Il Momento

12.30

– Vorresti dirmi che sei davvero così cinico?

– Si. Ti dispiace se vado. Ho un pranzo alle 13. 

 

Rewind 

8.04

Il Piccolo ha il potere di svegliarmi sempre quando sto iniziando un sogno erotico. Sempre. Ero con una modella, di cui non ricordo il nome, che ha fatto un sacco di pubblicità. Lei mi chiamava, ammiccante, verso una poltrona di pelle. Voleva che le strappassi, con i denti, le calze a rete. Programma decisamente adeguato ai miei standard. Adoro strappare a morsi calze e reggicalze di modelle famose sedute su poltrone di pelle. 

8.05

Invece mi ritrovo abbracciato a un bambino di quasi tre anni, che con un urlo dirompente ha deciso che è giunto il momento di svegliare tutto l’isolato. Insomma, è sabato, sono le 8, il mondo aspetta di essere esplorato, non vedo ragioni per le quali rimanere a letto, soprattutto con una modella famosa. 

8.32

Attraversiamo i giardini a passo lento. Davvero lento. Io non ho trovato nulla nel frigo che assomigliasse a una possibile colazione. Il Piccolo sta ancora carburando. Adoro quei, rari, momenti in cui è ancora in stand by, in cui non riesce a canalizzare tutte le energie. Ne approfitto. Leggo il giornale, bevendo il caffè, mentre lui è concentrato nella distruzione metodica di un distributore di tovaglioli. 

8.59

In effetti, con questo tempo, in questa stagione, c’è poco da fare: stare fuori diventa pesante. Mi ricordo, in verità il telefono mi ricorda, di una presentazione di un amico in un centro commerciale. Presenta il suo libro, mi ha invitato e non vedo perchè non sia una bellissima gita insieme a un bambino di quasi tre anni. Anzi, ritengo che tutti i bambini, in questa meravigliosa età, dovrebbero frequentare posti chiusi, senza nessun divertimento, insieme a molti adulti che giocano a fare i seri. 

9.31

Il centro commerciale è pieno. Ovviamente. Ho una strana relazione con questi posti. Odio il posto, ma adoro osservare l’umanità bovina al pascolo, rotolare insieme ai carrelli verso cose che vorrebbero comprare, si ne hanno proprio bisogno, ma che non si possono permettere. Adoro gli sguardi frustrati davanti a un cappotto nuovo di Zara, lo struscio tecnologico da MediaWorld. Il Piccolo, invece, adora il fatto che è uno spazio, estremamente grande, dove tutto è concesso. Correre, nascondersi, tirare, trascinare, ruttare, urlare, ridere, sedersi per terra, infilare le dita in un vaso o in una presa, appendersi a un vestito, far cadere un’intera fila di confezioni di batterie. Un mondo stupendo. La regola è questa: andiamo insieme, ma ognuno è responsabile di se stesso. Lui la rispetta. Io la rispetto. 

9.43

Ho identificato la libreria dove il mio amico presenta il suo libro. Ho anche identificato il mio amico. Lo conosco da dieci anni. Ci ho studiato insieme e lavorato insieme. E adoro questo suo nuovo look da intellettuale. Insomma, si è calato nella parte. Scrive libri, adesso fa lo scrittore. Lo saluto ma devo subito staccarmi perchè il Piccolo ha identificato una pila di libri della Peppa Pig, pronti per essere fatti cadere, aperti e distrutti. 

10.10

La presentazione del libro inizia. Ci saranno una cinquantina di persone. Io e il Piccolo siamo seduti in ultima fila. Per terra. abbiamo trovato un compromesso. Ho aperto una confezione di gessetti e stiamo disegnando per terra. Una lunga serie di spirali che, di volta in volta, sono 

– un albero

– una macchina

– la mamma

– il sole

– il nonno

– l’asilo

– Saetta Mc Queen 

Ascolto una psicoterapeuta che presenta il mio amico. Una donna di mestiere, con occhiali rassicuranti e tanto grasso superfluo da far supporre una colossale disfunzione tiroidea. 

Il mio amico sorride, compiaciuto, risponde ai complimenti, e si prepara per il pezzo forte. Il suo momento. Il libro, lo ho sfogliato, non lo comprerei mai, è un riassunto del suo percorso degli ultimi due anni insieme ai suoi “partners”. 

Un libro sulla crescita personale. 

Dio, quanto ne avevamo bisogno. 

E’ abbastanza sintomatico che, in periodi di prolungata crisi come questo, un crescente numero di individui senta il bisogno, la forte necessità, di una direzione, di una crescita, di una fuga. Cresce il numero di persone bisognose, e cresce il numero di specialisti. 

Li chiamano coach. 

Credo di poter affermare che al momento ci sono più coach in Italia che nel resto d’Europa. Anche perchè, con un paio di corsi di Programmazione Neuro Linguistica e un seminario di Mentalismo, qualunque idiota psicodepresso può diventare coach. Più o meno. 

Coach per smettere di fumare. Coach per avere un obbiettivo. Coach per dimagrire. Coach per ricominciare ad amare. Coach per i coach. E coach dei coach dei coach. Un loop infinito. 

Sia ben chiaro. Non ho nulla contro i coach. Anche io ne ho uno. Una. Una donna preziosissima. Esistono coach molto seri, persone preparate e in grado di fare il loro lavoro.

 

10.49

Prevedibilmente il Piccolo si è stufato di imbrattare il pavimento. Rubo un libro della Peppa Pig e lo offro come ricompensa per ancora un po’ di pazienza. La presentazione sta finendo. Il pubblico sembra soddisfatto. 

Un pubblico, va detto, prevalentemente di donne. Dai trenta ai cinquanta. Questo lo avevo già notato a suo tempo. Sono le donne, come sempre, ad essere le prime ad ammettere di avere un bisogno. E ad avere un idea di come risolverlo. Generalmente gli uomini provano prima soluzioni più consone alle loro prerogative: whiskey, travestiti, scommesse on line, sigarette elettroniche. 

Donne, anche questo va detto, di un reddito medio alto. Donne che hanno tempo e soldi per erboristi, naturopati, chiropratici, yoga, corsi di meditazione, interpretazione delle stelle, dei sassi, della frutta e della disposizione dei calzini sporchi nella cesta delle cose da lavare. 

Insomma, se cercate un modo semplice e diretto per trovare una donna che vi mantenga, entrate nel grande giro della lettura dei sassolini e dei mozziconi di sigaretta. Male che vada, vi farete solo delle grandi sessioni di sesso tantrico. Che male non fa. 

Credo, a rigor di logica, che il Piccolo abbia cagato. Prima di tutto per il pungente odore. Poi, altro indizio, per la sua espressione, molto vicina a quella di Fracchia la Belva umana. E, terzo indizio, perchè io non sono stato e la signorina vicino a me nemmeno. 

11.20

Mi perdo il finale della presentazione, impegnato in una delicata operazione di rimozione degli escrementi. Se non avete mai provato l’odore letale dei locali fasciatoi nei centri commerciali, fatelo. E’ da brivido. Tenendo conto che ogni bimbo che ci entra, lascia in pegno un pacchetto di merda, e che il cestino non è tappato, e che viene pulito giornalmente, è come immergersi in un oceano di merda puzzolente. 

Qui vi vengo in aiuto. La soluzione è semplice. 

– estrarre una salvietta profumata (quelle che userete per pulire il culetto dolcissimo del vostro piccolo adorabile cucciolo).

– arrotolare la suddetta salvietta, come ai vecchi tempi quando pulivate il Cilum in piazza dopo una session di Erba e Marocco.

– infilare la suddetta salvietta nelle due narici, premendo con forza.

– entrare nella camera degli orrori.

– ripulire il vostro piccolo adorabile cucciolo.

– uscire dalla camera degli orrori.

– estrarre la suddetta salvietta dalle narici.

Per le rimanenti sei ore non avrete olfatto. O meglio, sentirete solo uno stordente profumo di camomilla. ovunque. 

Meglio, in ogni caso, dei sei minuti di pura merda. 

11.30

Presentazione finita. Un piccolo buffet. Una grande occasione per me e il Piccolo. Io punto il caffè, il Piccolo va diretto verso un vassoio di pasticcini. 

Nel cammino incontra una “Ma che Tenerezzaaaaaaa”. Quel genere di giovani donne che, per vari motivi, non hanno un bambino e che vogliono, a tutti i costi e in ogni caso, occuparsi di quelli che incontrano lungo la loro strada. Chiunque essi siano e qualunque cosa facciano, questi piccoli sono adorabili, fanno tenerezza, sono dolcissimi. 

Donne dal senso materno interrotto, insopportabili in altri contesti, ma estremamente utili nella quotidianità di un padre. 

La suddetta giovane donna è anche carina. 

Quindi perfetto. 

Il Piccolo, voi non sapete quanto i bambini possano essere intelligenti, riconosce il tipo e sfodera un sorriso timido. 

Risultato, in quattro secondi netti ottiene il vassoio di pasticcini, un fazzoletto per pulirsi e le coccole continue. 

Io mi godo il perizoma che spunta dai pantaloni neri, anche se, a dire il vero, resto spaventato dalla quantità di nei che spuntano dalla schiena. Sembra un dalmata. 

Il mio amico mi raggiunge, accompagnato dalla psicoterapeuta che lo ha presentato al grande pubblico. 

Gli fa molto piacere che io sia venuto. Davvero. Ci teneva a presentarci, davvero. E poi lei non sa quanto questo ragazzo con la barba abbia fatto strada. Non se lo immagina. Davvero.

Insomma, mi sta scaricando l’ospite noiosa. 

12.00

Ci ritroviamo io e questa psicoterapeuta, a parlare del più e del meno, mentre io tengo d’occhio il Piccolo che ha creato un harem di mancate madri che lo stanno pettinando, pulendo, nutrendo, e soggiogando con affettuosi pizzicotti e carezze. 

Dovrò disinfettarlo una volta usciti. 

12.15

La psicoterapeuta ha un sussulto. Non credo sia dovuto a quello che stavo dicendo. Uno sproloquio sulla mancanza di personalità. 

Quasi si ingozza con un salatino e fa un disordinato movimento con le mani per fermare un tipo che assomiglia, straordinariamente, a Woody Allen. 

Gianfranco!

Matilde!

Ma che figata! penso io.

Si salutano con un bacio. 

Mi presentano. 

Lui è Franz. 

E Gianfranco, giustamente, si chiede chi cazzo sia. Io. Giustamente, Gianfranco. Non te ne faccio una colpa. 

Io, a differenza tua, dopo anni ho smesso di chiedermi chi cazzo sia la stra grande maggioranza delle persone che mi presentano. Semplicemente me ne sbatto. 

Franz è il compagno di studi di Stefano. Hanno studiato negoziazione insieme. Poi hanno preso strade diverse.

Nel senso che, penso io, io ho un lavoro, lui prova a pubblicare libri. Ma non lo dico. Il buffet è buono e gratis. 

Pensa, dice, sono due negoziatori. Come nei film. 

Mah, penso io. 

Qui però mi sorge spontanea la domanda interiore. e tu Gianfranco, chi cazzo sei, oltre che un sosia di Woody Allen?

Per fortuna, Matilde desidera a tutti i costi scaricare me o scaricare Gianfranco quindi parte: Gianfranco è un mentalista. 

Cristo Santissimo. 

Un Mentalista. 

Gianfranco.

Un Mentalista. 

Ora, io non ho assolutamente niente contro la gente che si inventa un mestiere. Quando è onesto e non prevede l’omicidio. 

Inoltre, purtroppo, frequentando questo tipo di ambiente ho conosciuto una folla variegata di folli e idioti. 

Gente che crede negli elfi, che si cura con i sassi, che si ammazza di tisane di cardamomo e carciofo, che investiga sui parenti morti, che non mangia verdura perchè ha paura di far soffrire l’ortaggio. Davvero, un mentalista è il minore dei mali.

Inoltre, lo dico per vostra opportuna conoscenza, il mentalismo è davvero una disciplina. Seria. Collegata, seriamente, alla programmazione neurolinguistica. Roba seria. In America.

Il Mentalista mi guarda. Io guardo la psicoterapeuta andare via e il Piccolo, ormai assediato e in procinto di buttarsi su un piatto di patatine offertogli. 

Dovrò trovare una scusa quando, tra poche ore, una delirante diarrea lo possiederà, per giustificare il tutto alla madre. 

Oppure dire la verità. Siamo andati alla presentazione di un libro e lo ho perso di vista, perchè ero impegnato a parlare con un mentalista. Lui era assediato da uno stuolo di petulanti donne dal senso materno incompiuto. Ti ricordi di te prima del parto? Ecco. 

Il Mentalista mi affronta. 

– Quindi tu sei un negoziatore?

Posso, con certezza matematica, dire che entro due domande arriverà, come tutti, alla fatidica: ma come quelli dei film, che fanno liberare gli ostaggi. Lo so per certo. E’ la domanda che fanno tutti. 

– Non esattamente. Ho studiato negoziazione, ma mi occupo di altro. 

– Ah, il negoziatore. Un ruolo affascinante. 

Eccolo, sta arrivando.

Mi corre in aiuto il Piccolo. Tutti gli uomini si rompono il cazzo delle donne irrealizzate che sfogano il loro senso materno su di loro. Anche gli uomini di due anni e mezzo. Mi corre incontro, e si pulisce la bocca unta sui miei jeans. 

– Hai fatto bene a portare il tuo bambino. E’ pieno di energia positiva qui. 

Si chiama buffet gratis. 

– E credo che tutte queste persone abbiano un grande bisogno di energia positiva. 

– di questo sono certo.

– e di un grande coach che la possa canalizzare. 

Il Piccolo rutta. Profondo e gutturale. Vorrei avere la sua capacità di ruttare sempre al momento giusto. 

Cresci e perdi certe prerogative importanti. 

Certe qualità. 

– Credo sia arrivato il momento di andare…

– Ah, non vi fermate al seminari del pomeriggio?

– Guarda, per un bimbo di tre anni è già uno sforzo enorme, poi non sapevo ci fosse un seminario. 

– Certo, è la base del libro! E un pezzo lo tengo io! 

– Pensa! A saperlo prima. Ma devo riportare il Piccolo a casa, davvero. E’ già stato troppo bravo fino ad ora. 

– Peccato! Credo venga un sacco di gente. C’è un sacco di gente che ha bisogno di pensiero positivo!

– …

– Non pensi? Io vedo in tutti questi volti una grande infelicità e un grande senso di irresolutezza. 

(Diffidate, ve ne prego, da chiunque usi il termine: irresolutezza). 

– Credo solo che la gente, questa gente, sia molto disordinata a livello comportamentale e che abbia bisogno, semplicemente, di prende molti cazzotti dalla vita. 

– Dici?

Il Mentalista si è fatto riflessivo. Il Piccolo si sta facendo una dormita in braccio a me. Sfondato dal picco ipercalorico. 

– Beh, comunque il nostro lavoro è aiutare questa gente! In ogni caso e con tutte le nostre forze. Ed è gente buona. Guarda le ragazze che giocavano con tuo figlio. Gente davvero buona dentro. Gente che merita la felicità. E noi siamo qui per dargliela. E il libro è solo l’inizio. I seminari saranno un grande percorso. 

– Se ti stai riferendo a quel nugulo di madri mancate, è abbastanza normale, verso i trenta, sentire forte l’impulso materno. E’ deviato, dal punto di vista comportamentale, sfogarlo sui figli degli altri o sugli animali. Inoltre essere inoffensivi verso il mondo non significa essere buoni, ma essere insignificanti. E non saranno i libri e i seminari a cambiare queste persone. 

Lunga pausa. 

Il Piccolo russa. 

– Vorresti dirmi che sei davvero così cinico e figlio di puttana?

– Si. Ti dispiace se vado. Ho un pranzo alle 13. 

Passo per un veloce saluto all’amico, facendomi largo tra una folla (dieci persone) adorante e traboccante di aspettative, e ringrazio. 

In macchina, verso casa, sento l’intestino del Piccolo produrre rumori disordinati tipici di uno stomaco in battaglia. Dorme appoggiato al seggiolino, mentre il suo intestino prepara la Grande Vendetta. 

Due ipotesi: 

– l’intestino è il secondo cervello, e spesso buona parte delle nevrosi sistemiche vengono canalizzate proprio qui. Coliti e ulcere sono solo la punta dell’iceberg. Questo bambino deve essere aiutato a reinterpretare se stesso, attraverso un percorso detox interiore.

– il nugolo di madri mancate che adora prendere figli in affitto per mezz’ora non ha tenuto conto dell’effetto distruttivo che un vassoio di pasticcini ha sul colon di un bimbo. Anche perchè non possono saperlo. Non hanno un bambino. 

Cagherà tutto il giorno. 

Credo sia dovuto al vassoio di pasticcini. 

Anche se sposo appieno la teoria del colon che canalizza tutte le tensioni emotive.

In ogni caso, sempre merda è. 

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