Io e la palla (Ovali) 

18 Nov

I grandi amori della mia vita vanno per due direttrici, due solchi, due binari paralleli. I grandi amori della mia vita o son stati malattie o son stati cure, o cause o effetti, o sorgenti o dighe disposte a fermare tutto. 

Ci sono sere come questa in cui una serie di piccole cose, il vivere che sembra non voler collaborare ogni tanto, mi tengono sveglio. 

Mi spaventava l’insonnia, perchè ho sempre pensato che sia l’anticamera di qualche grande malattia. Come la nausea. Insomma l’influenza intestinale mi ha sempre provato fino allo sfinimento.

Poi ho imparato a mangiare meglio, bere meno, o forse darmi tempo.

Poi ho imparato a rimanere sveglio, senza paura di trovarmi sdraiato di fianco a un pensiero scomodo. 

Ci sono sere in cui rimango così, guardo la libreria, respiro il silenzio della casa, osservo il buio fuori dalla finestra, lascio che la nostalgia coccoli pensieri che uno dopo l’altro si addormentano. 

Non mi spaventa l’insonnia, non più, so fare i conti con un giorno dopo difficile e lento, so dell’arrivare a sera sognando il letto, non mi spaventa più quasi nulla, quasi tutto ha una cura, anche l’amore.

Non mi spaventa l’insonnia e adoro le liste, il senso di sicurezza di mettere in fila cose da fare, lo splendore nascosto nel far scivolare le urgenze appena dopo cose assolutamente non importanti, le liste di cose belle, le liste di ricordi, le liste di grandi progetti e piccoli sogni. Le liste, elenchi che sempre meno scrivo, sono la poesia che mi racconto quando non dormo, sono le mie segrete litanie, una preghiera a Dio di darmi un giorno ancora, ancora uno per Dio, per vivere ancora, una spunta su una cosa, su un libro, su un bacio rubato al freddo, su un sorriso rapito da un bambino. Poesia metropolitana, ecco cosa sono.

Ho freddo questa notte, ho freddo e il sentore del tempo che passa e delle cose, alcune cose, che non si stanno mettendo per niente bene. Forse ho freddo per questo, per questo presagio, di mesi, ancora mesi, di cose da rifare, sogni da mettere in un cassetto, merda da mangiare, e le mie occhiaie a ricordare allo specchio tutte le mattine il peso di ogni passo, nel fango dei periodi come questo. Non mi fa paura la vita, sono quel genere d’uomo che non ha paura della vita e della morte. Forse ho avuto paura di nascere, sicuramente ho paura di soffrire, non avrò tempo di aver paura di morire.

Ho freddo, in questo silenzio, che ho imparato ad amare tanto quanto la musica, e guardo da quasi venti minuti le chiavi di casa, appoggiate su una foto, girata, impolverata, che ha quasi undici anni e una storia da raccontare. Io, i capelli, molti più capelli, un pizzo ispido, il mio giubbotto marrone, che solo Dio sa quanto io odi buttare i vecchi vestiti che poi tornano sempre di moda, per uno come me che non è mai di moda. Un giubbotto da sentinella, caldo, di velluto, sporcato dal tempo, deformato dai viaggi, un lampione. Non si capisce, ma è Genova. Di notte, non ricordo se ottobre o novembre, sabato, notte. A Genova ci arriva chi ama il mare per davvero, ci passa chi vuole partire davvero, a Genova ci passeggi senza pensieri, sapendo di camminare in un miracolo di cemento e salsedine che un po’ assomiglia a Milano, un po’ a Torino, un po’ non assomiglia a niente. A Genova ci vado anche solo per sentire l’odore del Porto. Come fosse casa. Avrà undici anni quella foto. E ha una storia alle spalle, come tutte le foto. Andrebbe lasciata appesa, le storie comunque sono bei ricordi.

È la storia di un amore che sembra aver avuto un inizio molto dolce e una fine così definita da esser stata un confine. La vita traccia confini. Scavalcare, oltrepassare, scappare. Si fa così con i confini.

I miei amori son state malattie dolorose, niente di mortale a quanto pare. I miei amori sono stati cure dolcissime, miracolose, incredibili. I miei amori sono stati splendenti cause, deliranti effetti. Sono mesi che ho smesso di rinnegarli, li ho riconosciuti tutti, alcuni contro voglia, si capisce. Ho amato talmente tanto da avere un cuore capace di cose incredibili, ho amato così tanto da avere ancora fame d’amore. Ho amato libri, pagine, frasi, storie, la cura del leggere, ho amato strade, da sentire nelle curve, nei dettagli, nella bellezza nascosta da un motore e una sfida. Ho amato il mare, ne amo gli angoli nascosti e difficili ma anche la pancia larga delle spiaggie piene e rumorose. Ho amato uomini che ho trovato sulla mia strada. Ho amato progetti folli, amerò sempre la follia lucida che mi prende lo stomaco come un pugno ben assestato. Ho amato donne, le conto sulle dita di una mano, così diverse tra loro, ho amato il loro passato e il desiderio di un nostro futuro. Alcune mi hanno curato, altre mi hanno ferito fin quasi ad uccidermi. Si sopravvive sempre all’amore sbagliato, non per raccontarlo ma per riprovarlo, come un vizio di cui vergognarsi solo un poco.

È forse per tutto quello che ho amato, che sono così. È forse per come ho amato che sono così.

La questione della palla ovale, della terra, su cui sbattere con forza, della fatica di uomini molto diversi per sogni e progetti, tutti uguali in mezzo alla partita, la questione di fare metri, a volte centimetri, rischiando di non sentire più le braccia dalla fatica, con i polmoni che esplodono, la questione della resistenza al dolore, del sacrificio, del freddo dannato o del caldo osceno, la questione di non essere nessuno di speciale ma di essere indispensabile, il contrario del resto del mondo, la questione del tempo passato ad allenare muscoli che fanno male e che non vede nessuno. La questione del rugby, riassumendo, è una questione di cura. Una cura importante, per sofferenze importanti. 

L’amore per una medicina così dolorosa e radicale, quello è un discorso di storie, raccontate tra uomini molto diversi al buio delle notti, sapendo di poter spiegare tutto fino a un certo punto. 

Una cura che, mi fido di me, funziona. Aiuta a ricordare che vale la pena. Quando resti insonne per provare a capire cosa non sia andato, perché non sia riuscito, quando è successo veramente, senza nessuna intenzione di tornarci sopra. Solo per capire e non rifare gli stessi errori. Solo per non smettere mai. 

Il rugby è la cura che mi da certezza che le mie liste non sono finite per nulla. 

Questo è.

Una Risposta to “Io e la palla (Ovali) ”

  1. Lauretta 21 novembre 2016 a 05:39 #

    A questo punto sarebbe il caso di preparare un’altra lista.
    Quella delle bestemmie.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: