Susanne

11 Nov

– Aspetto. Aspetto da tempo, non saprei dire quanto.

– Cosa aspetti?

– Aspetto che un miracolo avvenga.

-Ne aspetti uno in particolare?

-Gli uomini come me hanno diritto a un solo miracolo in tutta la vita. Aspetto quello.

Susanne è seduta, di sponda, su una terrazza di legno e acciaio, sotto la città illuminata, di lato lui e un vento ostinato da Sud, freddo come tutte le cose che anticipano l’inverno. Cerca di capire, Susanne, con gli occhi piccoli di chi studia, le mani dolci e docili a cercare il bicchiere e i capelli, che sembrano le uniche sicurezze rimaste davanti a questa città, buia di una notte senza stelle, fredda di un inverno senza legna, ma bella come solo i sogni sanno essere.

Susanne da piccola giocava con le bambole e il silenzio, aveva bambole bionde e silenzi stupendi, fatti di alberi e cielo, i silenzi dei bimbi. Ha chiuso le bambole in una scatola di cartone, ha tenuto i silenzi, per giocare ancora. Susanne gioca con i silenzi e con i capelli, mentre gli occhi piccoli scrutano e accettano. Accettare le mani di lui, che accarezzano le sue mani, come fosse un gesto di secoli, un simbolo, un’onda, che batte sulla spiaggia, accettare non è stato facile. Ma il silenzio aiuta.

– Aspettavo un miracolo preciso, che avesse il tuo modo di prendere i capelli per ribattere agli improvvisi salti della vita.

-Impossibile tu abbia aspettato me. Non mi hai mai conosciuta.

-Infatti i miracoli non si conoscono, la forma dei miracoli è sconosciuta, l’odore del miracolo è racchiuso nella speranza, il suo sapore nel desiderio, e i tempi dei miracoli sono diversi da quelli della speranza. Aspettare non serve a molto.

Lui sentiva il freddo vento tagliare la schiena, le mani di lei fredde e piccole, e i suoi occhi, fissi su di lui, a chieder risposte, che nessun uomo ha ancora trovato. Ecco, Susanne, chiedi cose che difficilmente gli uomini sanno di avere, risposte. Ma assomigli terribilmente alla bellezza del miracolo.

La redenzione di una vita, tutta chiusa nel tuo modo di camminare cauta, ascoltando anche con il corpo il silenzio delle cose. L’illusione della perdizione, quando ti abbandoni sul sedile di pelle di un taxi, il corpo bello e appoggiato pigramente. La pulizia della mano di un bambino che toglie la condensa da una finestra, per guardare la neve, quella stessa pulizia dei gesti dei piccoli, la fanno le tue mani, mentre accettano le mani di uno straniero.

Vorrei solo, Susanne, dirti, che io nei miracoli ci credo. Lasciami ballare mentre guardi curiosa il mio modo di affrontare un cameriere, lasciami cantare una canzone senza parole, mentre ti osservo dallo specchio di un’ascensore, lasciami prendere questa vita, e accarezzarla come facevo con le tue mani.

Lasciami, Susanne.

Fare e dire.

 

In loving Memory of Mr. Leonard Cohen

 

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