Stesso sesso, spesso spasso

Quando la gente mi chiede che lavoro faccio, si aspetta delle concise, semplici, risposte. Che rispecchino l’idea che loro hanno su di me. Lo fanno, lo fate, con tutti. Insomma, ben prima di chiedere a una persona che lavoro faccia, ti sei già fatto un’idea. Dall’aspetto estetico, dai modi, da un sacco di criteri di valutazione, che tu ritieni veritieri e che nella maggior parte dei casi non lo sono. Si chiama mappa mentale. La usi, inconsapevolmente, per fare un sacco di cose nella vita. Il fatto è che la tua mappa mentale corrisponde solo a grandi linee al territorio. E’ un giochino di psicologia facile facile. Chiedi a quattro persone coinvolte nello stesso evento di raccontartelo. E avrai quattro racconti differenti. Della stessa cosa. 

Insomma, nelle tue mappe mentali il mio essere rientra in un dato canone. Difficilmente, conoscendomi, sospetteresti che io sia un neurologo di fama mondiale. Infatti non lo sono. 

La differenza tra me e te è nella fiducia che mettiamo nelle mappe. Tu ti fidi ciecamente, questo ti rende instabile e pericolante, insoddisfatto, insicuro, indeciso. Io non mi fido delle mie mappe. Mai. Ma questo è un altro discorso. (se volessi approfondire, per tua cultura personale, al posto che giocare a Ruzzle ossessivamente come sto facendo io da troppe notti, potresti leggere qualche interessante libro sull’argomento. La psicologia non è una scienza oscura. E le psicologhe, spesso, sono carine e sessualmente aggirabili usando le loro stesse armi). 

Insomma, quando la gente mi chiede, “ma che lavoro fai?” si aspetta una risposta semplice, corta, facilmente interpretabile. Tutto il contrario di quello che realmente è. 

Ho dovuto, nel corso degli anni, preparare diverse risposte adatte al livello di comprensione dei miei interlocutori. Ho il pacchetto base, comprensibile da tutte le creature con un intelligenza base con o senza pollice opponibile.

“vendo computer”.

Poi posso articolare versioni più o meno complesse, adattandomi a livelli di intelligenza superiori alla mia. 

Questa mattina, mentre aspettavo di essere ricevuto da un manipolo di iene affamate del mio sangue, nel pieno del ciclo mestruale, indisposte alla vita e al mondo, impacchettate in settecento euro di pantaloni e scarpe con tacchi vertiginosi, acide come lo yogurt, pronte a sbranare chiunque si dimostri essere portatore di un pene e di due testicoli (forse anche uno solo), riflettevo su cosa veramente io faccia. In gergo, attendevo che il focus group del cluster relativo all’Internet of Things, che è il prossimo macro trend tecnologico su cui fare affidamento per risollevare le sorti di un modello macro economico basato su profitti crescenti e sempre meno sostenibili da economie di scala che non tengono conto della ciclicità di eventi legati al mercato azionario, mi ricevesse. Cioè, fai anticamera su un divano di pelle sintetica,mentre le senti inveire contro le loro povere assistenti. Ma sull’agenda di Outlook c’è segnato che affronti un focus group. 

Fai attenzione, e scoprirai la ragione segreta per la quale, ogni qual volta incontro una coppia di pensionati tedeschi sul Lago di Garda, alzo il dito medio. E’ una primordiale forma di sciopero, l’unica a me consentita. E’ la mia ribellione. Hans e Kerstin, infilati nei loro sandali, con calzino protettivo, bermuda tecnico e marsupio porta contanti, sono il finale di una catena nemmeno troppo oscura, che mi tira il collo la mattina. Io mi alzo alle quattro per andare in aeroporto per loro. E a loro, di conseguenza, come tutti gli operai nei secoli, porgo il mio dito medio. 

Lavoro per una multinazionale quotata in un listino asiatico. Ci sono degli azionisti. Tra i quali un fondo asiatico e tedesco, un wurstel con gli occhi a mandorla (lo stereotipo è il miglior modo per fare si che le tue mappe mentali incontrino le mie), che è il maggior azionista. Questo fondo asiatico e tedesco, sinobavarese, per correttezza, è posseduto da molte banche. Mi segui? Molte banche che a loro volta riversano queste azioni nei portafogli di investimento misti. Le azioni della mia azienda sono discretamente stabili, pur appartenendo ai listini tecnologici. Vengono quindi usate come cuscino economico per evitare che i tuoi mille euro che hai messo in banca sperando di diventare ricco diventino in meno di una settimana trecento dobloni pakistani. Il tuo istituto bancario, sotto forma di un nerd neo laureato in Economia e Commercio con la passione per gli orologi, le macchine, la figa e tutte le cose più scontate che i soldi possono comprare, bilancia i tuoi investimenti. Un po’ di soldi li mette sul ferro cinese. Che è un investimento base. Poi un po’ su qualche fondo indiano. Poi qualcosa sui titoli di aziende vietnamite (la maglietta da seicento euro che hai regalato alla tua fidanzata viene da li, ma tu non lo vuoi sapere). Poi qualcosa sulla mia azienda o sulle sue concorrenti. 

Essendo un fondo sinobavarese, saranno proprio i bavaresi con disponibilità economiche sufficienti per garantire un investimento bancario a medio termine ad essere proprietari delle azioni della mia banca. A loro insaputa. Vecchi panzoni che credono nel sistema bancario tedesco, nella Bavaria, in Dio e nel Lago Di Garda. 

Sono loro i miei capi. 

A loro insaputa.

Io vengo pagato per prendere decisioni in modo veloce, più veloce possibile, per garantire profittabilità delle azioni della mia azienda, perchè Hans possa comprarsi, alla fine dell’anno, con la rendita del suo piccolo investimento, un nuovo grembiule per l’Oktober Fest, con il ricamo dorato (prodotto, per altro, dalla stessa azienda che ha fatto la maglietta della tua ragazza. Che se lei lo venisse a sapere, smetterebbe di credere follemente nella moda. Meno male che desidera rimanere nel fango intellettuale primordiale. Quello da lettrici di Vanity Fair, per intenderci). 

Ecco, io lavoro, quattordici, sedici, ore al giorno per il ricamo dorato di un grembiule di un bavarese pensionato, bilanciando le conseguenze della miopia intellettuale del consulente bancario che pensa troppo alla figa, agli orologi e alle macchine, confondendo i mezzi con i fini e i soldi con la felicità. 

La rapidità con cui prendo decisioni e le eseguo o le faccio eseguire è di fondamentale importanza. E’ uno dei criteri di successo della mia azienda. (è uno dei criteri di successo della vita in genere). A decisioni complesse corrispondono procedure complesse di interpretazione, valutazione dei rischi correlati, comprensione degli scenari, e processi di esecuzione che prendano in conto le variabili. Mi alzo la mattina e faccio questo. 

Se il mio lavoro viene eseguito correttamente, si crea una catena di valore per la quale in qualche mese la mia azienda, in Europa genera del profitto. Flussi finanziari. Soldi. Cash. Profitto che viene, più velocemente possibile, spostato a Est, molto a Est. Quel profitto, quei soldi, vengono poi utilizzati per pagare la catena produttiva e per investire in nuove sorgenti di profitto. Questo è quello che fa il mio capo. Che si convince che una cosa possa essere una nuova sorgente di profitto. 

Hans e Kerstin non sanno nulla di queste cose. Pagano una commissione variabile tra il 3 e il 5 percento al consulente appassionato di figa, macchine e orologi, per occuparsi di questo. Tre euro ogni cento. Ma lui non sa niente di tutto questo. Lui esegue, pur sentendosi forte di una laurea che lo distingue dalla massa. I suoi capi pagano una commissione che varia tra il 10 e il 15 percento a istituti di trading. Che si occupano di valutare la mia azienda. Ovvero le cazzate che il mio capo suppone siano di successo, e le mie decisioni a supporto di suddette cazzate. Se Hans ci desse direttamente i soldi, gli frutterebbero molto di più. E potrebbe scoprire che le Cinque Terre sono decisamente meglio del Lago Di Garda, per lo meno per il genere di passeggiata che lui ama fare con Kerstin. 

Io non sono tenuto a pensare ad Hans. Io sono tenuto a pensare alla generazione di un profitto dovuto alla transazione tra parti interessate alla compravendita di ferro, silicio, oro e rame. Che saldati insieme in un certo modo generano delle intelligenze artificiali. Quello che faccio pagare è la capacità di alcune centinaia di migliaia di operai cinesi sottopagati e presto sostituiti da robot (che hanno il pregio di avere una ridotta tendenza al suicidio), di saldare i suddetti componenti in modo stabile, creativo e originale. La mia intelligenza artificiale è meglio di altre. 

Io non mi devo occupare dei cinesi sottopagati. Come Hans, sono collaterali della catena. 

Però mi permetto, quando è stagione, di procedere a fare il dito a tutti i pensionati tedeschi che incontro a spasso sui laghi del Nord e sulla riviera adriatica. Se la matematica non è un opinione, uno su cinque è indirettamente responsabile del mio stress. 

Ecco cosa faccio di lavoro. 

Se ti senti meglio, tieni valida quella facile: “vendo computer”. 

 

PS: la storia delle magliettine non ti deve mettere di malumore. Non hai nessuna responsabilità nella morte di milleottocento (milleottocento, cristo santo) persone, schiacciate da una fabbrica che è stata costruita male. Non puoi certo essere responsabile di tutto tu. E che cazzo. 

Consapevole si. Ecco la differenza. Consapevole, ovvero cosciente di quello che fai quando entri nel megastore e trovi la magliettina a ventinove euro e novanta. Semplicemente consapevole delle cose. 

La consapevolezza ti aiuterà, fidati, a capire quanto limitate siano le tue mappe. 

Che lavoro fai tu? 

 

 

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