Alla Fiera Dell’Est (Hipster Reloaded)

10 Nov

Vengo da una settimana lunghissima, nella quale credo di aver dormito un totale di dieci ore e bevuto, complessivamente, due volte e mezzo quello che una squadra di rugby ordinerebbe a fine partita (fidanzate incluse, perchè non si butta via niente, e quando c’era da bere prosecco caldo, abbiamo fatto anche quello).

C’era l’Eicma. Che, stando alla definizione, è il Salone Internazionale del Ciclo e del Motociclo.

E io, stando alla definizione, sono uno scimmiato senior di Motociclo.

Non che questo giustifichi il mio delirante alcolismo e le dieci ore di sonno. In fondo una fiera è un evento, in un mondo decisamente digitale, terribilmente analogico.

La fiera sta al mercato come la videocassetta sta a MySkyHD.

Inoltre, deviazione professionale, i dipartimenti marketing del settore moto sono innovativi quanto quello che lavora sul marchio Coca Cola.  Dire fossilizzati è poco.

Però l’Eicma è a Milano. E questo cambia, di molto, le cose.

Milano, città di nebbia e pavè, è per un motociclista come il peperoncino per un colitico, in termini di qualità della vita. Ma questo non c’entra un cazzo. Milano è una piazza fondamentale. E’ l’unica grande metropoli al mondo, fidatevi, mi manca di vederne un paio poi ho finito, che può rendere un evento ordinario come qualcosa di straordinario. E anche, purtroppo, viceversa.

Sono stato a nove feste in sei giorni. Una estenuante maratona, un durissimo lavoro di open bar, buffet gratis, gadget, hostess, musica dal vivo. Ho visto gente famosa, gente che crede di essere famosa, gente che vorrebbe essere famosa, gente bella e gente brutta. Come il Salone del Mobile ha il suo fulcro notturno in Via Tortona, l’Eicma ha il suo fulcro al MotoQuartiere. Che sta al quartiere Isola. Per chi non fosse un ciuccianebbia come il sottoscritto, il quartiere Isola si può riassumere così:

Cinque anni fa ti faceva discretamente paura andarci ma lo facevi volentieri perchè una margherita e una birra ti costavano otto euro e potevi sfoggiare la tua felpa di quando sei stato in vacanza a Lampedusa. Per bere qualcosa, poi c’era il bar tabacchi all’angolo, con sulla porta un algerino che ti vendeva MDMA al prezzo politico di un pacchetto di Diana Rosse.

Oggi, pur avendo una camicia bianca, non sei sicuro di poter entrare nel posto dove un piatto di affettati e un vino rosso ti cavano cinquanta euro dal portafoglio. Per bere qualcosa adesso vai in posti dove sulla porta c’è un buttafuori e dentro ci sono i baristi con le barbe lunghissime, gli occhiali spessi e le magliette larghe con scritto: Jesus Was an Hipster.

Il Quartiere Isola è una delle ragioni per cui mi trasferirei volentieri in un altra città.

La fiera è organizzata bene e con grande coraggio. Ma resta, misteriosamente, un crocevia di luoghi comuni incredibili. Eccovene sette.

1) L’avventore medio risente di una particolare patologia per la quale sente la fortissima necessità di prendere tutti i depliant, tutte le brochure, tutti i volantini, e infilarli in uno zaino. L’uso di suddetto materiale, una volta a casa, è sconosciuto.

2) Nel 95% dei cas, il rendering marketing prevede una moto accompagnata, udite udite l’incredibile novità, da una hostess. Generalmente sorridente, ammiccante, lievemente annoiata, la suddetta subisce per sei giorni il martellante comportamento di tre tipi d’uomo:

– quello che sta, semplicemente, ad osservarla per venti minuti. Onanismo telepatico nella sua quintessenza.

– quello che la fotografa cercando di zoomare sull’incavo tra le tette. Onanismo a scoppio ritardato e casalingo.

– quello che si avvicina e le chiede il numero. Il diversamente intelligente. (che poi ripiega nelle foto abbracciato alla ragazza. Onanismo casalingo con finta confidenza. Sono quelli che vanno a puttane e chiedono il nome, da dove viene, se ha famiglia, come si trova).

3) Ci sono, come in tutte le fiere estremamente affollate, due tipi di idioti:

– quello che porta il figlio nel passeggino. E poi si innervosisce. Non il figlio. Lui. Idiota.

– quello che porta la fidanzata che odia le moto. E poi si sente con l’amico. Non lui. La fidanzata. Cornuto.

4) L’idiota medio del settore misura il mercato in termini di moto immatricolate. E va in giro per la fiera sostenendo le sue tabelle come un predicatore protestante. In verità, il solo e semplice fatto che il numero di nuove patenti da motociclista stia scendendo, il fatto che in termini puramente numerici l’Asia sia un mercato sette volte più grande di quello europeo, il fatto che l’età media del motociclista aumenta ogni anno, dovrebbero far pensare a qualcosa che assomiglia a un eutanasia.

4b) Postilla: infatti l’Harley Davidson ha, coraggiosamente, sfoggiato due esemplari di quello che si potrebbe definire un riuscito incrocio tra una moto da Pizza Delivery e un Chopper da Latinos. Un terribile esempio di ridicolo motore contornato da brutta moto. Era difficile ma ce l’hanno fatta.

5) le riviste del settore, tranne la mia (perchè è una rivista figa) fanno a gara per fare le foto alle moto. Con l’ambizione di pubblicare, fra un mese, foto che gli stessi abbonati della rivista hanno scattato (identiche se non migliori) direttamente in fiera. Ecco spiegato il difficile momento editoriale del settore. Eppure non lo capiscono. E’ più forte di loro: lo Speciale Fiera è una roba troppo arrapante. Sentono il bisogno di farlo. Ogni volta che una rivista fa uno Speciale Fiera (e sono tante, quasi tutte, a farlo), io sento forte il bisogno di vietare l’uso della carta. Oppure tornare alla censura. Il fotografo della rivista di settore è tenuto a girare per la fiera fotografando tutte le moto. E tutte le hostess. Un lavoro talmente di concetto che si pensa, nelle prossime edizioni, di sostituire l’essere umano con un labrador addestrato. Lo Speciale Fiera, photos by  Batuffolo.

6) ai punti ristoro della Fiera, si discute, tassativamente, di moto e di figa. Con lunghe elucubrazioni su cilindri, lubrificanti, pistoni e pompe. Perchè i due argomenti, che che ne diciate, sono molto affini.

7) Nonostante la Fiera sia nel punto meno raggiungibile, a livello stradale, dell’Europa continentale, è buon uso andare in macchina. Per poi impiegare diverse ore solo per uscire dal parcheggio. Che per dovere di cronaca costa come un mutuo sulla prima casa.

8) Durante la prima sera del dopo fiera, si pensa intensamente a cosa si possa vendere per potersi permettere la moto dei propri sogni. Un rene, la moglie, la macchina. Calcolatrice e sigaretta, per una notte di alta finanza atta a giustificare l’ingiustificabile.

A proposito:

Ho eletto la mia moto preferita (questa). La comprerei immediatamente. E’ sensuale, perfetta, e ha due grandi, grosse, testate.

E anche la mia hostess preferita (non ho il link, ma era una roba di questo tenore) .

 

In ogni caso e contro ogni aspettativa, sono sopravvissuto sia al marketing protozoico sia ai cocktail.

E questo è un buon segno.

Ricordatevi:

“quattro ruote possono muovere un corpo.

Due ruote muovono un’anima”.

(che è la frase da Smemoranda che si mette quando non si sa come finire un pezzo sulle moto)

 

Life is short fritz!

 

 

 

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