Il mondo (surgelati e zoccoli)

30 Set

Io al lavoro faccio di tutto. Spingo, quando c’è da spingere, tiro, quando c’è da tirare, provo, quando c’è da provare. Trova un verbo. Io lo faccio. E’ così che ho deciso un anno fa. E’ così che va adesso. Mi piace. Dannatamente. Passione infernale, mi piace farlo, meno parlarne, perchè è sempre più difficile da spiegare. Comunque faccio cose e vedo gente. Dal mio lavoro, vedo il mondo a pezzi, a colori, veloce passarmi dai finestrini, della macchina, di un aereo, di un treno. Ci ripenso quando chiudo gli occhi, alla sera. Al mondo che vedo. Mi piace. Comunque.

Io alla sera mi sdraio, come cominciasse una nuova giornata, insieme a qualche libro, e inizio a leggere. E’ la mia medicina, è una cura, ma senza una malattia. Non leggo perchè disprezzo la vita, o robe simili. Leggo perchè è la forma più nobile di sopravvivenza, una fine tecnica per essere davvero vivi. Disprezzo chi  non  legge, lo faccio segretamente, ma non li biasimo, è una fatica enorme, leggere come vivere. Senza i miei libri non sarei io, scontato. Il mondo, dai miei libri, si vede molto meglio.

Io bevo il caffè, e osservo i suoi zoccoli, lei dice averli comprati da olandese. Il caffè sa di bruciato, gli zoccoli non li capisco bene. Le sue gambe sono belle, lei è bella, tutta, gli zoccoli sono come due apostrofi, una parentesi, insomma, non li capisco mica troppo. Annuso il suo profumo e vado via, funziona così, al momento. Gli zoccoli fanno sorridere il mondo. Ho un’amica che ha comprato degli zoccoli. La fanno sentire bella.

Io in campo ci sono tornato dopo un sacco di tempo, è un campo nuovo, tutto sintetico. Giocavo ala. Gioco ala. Non ho cambiato ruolo, non lo cambierei mai. Succede che l’ala possa non giocare per ore, giorni, mesi, mentre a pochi metri ci si danna come matti. L’ala ha freddo d’inverno e caldo d’estate. Aspetta, si avvicina e si allontana. Non fa altro. Se non aspettare la palla. E’ giovedì sera. E’ la mia prima partita, da più di quattro anni, che sono tanti, infatti le gambe fanno male, e la testa mi dice di star attento, che i ricordi sono di botte tremende. Perchè all’ala arrivano i palloni da rifinire, da chiudere, da pulire. Sei il più magro di tutti, dovresti essere il più veloce. Il primo pallone mi arriva alla seconda azione, perchè dalla mischia vogliono liberarsene velocemente. Prendo, attacco al petto, gamba dura, si parte. Il primo placcaggio mi porta quattro metri indietro. Ricordavo bene, fa male. La seconda palla arriva sporca, confusione in mezzo, la porto ancora in mezzo, punto dritto il pilone avversario, sembra una montagna, lo punto fino quasi alla fine, poi lo evito. Corro. Mi ricordavo che si correva veloci. Meta. Mi ricordavo di servire a qualcosa. Il mondo, visto da un campo da rugby, è una cosa deliziosa. Per questo ci sono tornato sopra. E’ tutto migliore.

 

 

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