Scambio occasionale di foto porno – regole di ingaggio

Dicevo, spingendo appena il gas, per non distruggere quel poco di dignità rimasta tra le valvole, lasciavo che il lungomare mi scorresse pigramente di fianco. Ci sono pezzi in cui la strada si confonde quasi con la sabbia, ti sembra di entrare nel mare. Poi ci sono i paesi, le città, i lungomare di palme e caffè chic. I larghi marciapiedi, gli ordinati parcheggi, le banchine del porto. 

Sono attaccato a questa costa. Per un sacco di ragioni. La respiro, sentendo il profumo dei fiori, del rosmarino, del mare. La mangio, accompagnando con vino leggero, e Pastis. La tocco, fermandomi a osservare la sabbia che mi scivola tra le mani, e i pezzi di corteccia di pino che mi restano attaccati alla pelle. La guardo, appoggiarsi al mare, esplodere nel lusso, illuminarsi di notte e scomparire nella foschia all’alba. La sento, rumorosa come tutte le coste, silenziosa come tutti i posti di mare. 

E’ uno dei pochissimi posti che mi da pace. Nel mondo. Roba non da poco. 

A ogni semaforo, tolgo la mano dal gas, il motore gira a un minimo disordinato, convulso. Sembra una vecchietta di paese, che arranca sulla strada per la chiesa, zoppicando disordinata. 

Ho un sacco di tempo per pensare. 

Lascio che mi si appoggino addosso tutti i pensieri, come il sole che mi brucia il naso. 

Ci sono stati dei momenti nella mia vita in cui la solitudine mi si è aggrappata addosso con una forza straordinaria. Tenere il respiro, prima o poi passa. Osservare la vita degli altri. 

Affianco una cabrio. Pelle sul cruscotto, Rolex al polso, radio a palla. E’ così che il mondo vi vuole. Mi fermo per qualche secondo di troppo con lo sguardo sulla ragazza seduta, avvolta nella pelle nera. Giuro, era uno sguardo di pietà, nessuna malizia. Lui, è il suo gioco, mi fissa. Quelli appoggiati sulle braccia sono muscoli ordinati da mesi di palestra. Serrato programma addominale, pettorale, trici/bici/qadrici. Non puoi avere una cabrio, un Rolex, e non avere l’ordine apparente dei tessuti muscolari. 

Credo possa, in meno di venti secondi, spaccarmi il naso. Sospiro, riporto lo sguardo su di lei. Voglio vedere come finisce. Invado con gli occhi le gambe lisce, osservo, al polso destro, una quantità di braccialetti d’oro in grado di superare di buon grado la mia retribuzione lorda mensile. 

Lui si innervosisce. E’ così. Il semaforo verde, con buone probabilità, mi salva dalla rottura del setto nasale. parte sgasando. Io procedo con una lentezza allarmante.

Ma la costa del lusso è un ordinato susseguirsi di dossi, rotondine con siepi di lavanda, e semafori. Vado meglio io, che sembra che non voglia davvero andare da nessuna parte. 

Pensavo all’incredibile storia dei miei errori. Penso sempre alle conseguenze, dei miei errori. Mi rodo il fegato, mi rovino intere serate, mi rimpallo pesanti rimpianti, per le conseguenze. Ma non ho mai festeggiato, a dovere, i miei errori. Seduto su queste due tonnellate vibranti, posso guardarli passare davanti agli occhi. 

I miei errori, ovvero la ragione specifica per la quale sono ancora vivo. 

Mi ritrovo seduto su una sedia di vimini intrecciato, sotto un sole incredibile, davanti a due barche che sembrano dimenticate sulla spiaggia. Bevo un caffè, mangio un hamburger. Rilasso i piedi, i tendini, le mani. 

Fra pochi giorni è il mio compleanno. Trentaquattresimo anagraficamente. E’, inutile ricordarlo, anche il compleanno di questo blog. Il nono, anagraficamente. Trentaquattro anni sono tanti? Troppi? Nove anni sono una grandissima età per un blog. 

Rollo una sigaretta, accendo, aspiro. 

E’ ora di ripartire. 

C’è un momento, nella vita, in cui hai voglia di smettere di festeggiare il compleanno. Per come intendono la festa gli altri. Vorresti una festa. Ho un grande pregio: so sempre con scientifica precisione quello che voglio. E brucio la mia anima per averlo. Avrò anche la mia festa. 

Credo sia così per tutti. Credo che sia questione di cosa vuoi veramente.

Il potere di pretenderlo o l’autorità per ottenerlo. 

Sottili punti di vista.

La strada sale, verso le Alpi. Diventa ingestibile. Tornanti troppo stretti, strapiombo sulle vigne. Vento di terra che spazza di lato, alza la terra. La ruota dietro slitta, insieme ai denti. Le mani stringono il manubrio, il motore esplode, i freni scottano. Il segreto, quando la strada si fa così, è farla di corsa. Come se non dovessi morire mai, come se fosse l’ultima volta che la fai, prima di morire. Smetto di pensare. 

Mi lascio sorpassare da chi corre più di me, sorpasso chi corre meno. 

Non scriverò per qualche giorno. 

Per il mio trentaquattresimo compleanno mi voglio fare 27 regali. Uno è il silenzio. 

 

Post Scriptum di grande valore:

In primis, finalmente ho ricevuto una proposta di scambio di foto osè. Da una amica di Facebook. Credo che il concetto sia che lei vuole mandarmi foto delle sue tette. Credo che in cambio voglia soldi. Non credo che sia il contrario. Ovvero i miei capezzoli pelosi, in cambio di soldi. I miei capezzoli pelosi non piacciono molto. Ecco, bisognerebbe poi capire, esattamente, cosa cazzo me ne faccio io di una foto di un paio di tette. Quando hai fame, il volantino di Burger King non aiuta molto. 

Quando ho aperto questo blog era giovedì, c’era il sole, era maggio. Stavo a cavallo tra un fallimento sentimentale e il pericoloso vuoto della solitudine. Quando hai due strade: diventare imprenditore del cuore o disoccupato del rimpianto. Ho iniziato a scrivere. E’ così che reagisco. Piangevo, scrivevo, bevevo. In nove anni, potresti pensare, tantissime cose sono cambiate. 

E’ quello che pensavo io. Poi ieri notte, osservando il cielo, mi sono accorto di avere un gran bisogno di piangere, scrivere e bere. Piangere di felicità, scrivere di rabbia, bere di ricordi. 

 

eppi birdei vecchio stronzo. 

 

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