The Pier – Il Molo

13 Set

Di cosa sia veramente mio, in questa casa, non ho una chiara percezione. Non l’ho mai avuta. Dieci anni fa ho ereditato uno zaino, nero, da viaggio, di quelli con un sacco di tasche, mille cerniere, un porta biglietti da visita e tutto lo spazio necessario per le cianfrusaglie che un uomo desidera portarsi in viaggio. Era il primo viaggio intercontinentale e avevo messo un sacco di cose inutili. Qualche anno dopo, molti viaggi dopo, lo zaino era sempre lo stesso, evidenti i segni del tempo, evidenti le macchie di caffè, vino, sporco, dentifricio, che poi non so perchè non mi sia mai passata per la testa l’idea di lavarlo, in fondo è una cosa abbastanza semplice, ma impedita dal fatto che non lo ho mai svuotato del tutto. E’ nell’armadio, pronto per partire ancora. Restano dentro, ibuprofene, dentifricio, filtrini, spiccioli cinesi e americani, una mappa di Shanghai, un pacchetto di fazzoletti, dei tappi per le orecchie, un pacchetto di cicche alla menta comprate da qualche parte in Asia, briciole, tante, dei fogli, vecchi, il passaporto. E’ pronto, siamo pronti.

Una notte, con quello zaino, mi sono fermato al Pier, il molo, gigantesco, davanti all’imbarco del traghetto che riportava in città. Le luci, incredibili, il caldo, il mare, la lingua di mare, la gente, gli odori.

Io.

E ho pensato, senza una valida ragione per farlo, che io non avevo davvero una casa, dei mobili, una macchina. Non sentivo niente come mio.

Una piacevole sensazione hippy, forse la birra cinese, forse il caldo.

Ma era vero.

E’ vero.

Così adesso non faccio molta differenza, tra ciò che resta con me e ciò che va via.

Guardo i miei libri, che riempiono il soggiorno. Quelli, per dio, mi spiacerebbe lasciarli. Non lo farei mai, anzi.

Messi in ordine, l’ordine che ho deciso io.

Kundera, tutti i libri di Kundera, hanno quasi vent’anni. Erano gialli già da subito, potere degli Adelphi, saranno carbonizzati, penso. Non li tocco per non spostare Baricco, anche se con il tempo ho dovuto aggiungere spazio, per mettere il resto. Pennac, mi ricordo perfettamente il primo, regalato, sotto casa, ad Aprile, era Pasqua, era il 1997. Dio mio.

Garcia Marquez, forse l’amore più grande, i sogni più belli, le storie più complete.

E poi la Vargas, Sedaris, Winslow, Hornby, Bukowski, Fante, Ferlinghetti, la Nanda, con i suoi libri, Hemingway, che mi faceva addormentare ma non lo potevo dire, e Pinketts, che non ho mai finito un libro, Dazieri, Saviano, Pavese, la Tamaro, i libri di storia, le biografie, che quella di Elio e Le Storie Tese ho riso un mese, i poeti, Neruda,

Ecco, questa carta qui, appesa su una mensola, questa è la cosa a cui non rinuncerei.

Sono stati il mio modo di sognare, di imparare, di vivere, per un bel po’. Lo sono ancora.

Ieri ho scritto, ne ho la certezza matematica, il capitolo più bello. E’ venuto fuori a caso, dopo che ero rimasto immobile a guardare i libri.

Avrei dovuto decidere, progettare, il Piccolo ha bisogno di un letto, i letti a quanto ne so non arrivano da soli nelle case delle persone, eppure ero fermo a guardare i libri. E poi mi sono messo a scrivere.

Leggere è la liberazione.

Scrivere è la rivoluzione.

O forse viceversa.

Però son due cose che stanno comode e larghe in uno zaino.

Il resto è paccottiglia.

 

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