Pompe e schiaffi (romantico a Milano)

2 Set

Da quasi otto anni, il primo fine settimana di settembre, io lo passo seduto su uno scoglio, che per concessioni demaniali, dovrei controllare ma son quasi sicuro, dovrebbe esser mio, a preparare l’autunno.

Una delicata selezione musicale, improntata sul biennio 94/96, i miei anni d’oro dell’adolescenza, accompagnata da vino bianco locale e frequenti nuotate al largo, mi traghetta nel lungo autunno.

Questo perché l’autunno mi è insignificante, seppure io abbia amato l’ottobre di Madrid e il novembre di Eindhoven. Per non parlar dell’inverno.

Ho una malattia incurabile che mi provoca un profondo disagio quando l’altitudine, il freddo, la neve, vengono associati a vestiti pesanti, cibi pesanti, persone pesanti, taverne di legno odoranti, sudore, racconti epici di sciate, salti, pini evitati.

Preferisco il carcere, alla settimana bianca.

Questo fine settimana, il primo di settembre, mi serve anche a star beatamente da solo, al mare.

Facendo quella lista di cose che, in presenza di altri esseri umani, comportano sempre delle noiose spiegazioni.

Fare il bagno nudo. Saltare la cena, passando dall’aperitivo con il vino, al dopocena con il vino, in costume, in centro, a piedi nudi. Nuotare mentre piscio. Leggere nudo sullo scoglio. Cantare a voce molto alta i Nirvana. Accompagnare con l’indice sinistro il sole che affoga nelle montagne di Ponente al tramonto.  Parlare da solo, chiedendomi cosa ne pensi, io, del tempo ballerino, ad esempio.

Criticare apertamente, seduto sul muretto della passeggiata, le donne apparecchiate come puttane da statale. Osservare lo sguardo dei mariti, tenerlo, sorseggiando a canna dalla bottiglia.

 

Niente.

Roba così.

 

Ma quest’anno no.

No, nel senso che sono fermamente ancorato alla mia postazione urbana, scrivo mail, ritaglio cose, litigo con Excel.

 

Per di più, sono affogato in  un punto morto, stavo scrivendo spedito il settimo capitolo. Pronto all’ottavo, un fiume in piena. E niente, mi sono bloccato. Sono finito in una confusione, forse dovuta all’altra sera quando ho volutamente fatto la maratona di IronMen.

 

Aggiungo che la moto va a singhiozzo. Sembro uno di quelli che provano i tori meccanici. Ma non fa ridere, mi fa incazzare da morire.

 

Le ragioni della mia permanenza urbana sono tante e di scarso interesse pubblico.

 

Le riassumo in: Cambiamento.

 

Ieri sera, complice il fatto che io sento la voglia di cambiare nelle persone, ho tenuto un breve trattato sul cambiamento.

 

Primo: non sono un sensitivo. Leggo le persone, interpreto, giudico, faccio domande mirate, raramente chiedo cose a sproposito.

Secondo: lo faccio ridendo e facendo battute. Ricordi che il saggio indica la luna e l’idiota guarda il dito? Ecco, tu prendimi per un coglione.

Terzo, ricorre tra qualche giorno il mio decimo anniversario. Oltre che di matrimonio, anche di inizio di quella roba assurda che è stata studiare il cambiamento.

 

Ho letto. Ho riletto. Ho ascoltato. Ho indagato. Per capire il cambiamento mi sono dovuto pippare tutte quelle cazzate automotivazionali che fanno impazzire gli esseri umani durante la crisi di mezza vita. Programmazione Neuro Linguistica, Pensiero Positivo, Buddhismo, Parapsicologia.

 

Ma questo, fidati, non fa curriculum tanto quanto il mio ultimo anno e mezzo di vita.

 

Niente. Ho cambiato.

Qualcosa.

In  meglio. Spero.

 

Annuso le persone, sono una specie di cane con la barba. Parlavo con una ragazza dai vispi occhi che portava un simpatico ciondolo. Che dice di voler cambiare. Ma non ne ha nessuna intenzione.

E ascoltavo, poche parole, tanti piccoli gesti, una ragazza, con occhi paralizzanti, che invece ha una voglia matta di cambiare. Bomba a orologeria.

Confido tu possa trovare un bravo artificiere.

 

Ora, io del cambiamento potrei parlare per ore.

Ma quello che nessuno racconta, è cosa succede a non cambiare.

 

Io sono terrorizzato non dall’errore. Non dal non amore. Non dal dolore.

Io sono terrorizzato dagli alibi.

Che le persone, tutti cazzo, impilano ordinatamente per costruire un muro, un muro solido di alibi, per difendersi dalla realtà.

 

Quello che la scienza esatta della psicologia non insegna è la parte oscura, la seconda possibilità.

 

Cosa succederebbe veramente se resti?

 

Cosa succede se ti fermi, cazzo?

 

Allora, povero, stanco, non al mare seduto sul mio scoglio, ho pensato che comunque sono felice.

 

Se poi non dovessi più riuscire a scrivere l’ottavo capitolo, sappiate che sarà un anno di merda, perché cazzo io nel 2017 avevo in mente di far uscire il mio romanzo, semplicemente per fare una cosa che sogno fin da piccolo.

 

Durante un aperitivo qualsiasi, all’arrivo di una sconosciuta, durante le presentazioni, smettere di dire le solite due finocchiate

 

  • Mi occupo di computer e insegno il cambiamento

 

Ma partire con un:

 

  • Hey baby, io scrivo capolavori per restare indelebile nel cuore di milioni di lettrici

 

Scientificamente, o segue uno schiaffo o un pompino.

La statistica la studio da tempo.

E lo schiaffo è dato 75 a 1.

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