Ink

25 Ott

Credeva di averla vista sorridere, ma i riflessi delle vetrine non dicono mai la verità fino in fondo. Lasciano quel margine di dubbio che è ragionevole tenere in molti momenti della vita, tranne quando si tratta di doversi buttare. Insomma, sarebbe stato fondamentale capire se di sorriso, vero e proprio movimento dei muscoli mimici, si trattava. O di smorfia. O di riflessi. 

La porta aveva dei simpatici cartelli scritti a mano, calligrafia ordinata, inchiostro nero su carta ormai ingiallita, con gli orari e qualche avviso. Il giusto spazio tra le lettere, la giusta dimensione. Una buona calligrafia è quasi tutto.

Entrando aveva sentito l’odore di cannella e il forte caldo umido che ci si sarebbe aspettati più in una pasticceria che in un posto del genere. Una luce fioca, mal distribuita, assente. Insomma, il buio. Angoli di luce in un grande buio. 

Sarebbe stato impossibile ritrovarla, tra il buio e il profumo di cannella. Grosse lampadine bianche, senza nemmeno un lampadario. Fili neri, fili rossi, filo giallo. Viti sporche, arrugginite.

Impossibile ritrovarla senza nemmeno un aiuto. 

Inavvertitamente si era messo in un angolo, sotto un cono di luce polverosa, aspettando che qualcosa succedesse. Qualcosa sarebbe dovuto succedere, sicuramente. 

Senza pensarci, sfiorava con le dita il muro, rugoso come una vecchia signora, lasciando che le imperfezioni rimbalzassero sul polpastrello, senza nemmeno darci troppo retta. Così si dovrebbe vivere, senza darci nemmeno troppo retta. Scorrendo veloci, rimbalzando sulle imperfezioni, andando avanti. 

Lei si sarebbe fatta trovare. Ne era sicuro. Il destino, il karma, Dio, il Fato, qualcuno aveva deciso di farli incontrare la prima volta. Sarebbe successo ancora. Se così era scritto. 

L’aveva seguita con lo sguardo, aveva visto il riflesso del suo sorriso, aveva sentito il suo profumo nel naso. Aveva giurato che, un profumo così non si dimentica mai. Uno sguardo così non si cancella più. Eppure non avrebbe saputo riconoscere più quel profumo. 

Da bambino non aveva mai avuto paura del buio. Un vecchio trucco insegnato dal nonno. Guardare le ombre dietro la porta, seguire i fili di luce, e aspettare pazientemente.

Al buio si sente il rumore del respiro. Si divertiva a contare i respiri. Adesso si diverte a passare il dito, sentendo le imperfezioni del muro. 

 

Niente, poi mi sono rotto il cazzo. Ho scritto venti pagine, ma poi ho lasciato lì. Un racconto non finito. 

Niente di imperdibile. Uno dei tanti. Non ho fatto nemmeno in tempo a dare un nome a lui e a dare un volto a lei. Forse per questo mi sono annoiato. Venti pagine senza capire lei, alla fine, che sorriso, che labbra, che naso e che occhi avesse. Non si può vedere. Non è suspance. E’ noia mortale. Forse per questo non ho fatto lo scrittore. Mi annoio. Venti cazzo di pagine. Ieri sera, devastato, stanco morto, bianco cadaverico con profonde occhiaie nere e blu, ho sentito il bisogno di farli avvicinare ancora, nell’androne di un portone, proprio nel sottoscala di un palazzo del centro. Ancora al buio. In una sera d’autunno. In uno di quei sottoscala dove ci infilano le caselle della posta, tutte uguali, numerate. E c’è la porta del locale spazzatura, chiusa, con il cartello della derattizzazione. E c’è umido, perchè fuori piove senza pietà. E loro si avvicinano. E lei sente il suo profumo. E lui sente il suo profumo. E si baciano. E lui sente le sue labbra, che non se le aspettava così. E lei sente le sue mani. Che lui ha questa cosa che fa sempre scorrere il dito, senza nemmeno premere troppo, passando sulla vita e sulle cose. E passa il suo dito, facendo il contorno dei pantaloni, e poi salendo sulla schiena. E poi scende ancora. E si sente, perdio si sente tanto, la voglia di andare avanti. Magari non in un sottoscala. Ma la vita è un po’ così. 

(poi mi sono seduto, davanti alla finestra a fumare. Cristo, sono sei mesi che mi chiedo come abbiano potuto costruire case così disumane come quella in cui vivo. Finestre piccole che danno su cortili brutti. Dio Santo). 

E vanno avanti, con le mani e con le labbra. E lui, per carità lo aveva già capito ma gli uomini hanno sempre bisogno di una conferma, ormai ha capito che quello riflesso nella vetrina era un sorriso. 

E si inginocchia. E lei non si oppone. Lo accarezza, cerca con le mani il profilo del mento, spigoloso. E lui inizia a baciarla. E sente il sapore salato perfetto. Perfetto per lui. 

(Gesti erotici pericolosi, rischiano sempre di rovinare un bel racconto). 

E lui si ferma, per un momento. E respira, il caldo di queste gambe. E sente, nel buio del sottoscala, tutta lei aspettare lui. E pensa, gli uomini hanno sempre bisogno di pensarci due volte, che per una cosa del genere uno potrebbe anche morire. 

Ma poi, si dice, non vorrebbe morire adesso. Perchè vorrebbe andare avanti, e avanti, e avanti. Per sempre. 
Esiste un “per sempre” di questo genere? Oppure la vita, le difficoltà, le salite e le discese, rovinano sempre questa voglia, quest’aria, questo profumo. Oppure, prima o poi, arriva la vita a dirti che è un semplice sottoscala umido di una casa popolare, e che il suo sorriso nella vetrina era per te senza sapere chi tu fossi e quale fosse la tua storia. 

Poi ho spento la sigaretta e mi sono messo a letto. Ho riletto. E ho deciso di lasciare li. 

Un mediocre racconto, con un pezzo bellissimo. Il buio, un dito che scorre su una schiena e un sapore salato nelle labbra di un uomo. 

Lei, secondo me, dovrebbe chiamarsi con un nome bellissimo. Corto e solenne. Ester. 

Lui, secondo me, dovrebbe farsi meno problemi. 

Il racconto avrebbe dovuto intitolarsi Ink. 

Comunque, novembre è sempre portatore di gran belle cose. Sto qui e aspetto. E sicuramente un racconto che si intitola Ink lo scrivo, prima di Natale. E, sicuramente, prima di Natale, voglio levare le mie chiappe da questa tristezza di neon, parcheggi e dormitori popolari che la gente chiama città. La mia, di città, è quella dei sottoscala umidi del centro. 

Post Scriptum:

il post precedente ha registrato 295 lettori unici. Sei di questi lettori mi hanno scritto. Due, donne, sostanzialmente dicendo che è bello dire di amarsi ma che loro, le due donne, si sono rotte il cazzo di uomini che si amano e che poi non amano. Altri quattro, sconosciuti con nickname divertenti, si lamentano del fatto che io sia sostanzialmente un qualunquista del cazzo. Una, sono sicuro sia donna anche se il nickname è asessuato, mi scrive addirittura che: “se tu solo avessi l’idea di cosa sia l’amore, non offriresti il costato a così tante banalità egoistiche”. 

Apprezzo, sinceramente, la profondità sintattica della frase. Solo una donna potrebbe scriverla. Un uomo mi avrebbe scritto: egoista del cazzo. 

Inoltre, da sempre, me ne sbatto sinceramente dell’opinione della maggior parte delle persone. Solo una stretta, strettissima cerchia di uomini e donne è portatrice del diritto di giudizio nei miei confronti. Sono i miei amici. Per il resto, procedo felicemente. Insomma, mi ci sciacquo le palle del petulante giudizio. 

Ma qui la questione è più grossa. Ho scritto una grande verità. E come tutte le grandi verità, non è una mia idea. Viene dal passato. Io sono riuscito a farla mia perchè per amore ho sofferto fino a morire, dentro e un po’ fuori. 

Ma come tutte le grandi verità, da un fastidio enorme. Due sono le reazioni, normalmente. Chi accetta il fastidio e prova a capire. E chi rigetta e si incazza. 

Ora, l’idiota guarda il dito che gli indica la luna. Tu guardi la luna, ne sono sicuro. O almeno credi. 

Perchè, in fondo, la verità è la luna, io sono il dito. Il ruolo di idiota è libero.

Grazie per i commenti. 

 

 

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