La Versione Di Frenkie

Montmartre, ore 21, cielo perso in una battaglia tra tramonto e nuvole di pioggia. Infilato in un ristorante cinese consigliato da Citivox, Zagat e Routard, e alcune altre guide da spiantati e scappati di casa, quindi perfetto, scrivo da un tavolino che da sulla strada. Aspetto i miei noodles con i gamberi, un piccolo, postumo, regalo di compleanno. Bevo birra cinese, ascolto England Keep My Bones, mentre il mio vicino sufficientemente radical chic da profumare anche in un posto del genere, succhia dal suo piatto leggendo il giornale economico. Parigi mi lascia sempre perplesso. Ma oggi, illuminazione uscito dalla metropolitana, ho voluto dedicarmi una serata. Devo studiare, lavorare, recuperare ore notturne per affari diurni. Non adesso. Non adesso, per favore. La mia stanza ha una piccola finestra che da sulla via, sul rumore del fruttivendolo turco e sulle vetrine di un pub illuminato come un cesso. Abuso di neon, perfetto per hangover con incubi. Vengo da due giorni e due notti insieme a balordi, zingari, spostati e border line, sotto una fitta pioggia, a osservare moto, bere birra, guidare moto, bere birra, accarezzare moto, bere rhum, ascoltare storie di moto bevendo birra. Ho chiuso le due serate seduto sul bordo del mare, bevendo rhum caldo, ascoltando mio fratello parlare dei suoi rimpianti e delle sue paure, dei suoi errori e dei suoi dubbi. Fino a che il rhum ti lascia fare, fino a quando non ti sale, davvero, il dubbio di essere un sereno idiota. Quelle sere in cui lasci che a parlare sia un altro, ma in fondo diresti le stesse cose. Condividere un dubbio e una paura, fa meno male. Ho preso l’aereo di corsa, come sempre. Ballando allegramente dentro un temporale infinito, prendendo un treno, due metropolitane, un autobus, all’ora di punta a Parigi. La mia, solita, vita.

Uscendo dalla metro, ho deciso di regalarmi due ore. E’ nel mio stile, regalarmi qualcosa fuori dalle mie possibilità. Ho respirato, per un secondo, il bisogno di scrivere, e non l’affannoso bisogno di scappare. E ho deciso di farlo. Di scrivere.

Dovresti non avere il potere di andare avanti a leggere, ma internet è un mezzo libero. Dovresti rimanere bloccato da una semplicissima regola di ingresso. Non dovresti poter oltrepassare queste righe, se non hai mai letto La Versione Di Barney. D’altronde, non aver letto la versione di Barney ti pone, non lo dico per arroganza, è una constatazione di fatto, a un livello inferiore nella catena alimentare delle intelligenze. Poi, potrebbe non esserti piaciuto. Conosco un dentista un po’ spostato, come tutti i dentisti, ma a cui voglio molto bene, a cui la versione di Barney non è piaciuta molto. Ma è un dentista. Si capisce. Ecco, potrebbe non esserti piaciuto. Non saremmo molto amici. Ma non averlo letto è una discriminante. Ti mette allo stesso livello di un bel golden retriever. Li adoro, i golden retriever. Ma sono cani. Adorabili. Cani.
In un momento di magnanimità, posso tollerare che tu abbia visto, perlomeno, il film. Io lo ho visto due volte. La prima piangendo. La seconda piangendo come un’adolescente al concerto di Bibier. Non iniziare la patologica discussione sul libro contro il film. Non ci provare. Almeno guardati il film.

Dopo aver scremato i lettori dai golden retriever bipedi, procedo. Si tratta di un omaggio. Al mio compleanno. E a tre scrittori. E a Parigi. E alla mia vita. E al dentista spostato, al commercialista fissato con le onde, al commercialista fissato con le moto, al pubblicitario bloccato su dei capelli e dei capezzoli, al tenore erotomane, al trader londinese alcolizzato, al ristoratore che tiene in piedi una ventina di matrimoni della cerchia interna della città, soddisfando le mogli e i mariti, in due modi, ma sempre soddisfando. Insomma, ai miei amici, quelli veri. In fondo, a me.

IL DODICI MAGGIO
tre volte lo stesso giorno. Come cambia la vita.

Uno – Hollywood Hollywood!

Aspettandola, mi sono ritrovato a succhiare le ultime gocce di Pampero da una bottiglia appoggiata sulla vasca da bagno. Credo di non essere del tutto ubriaco. Solo decisamente brillo. Pronto per la serata. E’ il mio compleanno, cazzo. Serve dell’alcool, una inconsapevole vittima, una casa, un divano. Ho tutto. Aspetto l’inconsapevole vittima. Dovreste vederla, oh mio Dio. Enormi tette, portate con timidezza, tipico, insieme a un grandissimo culo. Roba pronta a cadere drammaticamente verso il centro della terra appena passati i trenta. Non sarà un problema mio, penso, mentre lecco il becco della bottiglia. Sono le sei e mezza di sera, piove a dirotto. Arriverà tutta bagnata. Perfetto. Ci siamo sentiti ieri sera, mentre bevevo rhum scuro da un bicchiere di plastica, appoggiato a un cestino. Non stavo in piedi.
-Ehy, domani è il tuo compleanno.
-vuoi festeggiarmi, baby?
-se ti va…
-mi va.
-mi porti a cena?
-perchè non vieni da me?
-non ceniamo?
-tu farai da cena.
-…
-baby, sono ubriaco.
-si sente. Come al solito
-allora vieni?
-Si. Pensavo a qualcosa di più romantico.
-tipo?
-Una cena fuori.
-baby, è il mio di compleanno. Non il tuo. Io ho diritto a un regalo.
-…
-quando sarà il tuo compleanno, faremo quello che vuoi.
-…
-quand’è il tuo compleanno?
-è stato a marzo.
-beh, lo rifesteggeremo a giugno. Con una cena fuori.
-…
-ti aspetto per le sette.
-…
-vieni con un’amica, se vuoi.
-ma non stiamo da te?
-beh, sarebbe un grande regalo
-sei troppo ubriaco
-dici?

Non mi aspetto che abbia davvero capito la storia dell’amica. Accontentarsi, in questi casi, è una buona regola.
Trovo, in cucina, una bottiglia di Brugal. Apro, bevo a canna. Mi siedo davanti alla televisione. Dovrei farmi una doccia. Mi addormento con il telegiornale. Mi sveglia il citofono. E’ lei.
Apro, mi lavo i denti, osservando le occhiaie gialle. La sento arrivare alla porta. Sento arrivare la voglia. Prendo la bottiglia di Brugal. Cazzo, l’amica avrebbe fatto la differenza. Tra un regalo di compleanno e una storia da raccontare. Bevo un sorso abbastanza lungo. Le offro da bere mentre la saluto. Beve, un sorso breve, minuto. Educato. La prendo, con forza, portandola contro il muro. Opposizione poco convinta. Devo puzzare di rhum. Mangio. Bevo. Non c’è nessuna poesia, nessuna certezza. Se non che, dopo questa sera, difficilmente ci rivedremo. E’ timida. Tette enormi e timide. Capezzoli sproporzionati. Si vedono le vene delle gambe. Rosa, pelle rosa. Carne, rosa. Respiro rantolando. Troppo rhum. Mutande ridicole, pizzo bianco. Finisco, troppo presto, ansimante, contro il cuscino. Mi addormento per non vomitare.Sonno tormentato da incubi, sudore. Mi sveglio che albeggia. Domenica. Vomito nel lavandino, vicino alla bottiglia di Brugal. Lei non c’è più. Meno male. Odio vomitare.

Due — Mr. Gwyn

Credeva si trattasse di un particolare non indifferente. Il suo compleanno. Credeva fosse comprensibile. Lei si muoveva lenta. Labbra perfette, o forse solamente perfettamente disegnate. Lo guardava sempre sorridendo. La vecchia riseria era abbandonata da una cinquantina d’anni. Il fiume aveva fatto il suo lavoro, come il tempo. Il fiume del tempo. Era nero, nella notte. E sembrava immobile. Delle cicale, in sottofondo, da qualche parte nel canneto. Pareti umide di mattoni rossi. Penombra di candele. Due, blu. Una bottiglia di vino, fresco, bianco, perfetto. Un rumore, lontano, di città. Erano scappati. Potevano fare solo quello. Scappare dai loro destini. Le sue labbra disegnate, il suo sorriso, le sue mani, piccole e caldissime. Aveva un pregio incredibile. La serenità sottile, come un filo di seta tirato, di sapere che si trattava di una parentesi rubata a una vita già scritta. Lui non sperava nulla. Aveva imparato, stando con lei, a non sperare nulla. Perchè il domani era già stato scritto. Da mani diverse dalle sue. Che si incastravano splendidamente nella schiena di lei. Ascoltavano il fiume, cosa avesse mai avuto da dire non si sapeva. La porta della riseria era rimasta aperta, lasciando entrare fresco e rumore. Prima di iniziare a parlare, si bagnava sempre le labbra, con un movimento veloce della lingua. Chissà chi altro, in questa città, poteva vedere questi particolari, disegnati solo per lui. Lei era venuta sorridendo, camminando soffice con quelle sue scarpe nere, che disegnavano nell’erba piccole orme umide. Così soffici da lasciare che l’erba, subito dopo, cancellasse le sue tracce. Destino. Si era spogliata, con quelle mani calde e con quei modi da bambina, lasciando cadere le spalline nere sulle braccia, aspettando che gli occhi di lui si appoggiassero sull’ombelico, per slacciare i bottoni. Con quelle mani, calde, perfette per lui. Avevano brindato. Clandestini, come le anime che stanno sul fiume di notte. Sembrava avessero tutto il tempo a loro disposizione. Invece, lo sapeva lui, lo sapeva lei, finite le candele, sarebbe finita questa perfezione.Che non aveva ancora un nome, che non aveva ancora fatto in tempo ad avere un passato, che non avrebbe mai avuto un futuro. Lui aveva voluto così. Un regalo di compleanno, unico. Irripetibile, come i veri regali. Lei aveva detto si, sorridendo. Sorrideva come una bambina che non aveva mai sofferto. Si era appoggiata al marmo di un tavolo, aspettando che lui, nella luce delle candele, portasse i bicchieri. Aveva la pelle caldissima. Le gambe perfette, tese. La luce delle candele si consumava, lentamente. Troppo velocemente. Sentiva la sua pelle, perfetta. Si era chiesto, qualche giorno prima, se tutta quella bellezza non fosse troppo per lui. Troppo per un uomo che non avrebbe mai potuto raccontare, saper disegnare, quelle spalle, quelle braccia, quell’ombelico, quel modo di sorridere alla vita, quel modo di camminare soffice. Non aveva il coraggio di dirlo. Non aveva il coraggio di parlare. Aveva lasciato che lui prendesse quella pelle, annusando, respirando, baciando. Poi lo aveva preso, portato in un posto ancora più lontano dalla città, dove il tempo si misurava in respiri, nemmeno troppo ordinati. Sottovoce. Erano andati, senza che nessuno li vedesse, senza mai spostarsi dalla luce delle due candele, in tutta la città. In tutti i posti che lui avrebbe voluto farle vedere. Nei caffè, nelle piccole vie del centro, nei parchi, sulle panchine, dietro alle vecchie mura. Senza mai spostarsi. Erano una cosa sola, immobile, come il fiume. Sapeva, che sarebbe finito, come il sogno di poter disegnare ancora quelle labbra. Sapeva tutto questo. Era il suo compleanno. Era il modo migliore di festeggiarlo. Lontano, verso la città, lei era aspettata. Lui no. Lei era disegnata, in una storia sottile, di matite e destino. Lui era un’isola di canne, battute dal vento e dal fiume. Un’isola in cui fermarsi, fino a quando il fiume avesse voluto.
Cicale.
Umido della notte. Umido del fiume. Gocce di sudore. Scivolare sulla schiena, seguire la linea della pelle, finendo in un destino di pantaloni neri, parole schiacciate dalle cicale. Camminare, senza luce se non la luna di maggio, verso la fine, verso la città. Salutarsi leggermente. Lei sorride. Lui proprio non ce la fa. Lei sorride sempre. Come se non ci fosse qualcuno ad aspettarla. Sottovoce, gli dice, sorridendo, buon compleanno. Ci vedremo, ancora, almeno spero.

Tre — La Versione Di Frenkie

Quello che ho da dire in mia difesa, per quanto possiate capire, è che la sua bellezza è totale. Definitiva. Quello che ho da dire in mia difesa, per quanto vogliate ascoltare, è che tutto in lei ha il sapore perfetto del sole di maggio. Una promessa stupenda, per i gelsomini e per il loro profumo. Così, la trovo impegnata con un innaffiatoio verde più grande di lei, mentre me la sarei aspettata nuda, sorridente, su quel maledetto divano. E’ il mio compleanno. Per niente al mondo mi perderei la sua faccia, il suo strizzare gli occhi e la bocca, mentre io le dico qualcosa fuori luogo. Perchè, sappiatelo, quello fuori luogo, in questa piccola terrazza sospesa sulla città, sono io. Brutto, stanco e sporco, con i segni della vita scavati come un confine, come una trincea, sulla faccia e sui fianchi, faccio poco davanti alla sua bellezza, disorientante. Ha avuto il potere, dal primo momento, di fissare un ricordo indelebile, menta e rhum, nel mio disordine infinito. D’accordo, questo potreste non crederlo, ma lei è il punto di arrivo di ogni respiro, di ogni ragionevole dubbio. Lei e le sue gambe, affusolate come le parole che, quando vuole, sa appoggiarti sulla pancia. Mentre sta seduta sulle tue gambe, nuda, guardandoti e lasciandosi guardare. Lei è, questo dovreste saperlo prima di accusarmi, un’infinità di pensieri leggeri, una docile carezza, un sospiro lasciato cadere nel mio orecchio mentre le sue mani mi fanno dimenticare il confine oltre i gelsomini. Lascio cadere i miei jeans, che hanno vissuto troppo tempo tra una lavatrice e l’altra per essere ancora accettabili nel mondo occidentale, mentre cadono anche tutte le mie dubbiose difese. Non è la sua bellezza, dovete saperlo, a disarmarmi. E’ quello straordinario essere, sandali da lottatrice, semplicemente la risposta a tutte le domande che avevo da fare alla vita. Poi, che vogliate crederci o meno, io ho voluto in ogni modo, ricordarle quanto brutto sia stato il mio passato. Ma la risposta delle sue mani, delle sue gambe, della sua pancia, della sua schiena, è stata un’accenno di quanto bello possa essere il mio futuro. Arrivavo da una tormenta di parole e pensieri, uno di quei pomeriggi, una di quelle notti, una di quelle mattine in cui non riesco nemmeno a respirare. Lei ha questo pregio, tesoro infinito, di prendere tutto tra le sue mani, facendo finta che sia io a tenere il filo, e tenendo tutto dentro le sue spalle, piccole, perfette. Non lo diresti mai, osservando quanto piccola possa farsi dentro le tue braccia. Sembra un sole, che si nasconde dentro a un mare, ma fidatevi, il mio mare è davvero un pessimo posto dove nascondersi.
Ecco, ammetto di essere stato un figlio illegittimo del troppo rhum, menta e ghiaccio. Lei mi seguiva, giocando, con il tempo, con la sera, con me. Io, pensavo, mai una perfezione così avrebbe potuto cedere a tanto disordine. Eppure, un giorno, siamo arrivati a confondere il mio rumore con il suo silenzio. E a scoprire che, in fondo, basta davvero poco per dirsi felici. Vogliate crederci o meno, anche con questi ridicoli sandali da lottatrice, e con questo innaffiatoio verde, mi sembra di vedere un intero destino confondersi dentro il suo sorriso.
Perchè, dovete saperlo, quando sorride, aspetto davvero che finisca il mondo. Per come lo conoscete voi. Perchè io, adesso, conosco questi occhi, questa schiena, e so perfettamente di averla cercata da sempre. E’ il mio compleanno. Non ci avrebbe scommesso, lei che innaffia la sua razionalità con vino bianco e ricordi sofferti, nemmeno un fottuto penny. Io si. Perchè, a differenza sua, conosco il mare e il suo tornare. Ne conosco il sapore, la lentezza, l’odore e il rumore. E’ il mare che torna, tutte le sere, dal sole. Per lasciare che il sole cada, preciso, lasciando la notte.
Festeggio il mio compleanno guardandola, sperando che non mi veda, mentre si impegna a chiudere un sacchetto di foglie secche e rami morti. Dovreste vederla, prima di accusarmi, in tutta la sua bellezza. Quando dico definitiva, dico definitiva. Chiedetelo a chi, prima di me, ha visto questa bellezza farsi sua, e ancora, disperatamente, la cerca. Questo è il senso, definitivo, della sua bellezza. Dopo, non ci può essere nulla. Sappiatelo, il brutto, dei due, sono io. Ma questo, osservandola da lontano, lo capireste subito. Fidatevi, l’apparenza inganna. Lei è, dietro a quel ridicolo appoggiarsi a tutti i vezzi di una donna curata, il preciso istante in cui un uomo come me può sentirsi, finalmente, arrivato.
Poi ci troviamo, è il mio compleanno, a osservare in uno specchio, i vasi dei gelsomini da sfondo, il rosso della sua pelle, proprio sotto il mento, proprio prima di tutta quella perfezione. Al confine tra il lecito e la speranza dell’illecito. Che rosso diventa, questo ve lo posso assicurare, proprio quando io penso, merda, buon compleanno Frenkie.

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Life is short fritz, surf it!

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