Time will tell

18 Nov

Sfiancato dal deprimente contatto forzato con i numeri e dall’abuso di excel durante il weekend, ieri notte mi sono addormentato nudo ascoltando la pioggia battere sulla grondaia. Che poi è uno degli effetti speciali per cui, in un eventuale annuncio di vendita di questa casa, chiederei qualcosa in più del suo valore di mercato. Io un annuncio immobiliare non sarei mai capace di scriverlo. In un passato, molto remoto, della mia vita ho anche rischiato di finire a fare l’agente immobiliare. Nella settimana di prova giravo con questo tizio dalle lunghe occhiaie che mi spiegava gli innegabili piaceri del volantinaggio porta a porta e del tallonare i portinai delle vie chiedendo a che punto fosse la malattia degenerativa della vecchina del terzo piano. Non mi ci è voluto molto per capire che era uno di quei lavori, indipendentemente dalla quantità di soldi, che avrei odiato in pochissimo tempo. Anche se ho sempre avuto una segreta venerazione per la tecnica orientale con cui gli agenti immobiliari annodano la cravatta, riuscendo nell’impossibile impresa di ottenere nodi dalle superfici calpestabili più grandi di un monolocale. 

Insomma, il mio annuncio, dopo aver elencato i grandi vantaggi del vivere a ridosso di una delle tangenziali più trafficate d’Europa, con l’unica via che porta verso il centro perennemente intasata da un malsano traffico pendolare e con la promessa di una metropolitana che forse verrà finita quando io sarò ormai in età pensionabile, dovrebbe sottolineare due importanti aspetti: in primavera si sentono le rane fare l’amore al tramonto, semplicemente aprendo la finestra della camera. Gracchiano feroci. E’ bellissimo. E quando la pioggia di novembre, e anche quella di febbraio, prende Milano e la rende la Milano che tutti si immaginano, uggiosa, grigia, bagnata, la mia grondaia fa delle splendide musiche che si confondono con la notte. 

Una sinfonia di pioggia e rame, un’orchestra che ti accompagna dolcissima nei sogni. 

Sempre che gli zingari non si fottano anche questo, di rame. Visto che stanno razzolando qualsiasi cosa sia di rame nel raggio di venti kilometri. 

(ma questo non lo scriverei). 

Addormentarsi nudi, ne converrete, ha dei bellissimi vantaggi dal punto di vista delle sensazioni. A vent’anni. A trent’anni, ci si sveglia come dopo un delicato intervento chirurgico, sicuri di poter vivere ancora ma con il corpo a pezzi. 

Mi sono svegliato di colpo, con la pioggia che ancora batteva forte, e tutto il buio della notte. 

E mi sono seduto a pensare. 

Nel letto, nudo. 

E’ passato un’anno. 

Esatto.

Con esattezza, è passato un’anno da un’anno fa.

Trecentosessantacinque giorni. Ottomila settecento sessanta sei ore. Cinquecentomila ( e passa) minuti. 

Da un’anno fa. 

Che c’era il sole. E c’ero io. E non ero solo. E mi stavo spezzando la vita in piccoli pezzi. Mi ricordo di essere scappato da ottobre, correndo verso novembre, con tutto il peso di tutte le decisioni che non avevo saputo prendere. Un periodo, avreste detto voi, di merda. 

La cosa interessante non è, per dire, cosa mi abbia portato a novembre dell’anno scorso, in un pomeriggio di sole, caldo, a spezzettare la mia vita meticolosamente come quando sei nervoso e porti al martirio i tovagliolini di carta dei bar, o i sottobicchieri da birra dei pub. Io quello ho fatto della mia vita. 

Mi serviva. E l’ho fatto. 

Ma questo non è importante. 

La cosa importante è che in quest’anno, in queste ottomila ore, io abbia vissuto ogni singolo minuto. E sono cinquecentomila (e passa). 

Non ne ho perso uno. Ho imparato a vivere anche dormendo. Ho imparato a vivere piangendo. Ho imparato a vivere soffrendo. Ho imparato ad amare vivendo. Ho imparato, in un sacco di forme, a usare il gerundio in modo figo. 

Si potrebbe riassumere, quest’anno, nella mia scoperta di Kronos e Kairos. 

Ho scritto un racconto su questa cosa. 

Gli antici greci, che in fatto di filosofia, festini sexy e quieto vivere ne sapevano parecchio, amavano usare due parole per definire il tempo. Si, lo so. Hai letto che anche gli esquimesi hanno ventisei termini per definire la parola “neve”. Tutti hanno molte parole per definire le cose più presenti nelle loro vite. 

Beh, Kronos e Kairos sono, però due cose differenti. Kronos è semplicemente il tempo che passa. Kairos è quando qualcosa di speciale accade. Un tempo preciso, nel mezzo di qualcosa. Due modi, profondamente differenti, di vedere una cosa succedere. 

Ho vissuto questo anno, queste ore, questi giorni, senza nemmeno perderne un piccolo pezzo. Prendendo tutto quello che mi succedeva, facendo succedere moltissime cose, lasciando che qualcosa passasse. Morissi domani, (cosa, tra l’altro, statisticamente poco possibile), potrei tranquillamente dire di aver vissuto un’intera vita in un’anno.

A guardare bene, in fondo, i segni si vedono. Eccome. 

Ma i segni del tempo, il tempo buono, sono tutti segni positivi. 

Sono felice di aver potuto, in quest’anno, vivere così tanto. 

Pensavo questo, nient’altro. 

In certe notti non serve pensare troppo, ho imparato anche questo quest’anno. 

E non serve nemmeno parlare. 

Diciamo che, per semplificare, in certe notti basta stare ad ascoltare. 

Comunque, morissi domani (adesso che ci penso, statisticamente è abbastanza probabile che io possa morire in un incidente aereo. Basterebbe prendere 430 aerei per uscire dal confine della sicurezza. Insomma, ogni 430 voli, è il tuo turno. E io ho passato questa soglia da un bel pezzo. In più, volo in Spagna, patria del disastro aereo con più vittime nella storia. Non c’entra molto, ma non è bene augurale.) 

Dicevo, morissi domani, che io lo faccia o meno, morirei felice. 

Che uno, a vedermi, non lo direbbe mai. 

Ma è sempre stato così. La mia faccia ci mette un po’ a ricorrere le emozioni che sento. 

 

In ogni caso, domani sera, per festeggiare berrò una cerveza ghiacciata insieme a un paio di amici che facevano i manager e si sono messi a costruire splendide moto. (loro). Che poi è sempre così. A furia di viaggiare, quando c’è qualcosa da festeggiare, sei sempre lontano, ma hai sempre nuovi amici con cui festeggiare. Parleremo di un viaggio che mi piacerebbe fare. Si chiama Scram Africa. Ed è un viaggio in mezzo al deserto, con moto non adatte al deserto, o adatte al deserto dieci anni fa, e con gente non adatta al deserto, o adatta al deserto dieci anni fa. Il viaggio perfetto, insomma. 

Precisazioni (a proposito di) 

A proposito di moto, confermo la mia presenza al Kustom Kulture di Cesena, questo fine settimana. (qui)

E’ un modo facile facile per vedere un sacco di amici, di roba figa, di belle moto. 

La sta organizzando, pezzo a pezzo, un amico che non sa di essere un genio. 

Siateci, se vi piacciono le robe fighe, le belle moto e quelli che non sanno di avere qualcosa di geniale. 

Siateci anche se avete ancora del rancore per quello che ho scritto sulle vostre orrende moto di plastica. Potrete, eventualmente, picchiarmi, se vi dovesse far sentire migliori. 

A proposito delle venti parole degli esquimesi. E’ una cazzata. Una bufala. La lingua inuit (quella degli esquimesi) non ha venti diversi lemmi per chiamare la neve. E’ come la leggenda della farfalla che, con un battito d’ali, fa crollare un palazzo dall’altra parte del mondo. Se vi piace pensare che gli esquimesi usino venti diverse parole per indicare la neve, fatelo. Ma non è vero. Neve, in inuit, si dice quanniq. Giusto per saperlo. E per fare i fighi, quest’inverno: ehy guarda, sta quanniquando. 

A proposito di leggende metropolitane, sta girando un test, (su Facebook, e questo la dice lunga) sugli emisferi cerebrali. 

E’ una leggenda metropolitana, ma non è questo che ci interessa. (insomma, la divisione tra emisfero destro e sinistro, parte creativa e parte razionale, è stata ampiamente distrutta negli ultimi anni. Si parla di superiore e inferiore. Ma son cose troppo pesanti per te). La cosa stupenda è che questo test lo fanno tutti. (se vuoi farlo è qui). A dimostrazione che la gente (La Gente) ha disperatamente bisogno di questo. Test scientificamente sbagliati su concetti inesistenti, per sentirsi dire di essere creativa o razionale. 

Delizioso. 

A proposito di gente, celebrerò quest’anno di vita, vita vera, producendo una raccolta di poesie, di cui ancora ignoro il titolo, la data di uscita e i contenuti. 

Essendo la poesia uno strumento di sopravvivenza umana, come il cibo e il sonno, sarò ben felice di distribuire la suddetta raccolta.

Per essere sicuri di riceverla, in copia autografata, iscrivetevi a questo blog o a RadioCorrida (inserendo la mail qui a fianco). 

Potrebbero arrivarvi, nei prossimi mesi, altre sorprese. 

Vado a preparare quello che, statisticamente, potrebbe essere l’ultimo trolley della mia vita. Per questo, alla vecchia maniera, ci infilo mutande pulite, camicie stirate e un libro che, quando i pompieri rinverranno i resti della carlinga, possa suscitare stupore ed esaltazione. 

 

Life is short fritz, surf it!

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