Sassi che diventano sabbia

18 Ago

Piccola, 

Scusa l’urgenza.

Ti scrivo da qui, poi ti spiego da dove. Faceva caldo, quando ci sono venuto al mattino, più fresco al pomeriggio, perfetto al tramonto.

Sono giorni che non scrivo niente, a malapena la lista della spesa, che poi è sempre la stessa, che al mare adoro mangiare le stesse cose, e non leggo niente, se non il giornale, quello che trovo, al bar dei pescatori, al mattino, quando scelgo di bere il primo caffè, bruciato e acido come devono essere i caffè fatti al mare. Vado a piedi nudi, con il passo incerto di chi ha preso molti cocci di bottiglia nei piedi, guardando il sole alle spalle che illumina il mare, le ombre lunghe delle case e un fresco strano, che mi fa sentire vecchio, perché anni fa non lo avrei sentito. Poi torno a svegliare il Piccolo, le nostre abitudini sono una delle cose che amo del tempo del mare.

Scappo quando posso, al mattino, al pomeriggio, o al tramonto, se posso solo, se no porto con me chi viene.

Passo deciso, per attraversare il vecchio quartiere, le case di cinque secoli fa, la chiesa di Sant’Andrea, bianca e nera, il sentiero che sale vertiginoso, il cuore che esplode, i pini a proteggere dal sole, poi le ville, sospese tra la collina e il mare, una sosta, tutte le volte, per sentire le cicale mentre guardo il mare, per riposare il cuore. Poi ancora.

La salita alla vecchia villa, il sentiero che si stringe, maledette sigarette, controllo sempre se ho l’acqua, riflessi, e accelero, come ad aver fretta di arrivare. 

Un grosso cancello verde. A destra. Anonimo. Scavalcare se chiuso, entrare furtivi quando aperto. 

Il sentiero che diventa una piccola strada sterrata, le case nascoste, i sassi che lasciano il posto alla sabbia.

Confini.

I sassi della Liguria, invasi dalla sabbia della Toscana. 

Confini.

Rumore di paradiso.

Cicale, canne che battono nel vento, silenzio.

Ecco che rumore fa, probabilmente, il paradiso. Lo penso ogni volta. Amo tornare sul luogo del delitto. Assassino con sane abitudini, torno sempre sui miei passi, nei miei luoghi, sui miei sassi. 

Io mi fermo. Sempre.

Sempre, vuol dire da quando lo faccio, da sempre.

Guardo il mare dall’alto. Ascolto. Respiro. Il cuore si calma. Mi siedo. Cerco l’acqua e bevo.

Quello che vedo è l’infinito della costa, dal primo golfo di Ponente, nei giorni chiari, fino a qui, le baie, le insenature, le colline e le nuvole minacciose sugli Appennini, i pini disordinati e i fitti boschi. Il mare dai colori diversi con le barche, la schiuma, e l’orizzonte, a Ovest.

Poi scendo, quasi correndo, verso il mare, il sentiero si stringe, le canne tagliano le gambe, ci sono i grilli e le cicale, una vipera, ho visto una lepre, ma scendo correndo, come si corre davanti a un amore, come si torna a qualcosa che si ama davvero. Fa delle curve, il sentiero, messe apposta per far cadere chi non ama abbastanza, sabbia su sassi, scivolosa come le giornate d’estate per un amore lontano. Sento le ginocchia tenere, cedevoli, morbide. 

Ho un cuore forte e ginocchia che mi tengono, complice la vita.

Arrivo alla frana, enormi massi, sospesi sul mare. Sotto piccole piscine azzurre, scogli, il sole, il mare infinito. Lego lo zaino a un sasso, in alto. 

Gli appoggio sopra il pareo, zuppo di sudore, secco di salsedine agli angoli. 

Silenzio.

Guardo.

Respiro.

Mi viene addosso tutta la mia vita.

A volte fa male. A volte fa bene.

Vengo qui per sentire, di giorno in giorno, l’effetto che mi fa, la mia vita.

Mi butto, saranno due metri, mare aperto, nero, le ombre del fondale profondo. Nuoto, verso il largo, senza un piano, guardo sotto. 

Poi mi fermo. Tra le onde.

Cerco delfini, storie che potrei raccontare ma che nessuno sarebbe disposto a prender per vere. Ho visto delfini nuotare davanti a me. Ho visto un pesce luna, con la pinna sinuosa. Barracuda, acciughe, e pesci lenti e pacifici.

Torno, salendo dagli scogli, fino allo zaino. 

Mi asciuga il sole.

Sono sincero, non penso a niente. Guardo e basta.

So che questa cosa, che faccio tutti i giorni, mi servirà d’inverno.

Guardo la mareggiata.

Qua, fuori, è sempre insistente, nervosa, lascia poco spazio alla pace.

Io, virgola, non penso, virgola, a niente.

Non scrivo, non leggo, non penso.

Mi nutro.

Quando il campanile suona, lo sento lontano, riconosco i rintocchi, mi incammino. 

Risalgo le rocce, prendo il sentiero, osservo la sabbia tornare roccia. 

Scendo veloce.

Prima bosco, cicale e odore di umido, di muschio, di macchia.

Poi le case, fortunati, le prime ville, i gelsomini, le calendule, i gatti assonnati.

Arrivo alla spiaggia, sabbia. 

Prendo il Piccolo. Lo bacio sulla guancia.

Dove sei stato?

A vivere.

Davvero?

Si. Faccio provviste per l’autunno.

Andiamo, per mano, al piccolo molo. Ci tuffiamo. Nuotiamo fino a riva.

Ecco tutto.

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