Love is a four letter word

Manca poco, questione di una manciata di kilometri, al confine. L’aria è fresca, tracce di neve ai bordi della statale, le case si fanno di legno, compaiono i cartelli di segnalazione degli impianti da sci. La statale sale ordinatamente, seguendo la pancia della valle.
Le colline mantengono sempre le promesse, basta attraversarle per trovare la provincia nascosta, quell’Italia dove, da buon cittadino metropolitano, non vivresti mai ma dove vorresti trovare un casolare, per farci un buen retiro di classe. Sogni segreti della classe media.
L’umore è buono, le moto scivolano, rumoroso ticchettio costante del bicilindrico a stelle e strisce. Nato per questo genere di cose. Distanze infinite a ritmo costante. I pensieri si fanno meno densi, come le nuvole. Sembra quasi ci possa essere il sole. Prima o poi.

Il rumore è netto, deciso, lo conosco. Ferraglia contro asfalto. Il raschiare che tanto mi fa godere, quando sento le pedaline strisciare sull’asfalto curvando. E quando a casa, compiaciuto, accarezzo l’acciaio rovinato. Ma adesso non sto curvando. Ergo, questo rumore non deve essere presente. Mi fermo. Scendo dalla moto. Nonostante scotti, tocco con le dita la marmitta che penzola senza un dio e senza una ragione. Penzola. Ciondola. Non dovrebbe.

E’ ora di pranzo. In mezzo a una valle. Osservo il cielo terso. E le possibilità mentali che, proprio in questa valle, ci sia un meccanico in grado di risolvere il mio problema.

Io non credo nella sfortuna. Se è per questo, nemmeno tanto nella fortuna. Ci sono solide basi matematiche e statistiche che dimostrano lo scarso appeal della fortuna nella vita reale. Ho anche una discreta considerazione delle persone che credono fondatamente nella fortuna, nella sfortuna, negli oroscopi, nel fato, eccetera. Le posiziono appena sopra i cani, nella mia scala affettiva. Comunque, adoro i cani. C’è una possibilità abbastanza remota che io vinca al SuperEnalotto, e allo stesso tempo c’è una possibilità abbastanza remota che io rompa uno scarico della moto.

In effetti, contestualizzando la cosa, romperlo in una valle remota, ai piedi di nevose montagne, in un assolato pomeriggio primaverile, rende il tutto parecchio divertente.

Procediamo a rallentatore, con la moto che sbuffa allegramente, fino a raggiungere un meccanico. Una vecchia Opel con il cofano aperto, una serranda, il silenzio della montagna. Il ragazzo non ha mai messo le mani su una moto in vita sua. Questo lo intuisco da come la guarda. Ma qui si tratta di viti e bulloni. Semplice meccanica della filettatura. Mentre, bestemmiando non poco, avvita lo scarico, mi rendo conto che il danno è parecchio maggiore. Un collettore è divelto. Ma non penso esattamente la frase “un collettore è divelto”. Penso, più o meno, sei bestemmie orrende, lunghe ed articolate. Roba da far impallidire un vecchietto veneto doc.

Seppur non credendo alla sfortuna, constato che è evidente che quest’anno mi sia richiesto uno sforzo decisamente fuori dalla norma per accettare quello che mi accade. Ma non penso questo. Penso otto lunghissime bestemmie, con doppio aggettivo, roba da far impallidire un anziano livornese.
Purtroppo, pensare alle bestemmie, forse anche urlarle, non serve molto.

Decidiamo di procedere. La moto arranca, il mio umore è fortemente condizionato dalla cosa. Ma non penso questo. Penso piuttosto che, oggettivamente, questo sia un chiaro esempio di fallimento della statistica, intesa come scienza, e una plausibile vittoria dei sostenitori della teoria della sfiga, intesa come scienza.

Le restanti trentasei ore sono un lungo elenco di accadimenti, in suolo francese, atti a recuperare un collettore integro, un meccanico ragionevole, un bancomat, un sorriso, dell’ibuprofene per la schiena, dell’alcool per l’anima, dell’elettricità per il cellulare.

Ho prenotato un hotel delizioso. I miei criteri di scelta sono stati parecchi. Non volevo che nulla andasse storto. Ho preso il primo hotel dopo aver ordinato la tabella per prezzo. E prenotare l’hotel più economico
è sempre garanzia di piacevoli sorprese. La struttura è quella di una vecchia villa. Ci arriviamo talmente stanchi e demoralizzati che potremmo dormire in piedi. La camera è piccola, il letto scomodo, il cesso a vista. Roba da bordello sudamericano. A tenere il passo con i tempi del lusso, nel frigobar che abbiamo staccato per usare l’unica presa che funzionava, una bottiglia di champagne. Si tratta, senza ombra di dubbio, di un hotel per fugaci amori. Insomma, un posto buono per una rapida scopata, con il merito di una vaga vista mare.
Svegli con i primi rumori della città, recuperiamo l’anima con una colazione sul porto. Osservando, come fanno tutti, la vita che inizia sugli yatches. Marinai che puliscono, panzoni in accappatoio bianco che bevono caffè, ragguardevoli milfoni che fanno yoga. La vita ai bordi di un reddito alto.
Ripartiamo con destinazione l’unica officina dove, di malavoglia, accettano di ripararmi la moto.
Fottuti francesi del cazzo, penso mentre mi tocca sorridere.

Ripartiamo dall’officina all’ora di pranzo.
E cerchiamo di entrare nella pancia delle montagne evitando accuratamente tutte le strade normali. L’odore di mare, di pini, di rosmarino, la macchia mediterranea. I gelsomini e i limoni, le ville arroccate, la terra che mangia l’asfalto.

Arrivato a casa, questo mi sembra già un dato positivo, calcolo che in quarantotto ore abbiamo fatto ventiquattro ore di moto. Ho il culo piatto, le braccia doloranti e la strana sensazione di aver visto il mondo a cento all’ora per due giorni.

Non era esattamente così che doveva andare.

Ho avuto molto tempo per pensare.
Perché il collettore è quel pezzo di ferro che dal motore porta i fumi di scarico nel mondo, per la gioia di ambientalisti, mamme con passeggino e vecchi rompicoglioni.
Essendo due cilindri, ci sono due collettori. Due marmitte, due tubi. Due di tutto. Per una ragione precisa. La meccanica di una moto non è approssimativa.
Se un collettore butta fuori con meno pressione, per tutta una serie di motivi tra cui anche la rottura in una valle oscura, le valvole, che sono il cuore, e come il cuore fanno il lavoro sporco di mandare avanti la baracca, smettono di essere sincronizzate. Una lavora di più, l’altra di meno. Le valvole sono sposate. Da quando nasce la moto. Non si amano molto. Diciamo che convivono. Ma hanno gli stessi bisogni e fanno le stesse cose. Se una smette di crederci, è la fine.

Non resta che rallentare, procedendo a velocità di crociera adatte più a un carretto dei gelati.
Un sacco di tempo per pensare.

E, non chiedetemi perché, ho pensato molto a molte cose.

Scappi per smettere di pensare, e ti ritrovi a pensare per forza.

Avrò molto da scrivere.
Non è collegato con il pensare molto.
E’ una conseguenza indiretta.

Ho rotto la marmitta, ho rotto il collettore, ho pensato molto.
Conseguenze indirette.

L’amore, e le sue conseguenze indirette.

2 pensieri su “Love is a four letter word

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