what if (regalare un libro a Natale)

Ho rischiato la vita per recuperare una scarpa, l’altra notte al concerto di Biffy Clyro. Ho capito ieri sera mentre due cubisti mi ballavano davanti ancheggiando in mezzo al Corso, che mi piacerebbe andarmene da questo posto. Ho osservato fumando un mini Montecristo, lo struscio isterico. Adoro farlo. Ho regalato un sorriso a una ragazza, semplicemente passandole lo zucchero, mentre il suo palestratissimo fidanzato era impegnato a scrivere sul cellulare. Mi sono perso nel freddo, sbagliando autobus. Ho fatto la lista delle cose che voglio fare entro la fine dell’anno, e ho capito di aver, nel 2013, cambiato famiglia. 

Ma bando alle ciance. Se volete regalare dei libri, eccovi un breve estratto di una possibile lista di livello. 

1) Zorro, M. Mazzantini. Me lo ha fatto venire in mente un’amica (una delle due che ho). E’ bello perchè è stato scritto per amore vero. Lei lo ha scritto perchè il suo uomo lo recitasse. 

2) La Famiglia Spellman, Lisa Lutz. Gran bella storia. Regalatelo a chi adora Little Miss Sunshine. 

3) La Leggenda di Bobby Z, Don Winslow. Anche se, Le Belve, I Re del Mondo, Il Potere del Cane restano capolavori. Regalatelo a chi adora CSI, Criminal Minds, e tutte quelle cazzo di serie Crime. Winslow è il maestro del crime. E si legge facile facile, quindi è adatto anche ai disadattati da Fox Crime. 

4) Mi Raccomando tutti vestiti bene, Sedaris. Regalatelo ai vostri amici omosessuali. E a chiunque adori i bei libri. Se poi i vostri amici omosessuali adorano i bei libri, beh, siete a posto. 

5) Storia di un Corpo, Pennac. Regalatelo a chi non sa amare il suo corpo. Alle vostre amiche bulimiche, anoressiche, depresse, sociopatiche. Insomma un po’ a tutti. 

6) Nemmeno immagini quanto ti voglio bene, Ames. Regalatelo a chi conosce Bukowsky, agli uomini senza mogli ma con un figlio. A chi si vuole divertire. 

7) Il Momento è Delicato, Ammaniti. Regalatelo a chi ha paura del buio e a chi non crede che in Italia si scrivano buoni racconti. E ai vostri amici cocainomani. 

8) Freakonomics, Superfreakonomics, Levitt. Regalatelo agli amici che vogliono leggere un saggio. Riceveranno sicuramente i libri di Rampini sulla socio sinistra cinese, e altre cose molto local. Questo è un must. Anche per quelli che amano la statistica. E per quelli che cercano argomenti di conversazione fighissimi. 

9) I Milionari. Non esiste solo Gomorra, e nemmeno solo Saviano. Per tutti gli amici che amano fare battaglie contro la camorra (solo su facebook che poi è pericoloso). 

10) Scheggia, Parodi. Insomma Roberto è un personaggio davvero notevole. Scrive bene, la storia regge, e viaggia in moto tantissimo. Regalatelo a quelli a cui avreste regalato un libro delle sorelle Parodi. Fa figo dire: “Beh, al posto delle sorelle Parodi, ti regalo un libro del fratello, quello biker”. Ne ha scritti tre. Valgono tutti e tre. 

 

Fuorilista, ma sempre belli da regalare: 

Ballando Nudi nel campo della Mente, Tutta un’altra musica, Otto milioni di biciclette, Lamento di Portnov, Correndo con le forbici in Mano, Vedi di non morire, L’amore dura tre anni, La fortuna non esiste, Dopo Di lei e Mia sorella è una foca monaca. (gli autori cercateveli…sono tutti capolavori, in ogni caso, ognuno nel suo genere)

Ah, ovviamente non c’è nemmeno un libro che è in classifica adesso, così non rischiate i doppioni… 

Non comprateli su IBS. Primo perchè IBS in inglese è acronimo della sindrome del colon irritabile. E secondo perchè le librerie hanno una storia stupenda, il più delle volte. 

La mia preferita è il Trovalibri, perchè trovo sempre quello che cerco. E’ un posto bello, con dietro al bancone (banchino a dire il vero) una grande famiglia. Che ne sa tanto di libri. 

PS: regalate un libro, è molto meglio di una cravatta (e costa meno). 

Life is short fritz, read it!

 

Dispari

Al netto di più di dodici anni di esperienza, posso con tranquillità confermare che gli anni dispari sono degli anni di merda. 

E’ stato così per il 2001, per il 2005, per il 2009, per il 2011, per il 2013. 

Andando indietro, posso in ogni caso trovare reperti di emozioni che mi confermano che la cosa è abbastanza assodata. 

Nella classifica degli anni dispari, va detto, il 2001 e il 2009 sono stati davvero tra i migliori. Cioè tra i peggiori. 

Poi, com’è ovvio che sia, l’ultimo sembra sempre il peggiore. Questo perchè, poveri illusi, non avete ancora avuto modo di provare quello dopo. 

Insomma, per quanto riguarda gli anni dispari, non c’è limite al peggio. 

Poi, cose belle, negli anni dispari, ne succedono comunque. Prendi il 2011, quando è nato il Piccolo. O prendi il 2001, quando ho trovato duecento euro appoggiati su un cofano. 

Resta comunque che questi cazzo di anni dispari sono davvero una merda. 

Ora, per quanto riguarda il 2013, è abbastanza presto per fare bilanci. Tutto può succedere, in un anno dispari, fino all’ultimo. 

Come le altre volte, il 31 dicembre, verso mezzanotte, tirerò un respiro di sollievo e mi scolerò dello champagne agricolo. 

Pronto ad entrare in un anno pari. 

Niente, volevo dire solo questo. 

Che questa mattina sono uscito tardi. Troppo tardi. E che correvo verso l’aeroporto, come al solito. 

E che correvo dentro l’aeroporto, come al solito. 

E che pensavo due cose: puttana merda che freddo. (quanto sono inadeguati i completi da uomo in questo genere di situazioni).

E, puttana merda che anno. 

E, alla fine, pensavo che entrambe le cose sono abbastanza risolvibili.

Ci sarà una calzamaglia per proteggersi negli anni di merda. 

 

Vecchio Porco

Ieri notte, dopo un lavoro di quasi mezz’ora per infilare degli strani oggetti nelle prese di corrente, ho finalmente collegato il televisore a internet. Adesso mi sento un uomo migliore, ho pensato. Odio la televisione ma adoro il progresso tecnologico, quindi questo sarà progresso, ho pensato. 

In verità, al netto di un ottimismo sfrenato e di una grande fiducia nel progresso, non ho tenuto conto della scandalosa banda internet.

In ogni caso, sono riuscito a rendere il televisore, come di dice, intelligente. 

A stare alla pubblicità, ho accesso a milioni di contenuti differenti, proposte interessanti, trasmissioni uniche, grandi prime visioni. 

La mia felicità si è tramutata in tristezza quando ho scoperto, in verità, di avere accesso solamente a una incredibile quantità di puttanate. Reality sulle macchine, sui cantanti, sugli scrittori, sui ballerini, sugli attori, sulle moto, sulle barche, sulla pesca, sui lavori strani, sull’apocalisse. Cristo. 

Ormai sconfortato, scavavo il fondo della programmazione pur di trovare qualcosa che avesse senso quando mi sono imbattuto in questo qui. 

Che è un vecchio documentario a cui ero tanto affezionato. 

E ho pensato che il mondo, in fondo, non è un posto così infame. 

Così, per togliervi d’impaccio, vi caldeggio la visione di questo film (90 minuti circa) per alcune ragioni: 

– Si vede il vecchio porco ridere quando parla, bere, (tanto), vomitare prima di un reading a San Francisco, toccare le tette di una misteriosa cicciona. Insomma, c’è tutto il beat che Bukowsky ha sempre predicato

– c’è la conferma che Bukowsky chiamasse il suo cazzo in pubblico “la mia cipolla viola”. Ora, non che sia strettamente necessario dare un nome al proprio cazzo, in ogni caso “cipolla viola” è molto trendy. 

– si sente Bukowsy recitare le sue poesie, Ferlinghetti parlare, la signora Fante parlare. Insomma un pezzo di storia. 

– Per gli amanti dell’architettura si vede l’america dei sessanta – settanta. Uno spettacolo.

– E’ un buon modo per dire di aver letto Bukowsky anche se non vi piace leggere. 

– E’ un grande modo per apprezzare la cultura beat, l’America alternativa, per ritrovare molte cose che poi i Punk e la New Wave hanno richiamato. 

– Non puoi dire di essere appassionato di cultura underground se non conosci il vecchio porco

– al minuto 54 inizia a parlare di donne. E tutte le donne dovrebbero vederlo

– Sean Penn che lo ricorda è fantastico. 

– Bono che legge una sua poesia (1.11) è stupendo

– al minuto 14 ( un ora e 14) si osserva come si dovrebbe litigare con una donna. 

 

E poi mi ha ricordato la mia prima volta. 

La prima volta che ho fatto l’amore. 

Dio che sballo. 

Ma questo è un altro racconto

 

Vi auguro di essere davvero beat, di lasciare un fottuto segno nelle vostre vite. Di non vivere per le vostre macchine, per i vostri lavori, per le vostre moto, per i vostri figli. 

Di vivere per voi. 

Viva la Foca

Che che se ne dica io sono uno molto attento al contesto sociale il cui vivo.Mi commuovo ogni volta che su Facebook vi dilungate in commuoventi post sull’ultima tragedia umana, inondazione o tifone che sia. Solitamente sei ore dopo pubblicate foto di scarpe o di gente ubriaca. Insomma rientrate nella norma. Mi animo, come voi, ogni volta che osservo la situazione politica. Sono uno che legge. So che non sembra. Leggo due o tre quotidiani al giorno. Saltando lo sport e la cronaca rosa. In pratica non leggo un cazzo. Ogni santissimo giorno mi siedo e rifletto, osservando la classifica degli articoli più letti sul Corriere.it. 

Mi fate riflettere, anche voi. 

Ecco, su di voi avrei molto da dire, ma anche pochissima voglia. Mentre sugli ultimi accadimenti politici, ritengo di dover esprimere quivi la mia opinione. 

Più che altro un atroce dubbio. 

Partiamo dall’inizio. Provengo da una scuola di formazione (Scienze Politiche) che ha forgiato il mio pensiero educando la mia mente a cercare nelle radici del dibattito politico la fertilità di una nazione. Se solo avessi frequentato, almeno una lezione. In ogni caso, per dovere di cronaca, ho dato tutte e tre Teologia, Teologia 1, Teologia 2, e Teologia 3. Tutta la saga. Esami di un certo spessore. In più, ho passato con scioltezza Storia delle Istituzioni Militari, esame fondamentale sulle, appunto, istituzioni militari francesi. Ho anche passato Storia Contemporanea (alla quarta volta, forse perchè il professore era esausto di vedermi), Diritto Pubblico e Economia, ovviamente Sociologia. Questi sono gli esami che ricordo di aver passato. Di questi, insomma, sono abbastanza sicuro. Degli altri no. 

Dio, aveste avuto anche voi l’assistente che avevo io a Sociologia, vi sareste ricordati anche voi l’esame, e lo avreste ridato volentieri anche voi. Picchi ormonali degni delle peggiori Animal House. 

Insomma, ho una certa formazione per parlare di politica. (Non è assolutamente vero, ma in fondo ho studiato, lasciatemi almeno la gloria). 

Inoltre ho un passato da attivista politico. Al liceo mi sono battuto per alcune grandi cause sociali. Mosso da grandi ideali, ho lottato fino al sangue per i miei, i nostri, diritti. Ero uno, per dire, che faceva a botte senza nessun problema se le canne non si facevano girare in modo democratico, affinchè tutti beneficiassero degli effetti. 

Poi, con il tempo, sono diventato cattocomunista. O forse lo sono sempre stato. 

Ecco, io non odio Berlusconi. Non fraintendetemi. Io, al massimo, disprezzo il messaggio, l’odore nauseabondo dell’arricchito rampante che spintona per una comparsata in televisione, la puttanella da Billionaire, l’imbruttito da Porche in seconda fila. Insomma tutte le sfumature dei danni che i soldi fanno a chi non li sa usare. E Berlusconi, forse volutamente, si è fatto portabandiera di un variopinto mondo, pieno di buona gente ma anche pieno di puttanazze, arrivisti, corrotti, presenzialisti televisivi, tronisti, letterine, e quanto di peggio la mente deviata di un autore televisivo possa produrre. Il potere, da sempre, attira il suo circo. 

Sulle sentenze a carico di Berlusconi non mi esprimo, Primo perchè sono troppe. Dovrei scrivere sei giorni e mezzo. Secondo perchè non ho nessuna voglia di farlo. Adoro leggere di Berlusconi dai giornali esteri, che pubblicano sempre foto di lui depresso, incazzato e bastonato. Ogni tanto mi dispiace. 

Ogni tanto no. 

Ora è venuto alle luci della ribalta questo verbale, di uno dei diciotto processi in cui Berlusconi presenzia in aula, che poverino gli conviene trasferirsi in zona Tribunale, almeno quattro giorni la settimana, e vengono fuori le testimonianze di questa Ruby, che è una delle cose più difficili da spiegare all’estero quando parlo dell’Italia, e di quello che succedeva ad Arcore di notte.

Ne avrete sentito parlare. Ne sono sicuro. Due cose stanno sconvolgendo l’Italia in questi giorni: questo verbale e la morte del cane dei Griffin. Che si fottano i filippini e i sardi, è morto il cane dei Griffin, urla a gran voce il social network!

Ora, indipendentemente dalla vostra, opinabile, opinione, e anche dalla mia, su quanto sia penalmente perseguibile il comportamento notturno di un uomo in casa sua ( se la flatulenza sul divano fosse reato penale, avremmo un serio problema di sfoltimento della popolazione maschile), mi resta un grandissimo interrogativo. 

Riassumo qui, per voi, quanto detto da Ruby Rubacuori, nipote di Mubarak o forse no, ma questo è un altro processo, povero Silvio. 

Ruby dice che, finita la cena, ci si sposta nella stanza del bunga bunga. Ruby dice che si sentiva tranquilla, perchè Lele Mora aveva garantito che lei non avrebbe avuto implicazioni, in questo bunga bunga. (come se un condannato fosse tranquillo per una rassicurazione del boia). E vanno in questa stanza. E fanno delle cose davvero sconce. Barbara D’Urso, Belen Rodriguez, Ayda Yespica (forse con meno ypsilon) e Mara Carfagna. E poi vanno in camera, e succede di tutto. 

Nel dettaglio, un piacevole terzetto nel quale tutti si leccano tutto. 

Ora, scioccato come voi, per molti versi sconvolto e amareggiato, dubitante e sdegnato, ho riflettuto molto. 

Ho una chiara opinione sui fatti e ho anche un giudizio.

Ma ho ancora un atroce dubbio. 

Ponendo appunto questa scena hot tra l’onorevole Berlusconi, la dottoressa D’Urso e la signorina Rodriguez, come avvenuta veramente (fatto da dimostrare) e ponendo che il sistema di sorveglianza della villa di Arcore fosse dotato di registrazioni video, qualcheduno adesso è in possesso di un video molto hot. (fatto da dimostrare). 

Che nel caso della Rodriguez si tratterebbe di un sequel. 

Questo video hot avrebbe, sul mercato, un valore incredibile. E qui mi fermo. 

Ma il dubbio atroce che mi attanaglia è: questo video, questa scena, questo (tutto da dimostrare) atto sessuale, in quale categoria di YouPorn andrebbe?

Perchè, sembra stupido, ma si potrebbe aprire un grande dibattito.

Si tratta forse di Celebrity? O di Chubby? Milf? Lesbian? Oral? Interracial? Latina? Office Fuck (in fondo sono dipendenti con datore di lavoro)?

O forse andrebbe, per l’occasione, creata una nuova categoria?

Ar Core Movie? Farfallina e Passerotto? The Bunga Bunga Late Nite Show? (si, nite. E’ slang. Si può dire anche nite. Non rompere troppo i coglioni). 

 

Tenete anche conto che la domanda sembra stupida. Ma si tratta del sito più visitato d’Italia. (non Arcore, Youporn). 

E di un filmato dal valore incalcolabile. 

Ai posteri l’ardua sentenza. O forse ai giudici e poi ai posteri.

 

—-

Avvocato: E quella sera lui c’era?

Teste: si quella sera lui era venuto.

Avvocato: precisi il luogo.

Teste: prego?

Avvocato: mi dica dove.

teste: che domande, in faccia. 

 

 

 

Le ragioni per cui non vivere con me

Enrica mi dice: scriviamo le ragioni per cui vivere con noi è una merda. E io subito penso: io e te non viviamo insieme, baby. Poi, dopo un po’, capisco il senso del messaggio e mi metto a pensare. 

Ecco, partiamo dalla cosa più semplice: io non capisco mai i messaggi delle donne. Mai. Io capisco, straordinariamente bene, le donne. Lo so di mio e ne ho conferma tutti i giorni. Ma le donne, prevalentemente, degli altri. Le mie, di donne, non le capisco. Non capisco quello che mi vogliono dire, scrivendo o comportandosi in un certo modo. Ci metto sempre troppo, a capire, e rovino la poesia. Non capisco mai il limite, non capisco mai un rimprovero non detto, una malizia appena accennata o una dolcezza nascosta in un gesto. Non è vero. Non è che non le capisco: ci arrivo appena un po’ dopo. Che tra uomini non è un problema (a parte che gli uomini li capisco al volo, come peraltro le donne, tutte, tuttissime, tranne la mia), ma per una donna può essere un problema drammatico. Ne ho le prove. 

Inoltre, se proprio vogliamo essere pignoli nell’autoanalisi, dovremmo menzionare un paio di altre cosette. La prima riguarda l’essere psicosomatici. Io sono, per ammissione di un primario di gastroenterologia di fama europea e dalle parcelle con quattro zeri, l’incarnazione del Paziente Zero Psicosomatico. Gestisco volumi di stress giornalieri che un uomo medio non vede nemmeno in dodici anni. E questo, come tutte le cose belle, ha delle conseguenze. Sul mio corpo. Più precisamente su diversi organi del mio corpo. Io psicosomatizzo tutto. Tutto. Pur insegnando agli altri come evitare di psicosomatizzare, io ho un colon talmente delicato che un colpo di tosse durante una mia presentazione può avere delle conseguenze intestinali drammatiche. Fin qui tutto bene. Però devi aggiungere che sono, a momenti, estremamente ipocondriaco. A momenti, solitamente fasi quinquennali, giusto per chiarire. Come tutti gli ipocondriaci, alterno fasi della vita in cui, pur avendo il corpo che cade a pezzi, ignoro ogni forma di cura e medicina a momenti in cui per un semplice starnuto prenoto un check up, ordino i fiori per il mio funerale e dispongo che i miei averi vengano distribuiti ad alcuni amici e a mio figlio, scrivendo commoventi testamenti che poi, di tanto in tanto, rileggo. Sono arrivato alla versione 14. Convivere con un ipocondriaco non è semplice. Lo ammetto. Anche se, proprio mentre scrivo sento un fischio fastidioso che non vorrei fosse quell’acufene che, di tanto in tanto, bussa al mio timpano. Anche se i sette otorini che, privatamente, ho interpellato per un parere in merito concordano nel dire che si tratta dell’auricolare dell’iPhone. Togliendolo, in effetti, passa. 

L’altra cosuccia riguarda un’aspetto umano davvero importante. Qualche anno fa, agli albori della mia luminosa carriera, mi hanno insegnato una cosa davvero importante. Drammaticamente importante. Decisamente fondamentale. La delega. Delegare, ovvero assegnare agli altri compiti propri, monitorandone il risultato, è uno dei pilastri del time management, della vita di un manager di successo e di chiunque, professionalmente, non voglia morire di esaurimento. Solo che, prendendo alla lettera il tutto, ho imparato a delegare molto bene. Decisamente benissimo. Talmente tanto che, oggi, insegno a delegare. Credo nella delega, come chiave del successo. Si basa sulla fiducia e sul rispetto. Io delego tutto. Vivo delegando. Delego cose facili, cose abbastanza difficili, cose impossibili. Ecco. Questo in ufficio. A casa, uguale. Io sono il campione della delega. Una delle mie specialità, a casa, è ridelegare qualcosa che mi era stato delegato. 

– allora domani fai un salto all’esselunga a prendere la carta igienica che è finita?

– okkei

….

– Ti sei ricordata la carta igienica?

– dovevi andarci tu!

-ok, allora se tu non sei riuscita a farlo, rimedio io. Nessun problema. 

– mah…

– lascia lascia, davvero

– no ok. Ci vado io. 

 

In ultimo, ma forse è la cosa meno trascurabile, ho un piccolo problema di immedesimazione con i libri che leggo. Ovverosia, entro nel personaggio. Del libro che sto leggendo. Il processo di personificazione è abbastanza immediato, fin dalle prime pagine, e si esaurisce qualche giorno dopo la fine del libro. Qualsiasi libro. No, con i film non funziona. Solo con i libri. Ma tutti, proprio tutti. 

Ho fatto il mio periodo pulp, e anche il periodo sciovinista. Ritorno spesso sul personaggio beat, che poi è quello che naturalmente mi viene meglio. Ho avuto qualche problema di inserimento in società nel periodo in cui leggevo Kundera, tendevo all’omosessualità leggendo Sedaris, ho cercato di scoparmi un cadavere quando leggevo Bukowsky, ho provato a seguire Barney in molte cose ( a dire il vero ho anche trovato la mia Miriam, e come lui la ho cacciata), piscio contro gli alberi in memoria di Aureliano Buendia, ascolto le onde e cerco dove finisce il mare e inizia la terra camminando in spiaggia. Poi, è anche vero che, leggendo tanto, cambio spesso personaggio. Che, sotto una certa luce, può essere anche abbastanza divertente. Basta sapersi abituare. Anche perchè, in una settimana posso passare da una deliziosa rilettura di Bandini, a cui devo la storta di vino rosso, a un libro sul Lean Thinking, per il quale ho studiato i processi di approccio al frigorifero di mio figlio, con uno Spaghetti Diagram sul suo percorso usuale, decidendo che il pericoloso spreco di energie poteva essere risolto obbligando il Piccolo a cambiare abitudini. 

Nel periodo in cui leggo poco, in ogni caso, divento nervoso e noioso. Quindi, o così mi prendi, o ti attacchi al cazzo. 

Che poi, è stato solo un problema, davvero, quando mi sono immedesimato in Alby Starvation. 

Il fatto, in ultimo, che io dica effettivamente quello che penso non credo sia un difetto. Anche se, solitamente, il pensare che la tua amica di una vita sia una puttanella da tangenziale, o che il tuo ex fidanzato sia il riassunto dell’amore tra il fallimento economico e quello sociale (il Bignami del Loser), non è bello. Ma tutti, la maggior parte, lo fanno. Il fatto è che io lo dico. Esattamente per come lo penso. Vengo pagato un sacco di soldi, al lavoro, per dire quello che penso. E’ normale che lo faccia anche a casa. E pure gratis… 

– Stasera esco con Veronica.

– Veronica chi? 

– la mia amica dell’Erasmus

– oh Cristo, la versione grassa di Iva Zanicchi. 

– Ma come ti permetti, io non giudico mai i tuoi amici 

– per forza, nessuno di loro assomiglia a un porro peloso con dietro una grassona. 

Di buono c’è, non lo dico per redimermi, che puoi sapere, tu che convivi con me, quello che penso, sempre e comunque. 

Beh, cara la mia Enrica, io avrei finito. Dopotutto, a parte un lieve egocentrismo, il fatto che non butti via mai il rotolo finito di carta igienica, sia in grado di seminare per casa sei tipi diversi di biancheria intima e non usi, per partito preso, la scarpiera, non ho altri grandi difetti urbani. 

Inoltre, per chiudere il discorso, ritengo che vivere con me sia bellissimo. Lo dicono tutte, dico tutte, le donne che lo hanno fatto. 

Che poi, tutte, dico tutte, ringrazino la Madonna per aver finito quest’esperienza, io lo ritengo un fatto secondario.

Vai a capirle, ste cazzo di donne. 

 

Post Scriptum: 

1) no, impersonare un personaggio letterario non è precisamente il metodo Stanislavskij. Quello è il metodo che usano gli attori, per personificare, prima mimicamente e poi nella personalità, il personaggio che dovranno recitare. Io non recito, Io sono Alby Starvation. 

Uno che sapeva il fatto suo, in merito al metodo Stanislavskij è il padre di Anthony Kiedis (il cantante dei Red Hot, che ti piace tanto). All’epoca, facendo l’attore, girava per Los Angeles vestito come il personaggio che doveva impersonare. Sempre. E si comportava come il personaggio. Anche se, in questo caso, le droghe pesanti hanno aiutato molto la cosa. Io faccio tutto da me. (se ti interessasse la cosa, leggiti Scar Tissue, la biografia di Kiedis). 

2) Alby Starvation è un personaggio di Latte, Solfato e Alby Starvation, di Martin Millar. Un libro stupendo. Leggilo. Oppure drogati, semplicemente. 

3) il blog di Enrica, la ragazza che dice di aver vissuto con me, o almeno questo è quello che ho capito dal suo messaggio, è qui, ed è uno dei blog più letti del momento. Leggilo anche tu. Io lo leggo sempre. E di conseguenza, mi sento molto Enrica. 

Oddio, forse io sono Enrica. 

 

Life is short, Enrica, surf it! 

 

Le 5 cose belle della convivenza (con una donna)

Post in risposta a quello scritto (qui) dalla magica mano di Enrica, che di fallimenti, pannolini, levatacce e unghie mal tagliate se ne intende, e quindi anche d’amore. 

L’ottanta percento delle coppie si separa, divorzia, si uccide, si martoria, si umilia, insomma si divide, entro cinque anni dal matrimonio o dall’inizio della convivenza. Otto coppie su dieci. Epidemico. 

Di questi, buona parte sta facendo la cosa migliore, o crede di farla. Le conseguenze di una separazione sono, a trent’anni, decisamente impegnative. Alcuni (amanti delle statistiche, il 44%), in questo calderone ci mettono anche i figli. Generalmente piccoli. 

Altri ci mettono i cani, i gatti e altri animali domestici, paragonandoli ai figli. (amanti della psicologia: è una deformazione psichica. Antropomorfizzazione dell’animale domestico. E’ una patologia. Davvero). 

Seppure si potrebbe parlare e scrivere per ore delle conseguenze psicologiche sui figli, sui parenti, sui gatti e sui cani, io non sono Maria Rita Parsi. E se fossi lei, licenzierei il mio webmaster, perchè il sito è una vera merda. Ma questo non c’entra. 

Ci sono alcune cose che nessuno, genitori, preti, psicologi ed amici, ci dicono, prima che sia troppo tardi, ovverosia prima che gli scatoloni con dentro tutte le cazzate di venticinque anni di vita, reputate indispensabili, si uniscano in un unico soggiorno creando quella simpatica entropia nella quale, solitamente, finisce che poi i suppellettili della donna finiscono esposti e quelli dell’uomo finiscono in box, insieme all’orgoglio e a molte altre cose. 

Ecco, forse gli amici sono quelli che, in verità, qualcosa la dicono. Ma le capacità di ascolto di un uomo, nei momenti critici della vita, ovvero quando ci sarebbe più da ascoltare che da parlare, sono ridotte all’osso. Il cervelletto, l’ipotalamo, il cuore, i polmoni e il cazzo puntano direttissimi verso una decisione irrevocabile, corredata dal sempreverde: “per sempre”. 

Che, al netto di una statistica precisa, significa per 5 anni. La stessa durata della garanzia Toyota. 

Per dire, la Kia da 7 anni di garanzia sulla Picanto a metano. Un matrimonio e mezzo.  

La convivenza, in generale, è un processo abbastanza pericoloso nel quale due esseri umani decidono, comunemente e per le ragioni più disparate, di vivere sotto lo stesso tetto, condividendo scelte, valori, soldi, futuro, batteri e calzini. 

Ecco, se per i batteri e i calzini la cosa è abbastanza certa, sulle scelte e i valori è poco probabile che l’argomento sia stato affrontato adeguatamente prima. Sui soldi, la questione è decisamente più semplice: l’amore, in ogni sua forma, è un asset che prima della convivenza gode di una straordinaria sopravvalutazione, per poi svalutarsi come da tradizione di tutte le bolle finanziarie, nel giro di poco tempo. Insomma, un business in perdita. 

La convivenza con una donna, solitamente per un uomo coincide con la ricezione di alcune funzioni fondamentali per la sopravvivenza, fino ad allora coperte dal grande intruso nella coppia: la di lui madre. 

Lavatrici, spesa, cucina, aspirapolvere, anticalcare e pagamento delle utenze sono il primo grande shock di un maschio. 

Forte di secoli di selezione naturale, l’uomo moderno è pronto a sopravvivere in contesti molto difficili, come il matrimonio, grazie ad alcune peculiarità che la genetica ha sviluppato: la chiusura dei timpani (introversione acustica) che permette di chiudere i canali di ascolto quando una donna sta parlando, la calcificazione poltronale, ovvero la solidificazione del proprio retto, osso sacro incluso, al divano o alla poltrona nelle fasce orarie a rischio ovvero quando gli elettrodomestici chiamano, la riscoperta dell’onanismo selvaggio, e la capacità sopportare le torture più fameliche dopo il waterboarding, come la visione di X Factor o lo shopping di sabato. 

Eppure, anche l’uomo più preparato, cade davanti a quelle che sono le 5 cose che nessuno ti dice prima della convivenza. 

Le cose belle. 

 

1) You’re a sexy bomb. Tolto il magico semestre iniziale, fatto di sesso selvaggio in motel, nell’androne, nel cesso di un locale, in macchina, sul motorino, su una panchina e qualche volta anche in un letto, la curva del desidero, nella maggior parte delle coppie, tende a calare come un titolo in borsa. O scompare in pochi istanti (financial drop) oppure vive una lenta eutanasia (long tail failure). 

Una delle cause più diffuse è lo spregiudicato uso femminile dei pigiamoni da notte. Quegli anticoncezionali naturali di panno e flanella, con pois fluorescenti o disegni dolcissimi, che ammazzano il desiderio di un uomo come una ghigliottina (sul pisello). Il pigiamone è il primo segnale che, qualcosa di importante, sta andando a puttane. Solitamente l’uomo. 

2) La lista delle cosine che tu,amorino, dovresti fare per il tuo passerottino. Ovverosia, l’elenco dei lavori forzati ritenuti indispensabili per la convivenza. La lista include, solitamente, cinque o sei delle cose più pallose che tua madre faceva per te. Probabilmente quelle che odiavi di più. Tipo: se ti piace lavare i piatti, dovrai sparecchiare. Se ti piace stirare, dovrai stendere. E così via. Impossibile discutere. Si parla di parità di sessi. Una delle soluzioni più comuni è l’assunzione di una colf. In nero, così la paghiamo di meno. E senza lasciarle le chiavi di casa, che non ci fidiamo degli immigrati. Otto euro l’ora. Con l’uomo che spera sempre si tratti di una Belen Rodriguez ancora sconosciuta alla stampa, e la donna che spera in un super robot in grado di cucinare, stirare e lavare in contemporanea. Un Bimby sudamericano. 

3) La gestione degli elettrodomestici, in genere, non è mai oggetto di discussione alcuna. Sei liberissimo di usare il tostapane e il frullatore quanto vuoi e come vuoi. Sei benvenuto se mai dovessi avere una strana tentazione di usare l’aspirapolvere. Ma c’è un elettrodomestico, uno solo, che è oggetto del desiderio di entrambi. La televisione. La televisione, per chi non lo sapesse, è una delle armi più potenti, a livello chimico, per uccidere il desiderio e la passione, la comunicazione e l’intelligenza in genere. Ma se lo dici, ti additano come comunista. Il telecomando è lo scettro di un potere che punta all’autodistruzione. La scelta dei programmi è una delle chiavi di lettura su chi comandi davvero. Insomma, per farti un’idea su chi comandi davvero in casa, basta che chiedi cosa hanno visto in settimana. Reality sulla cucina, sui matrimoni, sui giardini e sulla danza. Oppure serie infinite sulla pesca d’altura (cit.), sulla costruzione di improbabili ordigni esplosivi o documentari sui calciatori famosi nella seconda serie polacca negli anni 60, ritenuti indispensabili per farsi una cultura. 

Scopri chi tiene il telecomando saldo in mano, e capirai chi comanda. Io ho risolto la questione alla radice, da vero cattocomunista. Non guardo la televisione. Sostengo la tesi che buona parte delle cose interessanti per un uomo, a livello video, siano reperibili in modo più semplice, selettivo e diretto, online. Porno compresi 

4) La mamma. La mamma, in una convivenza, è quell’elettrodomestico che finchè e tuo è perfetto e incriticabile, quando è dell’altro è ridondante e superfluo, invadente e petulante. La mamma del tuo coniuge è uno dei motivi per i quali stai scoprendo nuovi modi per fingerti influenzato durante le feste. Una statistica da me condotta qualche tempo addietro (ai tempi delle scorribande sessuali, o almeno speravo, negli appartamenti delle studentesse fuori sede) rivela che c’è una forte connessione tra la latitudine geografica, la taglia di reggiseno e l’invadenza materna. Ovverosia, più vai a Sud, più è attraente (se scrivo figa mi danno del maschilista) la tua principessa, più la madre sarà presente, rompicoglioni e scontrosa. 

Tieni anche conto che, te lo dico per esperienza personale, più vai a Sud più devi anche tener conto del concetto di famiglia. A Milano, include i due genitori e qualche vecchia zia (al massimo due) che si materializzano in sedia a rotelle e catetere solo per le feste comandate, per poi risparire dentro qualche istituto di ricovero. A sud del Tevere, la famiglia include il sesto grado di parentela, dove per parentela si intende anche qualcuno che abiti vicino a te. 

5) Transformer. Uno dei fenomeni più spiazzanti, a livello emotivo ed umano, che un uomo vive è la trasformazione epocale che una donna subisce durante gli anni di convivenza. Se agli albori della storia, ricordati solitamente con il termine “all’inizio” (che si traduce: quando credevamo di amarci), la donna è un essere tollerante, flessibile, sexy, docile e delicato, nel corso degli anni intervengono fenomeni chimici e fisici per i quali tutto questo scompare. La donna subisce due grandi forze, opposte. Quella di gravità, che porta tette, culo e mento verso una inesorabile caduta (da non sottolineare mai e poi mai. La pena economica è brutale: si iscrivono in palestra, 300 euro, vanno a pilates, 100 euro, massaggi, 200 euro, terme, 50 euro, crema americana segreta usata da Lady Gaga, 70 euro, tisana di Madonna e Sting, 30 euro), dicevo, quella di gravità che porta il fisico verso il basso, e quella di orgogliosità, che porta l’ego sempre più in alto. Finisce la tolleranza, si cancella la flessibilità, uno strano gusto per l’orrido sostituisce i perizomi con i mutandoni contenitivi del Carrefour, la dolcezza rimane un ricordo e la cosa più delicata è l’appoggio dei piedi congelati, sulla gamba, di notte. Due forze eterne e invincibili. Due forze della stessa gravità. Niente può fermare questo processo, che insieme a un treno chiamato desiderio, corre via lontano. 

Forse per questo sette uomini su dieci scende, a qualsiasi fermata, e di corsa. A dire il vero, per poi risalire su un altro treno, dentro un altro tunnel (fin troppo facile gioco di parole), verso un altro destino. 

Ma ricordatevi e ricordatele che l’amore, in fondo, è l’unica cosa per cui valga la pena vivere. 

 

 

 

 

Time will tell

Sfiancato dal deprimente contatto forzato con i numeri e dall’abuso di excel durante il weekend, ieri notte mi sono addormentato nudo ascoltando la pioggia battere sulla grondaia. Che poi è uno degli effetti speciali per cui, in un eventuale annuncio di vendita di questa casa, chiederei qualcosa in più del suo valore di mercato. Io un annuncio immobiliare non sarei mai capace di scriverlo. In un passato, molto remoto, della mia vita ho anche rischiato di finire a fare l’agente immobiliare. Nella settimana di prova giravo con questo tizio dalle lunghe occhiaie che mi spiegava gli innegabili piaceri del volantinaggio porta a porta e del tallonare i portinai delle vie chiedendo a che punto fosse la malattia degenerativa della vecchina del terzo piano. Non mi ci è voluto molto per capire che era uno di quei lavori, indipendentemente dalla quantità di soldi, che avrei odiato in pochissimo tempo. Anche se ho sempre avuto una segreta venerazione per la tecnica orientale con cui gli agenti immobiliari annodano la cravatta, riuscendo nell’impossibile impresa di ottenere nodi dalle superfici calpestabili più grandi di un monolocale. 

Insomma, il mio annuncio, dopo aver elencato i grandi vantaggi del vivere a ridosso di una delle tangenziali più trafficate d’Europa, con l’unica via che porta verso il centro perennemente intasata da un malsano traffico pendolare e con la promessa di una metropolitana che forse verrà finita quando io sarò ormai in età pensionabile, dovrebbe sottolineare due importanti aspetti: in primavera si sentono le rane fare l’amore al tramonto, semplicemente aprendo la finestra della camera. Gracchiano feroci. E’ bellissimo. E quando la pioggia di novembre, e anche quella di febbraio, prende Milano e la rende la Milano che tutti si immaginano, uggiosa, grigia, bagnata, la mia grondaia fa delle splendide musiche che si confondono con la notte. 

Una sinfonia di pioggia e rame, un’orchestra che ti accompagna dolcissima nei sogni. 

Sempre che gli zingari non si fottano anche questo, di rame. Visto che stanno razzolando qualsiasi cosa sia di rame nel raggio di venti kilometri. 

(ma questo non lo scriverei). 

Addormentarsi nudi, ne converrete, ha dei bellissimi vantaggi dal punto di vista delle sensazioni. A vent’anni. A trent’anni, ci si sveglia come dopo un delicato intervento chirurgico, sicuri di poter vivere ancora ma con il corpo a pezzi. 

Mi sono svegliato di colpo, con la pioggia che ancora batteva forte, e tutto il buio della notte. 

E mi sono seduto a pensare. 

Nel letto, nudo. 

E’ passato un’anno. 

Esatto.

Con esattezza, è passato un’anno da un’anno fa.

Trecentosessantacinque giorni. Ottomila settecento sessanta sei ore. Cinquecentomila ( e passa) minuti. 

Da un’anno fa. 

Che c’era il sole. E c’ero io. E non ero solo. E mi stavo spezzando la vita in piccoli pezzi. Mi ricordo di essere scappato da ottobre, correndo verso novembre, con tutto il peso di tutte le decisioni che non avevo saputo prendere. Un periodo, avreste detto voi, di merda. 

La cosa interessante non è, per dire, cosa mi abbia portato a novembre dell’anno scorso, in un pomeriggio di sole, caldo, a spezzettare la mia vita meticolosamente come quando sei nervoso e porti al martirio i tovagliolini di carta dei bar, o i sottobicchieri da birra dei pub. Io quello ho fatto della mia vita. 

Mi serviva. E l’ho fatto. 

Ma questo non è importante. 

La cosa importante è che in quest’anno, in queste ottomila ore, io abbia vissuto ogni singolo minuto. E sono cinquecentomila (e passa). 

Non ne ho perso uno. Ho imparato a vivere anche dormendo. Ho imparato a vivere piangendo. Ho imparato a vivere soffrendo. Ho imparato ad amare vivendo. Ho imparato, in un sacco di forme, a usare il gerundio in modo figo. 

Si potrebbe riassumere, quest’anno, nella mia scoperta di Kronos e Kairos. 

Ho scritto un racconto su questa cosa. 

Gli antici greci, che in fatto di filosofia, festini sexy e quieto vivere ne sapevano parecchio, amavano usare due parole per definire il tempo. Si, lo so. Hai letto che anche gli esquimesi hanno ventisei termini per definire la parola “neve”. Tutti hanno molte parole per definire le cose più presenti nelle loro vite. 

Beh, Kronos e Kairos sono, però due cose differenti. Kronos è semplicemente il tempo che passa. Kairos è quando qualcosa di speciale accade. Un tempo preciso, nel mezzo di qualcosa. Due modi, profondamente differenti, di vedere una cosa succedere. 

Ho vissuto questo anno, queste ore, questi giorni, senza nemmeno perderne un piccolo pezzo. Prendendo tutto quello che mi succedeva, facendo succedere moltissime cose, lasciando che qualcosa passasse. Morissi domani, (cosa, tra l’altro, statisticamente poco possibile), potrei tranquillamente dire di aver vissuto un’intera vita in un’anno.

A guardare bene, in fondo, i segni si vedono. Eccome. 

Ma i segni del tempo, il tempo buono, sono tutti segni positivi. 

Sono felice di aver potuto, in quest’anno, vivere così tanto. 

Pensavo questo, nient’altro. 

In certe notti non serve pensare troppo, ho imparato anche questo quest’anno. 

E non serve nemmeno parlare. 

Diciamo che, per semplificare, in certe notti basta stare ad ascoltare. 

Comunque, morissi domani (adesso che ci penso, statisticamente è abbastanza probabile che io possa morire in un incidente aereo. Basterebbe prendere 430 aerei per uscire dal confine della sicurezza. Insomma, ogni 430 voli, è il tuo turno. E io ho passato questa soglia da un bel pezzo. In più, volo in Spagna, patria del disastro aereo con più vittime nella storia. Non c’entra molto, ma non è bene augurale.) 

Dicevo, morissi domani, che io lo faccia o meno, morirei felice. 

Che uno, a vedermi, non lo direbbe mai. 

Ma è sempre stato così. La mia faccia ci mette un po’ a ricorrere le emozioni che sento. 

 

In ogni caso, domani sera, per festeggiare berrò una cerveza ghiacciata insieme a un paio di amici che facevano i manager e si sono messi a costruire splendide moto. (loro). Che poi è sempre così. A furia di viaggiare, quando c’è qualcosa da festeggiare, sei sempre lontano, ma hai sempre nuovi amici con cui festeggiare. Parleremo di un viaggio che mi piacerebbe fare. Si chiama Scram Africa. Ed è un viaggio in mezzo al deserto, con moto non adatte al deserto, o adatte al deserto dieci anni fa, e con gente non adatta al deserto, o adatta al deserto dieci anni fa. Il viaggio perfetto, insomma. 

Precisazioni (a proposito di) 

A proposito di moto, confermo la mia presenza al Kustom Kulture di Cesena, questo fine settimana. (qui)

E’ un modo facile facile per vedere un sacco di amici, di roba figa, di belle moto. 

La sta organizzando, pezzo a pezzo, un amico che non sa di essere un genio. 

Siateci, se vi piacciono le robe fighe, le belle moto e quelli che non sanno di avere qualcosa di geniale. 

Siateci anche se avete ancora del rancore per quello che ho scritto sulle vostre orrende moto di plastica. Potrete, eventualmente, picchiarmi, se vi dovesse far sentire migliori. 

A proposito delle venti parole degli esquimesi. E’ una cazzata. Una bufala. La lingua inuit (quella degli esquimesi) non ha venti diversi lemmi per chiamare la neve. E’ come la leggenda della farfalla che, con un battito d’ali, fa crollare un palazzo dall’altra parte del mondo. Se vi piace pensare che gli esquimesi usino venti diverse parole per indicare la neve, fatelo. Ma non è vero. Neve, in inuit, si dice quanniq. Giusto per saperlo. E per fare i fighi, quest’inverno: ehy guarda, sta quanniquando. 

A proposito di leggende metropolitane, sta girando un test, (su Facebook, e questo la dice lunga) sugli emisferi cerebrali. 

E’ una leggenda metropolitana, ma non è questo che ci interessa. (insomma, la divisione tra emisfero destro e sinistro, parte creativa e parte razionale, è stata ampiamente distrutta negli ultimi anni. Si parla di superiore e inferiore. Ma son cose troppo pesanti per te). La cosa stupenda è che questo test lo fanno tutti. (se vuoi farlo è qui). A dimostrazione che la gente (La Gente) ha disperatamente bisogno di questo. Test scientificamente sbagliati su concetti inesistenti, per sentirsi dire di essere creativa o razionale. 

Delizioso. 

A proposito di gente, celebrerò quest’anno di vita, vita vera, producendo una raccolta di poesie, di cui ancora ignoro il titolo, la data di uscita e i contenuti. 

Essendo la poesia uno strumento di sopravvivenza umana, come il cibo e il sonno, sarò ben felice di distribuire la suddetta raccolta.

Per essere sicuri di riceverla, in copia autografata, iscrivetevi a questo blog o a RadioCorrida (inserendo la mail qui a fianco). 

Potrebbero arrivarvi, nei prossimi mesi, altre sorprese. 

Vado a preparare quello che, statisticamente, potrebbe essere l’ultimo trolley della mia vita. Per questo, alla vecchia maniera, ci infilo mutande pulite, camicie stirate e un libro che, quando i pompieri rinverranno i resti della carlinga, possa suscitare stupore ed esaltazione. 

 

Life is short fritz, surf it!

Invidia e Indivia (condimenti)

La Caesar Salad è uno dei quattro miei piatti preferiti, e combatte alacremente da anni in classifica per spodestare la zuppa di cocco thai con coriandolo e foglie di bamboo (zuppa thai di latte di cocco e pollo) dal podio. No, ti prego. Non mi dire che la Caesar Salad non ti piace. E’ statisticamente poco probabile che tu abbia mangiato la vera Caesar Salad (qui ti metto la ricetta). Tu mangi quel piattone di insalata bianca, scaglie di Parmigiano, pollo ai ferri e maionese, con i croccantini. Ecco, quella roba sta alla Caesar Salad come la pasta con il ketchup sta alla pasta alla Norma. Non c’entra che vai alla California Bakery e ti senti molto figo. La California Bakery sta alla California più o meno come il tuo tabaccaio e le sue slot machines a Las Vegas. 

Manca la mostarda di Digione, la salsa Worcestershire, il limone, le acciughe. Manca tutto. Surrogato di Caesar Salad. 

Dopo il distacco, prematuro e doloroso, dal mio ristorante preferito per le Caesar Salad (qui), ho dovuto soffrire parecchi anni, continuando una estenuante ricerca di una Caesar Salad che si avvicinasse anche lontanamente a quella perfezione.

Come per il sesso, come per il rhum, come molte altre cose, la perfezione è una. Una sola. (e come per il sesso e il rhum, anche per la Caesar Salad la soluzione “faccio da solo” ha un sapore decisamente diverso). 

Però ho scoperto che, nei ristoranti per ricchi, se ordini una Caesar Salad e li implori di portarti due acciughe, un limone e della mostarda, riesci a farti da solo qualcosa che ci si avvicina. Per la modica cifra di venti euro. 

Così, in questa steak house di provincia, dal sapore vagamente equestre, ho deciso di festeggiare un evento di rilievo ordinando una Caesar Salad, delle acciughe, della mostarda e del limone. 

Mi è arrivato un piatto di indivia, del pollo grigliato, un grumo di Parmigiano, della maionese, della mostarda in bustina monodose, le acciughe e un limone intero. Ma non mi sono dato per vinto. Anzi. 

Festeggio il post più letto nella storia del Bradipo. Diverse centinaia di esseri umani, prevalentemente provenienti dall’Italia, nella giornata di ieri, hanno aperto questo blog, facendo schizzare le statistiche di lettura a cifre davvero inusuali. 

Cosa che, normalmente, non mi toccherebbe. E infatti è così. Non mi tocca per nulla. Ma avevo bisogno di un buon alibi per festeggiare mangiando bene. 

Il post più letto nella storia di questo blog è un post che parla di una fiera di moto. La cosa mi ha fatto riflettere a lungo. 

Questo non è un blog che parla di moto. Perlomeno non in modo tradizionale. L’unica cosa che accomuna il Bradipo a un blog di moto è che è estremamente autoreferenziale e ripetitivo. 

(I blog di moto sono un tipico esempio di masturbazione esperienziale. Al posto che scrollare le pagine internet, suvvia, recati in un concessionario e sali su una cazzo di moto. E poi sono tristissimi. I blog di moto. Forse anche i concessionari. Mah).

Molti lettori sono giunti qui da Facebook, poichè un paio di amici hanno pubblicato il link. E infatti, stranamente stamattina avevo la casella di posta di Facebook piena. 

La mia posta di Facebook riceve, in media, tre messaggi al giorno. Due sono puttane che mi chiedono l’amicizia e si dichiarano disposte a scambio di foto. Uno, solitamente, è un vecchio amico /vecchio compagno /vecchia conoscenza, che esordisce con un “ehy Franz, anche tu qui!”. Non rispondo a nessuno dei tre. Mai. 

Invece stamattina avevo più di una trentina di messaggi. Sono maschio, ho un figlio, questo rende il mio profilo di Facebook poco appetibile anche per le mie compagne del liceo in cerca di una sveltina in motel per dimenticare l’ossessione del marito per il calcetto del giovedì. Se poi non bastasse, ho frequentato un liceo maschile, quindi non ho nemmeno compagne del liceo. Insomma, non sapevo spiegarmi la cosa.

Ho trovato un compatto battaglione di fieri motociclisti che: 

– concordano con la mia recensione ma vorrebbero aggiungere una cosa / un elemento / un commento. Sostanzialmente, tra le righe, ammettono che io, di moto, non capisco un cazzo. E non si spiegano nemmeno come io possa scrivere per una rivista di moto. 

– non concordano con la mia recensione pertanto desiderano farmi sapere che io di moto non capisco un cazzo. Adesso, e solo adesso, collegano i miei articoli per la rivista di moto con la mia faccia e il mio profilo, ma hanno sempre sostenuto che io non capissi un cazzo di moto. 

– mi fanno i complimenti per il pezzo sul Bradipo ma vorrebbero precisare che la moto più bella della fiera non era quella. E la hostess più figa era quell’altra. E la fiera più bella è un altra. E i politici, e le omologazioni, e i libri, e le moto. E io, in fondo, non capisco un cazzo di moto. (questi non lo scrivono, ma lo pensano)

Wow

Fico

Penso mangiando il mio esperimento provinciale di Caesar Salad. 

Io non lavoro per una rivista di moto. Prima di tutto, la rivista per cui scrivo non è una rivista di moto, ma una rivista di Kustom Kulture. Tatuaggi, macchine ribassate, mignotte tatuate, skate, surf, tatuaggi, modelle tatuate, moto, street art, personaggi discutibili. Ah, e poi donne discinte e piene di inchiostro, gente dalle capigliature poco ortodosse, spostati che passano le notti a avvitare i bulloni di un vecchio Maggiolino, gente che vive per una rampa da skate. Questo genere qui, insomma. 

Sarebbe riduttivo chiamarla: una rivista di moto. 

E poi io, di lavoro, faccio altro. (qui ti spiego che lavoro faccio).

Scrivo per passione, e per passione vado in moto. 

Le due cose, come nel post precedente, collimano. Ma non necessariamente e non sempre lo fanno. 

Anzi quasi mai. 

Parlo di posti ambigui, di alcool, di indecisioni, di notti in bianco, insomma della tradizionale vita di un uomo della mia età. 

La maggior parte delle critiche pervenutemi riguardano la presunta offesa al Sacro Graal dei Bikers: l’Harley Davidson. 

Nel riferirmi ai due nuovi modelli presentati all’Eicma, ho offeso la sensibilità di qualche inacidito lettore. 

Uno, addirittura, minaccia di beccarmi in giro sulla mia moto e volermi parlare faccia a faccia di cosa sia il rispetto. E insegnarmelo. Una volta per tutte. Tanto, dice lui, riconosce la mia moto nella foto qui sopra. E mi troverà.

In effetti, la moto dovrebbe riconoscerla per forza, se è un biker vero, o anche solo un estimatore delle belle cose. E’ una moto di Blitz, un BMW R 65, del 1987, reduce da qualche lavoro di ritaglio tipico della casa parigina. Qui trovi, tra l’altro, uno dei più bei cortometraggi sul tema “moto”, dove compare anche la suddetta moto, a spasso per il Sud della Francia, proprio contro l’Italia. Un viaggio, se mai volessi, bellissimo. (se questo inacidito e battagliero commentatore fosse donna, Blitz Motorcycle è di Hugo, un figo tremendo. Ho il suo cellulare, se potesse interessare. Hugo rende Parigi una città speciale. Pensaci).

Purtroppo, ritornando al cuore del problema, l’Harley Davidson ha fatto, parafrasando Fantozzi, una cagata pazzesca. 

Una moto perfetta, ne sono sicuro, per il mercato indiano, quello taiwanese e forse quello cinese. Ma non per il nostro. 

Una moto, dicendola più diretta, di merda. Plastica, tozza, brutta. 

Poi, che con due fighe da Eicma sopra, sia bella è un altro discorso. Avrai, probabilmente, fatto fatica a mettere a fuoco la moto. Si chiama, in gergo marketing, distorsione dell’attenzione primaria. E’ la banana per le scimmie, le scarpe per le donne, un mezzo culetto in “vedo non vedo” per gli uomini. 

Poi che tutte le riviste di moto ne parlino, coraggiosamente, bene è un altro discorso. Si chiamano marchette. Si fanno per avere in cambio della pubblicità. E’ uno dei motivi per i quali la stampa italiana è inaffidabile e triste nella maggior parte dei casi. 

Poi, e qui chiudo, che a te piaccia e a me no, è un altro discorso. 

Il tuo parere, fortunatamente, non conta un cazzo. Lo dico, a scanso di equivoci, perchè il fatto che ti possa piacere una cosa esteticamente brutta è un segnale allarmante. 

Il mio parere, fortunatamente, conta meno del tuo. Lo dico a scanso di equivoci. Questo posto non è un blog di motociclisti, non è un forum di motociclisti, non è un sito di recensioni. 

Tornerò, lo farò prestissimo, a scrivere di posti ambigui, rhum, viaggi, libri, resurrezioni e altre cose su cui ho una certa esperienza. 

Ma ti prego, abbonati alla mia rivista. E’ la più figa del settore. E, posso giurarci, sarà l’unica a non parlare bene di quei due cessi di moto che ho visto. In più, come conferma la mia firma, ci scrive gente esperta e figa. 

Se vuoi, ho entrature per farti fare uno sconto sull’abbonamento. Scrivi qui, e digli che hai parlato con me. 

Life is too short to appreciate a fucking bike fritz. Surf it 

Alla Fiera Dell’Est (Hipster Reloaded)

Vengo da una settimana lunghissima, nella quale credo di aver dormito un totale di dieci ore e bevuto, complessivamente, due volte e mezzo quello che una squadra di rugby ordinerebbe a fine partita (fidanzate incluse, perchè non si butta via niente, e quando c’era da bere prosecco caldo, abbiamo fatto anche quello).

C’era l’Eicma. Che, stando alla definizione, è il Salone Internazionale del Ciclo e del Motociclo.

E io, stando alla definizione, sono uno scimmiato senior di Motociclo.

Non che questo giustifichi il mio delirante alcolismo e le dieci ore di sonno. In fondo una fiera è un evento, in un mondo decisamente digitale, terribilmente analogico.

La fiera sta al mercato come la videocassetta sta a MySkyHD.

Inoltre, deviazione professionale, i dipartimenti marketing del settore moto sono innovativi quanto quello che lavora sul marchio Coca Cola.  Dire fossilizzati è poco.

Però l’Eicma è a Milano. E questo cambia, di molto, le cose.

Milano, città di nebbia e pavè, è per un motociclista come il peperoncino per un colitico, in termini di qualità della vita. Ma questo non c’entra un cazzo. Milano è una piazza fondamentale. E’ l’unica grande metropoli al mondo, fidatevi, mi manca di vederne un paio poi ho finito, che può rendere un evento ordinario come qualcosa di straordinario. E anche, purtroppo, viceversa.

Sono stato a nove feste in sei giorni. Una estenuante maratona, un durissimo lavoro di open bar, buffet gratis, gadget, hostess, musica dal vivo. Ho visto gente famosa, gente che crede di essere famosa, gente che vorrebbe essere famosa, gente bella e gente brutta. Come il Salone del Mobile ha il suo fulcro notturno in Via Tortona, l’Eicma ha il suo fulcro al MotoQuartiere. Che sta al quartiere Isola. Per chi non fosse un ciuccianebbia come il sottoscritto, il quartiere Isola si può riassumere così:

Cinque anni fa ti faceva discretamente paura andarci ma lo facevi volentieri perchè una margherita e una birra ti costavano otto euro e potevi sfoggiare la tua felpa di quando sei stato in vacanza a Lampedusa. Per bere qualcosa, poi c’era il bar tabacchi all’angolo, con sulla porta un algerino che ti vendeva MDMA al prezzo politico di un pacchetto di Diana Rosse.

Oggi, pur avendo una camicia bianca, non sei sicuro di poter entrare nel posto dove un piatto di affettati e un vino rosso ti cavano cinquanta euro dal portafoglio. Per bere qualcosa adesso vai in posti dove sulla porta c’è un buttafuori e dentro ci sono i baristi con le barbe lunghissime, gli occhiali spessi e le magliette larghe con scritto: Jesus Was an Hipster.

Il Quartiere Isola è una delle ragioni per cui mi trasferirei volentieri in un altra città.

La fiera è organizzata bene e con grande coraggio. Ma resta, misteriosamente, un crocevia di luoghi comuni incredibili. Eccovene sette.

1) L’avventore medio risente di una particolare patologia per la quale sente la fortissima necessità di prendere tutti i depliant, tutte le brochure, tutti i volantini, e infilarli in uno zaino. L’uso di suddetto materiale, una volta a casa, è sconosciuto.

2) Nel 95% dei cas, il rendering marketing prevede una moto accompagnata, udite udite l’incredibile novità, da una hostess. Generalmente sorridente, ammiccante, lievemente annoiata, la suddetta subisce per sei giorni il martellante comportamento di tre tipi d’uomo:

– quello che sta, semplicemente, ad osservarla per venti minuti. Onanismo telepatico nella sua quintessenza.

– quello che la fotografa cercando di zoomare sull’incavo tra le tette. Onanismo a scoppio ritardato e casalingo.

– quello che si avvicina e le chiede il numero. Il diversamente intelligente. (che poi ripiega nelle foto abbracciato alla ragazza. Onanismo casalingo con finta confidenza. Sono quelli che vanno a puttane e chiedono il nome, da dove viene, se ha famiglia, come si trova).

3) Ci sono, come in tutte le fiere estremamente affollate, due tipi di idioti:

– quello che porta il figlio nel passeggino. E poi si innervosisce. Non il figlio. Lui. Idiota.

– quello che porta la fidanzata che odia le moto. E poi si sente con l’amico. Non lui. La fidanzata. Cornuto.

4) L’idiota medio del settore misura il mercato in termini di moto immatricolate. E va in giro per la fiera sostenendo le sue tabelle come un predicatore protestante. In verità, il solo e semplice fatto che il numero di nuove patenti da motociclista stia scendendo, il fatto che in termini puramente numerici l’Asia sia un mercato sette volte più grande di quello europeo, il fatto che l’età media del motociclista aumenta ogni anno, dovrebbero far pensare a qualcosa che assomiglia a un eutanasia.

4b) Postilla: infatti l’Harley Davidson ha, coraggiosamente, sfoggiato due esemplari di quello che si potrebbe definire un riuscito incrocio tra una moto da Pizza Delivery e un Chopper da Latinos. Un terribile esempio di ridicolo motore contornato da brutta moto. Era difficile ma ce l’hanno fatta.

5) le riviste del settore, tranne la mia (perchè è una rivista figa) fanno a gara per fare le foto alle moto. Con l’ambizione di pubblicare, fra un mese, foto che gli stessi abbonati della rivista hanno scattato (identiche se non migliori) direttamente in fiera. Ecco spiegato il difficile momento editoriale del settore. Eppure non lo capiscono. E’ più forte di loro: lo Speciale Fiera è una roba troppo arrapante. Sentono il bisogno di farlo. Ogni volta che una rivista fa uno Speciale Fiera (e sono tante, quasi tutte, a farlo), io sento forte il bisogno di vietare l’uso della carta. Oppure tornare alla censura. Il fotografo della rivista di settore è tenuto a girare per la fiera fotografando tutte le moto. E tutte le hostess. Un lavoro talmente di concetto che si pensa, nelle prossime edizioni, di sostituire l’essere umano con un labrador addestrato. Lo Speciale Fiera, photos by  Batuffolo.

6) ai punti ristoro della Fiera, si discute, tassativamente, di moto e di figa. Con lunghe elucubrazioni su cilindri, lubrificanti, pistoni e pompe. Perchè i due argomenti, che che ne diciate, sono molto affini.

7) Nonostante la Fiera sia nel punto meno raggiungibile, a livello stradale, dell’Europa continentale, è buon uso andare in macchina. Per poi impiegare diverse ore solo per uscire dal parcheggio. Che per dovere di cronaca costa come un mutuo sulla prima casa.

8) Durante la prima sera del dopo fiera, si pensa intensamente a cosa si possa vendere per potersi permettere la moto dei propri sogni. Un rene, la moglie, la macchina. Calcolatrice e sigaretta, per una notte di alta finanza atta a giustificare l’ingiustificabile.

A proposito:

Ho eletto la mia moto preferita (questa). La comprerei immediatamente. E’ sensuale, perfetta, e ha due grandi, grosse, testate.

E anche la mia hostess preferita (non ho il link, ma era una roba di questo tenore) .

 

In ogni caso e contro ogni aspettativa, sono sopravvissuto sia al marketing protozoico sia ai cocktail.

E questo è un buon segno.

Ricordatevi:

“quattro ruote possono muovere un corpo.

Due ruote muovono un’anima”.

(che è la frase da Smemoranda che si mette quando non si sa come finire un pezzo sulle moto)

 

Life is short fritz!

 

 

 

Il Momento

12.30

– Vorresti dirmi che sei davvero così cinico?

– Si. Ti dispiace se vado. Ho un pranzo alle 13. 

 

Rewind 

8.04

Il Piccolo ha il potere di svegliarmi sempre quando sto iniziando un sogno erotico. Sempre. Ero con una modella, di cui non ricordo il nome, che ha fatto un sacco di pubblicità. Lei mi chiamava, ammiccante, verso una poltrona di pelle. Voleva che le strappassi, con i denti, le calze a rete. Programma decisamente adeguato ai miei standard. Adoro strappare a morsi calze e reggicalze di modelle famose sedute su poltrone di pelle. 

8.05

Invece mi ritrovo abbracciato a un bambino di quasi tre anni, che con un urlo dirompente ha deciso che è giunto il momento di svegliare tutto l’isolato. Insomma, è sabato, sono le 8, il mondo aspetta di essere esplorato, non vedo ragioni per le quali rimanere a letto, soprattutto con una modella famosa. 

8.32

Attraversiamo i giardini a passo lento. Davvero lento. Io non ho trovato nulla nel frigo che assomigliasse a una possibile colazione. Il Piccolo sta ancora carburando. Adoro quei, rari, momenti in cui è ancora in stand by, in cui non riesce a canalizzare tutte le energie. Ne approfitto. Leggo il giornale, bevendo il caffè, mentre lui è concentrato nella distruzione metodica di un distributore di tovaglioli. 

8.59

In effetti, con questo tempo, in questa stagione, c’è poco da fare: stare fuori diventa pesante. Mi ricordo, in verità il telefono mi ricorda, di una presentazione di un amico in un centro commerciale. Presenta il suo libro, mi ha invitato e non vedo perchè non sia una bellissima gita insieme a un bambino di quasi tre anni. Anzi, ritengo che tutti i bambini, in questa meravigliosa età, dovrebbero frequentare posti chiusi, senza nessun divertimento, insieme a molti adulti che giocano a fare i seri. 

9.31

Il centro commerciale è pieno. Ovviamente. Ho una strana relazione con questi posti. Odio il posto, ma adoro osservare l’umanità bovina al pascolo, rotolare insieme ai carrelli verso cose che vorrebbero comprare, si ne hanno proprio bisogno, ma che non si possono permettere. Adoro gli sguardi frustrati davanti a un cappotto nuovo di Zara, lo struscio tecnologico da MediaWorld. Il Piccolo, invece, adora il fatto che è uno spazio, estremamente grande, dove tutto è concesso. Correre, nascondersi, tirare, trascinare, ruttare, urlare, ridere, sedersi per terra, infilare le dita in un vaso o in una presa, appendersi a un vestito, far cadere un’intera fila di confezioni di batterie. Un mondo stupendo. La regola è questa: andiamo insieme, ma ognuno è responsabile di se stesso. Lui la rispetta. Io la rispetto. 

9.43

Ho identificato la libreria dove il mio amico presenta il suo libro. Ho anche identificato il mio amico. Lo conosco da dieci anni. Ci ho studiato insieme e lavorato insieme. E adoro questo suo nuovo look da intellettuale. Insomma, si è calato nella parte. Scrive libri, adesso fa lo scrittore. Lo saluto ma devo subito staccarmi perchè il Piccolo ha identificato una pila di libri della Peppa Pig, pronti per essere fatti cadere, aperti e distrutti. 

10.10

La presentazione del libro inizia. Ci saranno una cinquantina di persone. Io e il Piccolo siamo seduti in ultima fila. Per terra. abbiamo trovato un compromesso. Ho aperto una confezione di gessetti e stiamo disegnando per terra. Una lunga serie di spirali che, di volta in volta, sono 

– un albero

– una macchina

– la mamma

– il sole

– il nonno

– l’asilo

– Saetta Mc Queen 

Ascolto una psicoterapeuta che presenta il mio amico. Una donna di mestiere, con occhiali rassicuranti e tanto grasso superfluo da far supporre una colossale disfunzione tiroidea. 

Il mio amico sorride, compiaciuto, risponde ai complimenti, e si prepara per il pezzo forte. Il suo momento. Il libro, lo ho sfogliato, non lo comprerei mai, è un riassunto del suo percorso degli ultimi due anni insieme ai suoi “partners”. 

Un libro sulla crescita personale. 

Dio, quanto ne avevamo bisogno. 

E’ abbastanza sintomatico che, in periodi di prolungata crisi come questo, un crescente numero di individui senta il bisogno, la forte necessità, di una direzione, di una crescita, di una fuga. Cresce il numero di persone bisognose, e cresce il numero di specialisti. 

Li chiamano coach. 

Credo di poter affermare che al momento ci sono più coach in Italia che nel resto d’Europa. Anche perchè, con un paio di corsi di Programmazione Neuro Linguistica e un seminario di Mentalismo, qualunque idiota psicodepresso può diventare coach. Più o meno. 

Coach per smettere di fumare. Coach per avere un obbiettivo. Coach per dimagrire. Coach per ricominciare ad amare. Coach per i coach. E coach dei coach dei coach. Un loop infinito. 

Sia ben chiaro. Non ho nulla contro i coach. Anche io ne ho uno. Una. Una donna preziosissima. Esistono coach molto seri, persone preparate e in grado di fare il loro lavoro.

 

10.49

Prevedibilmente il Piccolo si è stufato di imbrattare il pavimento. Rubo un libro della Peppa Pig e lo offro come ricompensa per ancora un po’ di pazienza. La presentazione sta finendo. Il pubblico sembra soddisfatto. 

Un pubblico, va detto, prevalentemente di donne. Dai trenta ai cinquanta. Questo lo avevo già notato a suo tempo. Sono le donne, come sempre, ad essere le prime ad ammettere di avere un bisogno. E ad avere un idea di come risolverlo. Generalmente gli uomini provano prima soluzioni più consone alle loro prerogative: whiskey, travestiti, scommesse on line, sigarette elettroniche. 

Donne, anche questo va detto, di un reddito medio alto. Donne che hanno tempo e soldi per erboristi, naturopati, chiropratici, yoga, corsi di meditazione, interpretazione delle stelle, dei sassi, della frutta e della disposizione dei calzini sporchi nella cesta delle cose da lavare. 

Insomma, se cercate un modo semplice e diretto per trovare una donna che vi mantenga, entrate nel grande giro della lettura dei sassolini e dei mozziconi di sigaretta. Male che vada, vi farete solo delle grandi sessioni di sesso tantrico. Che male non fa. 

Credo, a rigor di logica, che il Piccolo abbia cagato. Prima di tutto per il pungente odore. Poi, altro indizio, per la sua espressione, molto vicina a quella di Fracchia la Belva umana. E, terzo indizio, perchè io non sono stato e la signorina vicino a me nemmeno. 

11.20

Mi perdo il finale della presentazione, impegnato in una delicata operazione di rimozione degli escrementi. Se non avete mai provato l’odore letale dei locali fasciatoi nei centri commerciali, fatelo. E’ da brivido. Tenendo conto che ogni bimbo che ci entra, lascia in pegno un pacchetto di merda, e che il cestino non è tappato, e che viene pulito giornalmente, è come immergersi in un oceano di merda puzzolente. 

Qui vi vengo in aiuto. La soluzione è semplice. 

– estrarre una salvietta profumata (quelle che userete per pulire il culetto dolcissimo del vostro piccolo adorabile cucciolo).

– arrotolare la suddetta salvietta, come ai vecchi tempi quando pulivate il Cilum in piazza dopo una session di Erba e Marocco.

– infilare la suddetta salvietta nelle due narici, premendo con forza.

– entrare nella camera degli orrori.

– ripulire il vostro piccolo adorabile cucciolo.

– uscire dalla camera degli orrori.

– estrarre la suddetta salvietta dalle narici.

Per le rimanenti sei ore non avrete olfatto. O meglio, sentirete solo uno stordente profumo di camomilla. ovunque. 

Meglio, in ogni caso, dei sei minuti di pura merda. 

11.30

Presentazione finita. Un piccolo buffet. Una grande occasione per me e il Piccolo. Io punto il caffè, il Piccolo va diretto verso un vassoio di pasticcini. 

Nel cammino incontra una “Ma che Tenerezzaaaaaaa”. Quel genere di giovani donne che, per vari motivi, non hanno un bambino e che vogliono, a tutti i costi e in ogni caso, occuparsi di quelli che incontrano lungo la loro strada. Chiunque essi siano e qualunque cosa facciano, questi piccoli sono adorabili, fanno tenerezza, sono dolcissimi. 

Donne dal senso materno interrotto, insopportabili in altri contesti, ma estremamente utili nella quotidianità di un padre. 

La suddetta giovane donna è anche carina. 

Quindi perfetto. 

Il Piccolo, voi non sapete quanto i bambini possano essere intelligenti, riconosce il tipo e sfodera un sorriso timido. 

Risultato, in quattro secondi netti ottiene il vassoio di pasticcini, un fazzoletto per pulirsi e le coccole continue. 

Io mi godo il perizoma che spunta dai pantaloni neri, anche se, a dire il vero, resto spaventato dalla quantità di nei che spuntano dalla schiena. Sembra un dalmata. 

Il mio amico mi raggiunge, accompagnato dalla psicoterapeuta che lo ha presentato al grande pubblico. 

Gli fa molto piacere che io sia venuto. Davvero. Ci teneva a presentarci, davvero. E poi lei non sa quanto questo ragazzo con la barba abbia fatto strada. Non se lo immagina. Davvero.

Insomma, mi sta scaricando l’ospite noiosa. 

12.00

Ci ritroviamo io e questa psicoterapeuta, a parlare del più e del meno, mentre io tengo d’occhio il Piccolo che ha creato un harem di mancate madri che lo stanno pettinando, pulendo, nutrendo, e soggiogando con affettuosi pizzicotti e carezze. 

Dovrò disinfettarlo una volta usciti. 

12.15

La psicoterapeuta ha un sussulto. Non credo sia dovuto a quello che stavo dicendo. Uno sproloquio sulla mancanza di personalità. 

Quasi si ingozza con un salatino e fa un disordinato movimento con le mani per fermare un tipo che assomiglia, straordinariamente, a Woody Allen. 

Gianfranco!

Matilde!

Ma che figata! penso io.

Si salutano con un bacio. 

Mi presentano. 

Lui è Franz. 

E Gianfranco, giustamente, si chiede chi cazzo sia. Io. Giustamente, Gianfranco. Non te ne faccio una colpa. 

Io, a differenza tua, dopo anni ho smesso di chiedermi chi cazzo sia la stra grande maggioranza delle persone che mi presentano. Semplicemente me ne sbatto. 

Franz è il compagno di studi di Stefano. Hanno studiato negoziazione insieme. Poi hanno preso strade diverse.

Nel senso che, penso io, io ho un lavoro, lui prova a pubblicare libri. Ma non lo dico. Il buffet è buono e gratis. 

Pensa, dice, sono due negoziatori. Come nei film. 

Mah, penso io. 

Qui però mi sorge spontanea la domanda interiore. e tu Gianfranco, chi cazzo sei, oltre che un sosia di Woody Allen?

Per fortuna, Matilde desidera a tutti i costi scaricare me o scaricare Gianfranco quindi parte: Gianfranco è un mentalista. 

Cristo Santissimo. 

Un Mentalista. 

Gianfranco.

Un Mentalista. 

Ora, io non ho assolutamente niente contro la gente che si inventa un mestiere. Quando è onesto e non prevede l’omicidio. 

Inoltre, purtroppo, frequentando questo tipo di ambiente ho conosciuto una folla variegata di folli e idioti. 

Gente che crede negli elfi, che si cura con i sassi, che si ammazza di tisane di cardamomo e carciofo, che investiga sui parenti morti, che non mangia verdura perchè ha paura di far soffrire l’ortaggio. Davvero, un mentalista è il minore dei mali.

Inoltre, lo dico per vostra opportuna conoscenza, il mentalismo è davvero una disciplina. Seria. Collegata, seriamente, alla programmazione neurolinguistica. Roba seria. In America.

Il Mentalista mi guarda. Io guardo la psicoterapeuta andare via e il Piccolo, ormai assediato e in procinto di buttarsi su un piatto di patatine offertogli. 

Dovrò trovare una scusa quando, tra poche ore, una delirante diarrea lo possiederà, per giustificare il tutto alla madre. 

Oppure dire la verità. Siamo andati alla presentazione di un libro e lo ho perso di vista, perchè ero impegnato a parlare con un mentalista. Lui era assediato da uno stuolo di petulanti donne dal senso materno incompiuto. Ti ricordi di te prima del parto? Ecco. 

Il Mentalista mi affronta. 

– Quindi tu sei un negoziatore?

Posso, con certezza matematica, dire che entro due domande arriverà, come tutti, alla fatidica: ma come quelli dei film, che fanno liberare gli ostaggi. Lo so per certo. E’ la domanda che fanno tutti. 

– Non esattamente. Ho studiato negoziazione, ma mi occupo di altro. 

– Ah, il negoziatore. Un ruolo affascinante. 

Eccolo, sta arrivando.

Mi corre in aiuto il Piccolo. Tutti gli uomini si rompono il cazzo delle donne irrealizzate che sfogano il loro senso materno su di loro. Anche gli uomini di due anni e mezzo. Mi corre incontro, e si pulisce la bocca unta sui miei jeans. 

– Hai fatto bene a portare il tuo bambino. E’ pieno di energia positiva qui. 

Si chiama buffet gratis. 

– E credo che tutte queste persone abbiano un grande bisogno di energia positiva. 

– di questo sono certo.

– e di un grande coach che la possa canalizzare. 

Il Piccolo rutta. Profondo e gutturale. Vorrei avere la sua capacità di ruttare sempre al momento giusto. 

Cresci e perdi certe prerogative importanti. 

Certe qualità. 

– Credo sia arrivato il momento di andare…

– Ah, non vi fermate al seminari del pomeriggio?

– Guarda, per un bimbo di tre anni è già uno sforzo enorme, poi non sapevo ci fosse un seminario. 

– Certo, è la base del libro! E un pezzo lo tengo io! 

– Pensa! A saperlo prima. Ma devo riportare il Piccolo a casa, davvero. E’ già stato troppo bravo fino ad ora. 

– Peccato! Credo venga un sacco di gente. C’è un sacco di gente che ha bisogno di pensiero positivo!

– …

– Non pensi? Io vedo in tutti questi volti una grande infelicità e un grande senso di irresolutezza. 

(Diffidate, ve ne prego, da chiunque usi il termine: irresolutezza). 

– Credo solo che la gente, questa gente, sia molto disordinata a livello comportamentale e che abbia bisogno, semplicemente, di prende molti cazzotti dalla vita. 

– Dici?

Il Mentalista si è fatto riflessivo. Il Piccolo si sta facendo una dormita in braccio a me. Sfondato dal picco ipercalorico. 

– Beh, comunque il nostro lavoro è aiutare questa gente! In ogni caso e con tutte le nostre forze. Ed è gente buona. Guarda le ragazze che giocavano con tuo figlio. Gente davvero buona dentro. Gente che merita la felicità. E noi siamo qui per dargliela. E il libro è solo l’inizio. I seminari saranno un grande percorso. 

– Se ti stai riferendo a quel nugulo di madri mancate, è abbastanza normale, verso i trenta, sentire forte l’impulso materno. E’ deviato, dal punto di vista comportamentale, sfogarlo sui figli degli altri o sugli animali. Inoltre essere inoffensivi verso il mondo non significa essere buoni, ma essere insignificanti. E non saranno i libri e i seminari a cambiare queste persone. 

Lunga pausa. 

Il Piccolo russa. 

– Vorresti dirmi che sei davvero così cinico e figlio di puttana?

– Si. Ti dispiace se vado. Ho un pranzo alle 13. 

Passo per un veloce saluto all’amico, facendomi largo tra una folla (dieci persone) adorante e traboccante di aspettative, e ringrazio. 

In macchina, verso casa, sento l’intestino del Piccolo produrre rumori disordinati tipici di uno stomaco in battaglia. Dorme appoggiato al seggiolino, mentre il suo intestino prepara la Grande Vendetta. 

Due ipotesi: 

– l’intestino è il secondo cervello, e spesso buona parte delle nevrosi sistemiche vengono canalizzate proprio qui. Coliti e ulcere sono solo la punta dell’iceberg. Questo bambino deve essere aiutato a reinterpretare se stesso, attraverso un percorso detox interiore.

– il nugolo di madri mancate che adora prendere figli in affitto per mezz’ora non ha tenuto conto dell’effetto distruttivo che un vassoio di pasticcini ha sul colon di un bimbo. Anche perchè non possono saperlo. Non hanno un bambino. 

Cagherà tutto il giorno. 

Credo sia dovuto al vassoio di pasticcini. 

Anche se sposo appieno la teoria del colon che canalizza tutte le tensioni emotive.

In ogni caso, sempre merda è.