, niente scusate davvero, volevo scrivere una barricata. Una roba alla Baricco, punteggiatura, accenni, freddezza. Così per passare il tempo, mentre scarico la posta, indegnamente alle 22.43.

Non sono sicuro di reggere, ma non sono nemmeno così checca da mollare.

Nel limbo, come la figura nella penombra, di continuare a spingere, non mollare, ma sentire decisamente la forza affievolirsi.

Ero in un cortile, era quasi sera, con la menta, le ortiche, la lavanda e il rosmarino, uno di quei piccoli orti ritagliati all’ingresso dei capannoni, quasi per scusarsi dei capannoni, delle periferie, della mortalità di questi posti.
Fumavo insieme a un uomo. Parlavamo di affari. Al tramonto. Io troppo stanco anche per tornare a casa, lui che osservava con la coda dell’occhio la segretaria mentre usciva. Riconosco il guizzo, il lampo, l’accensione degli occhi dei cacciatori.

E rido.

Io lavoro, no, non come un negro. Come un esercito di negri.

I negri hanno l’esercito?

Poi scrivo, di notte, mi divincolo in una trama che certe notti mi sembra chiarissima, certe notti mi sembra di non averla nemmeno scritta io. Scrivere una cosa lunga, seria, con i crismi, è un’esperienza magica.

Come lavorare così tanto, guadagnare così poco.

Son convinto.

Sono esperienze magiche davvero.

Mi ci vorrebbe una donna.

Penso.

Mentre cammino verso la macchina.

Che mi aspetti a casa.

Pausa. Guida. Tangenziale. Traffico.

Scendo le scale correndo e scegliendo la musica. Non amo molto correre. Ma mi catapulta in una specie di stato di trance, sono un gorilla che corre scoordinato, sudato, ansimante, ma in trance. Corro facendo giri sempre diversi, ieri l’altro sono arrivato alla fine dell’aeroporto.

Osservo una coppia, lui che corre, lei in bici.

La donna che mi aspetta, dovrebbe anche seguirmi in bici mentre corro.

Perlomeno, avere una bici.

E’ notte, scrivo, lavoro, scarico mail, e osservo l’annuncio con il quale ho messo in vendita la moto.

Adoro compiangermi.

Bevendo grappa e osservando l’annuncio. Come fosse un quadro.

Resistenza, all’autunno va opposta resistenza.

 

 

Pompe e schiaffi (romantico a Milano)

Da quasi otto anni, il primo fine settimana di settembre, io lo passo seduto su uno scoglio, che per concessioni demaniali, dovrei controllare ma son quasi sicuro, dovrebbe esser mio, a preparare l’autunno.

Una delicata selezione musicale, improntata sul biennio 94/96, i miei anni d’oro dell’adolescenza, accompagnata da vino bianco locale e frequenti nuotate al largo, mi traghetta nel lungo autunno.

Questo perché l’autunno mi è insignificante, seppure io abbia amato l’ottobre di Madrid e il novembre di Eindhoven. Per non parlar dell’inverno.

Ho una malattia incurabile che mi provoca un profondo disagio quando l’altitudine, il freddo, la neve, vengono associati a vestiti pesanti, cibi pesanti, persone pesanti, taverne di legno odoranti, sudore, racconti epici di sciate, salti, pini evitati.

Preferisco il carcere, alla settimana bianca.

Questo fine settimana, il primo di settembre, mi serve anche a star beatamente da solo, al mare.

Facendo quella lista di cose che, in presenza di altri esseri umani, comportano sempre delle noiose spiegazioni.

Fare il bagno nudo. Saltare la cena, passando dall’aperitivo con il vino, al dopocena con il vino, in costume, in centro, a piedi nudi. Nuotare mentre piscio. Leggere nudo sullo scoglio. Cantare a voce molto alta i Nirvana. Accompagnare con l’indice sinistro il sole che affoga nelle montagne di Ponente al tramonto.  Parlare da solo, chiedendomi cosa ne pensi, io, del tempo ballerino, ad esempio.

Criticare apertamente, seduto sul muretto della passeggiata, le donne apparecchiate come puttane da statale. Osservare lo sguardo dei mariti, tenerlo, sorseggiando a canna dalla bottiglia.

 

Niente.

Roba così.

 

Ma quest’anno no.

No, nel senso che sono fermamente ancorato alla mia postazione urbana, scrivo mail, ritaglio cose, litigo con Excel.

 

Per di più, sono affogato in  un punto morto, stavo scrivendo spedito il settimo capitolo. Pronto all’ottavo, un fiume in piena. E niente, mi sono bloccato. Sono finito in una confusione, forse dovuta all’altra sera quando ho volutamente fatto la maratona di IronMen.

 

Aggiungo che la moto va a singhiozzo. Sembro uno di quelli che provano i tori meccanici. Ma non fa ridere, mi fa incazzare da morire.

 

Le ragioni della mia permanenza urbana sono tante e di scarso interesse pubblico.

 

Le riassumo in: Cambiamento.

 

Ieri sera, complice il fatto che io sento la voglia di cambiare nelle persone, ho tenuto un breve trattato sul cambiamento.

 

Primo: non sono un sensitivo. Leggo le persone, interpreto, giudico, faccio domande mirate, raramente chiedo cose a sproposito.

Secondo: lo faccio ridendo e facendo battute. Ricordi che il saggio indica la luna e l’idiota guarda il dito? Ecco, tu prendimi per un coglione.

Terzo, ricorre tra qualche giorno il mio decimo anniversario. Oltre che di matrimonio, anche di inizio di quella roba assurda che è stata studiare il cambiamento.

 

Ho letto. Ho riletto. Ho ascoltato. Ho indagato. Per capire il cambiamento mi sono dovuto pippare tutte quelle cazzate automotivazionali che fanno impazzire gli esseri umani durante la crisi di mezza vita. Programmazione Neuro Linguistica, Pensiero Positivo, Buddhismo, Parapsicologia.

 

Ma questo, fidati, non fa curriculum tanto quanto il mio ultimo anno e mezzo di vita.

 

Niente. Ho cambiato.

Qualcosa.

In  meglio. Spero.

 

Annuso le persone, sono una specie di cane con la barba. Parlavo con una ragazza dai vispi occhi che portava un simpatico ciondolo. Che dice di voler cambiare. Ma non ne ha nessuna intenzione.

E ascoltavo, poche parole, tanti piccoli gesti, una ragazza, con occhi paralizzanti, che invece ha una voglia matta di cambiare. Bomba a orologeria.

Confido tu possa trovare un bravo artificiere.

 

Ora, io del cambiamento potrei parlare per ore.

Ma quello che nessuno racconta, è cosa succede a non cambiare.

 

Io sono terrorizzato non dall’errore. Non dal non amore. Non dal dolore.

Io sono terrorizzato dagli alibi.

Che le persone, tutti cazzo, impilano ordinatamente per costruire un muro, un muro solido di alibi, per difendersi dalla realtà.

 

Quello che la scienza esatta della psicologia non insegna è la parte oscura, la seconda possibilità.

 

Cosa succederebbe veramente se resti?

 

Cosa succede se ti fermi, cazzo?

 

Allora, povero, stanco, non al mare seduto sul mio scoglio, ho pensato che comunque sono felice.

 

Se poi non dovessi più riuscire a scrivere l’ottavo capitolo, sappiate che sarà un anno di merda, perché cazzo io nel 2017 avevo in mente di far uscire il mio romanzo, semplicemente per fare una cosa che sogno fin da piccolo.

 

Durante un aperitivo qualsiasi, all’arrivo di una sconosciuta, durante le presentazioni, smettere di dire le solite due finocchiate

 

  • Mi occupo di computer e insegno il cambiamento

 

Ma partire con un:

 

  • Hey baby, io scrivo capolavori per restare indelebile nel cuore di milioni di lettrici

 

Scientificamente, o segue uno schiaffo o un pompino.

La statistica la studio da tempo.

E lo schiaffo è dato 75 a 1.

Anche se

Tu mi ami?

Io amo le mie scarpe su misura.

Che diavolo di risposta è questa?

ti ho detto una cosa che amo.

Una?

Amo Milano, anche se a volte è infame, amo la mia moto, anche se sta diventando una moto di merda a furia di metterci le mani, amo giocare con gli sguardi con la parrucchiera, al piccolo bar dove faccio colazione, anche se so benissimo che saranno sguardi e cappuccini, amo il mare di Levante, kilometri che conosco, anche se è inospitale e duro, amo le mie scarpe su misura, anche se si rovinano alla prima pioggia, amo viaggiare, anche se mi tiene lontano dalle cose che amo, amo il sesso, la carne, il dominio, anche se mi confondono, come una mappa sbagliata per la mia rotta, amo le mie cicatrici, anche se le viscere fanno ancora male, amo i tramonti, anche se sono una fine, in qualche modo, amo i miei libri, anche se odio la polvere, amo camminare a piedi nudi, anche se continuo a tagliarmi, amo ridere, anche se adoro piangere.

basta?

No, ci sono altre cose, che amo meno, ma sempre amo.

Ami molto.

Amo tantissimo.

E mi ami?

Io amo a modo mio. Io amo, anche se. Tu vuoi un uomo che ama, anche se? E’ un modo maturo di amare? E’ una cosa giusta da fare? Sai, le mie scarpe, il mio mare, la mia moto, non fanno molta differenza. Ma le donne, le donne che ho amato, sono scivolate su quell’

 

anche se.

 

Anche se può voler dire tutto.

Anche se morirò.

Anche se mi ferirai.

Anche se non ne sarò veramente capace.

Anche se.

Fanculo, beviamo?

Beviamo, amo farlo. Anche se…

 

Sassi che diventano sabbia

Piccola, 

Scusa l’urgenza.

Ti scrivo da qui, poi ti spiego da dove. Faceva caldo, quando ci sono venuto al mattino, più fresco al pomeriggio, perfetto al tramonto.

Sono giorni che non scrivo niente, a malapena la lista della spesa, che poi è sempre la stessa, che al mare adoro mangiare le stesse cose, e non leggo niente, se non il giornale, quello che trovo, al bar dei pescatori, al mattino, quando scelgo di bere il primo caffè, bruciato e acido come devono essere i caffè fatti al mare. Vado a piedi nudi, con il passo incerto di chi ha preso molti cocci di bottiglia nei piedi, guardando il sole alle spalle che illumina il mare, le ombre lunghe delle case e un fresco strano, che mi fa sentire vecchio, perché anni fa non lo avrei sentito. Poi torno a svegliare il Piccolo, le nostre abitudini sono una delle cose che amo del tempo del mare.

Scappo quando posso, al mattino, al pomeriggio, o al tramonto, se posso solo, se no porto con me chi viene.

Passo deciso, per attraversare il vecchio quartiere, le case di cinque secoli fa, la chiesa di Sant’Andrea, bianca e nera, il sentiero che sale vertiginoso, il cuore che esplode, i pini a proteggere dal sole, poi le ville, sospese tra la collina e il mare, una sosta, tutte le volte, per sentire le cicale mentre guardo il mare, per riposare il cuore. Poi ancora.

La salita alla vecchia villa, il sentiero che si stringe, maledette sigarette, controllo sempre se ho l’acqua, riflessi, e accelero, come ad aver fretta di arrivare. 

Un grosso cancello verde. A destra. Anonimo. Scavalcare se chiuso, entrare furtivi quando aperto. 

Il sentiero che diventa una piccola strada sterrata, le case nascoste, i sassi che lasciano il posto alla sabbia.

Confini.

I sassi della Liguria, invasi dalla sabbia della Toscana. 

Confini.

Rumore di paradiso.

Cicale, canne che battono nel vento, silenzio.

Ecco che rumore fa, probabilmente, il paradiso. Lo penso ogni volta. Amo tornare sul luogo del delitto. Assassino con sane abitudini, torno sempre sui miei passi, nei miei luoghi, sui miei sassi. 

Io mi fermo. Sempre.

Sempre, vuol dire da quando lo faccio, da sempre.

Guardo il mare dall’alto. Ascolto. Respiro. Il cuore si calma. Mi siedo. Cerco l’acqua e bevo.

Quello che vedo è l’infinito della costa, dal primo golfo di Ponente, nei giorni chiari, fino a qui, le baie, le insenature, le colline e le nuvole minacciose sugli Appennini, i pini disordinati e i fitti boschi. Il mare dai colori diversi con le barche, la schiuma, e l’orizzonte, a Ovest.

Poi scendo, quasi correndo, verso il mare, il sentiero si stringe, le canne tagliano le gambe, ci sono i grilli e le cicale, una vipera, ho visto una lepre, ma scendo correndo, come si corre davanti a un amore, come si torna a qualcosa che si ama davvero. Fa delle curve, il sentiero, messe apposta per far cadere chi non ama abbastanza, sabbia su sassi, scivolosa come le giornate d’estate per un amore lontano. Sento le ginocchia tenere, cedevoli, morbide. 

Ho un cuore forte e ginocchia che mi tengono, complice la vita.

Arrivo alla frana, enormi massi, sospesi sul mare. Sotto piccole piscine azzurre, scogli, il sole, il mare infinito. Lego lo zaino a un sasso, in alto. 

Gli appoggio sopra il pareo, zuppo di sudore, secco di salsedine agli angoli. 

Silenzio.

Guardo.

Respiro.

Mi viene addosso tutta la mia vita.

A volte fa male. A volte fa bene.

Vengo qui per sentire, di giorno in giorno, l’effetto che mi fa, la mia vita.

Mi butto, saranno due metri, mare aperto, nero, le ombre del fondale profondo. Nuoto, verso il largo, senza un piano, guardo sotto. 

Poi mi fermo. Tra le onde.

Cerco delfini, storie che potrei raccontare ma che nessuno sarebbe disposto a prender per vere. Ho visto delfini nuotare davanti a me. Ho visto un pesce luna, con la pinna sinuosa. Barracuda, acciughe, e pesci lenti e pacifici.

Torno, salendo dagli scogli, fino allo zaino. 

Mi asciuga il sole.

Sono sincero, non penso a niente. Guardo e basta.

So che questa cosa, che faccio tutti i giorni, mi servirà d’inverno.

Guardo la mareggiata.

Qua, fuori, è sempre insistente, nervosa, lascia poco spazio alla pace.

Io, virgola, non penso, virgola, a niente.

Non scrivo, non leggo, non penso.

Mi nutro.

Quando il campanile suona, lo sento lontano, riconosco i rintocchi, mi incammino. 

Risalgo le rocce, prendo il sentiero, osservo la sabbia tornare roccia. 

Scendo veloce.

Prima bosco, cicale e odore di umido, di muschio, di macchia.

Poi le case, fortunati, le prime ville, i gelsomini, le calendule, i gatti assonnati.

Arrivo alla spiaggia, sabbia. 

Prendo il Piccolo. Lo bacio sulla guancia.

Dove sei stato?

A vivere.

Davvero?

Si. Faccio provviste per l’autunno.

Andiamo, per mano, al piccolo molo. Ci tuffiamo. Nuotiamo fino a riva.

Ecco tutto.

L’arte di avere la barba (Elena) 

Lui la prese per i fianchi. Magri e tesi, come i fianchi dovrebbero essere, aveva pensato. 

No.

Non aveva pensato ai fianchi.

Aveva pensato a due cose: l’incredibile voglia di scopare, un primordiale bisogno non sufficientemente soddisfatto, e la noia mortale della pericolosa somiglianza con altre mille donne.

Si.

Gli uomini pensano anche durante un erezione.

È che per il tono narrativo di un racconto, suona male la verità. 

Lei bruciava di desiderio e fame e si era lasciata prendere da quelle mani, dure e nodose, così maschili da esser perfette.

No.

Lei non bruciava di fame e desiderio.

Lei aveva un fottuto bisogno di conferme, quel genere di risposte che le donne chiedono con la lingua e a cui gli uomini rispondono con le mani e con il cazzo.

Ma se parlare delle sue erezioni rovinerebbe il tono narrativo, figurarsi se si può accennare al delicato equilibrismo mentale di una donna che, acrobata nel circo delle emozioni, saltella sulla fune del desiderio.

Io?

Hai chiesto se sono io?

Nah.

Io sono qui a scrivere. Sciolto dal caldo, seduto di fianco a una signora distinta avvolta in un costume nero, che legge da più di mezz’ora un romanzo che io userei per accendere il fuoco.

Se solo avessi un fuoco da accendere.

E litigo con la musica, che di solito mi aiuta a scrivere, oggi invece niente.

E litigo con l’estate, che di solito mi mette pace, ma quest’anno no.

E litigo con il telefono. Aspettando messaggi per stare in giro tutta la notte.

E di loro due dovrei scrivere la partenza, l’inizio, la prima volta.

Io

Che se c’è una cosa nella vita che mi viene male sono le prime volte. La prima scopata, la prima fidanzata, il primo matrimonio.

Spero il mio primo figlio rompa questa catena di superstizione. 

Sono inadatto a scrivere questa cosa.

Mi concentro, affogo nel mare melmoso dei ricordi per trovare una prima volta. 

Gli scrittori seri fanno così.

Pescano ricordi, li abbattono nell’abbattiore del tono narrativo e servono deliziose cruditè perfette.

I ricordi degli scrittori sono come il pesce.

La signora, in effetti, sta leggendo qualcosa che assomiglia molto a un sushi narrativo. Una porcata bestiale. 

Le mie prime volte.

Sarei curioso di ascoltare la versione delle inconsapevoli protagoniste.

Tipo che sapore ho quando limono da sbronzo.

Oppure come sono davvero le mie mani.

Elena, che si chiama Elena veramente e difficilmente leggerá questo blog visto che sarà morta ormai, ad esempio aveva un buon sapore e due tette incredibili. 

Tolti gli anfibi, risultava più bassa di una credenza di legno, sulla quale avevo un profondo desiderio di farla sedere.

Quelle cose che si fanno a un certo punto della vita.

Sesso ginnico.

Ci vuole fiato, muscoli, alcool, e una donna molto disposta a scivolare, da un momento all’altro.

Dalla credenza nel trash. È solo sul set di PornHub che le ginniche cavalle bionde dell’Est, in mano a energumeni dal pene depilato e l’addominale scolpito, non scivolano dalle credenze.

Ci baciavamo con foga. Mi fece cadere i pantaloni e gli slip, abbassandosi con due occhi che solo anni dopo la cinematografia moderna avrebbe incorniciato per sempre con il Gatto di Shrek.

Quando fate i pompini, sappiatelo, se aggiungete gli occhi del Gatto con gli Stivali, avete praticamente fatto metà del lavoro.

E addio credenza.

Solo un ancestrale bisogno di toccare le tette mi fece interrompere quel piccolo miracolo urbano.

Finendo, bruttissimo da vedere, tutti e due accucciati vicino alla credenza.

Felice di aver preso possesso delle tette avevo raggiunto una provvisoria ma molto soddisfacente pace dei sensi.

Ci eravamo conosciuti quasi sei ore prima, elemento che rendeva la nostra coppia una delle più longeve esperienze d’amore che avessi mai avuto.

Niente.

Ci teneva, Elena, ai pompini.

Così, credo un minuto dopo, in ginocchio davanti alla credenza, lei sdraiata sotto, avevo bellamente perso il controllo.

Gli occhi delle donne, altra cosa che non si può scrivere, quando nel più grossolano silenzio, decidi di venire, sono stupendi. Da vecchio scriverò una cosa sconcia sugli sguardi di sdegno che ho seminato in gioventù.

Manifestano schifo, disprezzo, o anche solo noia.

Quelli di Elena dicevano: cazzo e adesso chi mi scopa?

Lo sò perché, rimettendosi in piedi, me lo disse in faccia.

Dovevo ancora imparare la questione della via di mezzo, ed ero sbronzo marcio di pessimi Cuba libre senza ghiaccio. Impari a bere meglio, con il tempo, e a darti da fare per arrivare a un compromesso, tra l’orgasmo maschile, minuti che sembrano ore all’uomo, è quello femminile, ore che sembrano minuti alle donne. 

Oppure ti fidanzi con una donna che abbia il tuo stesso ritmo. 

Ecco, io ed Elena non avevamo lo stesso ritmo. Chiaro, chiarissimo.

Per questo ho solo detto: cristo che tette che hai.

Tecnicamente non sono stato cacciato di casa.

Solo, con ferma decisione, allontanato.

Ecco. 

Le mie prime volte.

So già come finisce questa cosa.

Mi metto a rivangare nelle mie prime volte.

E scrivo sul blog, al posto che andare avanti con un racconto naufragato negli scogli narrativi delle prime volte.

Ho bisogno di smettere di scrivere dalla città.

È infame la città, ad agosto.

Ho bisogno del Levante, e della controllata frequentazione con quelle sedici persone che in tutto il mese di solito saluto quando sono al mare.

Ho bisogno di sentire mio figlio russare, mentre dal terrazzino scrivo e bevo. 

Bevo.

Poi magari scrivo.

In città non mi viene bene.

Salgo sulla moto, tecnicamente só benissimo dove sto andando a finire, ma faccio finta di darmi un tono di avventura.

Vado al bancone. Ordino. Mi metto a scrivere. Smetto quasi subito. E inizio a parlare.

Con chiunque capiti a tiro.

Lo só già.

Cazzo.

Oggi ho letto della moda di farsi le foto al mare roteando la barba, come le donne facevano alla fine dei Novanta.

Forse questo ha distrutto il mood.

Eppure.

Avessi la barba ancora lunga.

Lo farei subito.

Capisci perché non scrivo?

Punto a farmi i selfie con la barba bagnata…

Elena, mi rincontrasse oggi, mi disprezzerebbe ancora.

Supportando la mia tesi: la natura di un uomo, le sue qualità, la sua portata, già si vede dal primo pompino.

Altro che promesse e amore.

Fortuna che Elena era troppo appassionata di anfibi, musica punk e coca. Statisticamente, se ancora viva, non dovrebbe essere in grado di ricordarsi di me.

Di un uomo che al posto di scrivere, mestiere nobile, pensa a farsi i selfie con la barba bagnata.

Cristo.

Devo andare al mare.

Mica per la barba.

Per la salute mentale.

Mi sono dimenticato una cosa importante ma per fortuna incontro la signora nel parcheggio.

La guardo e le dico:

Che libro di merda che sta leggendo, cazzo.

Mi guarda con sdegno. 

Uno sguardo che ben conosco.