capitolo primo: storia di un delitto

Dividerò la cosa, per comodità narrativa, in tre parti. Andrebbe letta poi tutta d’un fiato, come sono passati questi dieci anni, tutti d’un fiato.
Mia moglie è nata a Palermo, con il sole, il vento di gennaio e le aspettative di una famiglia intera con un’unica figlia, unica nipote, unica in tutto insomma. Lo si vedeva dai capelli e dal modo di fare, che era unica. Mi sono innamorato di mia moglie in un bar, bevendo caffè. Mi sono innamorato del suo presente, di quel modo discreto di portare scarpe lucide e giarrettiere, del suo passato, della storia della sua isola, e ho pensato fosse naturale innamorarci insieme del nostro futuro.
Eravamo sicuri e indistruttibili, seduti sulla mia Vespa, pronti ad andare ovunque. Lo abbiamo fatto. In un martedì pomeriggio di aprile è nato il Piccolo.
E’ stato il giorno in cui mia moglie è venuta a mancare. E’ morta. Come moglie. Dalle ceneri della moglie e compagna, è nata una madre.
Perfetta e assoluta, come tutte le madri, mia moglie è diventata quello che il suo destino aveva deciso: una madre presente, apprensiva, dolce.
Io sono uno che ai lutti non pone rimedio. Siamo fatalisti, da generazioni, e accettiamo i lutti con dovere cattolico e pazienza buddista.
Quando muore una moglie, soprattutto la prima, hai poco tempo per realizzare che questa nuova, imperfetta, solitudine, non può calzare, è un vestito troppo stretto per qualsiasi uomo, figurarsi per me. Ti agiti, cercando di romperne le cuciture, sperando poi di poterlo cambiare, questo vestito stretto e inadatto. Sei un padre, di un maschio splendido e talmente uguale a te, a tuo padre, a tuo nonno, da aver preso fisionomia, malattie, modi, e tempi, come fosse una piccola replica di quello che la tua famiglia offre al mondo da generazioni. Sei un compagno, ma senza compagna. Sei un marito, ma senza moglie. Sei un amante, solitario come quelli dei libri.
Un vedovo che non ha partecipato a nessun funerale, per poter piangere la morte della moglie e che, anzi, la rivede tutte le mattine, sveglia e vigile, insieme al frutto dell’amore che, volendo scavare, sicuramente c’è stato.
Mia moglie è morta ad aprile, ormai di sei anni fa, mentre la mia vita mi costringeva a correre veloce e non pensarci troppo. Visti da fuori, sembravamo perfettamente aderenti al sogno di tutte le famiglie. Crollavo esausto su aerei che partivano all’alba e che mi riportavano a casa dopo il tramonto. Trovavo un divano disordinato con due corpi, uno talmente piccolo, talmente indifeso, da commuovere, uno che non riconoscevo più come corpo.
Non esser desiderati porta a non desiderare.
Mia moglie è morta ad aprile, ma non è colpa sua. Su questo, da compagno e marito, ci devi lavorare parecchio.
Ai lutti devi sempre dare un colpevole, ai peggiori delitti viene sempre dato un’assassino, un nome e cognome, che quasi placa, calma, il dolore indicibile del crimine commesso.
A lutti come il mio, è difficile non dar nomi, non dare colpe, non cercare disperati i responsabili.
A volte mi si fermava la vita intorno, sono momenti che ricordo perfetti e lucidi, come fosse ieri. Davanti a una vetrina di un negozio, il suo preferito di intimo, in un aeroporto. A trovarsi non adatti a comprare nulla. Quasi a non rovinare quell’indifferenza, quel ritrovarsi sconosciuti in un letto. Per non discutere, per non affrontare la rabbia.
Mia moglie è morta ad aprile, sei anni fa.
Sono rimasto vedovo, resto padre, sono rimasto compagno.
Ho impiegato quasi cinque anni a capire che delitti perfetti come l’assassinio di mia moglie possono restare senza nomi, che il carnefice che ha ucciso mia moglie ha ucciso moltissime donne, perchè dai discorsi e dalle parole sospese nelle cene caotiche con bambini che distruggono tutto, riconosci lo stesso crimine, in altre coppie.
Ho impiegato quasi cinque anni per capire che io non sono nato per esser vedovo. Sono nato per morire d’amore, per un infinito che non si ferma davanti a nulla, che la morte, quella vera, della mia compagna ed amante, mi ucciderebbe.
Ho impiegato cinque anni per capire che non ho colpe, se non quella di aver capito così tardi.
Ecco perchè scrivo, ci metterò tempo, di questo omicidio senza colpevoli, che ha lasciato in vita troppe persone.
Me compreso.

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