Le ragioni per cui non vivere con me

Enrica mi dice: scriviamo le ragioni per cui vivere con noi è una merda. E io subito penso: io e te non viviamo insieme, baby. Poi, dopo un po’, capisco il senso del messaggio e mi metto a pensare. 

Ecco, partiamo dalla cosa più semplice: io non capisco mai i messaggi delle donne. Mai. Io capisco, straordinariamente bene, le donne. Lo so di mio e ne ho conferma tutti i giorni. Ma le donne, prevalentemente, degli altri. Le mie, di donne, non le capisco. Non capisco quello che mi vogliono dire, scrivendo o comportandosi in un certo modo. Ci metto sempre troppo, a capire, e rovino la poesia. Non capisco mai il limite, non capisco mai un rimprovero non detto, una malizia appena accennata o una dolcezza nascosta in un gesto. Non è vero. Non è che non le capisco: ci arrivo appena un po’ dopo. Che tra uomini non è un problema (a parte che gli uomini li capisco al volo, come peraltro le donne, tutte, tuttissime, tranne la mia), ma per una donna può essere un problema drammatico. Ne ho le prove. 

Inoltre, se proprio vogliamo essere pignoli nell’autoanalisi, dovremmo menzionare un paio di altre cosette. La prima riguarda l’essere psicosomatici. Io sono, per ammissione di un primario di gastroenterologia di fama europea e dalle parcelle con quattro zeri, l’incarnazione del Paziente Zero Psicosomatico. Gestisco volumi di stress giornalieri che un uomo medio non vede nemmeno in dodici anni. E questo, come tutte le cose belle, ha delle conseguenze. Sul mio corpo. Più precisamente su diversi organi del mio corpo. Io psicosomatizzo tutto. Tutto. Pur insegnando agli altri come evitare di psicosomatizzare, io ho un colon talmente delicato che un colpo di tosse durante una mia presentazione può avere delle conseguenze intestinali drammatiche. Fin qui tutto bene. Però devi aggiungere che sono, a momenti, estremamente ipocondriaco. A momenti, solitamente fasi quinquennali, giusto per chiarire. Come tutti gli ipocondriaci, alterno fasi della vita in cui, pur avendo il corpo che cade a pezzi, ignoro ogni forma di cura e medicina a momenti in cui per un semplice starnuto prenoto un check up, ordino i fiori per il mio funerale e dispongo che i miei averi vengano distribuiti ad alcuni amici e a mio figlio, scrivendo commoventi testamenti che poi, di tanto in tanto, rileggo. Sono arrivato alla versione 14. Convivere con un ipocondriaco non è semplice. Lo ammetto. Anche se, proprio mentre scrivo sento un fischio fastidioso che non vorrei fosse quell’acufene che, di tanto in tanto, bussa al mio timpano. Anche se i sette otorini che, privatamente, ho interpellato per un parere in merito concordano nel dire che si tratta dell’auricolare dell’iPhone. Togliendolo, in effetti, passa. 

L’altra cosuccia riguarda un’aspetto umano davvero importante. Qualche anno fa, agli albori della mia luminosa carriera, mi hanno insegnato una cosa davvero importante. Drammaticamente importante. Decisamente fondamentale. La delega. Delegare, ovvero assegnare agli altri compiti propri, monitorandone il risultato, è uno dei pilastri del time management, della vita di un manager di successo e di chiunque, professionalmente, non voglia morire di esaurimento. Solo che, prendendo alla lettera il tutto, ho imparato a delegare molto bene. Decisamente benissimo. Talmente tanto che, oggi, insegno a delegare. Credo nella delega, come chiave del successo. Si basa sulla fiducia e sul rispetto. Io delego tutto. Vivo delegando. Delego cose facili, cose abbastanza difficili, cose impossibili. Ecco. Questo in ufficio. A casa, uguale. Io sono il campione della delega. Una delle mie specialità, a casa, è ridelegare qualcosa che mi era stato delegato. 

– allora domani fai un salto all’esselunga a prendere la carta igienica che è finita?

– okkei

….

– Ti sei ricordata la carta igienica?

– dovevi andarci tu!

-ok, allora se tu non sei riuscita a farlo, rimedio io. Nessun problema. 

– mah…

– lascia lascia, davvero

– no ok. Ci vado io. 

 

In ultimo, ma forse è la cosa meno trascurabile, ho un piccolo problema di immedesimazione con i libri che leggo. Ovverosia, entro nel personaggio. Del libro che sto leggendo. Il processo di personificazione è abbastanza immediato, fin dalle prime pagine, e si esaurisce qualche giorno dopo la fine del libro. Qualsiasi libro. No, con i film non funziona. Solo con i libri. Ma tutti, proprio tutti. 

Ho fatto il mio periodo pulp, e anche il periodo sciovinista. Ritorno spesso sul personaggio beat, che poi è quello che naturalmente mi viene meglio. Ho avuto qualche problema di inserimento in società nel periodo in cui leggevo Kundera, tendevo all’omosessualità leggendo Sedaris, ho cercato di scoparmi un cadavere quando leggevo Bukowsky, ho provato a seguire Barney in molte cose ( a dire il vero ho anche trovato la mia Miriam, e come lui la ho cacciata), piscio contro gli alberi in memoria di Aureliano Buendia, ascolto le onde e cerco dove finisce il mare e inizia la terra camminando in spiaggia. Poi, è anche vero che, leggendo tanto, cambio spesso personaggio. Che, sotto una certa luce, può essere anche abbastanza divertente. Basta sapersi abituare. Anche perchè, in una settimana posso passare da una deliziosa rilettura di Bandini, a cui devo la storta di vino rosso, a un libro sul Lean Thinking, per il quale ho studiato i processi di approccio al frigorifero di mio figlio, con uno Spaghetti Diagram sul suo percorso usuale, decidendo che il pericoloso spreco di energie poteva essere risolto obbligando il Piccolo a cambiare abitudini. 

Nel periodo in cui leggo poco, in ogni caso, divento nervoso e noioso. Quindi, o così mi prendi, o ti attacchi al cazzo. 

Che poi, è stato solo un problema, davvero, quando mi sono immedesimato in Alby Starvation. 

Il fatto, in ultimo, che io dica effettivamente quello che penso non credo sia un difetto. Anche se, solitamente, il pensare che la tua amica di una vita sia una puttanella da tangenziale, o che il tuo ex fidanzato sia il riassunto dell’amore tra il fallimento economico e quello sociale (il Bignami del Loser), non è bello. Ma tutti, la maggior parte, lo fanno. Il fatto è che io lo dico. Esattamente per come lo penso. Vengo pagato un sacco di soldi, al lavoro, per dire quello che penso. E’ normale che lo faccia anche a casa. E pure gratis… 

– Stasera esco con Veronica.

– Veronica chi? 

– la mia amica dell’Erasmus

– oh Cristo, la versione grassa di Iva Zanicchi. 

– Ma come ti permetti, io non giudico mai i tuoi amici 

– per forza, nessuno di loro assomiglia a un porro peloso con dietro una grassona. 

Di buono c’è, non lo dico per redimermi, che puoi sapere, tu che convivi con me, quello che penso, sempre e comunque. 

Beh, cara la mia Enrica, io avrei finito. Dopotutto, a parte un lieve egocentrismo, il fatto che non butti via mai il rotolo finito di carta igienica, sia in grado di seminare per casa sei tipi diversi di biancheria intima e non usi, per partito preso, la scarpiera, non ho altri grandi difetti urbani. 

Inoltre, per chiudere il discorso, ritengo che vivere con me sia bellissimo. Lo dicono tutte, dico tutte, le donne che lo hanno fatto. 

Che poi, tutte, dico tutte, ringrazino la Madonna per aver finito quest’esperienza, io lo ritengo un fatto secondario.

Vai a capirle, ste cazzo di donne. 

 

Post Scriptum: 

1) no, impersonare un personaggio letterario non è precisamente il metodo Stanislavskij. Quello è il metodo che usano gli attori, per personificare, prima mimicamente e poi nella personalità, il personaggio che dovranno recitare. Io non recito, Io sono Alby Starvation. 

Uno che sapeva il fatto suo, in merito al metodo Stanislavskij è il padre di Anthony Kiedis (il cantante dei Red Hot, che ti piace tanto). All’epoca, facendo l’attore, girava per Los Angeles vestito come il personaggio che doveva impersonare. Sempre. E si comportava come il personaggio. Anche se, in questo caso, le droghe pesanti hanno aiutato molto la cosa. Io faccio tutto da me. (se ti interessasse la cosa, leggiti Scar Tissue, la biografia di Kiedis). 

2) Alby Starvation è un personaggio di Latte, Solfato e Alby Starvation, di Martin Millar. Un libro stupendo. Leggilo. Oppure drogati, semplicemente. 

3) il blog di Enrica, la ragazza che dice di aver vissuto con me, o almeno questo è quello che ho capito dal suo messaggio, è qui, ed è uno dei blog più letti del momento. Leggilo anche tu. Io lo leggo sempre. E di conseguenza, mi sento molto Enrica. 

Oddio, forse io sono Enrica. 

 

Life is short, Enrica, surf it! 

 

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