Le cose che cambiano

Entro dalla porta principale, costeggiando i bar e i negozi di intimo. Bevo un caffè, è molto presto perchè ci sia vita in un posto del genere. I centri commerciali di periferia. Se esistesse un master in tristezza urbana, dovrei insegnare almeno in due o tre corsi. Ho mangiato per anni, troppi, tutti i santi giorni, in questi maledetti posti. Ho una cultura su scarpe scadenti, intimo omologato, librerie deliranti e grossi negozi di elettronica. 

Stanno aprendo tutti. Bevo il mio caffè, poi passeggio dentro la galleria. Ho tempo. Devo aspettare. Io odio aspettare. La ragazza della libreria sta mettendo a posto la vetrina. 

Mi prende un groppo in gola. Vedo la faccia di Don Andrea. E’ quasi sempre un brutto segno quando vedi la faccia di qualcuno sulla copertina di un libro. Sta mettendo a posto due libri su Don Andrea Gallo. 

Mi fermo. Silenzio irreale. Mi appoggio a un’utilitaria full optional. 

Mi appoggio a pensare. Rimanendo con gli occhi fissi sulla faccia di Don Andrea. 

 

Io e Don Andrea Gallo siamo stati insieme nel posto in cui un ragazzino e un prete non dovrebbero stare. Per un giorno intero. Genova andava a fuoco. Ricordo l’odore di sangue, i vasi rotti, il rumore dei manganelli sulle schiene, le urla devastanti, il silenzio dei vicoli. L’odore della mia paura. E gli occhi vispi di Don Andrea. Recuperavamo cocci di persone, correndo tra vicoli che non conoscevo. 

Poi sono tornato a trovarlo, un pomeriggio in cui avevo l’anima a pezzi e un grande bisogno di mare. E siamo stati a parlare, insieme a una puttana romena. E poi siamo andati a mangiare vicino al Porto.

Don Andrea Gallo è stato un prete che ha fatto il prete. Nel senso in cui ci si aspetterebbe da tutti. Don Andrea Gallo dava da mangiare ai poveri, come tutti dovrebbero fare. Ma poi, ostinatamente, si chiedeva perchè questi poveri avessero fame e nulla da mangiare. Questo è il genere di intelligenza che fa paura, infastidisce, urta chi lo vede da lontano. 

Don Andrea pensava. Era un’anima pensante. I suoi occhi vispi facevano a pugni con chi non pensava. 

Per questo mi piaceva. 

Mi alzo dall’utilitaria, esco a fumare. Il cielo con grossi nuvoloni, il parcheggio, la solitudine del mattino. 

E’ molto difficile da spiegare, ma la solitudine che sento in questi giorni, un fitto dolore alla gola, è incredibile. Forse non è necessaria da spiegare. Perchè è inutile spiegarla. 

 

Aspetto giorni migliori, anche se guardando la mia agenda, il rosario di aerei, treni e sbattimenti degni di un vero commesso viaggiatore, suppongo che ci si possa degnamente riposare solo tra un paio di mesi.

Se volete proprio, saltando la guerra inutile di opinioni, su chi muore e sui preti comunisti, leggere qualcosa di bello: “Come un Cane in Chiesa”. 

 

che è esattamente come mi sento io.

A questo punto, caro Don Andrea, te lo dico sincero: quando muoio vorrei venire dove sei tu. Che magari non è il Paradiso. Ma è il posto dove quelli come te riposano. 

 

Hasta 

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