Come ti chiami?

Piedi di Tuoni si chiamava così perchè quando correva sbatteva i piedi sull’asfalto. Come fossero tuoni. A dire il vero, non sembrava in grado di correre nemmeno tanto veloce. Aveva imparato nelle strade intorno alla Grande Stazione.Saltando le pozzanghere, schivando i passanti, e tenendo stretto il portafoglio appena rubato nella mano destra. Bisognava correre come se qualcuno ti stesse inseguendo veramente. Sempre. Fino a non sentire più le forze. Verso Nord, verso la zona delle vecchie fabbriche. Bisognava correre via. Poi, quando ti inseguivano veramente, allora, dovevi correre ancora di più. E Piedi di Tuono aveva imparato una cosa straordinaria: quando sembrava davvero tutto finito, quando sembrava che le gambe non tenessero più, era proprio in quel momento che i suoi piedi andavano ancora più veloci. Incredibile. Ancora più veloci. Per finire dritto verso Nord, verso le vecchie fabbriche. La grande cartiera abbandonata, con i cancelli divelti, e le giganti vetrate. Piedi di Tuono aveva un nome. Prima. Prima che gli unici amici fossero quelli della vecchia cartiera. Un algerino un po’ spostato, che beveva fin dal mattino e poi lentamente si trascinava verso la Stazione, un vecchio malandato, che offriva sempre mozziconi rubati alla fretta dei binari, e un grosso slavo, di qualche paese a sud delle montagne e a est del mare. Non parlava mai, lo slavo. Ma aveva sempre, quando dico sempre intendo sempre, un coltello tra le mani. Ci giocava, ci mangiava, ci apriva le bottiglie di birra. Ci dormiva, appoggiato a un vecchio materasso, nell’angolo vicino ai resti di un camioncino. Piedi Di Tuono aveva un nome, prima. Poi, a furia di non sentirsi mai chiamare, lo aveva quasi dimenticato. Se nessuno ti chiama mai, a cosa ti serve un nome, diceva il vecchio, bevendo birra calda da una lattina. In effetti, pensava Piedi di Tuono, la cosa non faceva una piega. 

Così, quella mattina di maggio, sotto una pioggia di novembre e un freddo di marzo, mentre cercava una vittima sufficientemente distratta per iniziare gli affari della giornata, Piedi Di Tuono era rimasto abbastanza perplesso per quella domanda. Una domanda, in fondo, davvero semplice:

come ti chiami?

Veniva, quella voce, da dietro le spalle. E non era un buon segno, generalmente. Ma questa volta, si sentiva dal tono, sembrava ci si potesse fidare e non iniziare a correre immediatamente. Girandosi lentamente, si era trovato davanti a un piccolo spettacolo, di quelli che solo una grande città ti può regalare. 

Un corpo così, doveva ammetterlo, non lo vedeva da almeno, quasi, all’incirca… impossibile quantificare. Ma davvero tanto tempo. Troppo. Sicuramente, da quando aveva iniziato a dimenticare il suo nome. In quel tempo aveva iniziato a dimenticare anche un sacco di altre cose. Come la paura, il senso di solitudine, la fretta di correre a casa, non avendone più una, le donne, non avendone più una, e l’effetto che fa una cena senza birra calda. Un corpo, doveva ammetterlo, in ogni caso fuori dalla norma. Ogni tanto si fermava a guardarle, le donne della città, scendere dai treni, vestite perfettamente. Poteva immaginarne i profumi, e anche le vite. E lo faceva. Dall’angolo in fondo ai binari, vicino alla stazione di Polizia. Non le scippava mai, le donne. Questione d’onore. 

Come ti chiami?

Questo, in effetti, rendeva le cose complicate. Avrebbe dovuto rispondere, velocemente, con un nome. Preferibilmente il suo. Tutti fanno così, e tutti si aspettano questo tipo di risposte, con questo tipo di domande. Semplice. Come bere un bicchier d’acqua, come correre veloce. Ma no, non era semplice. Per niente. 

Quando aveva un nome, aveva una casa, un lavoro, che non fosse questo perlomeno, una vita diversa. Più normale, a spanne. 

Sicuramente avrebbe dovuto rispondere. Ma non se la sentiva. Così, si era limitato a sorridere, e andarsene. Correndo come non mai. 

 

Paola non è, questo va detto, quel genere di donna che riesce a fare cose strane. Anzi Paola è, diciamolo, quel genere di donna che sente le farfalle nello stomaco non appena la sua ordinatissima vita deraglia di un poco dal serrato programma che si era faticosamente costruita. Una casa, prima di tutto. Da sola, finalmente. Appena fuori città. Purtroppo. Con tutte le conseguenze del caso. Tra cui il treno. Tutti i santi giorni. Per arrivare in città, per lavorare, per mantenere quel piccolo cerchio di dolci sicurezze. Non era il massimo, il treno. Sembrava una stalla, strabordava di gente noiosa, ed era sempre in ritardo. E anche la stazione non era il massimo. Pericolosa, brutta e sporca. Nonostante i negozi nuovi. Ci passava quasi correndo, attraversando il grande piazzale e buttandosi nel bar davanti ai giardini, dove si poteva fare colazione. Un primo, caldo, porto franco. Aveva notato, Paola, questo ragazzo di una bellezza straordinaria. Lo aveva notato un giorno. Poi era stato facile ritrovarlo. Era sempre sul piazzale. Ed era sempre vestito uguale. Non doveva passarsela proprio bene, a giudicare dai vestiti. Ma era bellissimo. Lo aveva seguito con lo sguardo, per un paio di volte. Ma lui era fisso, adombrato e concentrato, sul passaggio delle persone. Poi lo aveva visto in azione. Incredibile. Non tanto la velocità con cui prendeva i portafogli dalle tasche. Ma la velocità con cui spariva verso gli stradoni delle fabbriche abbandonate. Incredibile. Poi ci aveva pensato. Le piaceva un ladro. Barbone, per di più. Questo coincideva con quello che suo padre le aveva sempre detto: di uomini non ne capiva molto. Lo diceva, suo padre, guardando impietosito il commercialista grassottello di cui si era innamorata due vite fa. Figurarsi adesso cosa avrebbe detto. Un ladro. Barbone. 

Poi una mattina, pioveva a dirotto, si era decisa, chissà perchè, a presentarsi. Che idea stupida, pensava. Ma intanto i suoi piedi camminavano, evitando le pozzanghere, verso di lui. Che era girato dall’altra parte e che sembrava non averla sentita nemmeno arrivare. Un ladro maldestro, pensava. Poi si era girato, con una calma incredibile. E con quegli occhi neri e fondi, l’aveva guardata per un po’, senza nemmeno risponderle. 

Questo succedeva proprio quando il maresciallo Amato, di servizio come tutte le mattine negli ultimi ventidue anni presso il posto di Polizia della Stazione, usciva armato di ombrello e pazienza, per gironzolare sul grande piazzale. Per controllare, come tutte le dannate mattine, i suoi ragazzi. Quello che rimaneva della sua famiglia, da quando la signora Amato aveva deciso di prendere bagagli e soldi e sparire insieme a un barista di provincia, con i capelli cotonati e la collanina d’oro al petto. Proprio come lei si era immaginata l’amore. Proprio come, si ripeteva il maresciallo, sarebbe dovuto andare molto tempo prima. Così la sua famiglia era rimasta la stessa di sempre, meno la moglie. I ragazzi, ai quali ogni tanto si aggiungeva qualche nuovo entrato, e dai quali ogni tanto spariva qualche vecchia faccia. Il ritmo della vita nelle vecchie fabbriche. La giungla, ma senza liane. Piedi Di Tuono era al suo posto di sempre. Pronto ad entrare in servizio, da quanto si sarebbe detto vedendolo. 

Ma poi era successo, sotto gli occhi assonnati del maresciallo, qualcosa di davvero strano. Una ragazza, davvero carina, lo aveva avvicinato, da dietro. Lui si era girato lentamente. Si erano guardati. Da sotto quell’ombrello era impossibile capire se si fossero parlati. E poi Piedi Di Tuono era scomparso, correndo ancora di più del solito, verso le fabbriche. 

Piedi Di Tuono non aveva complici. E non scippava mai donne. Così al maresciallo era sembrato tutto troppo strano, persino per lui che da una vita seguiva la pancia della Stazione e i suoi parti illegittimi. Si era incamminato di buon passo verso la ragazza, quasi perdendo l’ombrello. Tutto troppo strano, come questa pioggia, per essere maggio. 

Quando Paola si era sentita chiamare da quell’uomo, in divisa, con l’ombrello, prima di capire quanto fosse buffo, con la divisa, quella pancia grandissima e l’ombrello, aveva pensato di aver fatto davvero qualcosa di stupido. Davvero stupido. Adesso anche la Polizia. Ovviamente, questo non avrebbe nemmeno potuto raccontarlo a suo padre. Che stupida. Che idea idiota. Poi si era accorta di quanto fosse buffo quest’uomo. 

Un pensiero su “Come ti chiami?

  1. Urge una piccola precisazione sul termine “slavo”, che hai usato nella frase “non parlava mai lo slavo”.
    In realtá non esiste una lingua “slava”, bensí esiste un gruppo di lingue slave (serbo-croato, sloveno, russo, etc.).
    Analogamente, per esempio, esiste un gruppo di lingue “germaniche”, di cui fa parte anche l’inglese. Ma penso che difficilmente faresti riferimento a un persona nativa a Bristol dicendo che “parla germanico”…

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