Time will tell

Sfiancato dal deprimente contatto forzato con i numeri e dall’abuso di excel durante il weekend, ieri notte mi sono addormentato nudo ascoltando la pioggia battere sulla grondaia. Che poi è uno degli effetti speciali per cui, in un eventuale annuncio di vendita di questa casa, chiederei qualcosa in più del suo valore di mercato. Io un annuncio immobiliare non sarei mai capace di scriverlo. In un passato, molto remoto, della mia vita ho anche rischiato di finire a fare l’agente immobiliare. Nella settimana di prova giravo con questo tizio dalle lunghe occhiaie che mi spiegava gli innegabili piaceri del volantinaggio porta a porta e del tallonare i portinai delle vie chiedendo a che punto fosse la malattia degenerativa della vecchina del terzo piano. Non mi ci è voluto molto per capire che era uno di quei lavori, indipendentemente dalla quantità di soldi, che avrei odiato in pochissimo tempo. Anche se ho sempre avuto una segreta venerazione per la tecnica orientale con cui gli agenti immobiliari annodano la cravatta, riuscendo nell’impossibile impresa di ottenere nodi dalle superfici calpestabili più grandi di un monolocale. 

Insomma, il mio annuncio, dopo aver elencato i grandi vantaggi del vivere a ridosso di una delle tangenziali più trafficate d’Europa, con l’unica via che porta verso il centro perennemente intasata da un malsano traffico pendolare e con la promessa di una metropolitana che forse verrà finita quando io sarò ormai in età pensionabile, dovrebbe sottolineare due importanti aspetti: in primavera si sentono le rane fare l’amore al tramonto, semplicemente aprendo la finestra della camera. Gracchiano feroci. E’ bellissimo. E quando la pioggia di novembre, e anche quella di febbraio, prende Milano e la rende la Milano che tutti si immaginano, uggiosa, grigia, bagnata, la mia grondaia fa delle splendide musiche che si confondono con la notte. 

Una sinfonia di pioggia e rame, un’orchestra che ti accompagna dolcissima nei sogni. 

Sempre che gli zingari non si fottano anche questo, di rame. Visto che stanno razzolando qualsiasi cosa sia di rame nel raggio di venti kilometri. 

(ma questo non lo scriverei). 

Addormentarsi nudi, ne converrete, ha dei bellissimi vantaggi dal punto di vista delle sensazioni. A vent’anni. A trent’anni, ci si sveglia come dopo un delicato intervento chirurgico, sicuri di poter vivere ancora ma con il corpo a pezzi. 

Mi sono svegliato di colpo, con la pioggia che ancora batteva forte, e tutto il buio della notte. 

E mi sono seduto a pensare. 

Nel letto, nudo. 

E’ passato un’anno. 

Esatto.

Con esattezza, è passato un’anno da un’anno fa.

Trecentosessantacinque giorni. Ottomila settecento sessanta sei ore. Cinquecentomila ( e passa) minuti. 

Da un’anno fa. 

Che c’era il sole. E c’ero io. E non ero solo. E mi stavo spezzando la vita in piccoli pezzi. Mi ricordo di essere scappato da ottobre, correndo verso novembre, con tutto il peso di tutte le decisioni che non avevo saputo prendere. Un periodo, avreste detto voi, di merda. 

La cosa interessante non è, per dire, cosa mi abbia portato a novembre dell’anno scorso, in un pomeriggio di sole, caldo, a spezzettare la mia vita meticolosamente come quando sei nervoso e porti al martirio i tovagliolini di carta dei bar, o i sottobicchieri da birra dei pub. Io quello ho fatto della mia vita. 

Mi serviva. E l’ho fatto. 

Ma questo non è importante. 

La cosa importante è che in quest’anno, in queste ottomila ore, io abbia vissuto ogni singolo minuto. E sono cinquecentomila (e passa). 

Non ne ho perso uno. Ho imparato a vivere anche dormendo. Ho imparato a vivere piangendo. Ho imparato a vivere soffrendo. Ho imparato ad amare vivendo. Ho imparato, in un sacco di forme, a usare il gerundio in modo figo. 

Si potrebbe riassumere, quest’anno, nella mia scoperta di Kronos e Kairos. 

Ho scritto un racconto su questa cosa. 

Gli antici greci, che in fatto di filosofia, festini sexy e quieto vivere ne sapevano parecchio, amavano usare due parole per definire il tempo. Si, lo so. Hai letto che anche gli esquimesi hanno ventisei termini per definire la parola “neve”. Tutti hanno molte parole per definire le cose più presenti nelle loro vite. 

Beh, Kronos e Kairos sono, però due cose differenti. Kronos è semplicemente il tempo che passa. Kairos è quando qualcosa di speciale accade. Un tempo preciso, nel mezzo di qualcosa. Due modi, profondamente differenti, di vedere una cosa succedere. 

Ho vissuto questo anno, queste ore, questi giorni, senza nemmeno perderne un piccolo pezzo. Prendendo tutto quello che mi succedeva, facendo succedere moltissime cose, lasciando che qualcosa passasse. Morissi domani, (cosa, tra l’altro, statisticamente poco possibile), potrei tranquillamente dire di aver vissuto un’intera vita in un’anno.

A guardare bene, in fondo, i segni si vedono. Eccome. 

Ma i segni del tempo, il tempo buono, sono tutti segni positivi. 

Sono felice di aver potuto, in quest’anno, vivere così tanto. 

Pensavo questo, nient’altro. 

In certe notti non serve pensare troppo, ho imparato anche questo quest’anno. 

E non serve nemmeno parlare. 

Diciamo che, per semplificare, in certe notti basta stare ad ascoltare. 

Comunque, morissi domani (adesso che ci penso, statisticamente è abbastanza probabile che io possa morire in un incidente aereo. Basterebbe prendere 430 aerei per uscire dal confine della sicurezza. Insomma, ogni 430 voli, è il tuo turno. E io ho passato questa soglia da un bel pezzo. In più, volo in Spagna, patria del disastro aereo con più vittime nella storia. Non c’entra molto, ma non è bene augurale.) 

Dicevo, morissi domani, che io lo faccia o meno, morirei felice. 

Che uno, a vedermi, non lo direbbe mai. 

Ma è sempre stato così. La mia faccia ci mette un po’ a ricorrere le emozioni che sento. 

 

In ogni caso, domani sera, per festeggiare berrò una cerveza ghiacciata insieme a un paio di amici che facevano i manager e si sono messi a costruire splendide moto. (loro). Che poi è sempre così. A furia di viaggiare, quando c’è qualcosa da festeggiare, sei sempre lontano, ma hai sempre nuovi amici con cui festeggiare. Parleremo di un viaggio che mi piacerebbe fare. Si chiama Scram Africa. Ed è un viaggio in mezzo al deserto, con moto non adatte al deserto, o adatte al deserto dieci anni fa, e con gente non adatta al deserto, o adatta al deserto dieci anni fa. Il viaggio perfetto, insomma. 

Precisazioni (a proposito di) 

A proposito di moto, confermo la mia presenza al Kustom Kulture di Cesena, questo fine settimana. (qui)

E’ un modo facile facile per vedere un sacco di amici, di roba figa, di belle moto. 

La sta organizzando, pezzo a pezzo, un amico che non sa di essere un genio. 

Siateci, se vi piacciono le robe fighe, le belle moto e quelli che non sanno di avere qualcosa di geniale. 

Siateci anche se avete ancora del rancore per quello che ho scritto sulle vostre orrende moto di plastica. Potrete, eventualmente, picchiarmi, se vi dovesse far sentire migliori. 

A proposito delle venti parole degli esquimesi. E’ una cazzata. Una bufala. La lingua inuit (quella degli esquimesi) non ha venti diversi lemmi per chiamare la neve. E’ come la leggenda della farfalla che, con un battito d’ali, fa crollare un palazzo dall’altra parte del mondo. Se vi piace pensare che gli esquimesi usino venti diverse parole per indicare la neve, fatelo. Ma non è vero. Neve, in inuit, si dice quanniq. Giusto per saperlo. E per fare i fighi, quest’inverno: ehy guarda, sta quanniquando. 

A proposito di leggende metropolitane, sta girando un test, (su Facebook, e questo la dice lunga) sugli emisferi cerebrali. 

E’ una leggenda metropolitana, ma non è questo che ci interessa. (insomma, la divisione tra emisfero destro e sinistro, parte creativa e parte razionale, è stata ampiamente distrutta negli ultimi anni. Si parla di superiore e inferiore. Ma son cose troppo pesanti per te). La cosa stupenda è che questo test lo fanno tutti. (se vuoi farlo è qui). A dimostrazione che la gente (La Gente) ha disperatamente bisogno di questo. Test scientificamente sbagliati su concetti inesistenti, per sentirsi dire di essere creativa o razionale. 

Delizioso. 

A proposito di gente, celebrerò quest’anno di vita, vita vera, producendo una raccolta di poesie, di cui ancora ignoro il titolo, la data di uscita e i contenuti. 

Essendo la poesia uno strumento di sopravvivenza umana, come il cibo e il sonno, sarò ben felice di distribuire la suddetta raccolta.

Per essere sicuri di riceverla, in copia autografata, iscrivetevi a questo blog o a RadioCorrida (inserendo la mail qui a fianco). 

Potrebbero arrivarvi, nei prossimi mesi, altre sorprese. 

Vado a preparare quello che, statisticamente, potrebbe essere l’ultimo trolley della mia vita. Per questo, alla vecchia maniera, ci infilo mutande pulite, camicie stirate e un libro che, quando i pompieri rinverranno i resti della carlinga, possa suscitare stupore ed esaltazione. 

 

Life is short fritz, surf it!

Invidia e Indivia (condimenti)

La Caesar Salad è uno dei quattro miei piatti preferiti, e combatte alacremente da anni in classifica per spodestare la zuppa di cocco thai con coriandolo e foglie di bamboo (zuppa thai di latte di cocco e pollo) dal podio. No, ti prego. Non mi dire che la Caesar Salad non ti piace. E’ statisticamente poco probabile che tu abbia mangiato la vera Caesar Salad (qui ti metto la ricetta). Tu mangi quel piattone di insalata bianca, scaglie di Parmigiano, pollo ai ferri e maionese, con i croccantini. Ecco, quella roba sta alla Caesar Salad come la pasta con il ketchup sta alla pasta alla Norma. Non c’entra che vai alla California Bakery e ti senti molto figo. La California Bakery sta alla California più o meno come il tuo tabaccaio e le sue slot machines a Las Vegas. 

Manca la mostarda di Digione, la salsa Worcestershire, il limone, le acciughe. Manca tutto. Surrogato di Caesar Salad. 

Dopo il distacco, prematuro e doloroso, dal mio ristorante preferito per le Caesar Salad (qui), ho dovuto soffrire parecchi anni, continuando una estenuante ricerca di una Caesar Salad che si avvicinasse anche lontanamente a quella perfezione.

Come per il sesso, come per il rhum, come molte altre cose, la perfezione è una. Una sola. (e come per il sesso e il rhum, anche per la Caesar Salad la soluzione “faccio da solo” ha un sapore decisamente diverso). 

Però ho scoperto che, nei ristoranti per ricchi, se ordini una Caesar Salad e li implori di portarti due acciughe, un limone e della mostarda, riesci a farti da solo qualcosa che ci si avvicina. Per la modica cifra di venti euro. 

Così, in questa steak house di provincia, dal sapore vagamente equestre, ho deciso di festeggiare un evento di rilievo ordinando una Caesar Salad, delle acciughe, della mostarda e del limone. 

Mi è arrivato un piatto di indivia, del pollo grigliato, un grumo di Parmigiano, della maionese, della mostarda in bustina monodose, le acciughe e un limone intero. Ma non mi sono dato per vinto. Anzi. 

Festeggio il post più letto nella storia del Bradipo. Diverse centinaia di esseri umani, prevalentemente provenienti dall’Italia, nella giornata di ieri, hanno aperto questo blog, facendo schizzare le statistiche di lettura a cifre davvero inusuali. 

Cosa che, normalmente, non mi toccherebbe. E infatti è così. Non mi tocca per nulla. Ma avevo bisogno di un buon alibi per festeggiare mangiando bene. 

Il post più letto nella storia di questo blog è un post che parla di una fiera di moto. La cosa mi ha fatto riflettere a lungo. 

Questo non è un blog che parla di moto. Perlomeno non in modo tradizionale. L’unica cosa che accomuna il Bradipo a un blog di moto è che è estremamente autoreferenziale e ripetitivo. 

(I blog di moto sono un tipico esempio di masturbazione esperienziale. Al posto che scrollare le pagine internet, suvvia, recati in un concessionario e sali su una cazzo di moto. E poi sono tristissimi. I blog di moto. Forse anche i concessionari. Mah).

Molti lettori sono giunti qui da Facebook, poichè un paio di amici hanno pubblicato il link. E infatti, stranamente stamattina avevo la casella di posta di Facebook piena. 

La mia posta di Facebook riceve, in media, tre messaggi al giorno. Due sono puttane che mi chiedono l’amicizia e si dichiarano disposte a scambio di foto. Uno, solitamente, è un vecchio amico /vecchio compagno /vecchia conoscenza, che esordisce con un “ehy Franz, anche tu qui!”. Non rispondo a nessuno dei tre. Mai. 

Invece stamattina avevo più di una trentina di messaggi. Sono maschio, ho un figlio, questo rende il mio profilo di Facebook poco appetibile anche per le mie compagne del liceo in cerca di una sveltina in motel per dimenticare l’ossessione del marito per il calcetto del giovedì. Se poi non bastasse, ho frequentato un liceo maschile, quindi non ho nemmeno compagne del liceo. Insomma, non sapevo spiegarmi la cosa.

Ho trovato un compatto battaglione di fieri motociclisti che: 

– concordano con la mia recensione ma vorrebbero aggiungere una cosa / un elemento / un commento. Sostanzialmente, tra le righe, ammettono che io, di moto, non capisco un cazzo. E non si spiegano nemmeno come io possa scrivere per una rivista di moto. 

– non concordano con la mia recensione pertanto desiderano farmi sapere che io di moto non capisco un cazzo. Adesso, e solo adesso, collegano i miei articoli per la rivista di moto con la mia faccia e il mio profilo, ma hanno sempre sostenuto che io non capissi un cazzo di moto. 

– mi fanno i complimenti per il pezzo sul Bradipo ma vorrebbero precisare che la moto più bella della fiera non era quella. E la hostess più figa era quell’altra. E la fiera più bella è un altra. E i politici, e le omologazioni, e i libri, e le moto. E io, in fondo, non capisco un cazzo di moto. (questi non lo scrivono, ma lo pensano)

Wow

Fico

Penso mangiando il mio esperimento provinciale di Caesar Salad. 

Io non lavoro per una rivista di moto. Prima di tutto, la rivista per cui scrivo non è una rivista di moto, ma una rivista di Kustom Kulture. Tatuaggi, macchine ribassate, mignotte tatuate, skate, surf, tatuaggi, modelle tatuate, moto, street art, personaggi discutibili. Ah, e poi donne discinte e piene di inchiostro, gente dalle capigliature poco ortodosse, spostati che passano le notti a avvitare i bulloni di un vecchio Maggiolino, gente che vive per una rampa da skate. Questo genere qui, insomma. 

Sarebbe riduttivo chiamarla: una rivista di moto. 

E poi io, di lavoro, faccio altro. (qui ti spiego che lavoro faccio).

Scrivo per passione, e per passione vado in moto. 

Le due cose, come nel post precedente, collimano. Ma non necessariamente e non sempre lo fanno. 

Anzi quasi mai. 

Parlo di posti ambigui, di alcool, di indecisioni, di notti in bianco, insomma della tradizionale vita di un uomo della mia età. 

La maggior parte delle critiche pervenutemi riguardano la presunta offesa al Sacro Graal dei Bikers: l’Harley Davidson. 

Nel riferirmi ai due nuovi modelli presentati all’Eicma, ho offeso la sensibilità di qualche inacidito lettore. 

Uno, addirittura, minaccia di beccarmi in giro sulla mia moto e volermi parlare faccia a faccia di cosa sia il rispetto. E insegnarmelo. Una volta per tutte. Tanto, dice lui, riconosce la mia moto nella foto qui sopra. E mi troverà.

In effetti, la moto dovrebbe riconoscerla per forza, se è un biker vero, o anche solo un estimatore delle belle cose. E’ una moto di Blitz, un BMW R 65, del 1987, reduce da qualche lavoro di ritaglio tipico della casa parigina. Qui trovi, tra l’altro, uno dei più bei cortometraggi sul tema “moto”, dove compare anche la suddetta moto, a spasso per il Sud della Francia, proprio contro l’Italia. Un viaggio, se mai volessi, bellissimo. (se questo inacidito e battagliero commentatore fosse donna, Blitz Motorcycle è di Hugo, un figo tremendo. Ho il suo cellulare, se potesse interessare. Hugo rende Parigi una città speciale. Pensaci).

Purtroppo, ritornando al cuore del problema, l’Harley Davidson ha fatto, parafrasando Fantozzi, una cagata pazzesca. 

Una moto perfetta, ne sono sicuro, per il mercato indiano, quello taiwanese e forse quello cinese. Ma non per il nostro. 

Una moto, dicendola più diretta, di merda. Plastica, tozza, brutta. 

Poi, che con due fighe da Eicma sopra, sia bella è un altro discorso. Avrai, probabilmente, fatto fatica a mettere a fuoco la moto. Si chiama, in gergo marketing, distorsione dell’attenzione primaria. E’ la banana per le scimmie, le scarpe per le donne, un mezzo culetto in “vedo non vedo” per gli uomini. 

Poi che tutte le riviste di moto ne parlino, coraggiosamente, bene è un altro discorso. Si chiamano marchette. Si fanno per avere in cambio della pubblicità. E’ uno dei motivi per i quali la stampa italiana è inaffidabile e triste nella maggior parte dei casi. 

Poi, e qui chiudo, che a te piaccia e a me no, è un altro discorso. 

Il tuo parere, fortunatamente, non conta un cazzo. Lo dico, a scanso di equivoci, perchè il fatto che ti possa piacere una cosa esteticamente brutta è un segnale allarmante. 

Il mio parere, fortunatamente, conta meno del tuo. Lo dico a scanso di equivoci. Questo posto non è un blog di motociclisti, non è un forum di motociclisti, non è un sito di recensioni. 

Tornerò, lo farò prestissimo, a scrivere di posti ambigui, rhum, viaggi, libri, resurrezioni e altre cose su cui ho una certa esperienza. 

Ma ti prego, abbonati alla mia rivista. E’ la più figa del settore. E, posso giurarci, sarà l’unica a non parlare bene di quei due cessi di moto che ho visto. In più, come conferma la mia firma, ci scrive gente esperta e figa. 

Se vuoi, ho entrature per farti fare uno sconto sull’abbonamento. Scrivi qui, e digli che hai parlato con me. 

Life is too short to appreciate a fucking bike fritz. Surf it 

Alla Fiera Dell’Est (Hipster Reloaded)

Vengo da una settimana lunghissima, nella quale credo di aver dormito un totale di dieci ore e bevuto, complessivamente, due volte e mezzo quello che una squadra di rugby ordinerebbe a fine partita (fidanzate incluse, perchè non si butta via niente, e quando c’era da bere prosecco caldo, abbiamo fatto anche quello).

C’era l’Eicma. Che, stando alla definizione, è il Salone Internazionale del Ciclo e del Motociclo.

E io, stando alla definizione, sono uno scimmiato senior di Motociclo.

Non che questo giustifichi il mio delirante alcolismo e le dieci ore di sonno. In fondo una fiera è un evento, in un mondo decisamente digitale, terribilmente analogico.

La fiera sta al mercato come la videocassetta sta a MySkyHD.

Inoltre, deviazione professionale, i dipartimenti marketing del settore moto sono innovativi quanto quello che lavora sul marchio Coca Cola.  Dire fossilizzati è poco.

Però l’Eicma è a Milano. E questo cambia, di molto, le cose.

Milano, città di nebbia e pavè, è per un motociclista come il peperoncino per un colitico, in termini di qualità della vita. Ma questo non c’entra un cazzo. Milano è una piazza fondamentale. E’ l’unica grande metropoli al mondo, fidatevi, mi manca di vederne un paio poi ho finito, che può rendere un evento ordinario come qualcosa di straordinario. E anche, purtroppo, viceversa.

Sono stato a nove feste in sei giorni. Una estenuante maratona, un durissimo lavoro di open bar, buffet gratis, gadget, hostess, musica dal vivo. Ho visto gente famosa, gente che crede di essere famosa, gente che vorrebbe essere famosa, gente bella e gente brutta. Come il Salone del Mobile ha il suo fulcro notturno in Via Tortona, l’Eicma ha il suo fulcro al MotoQuartiere. Che sta al quartiere Isola. Per chi non fosse un ciuccianebbia come il sottoscritto, il quartiere Isola si può riassumere così:

Cinque anni fa ti faceva discretamente paura andarci ma lo facevi volentieri perchè una margherita e una birra ti costavano otto euro e potevi sfoggiare la tua felpa di quando sei stato in vacanza a Lampedusa. Per bere qualcosa, poi c’era il bar tabacchi all’angolo, con sulla porta un algerino che ti vendeva MDMA al prezzo politico di un pacchetto di Diana Rosse.

Oggi, pur avendo una camicia bianca, non sei sicuro di poter entrare nel posto dove un piatto di affettati e un vino rosso ti cavano cinquanta euro dal portafoglio. Per bere qualcosa adesso vai in posti dove sulla porta c’è un buttafuori e dentro ci sono i baristi con le barbe lunghissime, gli occhiali spessi e le magliette larghe con scritto: Jesus Was an Hipster.

Il Quartiere Isola è una delle ragioni per cui mi trasferirei volentieri in un altra città.

La fiera è organizzata bene e con grande coraggio. Ma resta, misteriosamente, un crocevia di luoghi comuni incredibili. Eccovene sette.

1) L’avventore medio risente di una particolare patologia per la quale sente la fortissima necessità di prendere tutti i depliant, tutte le brochure, tutti i volantini, e infilarli in uno zaino. L’uso di suddetto materiale, una volta a casa, è sconosciuto.

2) Nel 95% dei cas, il rendering marketing prevede una moto accompagnata, udite udite l’incredibile novità, da una hostess. Generalmente sorridente, ammiccante, lievemente annoiata, la suddetta subisce per sei giorni il martellante comportamento di tre tipi d’uomo:

– quello che sta, semplicemente, ad osservarla per venti minuti. Onanismo telepatico nella sua quintessenza.

– quello che la fotografa cercando di zoomare sull’incavo tra le tette. Onanismo a scoppio ritardato e casalingo.

– quello che si avvicina e le chiede il numero. Il diversamente intelligente. (che poi ripiega nelle foto abbracciato alla ragazza. Onanismo casalingo con finta confidenza. Sono quelli che vanno a puttane e chiedono il nome, da dove viene, se ha famiglia, come si trova).

3) Ci sono, come in tutte le fiere estremamente affollate, due tipi di idioti:

– quello che porta il figlio nel passeggino. E poi si innervosisce. Non il figlio. Lui. Idiota.

– quello che porta la fidanzata che odia le moto. E poi si sente con l’amico. Non lui. La fidanzata. Cornuto.

4) L’idiota medio del settore misura il mercato in termini di moto immatricolate. E va in giro per la fiera sostenendo le sue tabelle come un predicatore protestante. In verità, il solo e semplice fatto che il numero di nuove patenti da motociclista stia scendendo, il fatto che in termini puramente numerici l’Asia sia un mercato sette volte più grande di quello europeo, il fatto che l’età media del motociclista aumenta ogni anno, dovrebbero far pensare a qualcosa che assomiglia a un eutanasia.

4b) Postilla: infatti l’Harley Davidson ha, coraggiosamente, sfoggiato due esemplari di quello che si potrebbe definire un riuscito incrocio tra una moto da Pizza Delivery e un Chopper da Latinos. Un terribile esempio di ridicolo motore contornato da brutta moto. Era difficile ma ce l’hanno fatta.

5) le riviste del settore, tranne la mia (perchè è una rivista figa) fanno a gara per fare le foto alle moto. Con l’ambizione di pubblicare, fra un mese, foto che gli stessi abbonati della rivista hanno scattato (identiche se non migliori) direttamente in fiera. Ecco spiegato il difficile momento editoriale del settore. Eppure non lo capiscono. E’ più forte di loro: lo Speciale Fiera è una roba troppo arrapante. Sentono il bisogno di farlo. Ogni volta che una rivista fa uno Speciale Fiera (e sono tante, quasi tutte, a farlo), io sento forte il bisogno di vietare l’uso della carta. Oppure tornare alla censura. Il fotografo della rivista di settore è tenuto a girare per la fiera fotografando tutte le moto. E tutte le hostess. Un lavoro talmente di concetto che si pensa, nelle prossime edizioni, di sostituire l’essere umano con un labrador addestrato. Lo Speciale Fiera, photos by  Batuffolo.

6) ai punti ristoro della Fiera, si discute, tassativamente, di moto e di figa. Con lunghe elucubrazioni su cilindri, lubrificanti, pistoni e pompe. Perchè i due argomenti, che che ne diciate, sono molto affini.

7) Nonostante la Fiera sia nel punto meno raggiungibile, a livello stradale, dell’Europa continentale, è buon uso andare in macchina. Per poi impiegare diverse ore solo per uscire dal parcheggio. Che per dovere di cronaca costa come un mutuo sulla prima casa.

8) Durante la prima sera del dopo fiera, si pensa intensamente a cosa si possa vendere per potersi permettere la moto dei propri sogni. Un rene, la moglie, la macchina. Calcolatrice e sigaretta, per una notte di alta finanza atta a giustificare l’ingiustificabile.

A proposito:

Ho eletto la mia moto preferita (questa). La comprerei immediatamente. E’ sensuale, perfetta, e ha due grandi, grosse, testate.

E anche la mia hostess preferita (non ho il link, ma era una roba di questo tenore) .

 

In ogni caso e contro ogni aspettativa, sono sopravvissuto sia al marketing protozoico sia ai cocktail.

E questo è un buon segno.

Ricordatevi:

“quattro ruote possono muovere un corpo.

Due ruote muovono un’anima”.

(che è la frase da Smemoranda che si mette quando non si sa come finire un pezzo sulle moto)

 

Life is short fritz!

 

 

 

Il Momento

12.30

– Vorresti dirmi che sei davvero così cinico?

– Si. Ti dispiace se vado. Ho un pranzo alle 13. 

 

Rewind 

8.04

Il Piccolo ha il potere di svegliarmi sempre quando sto iniziando un sogno erotico. Sempre. Ero con una modella, di cui non ricordo il nome, che ha fatto un sacco di pubblicità. Lei mi chiamava, ammiccante, verso una poltrona di pelle. Voleva che le strappassi, con i denti, le calze a rete. Programma decisamente adeguato ai miei standard. Adoro strappare a morsi calze e reggicalze di modelle famose sedute su poltrone di pelle. 

8.05

Invece mi ritrovo abbracciato a un bambino di quasi tre anni, che con un urlo dirompente ha deciso che è giunto il momento di svegliare tutto l’isolato. Insomma, è sabato, sono le 8, il mondo aspetta di essere esplorato, non vedo ragioni per le quali rimanere a letto, soprattutto con una modella famosa. 

8.32

Attraversiamo i giardini a passo lento. Davvero lento. Io non ho trovato nulla nel frigo che assomigliasse a una possibile colazione. Il Piccolo sta ancora carburando. Adoro quei, rari, momenti in cui è ancora in stand by, in cui non riesce a canalizzare tutte le energie. Ne approfitto. Leggo il giornale, bevendo il caffè, mentre lui è concentrato nella distruzione metodica di un distributore di tovaglioli. 

8.59

In effetti, con questo tempo, in questa stagione, c’è poco da fare: stare fuori diventa pesante. Mi ricordo, in verità il telefono mi ricorda, di una presentazione di un amico in un centro commerciale. Presenta il suo libro, mi ha invitato e non vedo perchè non sia una bellissima gita insieme a un bambino di quasi tre anni. Anzi, ritengo che tutti i bambini, in questa meravigliosa età, dovrebbero frequentare posti chiusi, senza nessun divertimento, insieme a molti adulti che giocano a fare i seri. 

9.31

Il centro commerciale è pieno. Ovviamente. Ho una strana relazione con questi posti. Odio il posto, ma adoro osservare l’umanità bovina al pascolo, rotolare insieme ai carrelli verso cose che vorrebbero comprare, si ne hanno proprio bisogno, ma che non si possono permettere. Adoro gli sguardi frustrati davanti a un cappotto nuovo di Zara, lo struscio tecnologico da MediaWorld. Il Piccolo, invece, adora il fatto che è uno spazio, estremamente grande, dove tutto è concesso. Correre, nascondersi, tirare, trascinare, ruttare, urlare, ridere, sedersi per terra, infilare le dita in un vaso o in una presa, appendersi a un vestito, far cadere un’intera fila di confezioni di batterie. Un mondo stupendo. La regola è questa: andiamo insieme, ma ognuno è responsabile di se stesso. Lui la rispetta. Io la rispetto. 

9.43

Ho identificato la libreria dove il mio amico presenta il suo libro. Ho anche identificato il mio amico. Lo conosco da dieci anni. Ci ho studiato insieme e lavorato insieme. E adoro questo suo nuovo look da intellettuale. Insomma, si è calato nella parte. Scrive libri, adesso fa lo scrittore. Lo saluto ma devo subito staccarmi perchè il Piccolo ha identificato una pila di libri della Peppa Pig, pronti per essere fatti cadere, aperti e distrutti. 

10.10

La presentazione del libro inizia. Ci saranno una cinquantina di persone. Io e il Piccolo siamo seduti in ultima fila. Per terra. abbiamo trovato un compromesso. Ho aperto una confezione di gessetti e stiamo disegnando per terra. Una lunga serie di spirali che, di volta in volta, sono 

– un albero

– una macchina

– la mamma

– il sole

– il nonno

– l’asilo

– Saetta Mc Queen 

Ascolto una psicoterapeuta che presenta il mio amico. Una donna di mestiere, con occhiali rassicuranti e tanto grasso superfluo da far supporre una colossale disfunzione tiroidea. 

Il mio amico sorride, compiaciuto, risponde ai complimenti, e si prepara per il pezzo forte. Il suo momento. Il libro, lo ho sfogliato, non lo comprerei mai, è un riassunto del suo percorso degli ultimi due anni insieme ai suoi “partners”. 

Un libro sulla crescita personale. 

Dio, quanto ne avevamo bisogno. 

E’ abbastanza sintomatico che, in periodi di prolungata crisi come questo, un crescente numero di individui senta il bisogno, la forte necessità, di una direzione, di una crescita, di una fuga. Cresce il numero di persone bisognose, e cresce il numero di specialisti. 

Li chiamano coach. 

Credo di poter affermare che al momento ci sono più coach in Italia che nel resto d’Europa. Anche perchè, con un paio di corsi di Programmazione Neuro Linguistica e un seminario di Mentalismo, qualunque idiota psicodepresso può diventare coach. Più o meno. 

Coach per smettere di fumare. Coach per avere un obbiettivo. Coach per dimagrire. Coach per ricominciare ad amare. Coach per i coach. E coach dei coach dei coach. Un loop infinito. 

Sia ben chiaro. Non ho nulla contro i coach. Anche io ne ho uno. Una. Una donna preziosissima. Esistono coach molto seri, persone preparate e in grado di fare il loro lavoro.

 

10.49

Prevedibilmente il Piccolo si è stufato di imbrattare il pavimento. Rubo un libro della Peppa Pig e lo offro come ricompensa per ancora un po’ di pazienza. La presentazione sta finendo. Il pubblico sembra soddisfatto. 

Un pubblico, va detto, prevalentemente di donne. Dai trenta ai cinquanta. Questo lo avevo già notato a suo tempo. Sono le donne, come sempre, ad essere le prime ad ammettere di avere un bisogno. E ad avere un idea di come risolverlo. Generalmente gli uomini provano prima soluzioni più consone alle loro prerogative: whiskey, travestiti, scommesse on line, sigarette elettroniche. 

Donne, anche questo va detto, di un reddito medio alto. Donne che hanno tempo e soldi per erboristi, naturopati, chiropratici, yoga, corsi di meditazione, interpretazione delle stelle, dei sassi, della frutta e della disposizione dei calzini sporchi nella cesta delle cose da lavare. 

Insomma, se cercate un modo semplice e diretto per trovare una donna che vi mantenga, entrate nel grande giro della lettura dei sassolini e dei mozziconi di sigaretta. Male che vada, vi farete solo delle grandi sessioni di sesso tantrico. Che male non fa. 

Credo, a rigor di logica, che il Piccolo abbia cagato. Prima di tutto per il pungente odore. Poi, altro indizio, per la sua espressione, molto vicina a quella di Fracchia la Belva umana. E, terzo indizio, perchè io non sono stato e la signorina vicino a me nemmeno. 

11.20

Mi perdo il finale della presentazione, impegnato in una delicata operazione di rimozione degli escrementi. Se non avete mai provato l’odore letale dei locali fasciatoi nei centri commerciali, fatelo. E’ da brivido. Tenendo conto che ogni bimbo che ci entra, lascia in pegno un pacchetto di merda, e che il cestino non è tappato, e che viene pulito giornalmente, è come immergersi in un oceano di merda puzzolente. 

Qui vi vengo in aiuto. La soluzione è semplice. 

– estrarre una salvietta profumata (quelle che userete per pulire il culetto dolcissimo del vostro piccolo adorabile cucciolo).

– arrotolare la suddetta salvietta, come ai vecchi tempi quando pulivate il Cilum in piazza dopo una session di Erba e Marocco.

– infilare la suddetta salvietta nelle due narici, premendo con forza.

– entrare nella camera degli orrori.

– ripulire il vostro piccolo adorabile cucciolo.

– uscire dalla camera degli orrori.

– estrarre la suddetta salvietta dalle narici.

Per le rimanenti sei ore non avrete olfatto. O meglio, sentirete solo uno stordente profumo di camomilla. ovunque. 

Meglio, in ogni caso, dei sei minuti di pura merda. 

11.30

Presentazione finita. Un piccolo buffet. Una grande occasione per me e il Piccolo. Io punto il caffè, il Piccolo va diretto verso un vassoio di pasticcini. 

Nel cammino incontra una “Ma che Tenerezzaaaaaaa”. Quel genere di giovani donne che, per vari motivi, non hanno un bambino e che vogliono, a tutti i costi e in ogni caso, occuparsi di quelli che incontrano lungo la loro strada. Chiunque essi siano e qualunque cosa facciano, questi piccoli sono adorabili, fanno tenerezza, sono dolcissimi. 

Donne dal senso materno interrotto, insopportabili in altri contesti, ma estremamente utili nella quotidianità di un padre. 

La suddetta giovane donna è anche carina. 

Quindi perfetto. 

Il Piccolo, voi non sapete quanto i bambini possano essere intelligenti, riconosce il tipo e sfodera un sorriso timido. 

Risultato, in quattro secondi netti ottiene il vassoio di pasticcini, un fazzoletto per pulirsi e le coccole continue. 

Io mi godo il perizoma che spunta dai pantaloni neri, anche se, a dire il vero, resto spaventato dalla quantità di nei che spuntano dalla schiena. Sembra un dalmata. 

Il mio amico mi raggiunge, accompagnato dalla psicoterapeuta che lo ha presentato al grande pubblico. 

Gli fa molto piacere che io sia venuto. Davvero. Ci teneva a presentarci, davvero. E poi lei non sa quanto questo ragazzo con la barba abbia fatto strada. Non se lo immagina. Davvero.

Insomma, mi sta scaricando l’ospite noiosa. 

12.00

Ci ritroviamo io e questa psicoterapeuta, a parlare del più e del meno, mentre io tengo d’occhio il Piccolo che ha creato un harem di mancate madri che lo stanno pettinando, pulendo, nutrendo, e soggiogando con affettuosi pizzicotti e carezze. 

Dovrò disinfettarlo una volta usciti. 

12.15

La psicoterapeuta ha un sussulto. Non credo sia dovuto a quello che stavo dicendo. Uno sproloquio sulla mancanza di personalità. 

Quasi si ingozza con un salatino e fa un disordinato movimento con le mani per fermare un tipo che assomiglia, straordinariamente, a Woody Allen. 

Gianfranco!

Matilde!

Ma che figata! penso io.

Si salutano con un bacio. 

Mi presentano. 

Lui è Franz. 

E Gianfranco, giustamente, si chiede chi cazzo sia. Io. Giustamente, Gianfranco. Non te ne faccio una colpa. 

Io, a differenza tua, dopo anni ho smesso di chiedermi chi cazzo sia la stra grande maggioranza delle persone che mi presentano. Semplicemente me ne sbatto. 

Franz è il compagno di studi di Stefano. Hanno studiato negoziazione insieme. Poi hanno preso strade diverse.

Nel senso che, penso io, io ho un lavoro, lui prova a pubblicare libri. Ma non lo dico. Il buffet è buono e gratis. 

Pensa, dice, sono due negoziatori. Come nei film. 

Mah, penso io. 

Qui però mi sorge spontanea la domanda interiore. e tu Gianfranco, chi cazzo sei, oltre che un sosia di Woody Allen?

Per fortuna, Matilde desidera a tutti i costi scaricare me o scaricare Gianfranco quindi parte: Gianfranco è un mentalista. 

Cristo Santissimo. 

Un Mentalista. 

Gianfranco.

Un Mentalista. 

Ora, io non ho assolutamente niente contro la gente che si inventa un mestiere. Quando è onesto e non prevede l’omicidio. 

Inoltre, purtroppo, frequentando questo tipo di ambiente ho conosciuto una folla variegata di folli e idioti. 

Gente che crede negli elfi, che si cura con i sassi, che si ammazza di tisane di cardamomo e carciofo, che investiga sui parenti morti, che non mangia verdura perchè ha paura di far soffrire l’ortaggio. Davvero, un mentalista è il minore dei mali.

Inoltre, lo dico per vostra opportuna conoscenza, il mentalismo è davvero una disciplina. Seria. Collegata, seriamente, alla programmazione neurolinguistica. Roba seria. In America.

Il Mentalista mi guarda. Io guardo la psicoterapeuta andare via e il Piccolo, ormai assediato e in procinto di buttarsi su un piatto di patatine offertogli. 

Dovrò trovare una scusa quando, tra poche ore, una delirante diarrea lo possiederà, per giustificare il tutto alla madre. 

Oppure dire la verità. Siamo andati alla presentazione di un libro e lo ho perso di vista, perchè ero impegnato a parlare con un mentalista. Lui era assediato da uno stuolo di petulanti donne dal senso materno incompiuto. Ti ricordi di te prima del parto? Ecco. 

Il Mentalista mi affronta. 

– Quindi tu sei un negoziatore?

Posso, con certezza matematica, dire che entro due domande arriverà, come tutti, alla fatidica: ma come quelli dei film, che fanno liberare gli ostaggi. Lo so per certo. E’ la domanda che fanno tutti. 

– Non esattamente. Ho studiato negoziazione, ma mi occupo di altro. 

– Ah, il negoziatore. Un ruolo affascinante. 

Eccolo, sta arrivando.

Mi corre in aiuto il Piccolo. Tutti gli uomini si rompono il cazzo delle donne irrealizzate che sfogano il loro senso materno su di loro. Anche gli uomini di due anni e mezzo. Mi corre incontro, e si pulisce la bocca unta sui miei jeans. 

– Hai fatto bene a portare il tuo bambino. E’ pieno di energia positiva qui. 

Si chiama buffet gratis. 

– E credo che tutte queste persone abbiano un grande bisogno di energia positiva. 

– di questo sono certo.

– e di un grande coach che la possa canalizzare. 

Il Piccolo rutta. Profondo e gutturale. Vorrei avere la sua capacità di ruttare sempre al momento giusto. 

Cresci e perdi certe prerogative importanti. 

Certe qualità. 

– Credo sia arrivato il momento di andare…

– Ah, non vi fermate al seminari del pomeriggio?

– Guarda, per un bimbo di tre anni è già uno sforzo enorme, poi non sapevo ci fosse un seminario. 

– Certo, è la base del libro! E un pezzo lo tengo io! 

– Pensa! A saperlo prima. Ma devo riportare il Piccolo a casa, davvero. E’ già stato troppo bravo fino ad ora. 

– Peccato! Credo venga un sacco di gente. C’è un sacco di gente che ha bisogno di pensiero positivo!

– …

– Non pensi? Io vedo in tutti questi volti una grande infelicità e un grande senso di irresolutezza. 

(Diffidate, ve ne prego, da chiunque usi il termine: irresolutezza). 

– Credo solo che la gente, questa gente, sia molto disordinata a livello comportamentale e che abbia bisogno, semplicemente, di prende molti cazzotti dalla vita. 

– Dici?

Il Mentalista si è fatto riflessivo. Il Piccolo si sta facendo una dormita in braccio a me. Sfondato dal picco ipercalorico. 

– Beh, comunque il nostro lavoro è aiutare questa gente! In ogni caso e con tutte le nostre forze. Ed è gente buona. Guarda le ragazze che giocavano con tuo figlio. Gente davvero buona dentro. Gente che merita la felicità. E noi siamo qui per dargliela. E il libro è solo l’inizio. I seminari saranno un grande percorso. 

– Se ti stai riferendo a quel nugulo di madri mancate, è abbastanza normale, verso i trenta, sentire forte l’impulso materno. E’ deviato, dal punto di vista comportamentale, sfogarlo sui figli degli altri o sugli animali. Inoltre essere inoffensivi verso il mondo non significa essere buoni, ma essere insignificanti. E non saranno i libri e i seminari a cambiare queste persone. 

Lunga pausa. 

Il Piccolo russa. 

– Vorresti dirmi che sei davvero così cinico e figlio di puttana?

– Si. Ti dispiace se vado. Ho un pranzo alle 13. 

Passo per un veloce saluto all’amico, facendomi largo tra una folla (dieci persone) adorante e traboccante di aspettative, e ringrazio. 

In macchina, verso casa, sento l’intestino del Piccolo produrre rumori disordinati tipici di uno stomaco in battaglia. Dorme appoggiato al seggiolino, mentre il suo intestino prepara la Grande Vendetta. 

Due ipotesi: 

– l’intestino è il secondo cervello, e spesso buona parte delle nevrosi sistemiche vengono canalizzate proprio qui. Coliti e ulcere sono solo la punta dell’iceberg. Questo bambino deve essere aiutato a reinterpretare se stesso, attraverso un percorso detox interiore.

– il nugolo di madri mancate che adora prendere figli in affitto per mezz’ora non ha tenuto conto dell’effetto distruttivo che un vassoio di pasticcini ha sul colon di un bimbo. Anche perchè non possono saperlo. Non hanno un bambino. 

Cagherà tutto il giorno. 

Credo sia dovuto al vassoio di pasticcini. 

Anche se sposo appieno la teoria del colon che canalizza tutte le tensioni emotive.

In ogni caso, sempre merda è. 

Ink

Credeva di averla vista sorridere, ma i riflessi delle vetrine non dicono mai la verità fino in fondo. Lasciano quel margine di dubbio che è ragionevole tenere in molti momenti della vita, tranne quando si tratta di doversi buttare. Insomma, sarebbe stato fondamentale capire se di sorriso, vero e proprio movimento dei muscoli mimici, si trattava. O di smorfia. O di riflessi. 

La porta aveva dei simpatici cartelli scritti a mano, calligrafia ordinata, inchiostro nero su carta ormai ingiallita, con gli orari e qualche avviso. Il giusto spazio tra le lettere, la giusta dimensione. Una buona calligrafia è quasi tutto.

Entrando aveva sentito l’odore di cannella e il forte caldo umido che ci si sarebbe aspettati più in una pasticceria che in un posto del genere. Una luce fioca, mal distribuita, assente. Insomma, il buio. Angoli di luce in un grande buio. 

Sarebbe stato impossibile ritrovarla, tra il buio e il profumo di cannella. Grosse lampadine bianche, senza nemmeno un lampadario. Fili neri, fili rossi, filo giallo. Viti sporche, arrugginite.

Impossibile ritrovarla senza nemmeno un aiuto. 

Inavvertitamente si era messo in un angolo, sotto un cono di luce polverosa, aspettando che qualcosa succedesse. Qualcosa sarebbe dovuto succedere, sicuramente. 

Senza pensarci, sfiorava con le dita il muro, rugoso come una vecchia signora, lasciando che le imperfezioni rimbalzassero sul polpastrello, senza nemmeno darci troppo retta. Così si dovrebbe vivere, senza darci nemmeno troppo retta. Scorrendo veloci, rimbalzando sulle imperfezioni, andando avanti. 

Lei si sarebbe fatta trovare. Ne era sicuro. Il destino, il karma, Dio, il Fato, qualcuno aveva deciso di farli incontrare la prima volta. Sarebbe successo ancora. Se così era scritto. 

L’aveva seguita con lo sguardo, aveva visto il riflesso del suo sorriso, aveva sentito il suo profumo nel naso. Aveva giurato che, un profumo così non si dimentica mai. Uno sguardo così non si cancella più. Eppure non avrebbe saputo riconoscere più quel profumo. 

Da bambino non aveva mai avuto paura del buio. Un vecchio trucco insegnato dal nonno. Guardare le ombre dietro la porta, seguire i fili di luce, e aspettare pazientemente.

Al buio si sente il rumore del respiro. Si divertiva a contare i respiri. Adesso si diverte a passare il dito, sentendo le imperfezioni del muro. 

 

Niente, poi mi sono rotto il cazzo. Ho scritto venti pagine, ma poi ho lasciato lì. Un racconto non finito. 

Niente di imperdibile. Uno dei tanti. Non ho fatto nemmeno in tempo a dare un nome a lui e a dare un volto a lei. Forse per questo mi sono annoiato. Venti pagine senza capire lei, alla fine, che sorriso, che labbra, che naso e che occhi avesse. Non si può vedere. Non è suspance. E’ noia mortale. Forse per questo non ho fatto lo scrittore. Mi annoio. Venti cazzo di pagine. Ieri sera, devastato, stanco morto, bianco cadaverico con profonde occhiaie nere e blu, ho sentito il bisogno di farli avvicinare ancora, nell’androne di un portone, proprio nel sottoscala di un palazzo del centro. Ancora al buio. In una sera d’autunno. In uno di quei sottoscala dove ci infilano le caselle della posta, tutte uguali, numerate. E c’è la porta del locale spazzatura, chiusa, con il cartello della derattizzazione. E c’è umido, perchè fuori piove senza pietà. E loro si avvicinano. E lei sente il suo profumo. E lui sente il suo profumo. E si baciano. E lui sente le sue labbra, che non se le aspettava così. E lei sente le sue mani. Che lui ha questa cosa che fa sempre scorrere il dito, senza nemmeno premere troppo, passando sulla vita e sulle cose. E passa il suo dito, facendo il contorno dei pantaloni, e poi salendo sulla schiena. E poi scende ancora. E si sente, perdio si sente tanto, la voglia di andare avanti. Magari non in un sottoscala. Ma la vita è un po’ così. 

(poi mi sono seduto, davanti alla finestra a fumare. Cristo, sono sei mesi che mi chiedo come abbiano potuto costruire case così disumane come quella in cui vivo. Finestre piccole che danno su cortili brutti. Dio Santo). 

E vanno avanti, con le mani e con le labbra. E lui, per carità lo aveva già capito ma gli uomini hanno sempre bisogno di una conferma, ormai ha capito che quello riflesso nella vetrina era un sorriso. 

E si inginocchia. E lei non si oppone. Lo accarezza, cerca con le mani il profilo del mento, spigoloso. E lui inizia a baciarla. E sente il sapore salato perfetto. Perfetto per lui. 

(Gesti erotici pericolosi, rischiano sempre di rovinare un bel racconto). 

E lui si ferma, per un momento. E respira, il caldo di queste gambe. E sente, nel buio del sottoscala, tutta lei aspettare lui. E pensa, gli uomini hanno sempre bisogno di pensarci due volte, che per una cosa del genere uno potrebbe anche morire. 

Ma poi, si dice, non vorrebbe morire adesso. Perchè vorrebbe andare avanti, e avanti, e avanti. Per sempre. 
Esiste un “per sempre” di questo genere? Oppure la vita, le difficoltà, le salite e le discese, rovinano sempre questa voglia, quest’aria, questo profumo. Oppure, prima o poi, arriva la vita a dirti che è un semplice sottoscala umido di una casa popolare, e che il suo sorriso nella vetrina era per te senza sapere chi tu fossi e quale fosse la tua storia. 

Poi ho spento la sigaretta e mi sono messo a letto. Ho riletto. E ho deciso di lasciare li. 

Un mediocre racconto, con un pezzo bellissimo. Il buio, un dito che scorre su una schiena e un sapore salato nelle labbra di un uomo. 

Lei, secondo me, dovrebbe chiamarsi con un nome bellissimo. Corto e solenne. Ester. 

Lui, secondo me, dovrebbe farsi meno problemi. 

Il racconto avrebbe dovuto intitolarsi Ink. 

Comunque, novembre è sempre portatore di gran belle cose. Sto qui e aspetto. E sicuramente un racconto che si intitola Ink lo scrivo, prima di Natale. E, sicuramente, prima di Natale, voglio levare le mie chiappe da questa tristezza di neon, parcheggi e dormitori popolari che la gente chiama città. La mia, di città, è quella dei sottoscala umidi del centro. 

Post Scriptum:

il post precedente ha registrato 295 lettori unici. Sei di questi lettori mi hanno scritto. Due, donne, sostanzialmente dicendo che è bello dire di amarsi ma che loro, le due donne, si sono rotte il cazzo di uomini che si amano e che poi non amano. Altri quattro, sconosciuti con nickname divertenti, si lamentano del fatto che io sia sostanzialmente un qualunquista del cazzo. Una, sono sicuro sia donna anche se il nickname è asessuato, mi scrive addirittura che: “se tu solo avessi l’idea di cosa sia l’amore, non offriresti il costato a così tante banalità egoistiche”. 

Apprezzo, sinceramente, la profondità sintattica della frase. Solo una donna potrebbe scriverla. Un uomo mi avrebbe scritto: egoista del cazzo. 

Inoltre, da sempre, me ne sbatto sinceramente dell’opinione della maggior parte delle persone. Solo una stretta, strettissima cerchia di uomini e donne è portatrice del diritto di giudizio nei miei confronti. Sono i miei amici. Per il resto, procedo felicemente. Insomma, mi ci sciacquo le palle del petulante giudizio. 

Ma qui la questione è più grossa. Ho scritto una grande verità. E come tutte le grandi verità, non è una mia idea. Viene dal passato. Io sono riuscito a farla mia perchè per amore ho sofferto fino a morire, dentro e un po’ fuori. 

Ma come tutte le grandi verità, da un fastidio enorme. Due sono le reazioni, normalmente. Chi accetta il fastidio e prova a capire. E chi rigetta e si incazza. 

Ora, l’idiota guarda il dito che gli indica la luna. Tu guardi la luna, ne sono sicuro. O almeno credi. 

Perchè, in fondo, la verità è la luna, io sono il dito. Il ruolo di idiota è libero.

Grazie per i commenti. 

 

 

Il Segreto Dell’Amore (La regola per un amore felice)

Una delle cose che, quando sali di livello, ti è richiesta, è autopresentarti prima di iniziare una qualsiasi presentazione.

E’ molto divertente da fare. Devi presentare un progetto, un qualcosa, uno studio, un’idea, e i primi cinque minuti li passi ad autopresentarti.

Mi è stato discretamente facile, ovviamente, preparare le tre slides di autopresentazione. Adoro parlare di me. E per di più, parlarne bene.

Autopromozione del se, primo segnale del declino civile di una persona, di un popolo, di una nazione.

Ci sono diverse scuole di pensiero sul tema. Ovviamente, come la metà delle barbarie di business, è una cosa che abbiamo importato dagli States.

E, ovviamente, è una cosa che ha un senso quando tu sei veramente uno che conta.

Insomma, senza nulla togliere alla mia panettiera, che peraltro in canotta bianca sta anche molto bene e che per anni ho sognato mentre si rotolava nella farina, ma sembrerebbe quantomeno fuori luogo che, prima di chiedere due michette e un pezzo di focaccia alle olive tu ti dovessi sorbire una pomposa presentazione in Power Point.

Come potete vedere, mi sono laureata nel 2005, Lingue, con una tesi sul contributo di Joyce nella rivoluzione della punteggiatura nella letteratura inglese, per poi procedere con una carriera in ambito internazionale, in qualità di cassiera di McDonalds, ma quello dell’aereoporto, che parlavo un sacco di inglese. Poi, Alfredo mi ha messo incinta, che non si è capito se era colpa degli antibiotici o meno, ma la pillola non ha funzionato, ed eccomi qui, fianco a fianco con mia suocera. Michette e focaccia come al solito?

Ho scoperto, con il tempo, che questo vicendevole scambio di informazioni personali, corrisponde più o meno a quando i cani si annusano il culo a vicenda. Non importa come finirà, in una bellissima montata al parco o una notte dal veterinario con i punti alle orecchie, bisogna prima annusarsi.

Ogni tanto, in aereo, rivedo queste tre slide e le correggo. Sono il mio biglietto da visita nel magico mondo delle presentazioni corporate. Una scintillante foto di me pettinato, rasato e incravattato, ovviamente sorridente mentre sorreggo un misterioso oggetto, accompagnata da una pioggia di numeri, tutti positivi.

Certo, si parla di pubblicità baby. Non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo dire la verità.

I miei altissimi standard di crescita sono espressi da un +25%, cinque anni di fila. Scrivilo, con la tastiera. Più, venti, cinque, per, cento.

Tutti i fottuti anni.

Io sono leggenda.

L’anno scorso, una rivista del settore, mi aveva anche messo nella classifica dei migliori manager. Del settore, ovviamente.

Una rivista per panettieri, letta da panettieri, ha messo la mia panettiera nella classifica dei migliori panettieri. Di Milano.

Niente di cui vantarsi, insomma, nella vita reale.

Molto di cui vantarsi, insomma, in questa splendida pausa dal mondo reale che sono le slide di autopresentazione.

Named as Best New Manager in 2012.

Se ci pensi, visto da fuori, fa un sacco ridere. E anche un po’ piangere.

Ma è così che va il mondo.

Quello dei soldi, perlomeno.

Si, lo so. Il tuo amico che ha aperto il baracchino in Brasile, e che vive del suo solo stipendio, mantenedo anche una modella conosciuta sul posto e follemente innamorata di lui, da cui ha avuto due splendidi bimbi, un maschio e una femmina, non ha bisogno di autopresentarsi in Power Point.

In verità nemmeno io. Ma visto che la liturgia lo prevede, lo faccio ben volentieri.

Ovvio che, se appena appena chiedessi in giro, quel più 25% di crescita si trasformerebbe in veri commenti. Ti sto facendo vedere il palazzo costruito, non ti faccio vedere gli operai sottopagati, il cantiere insicuro, le notti insonni, e tutto il resto. Se chiedessi a una delle mie fedeli compagne di avventura, quelle per intenderci che tengono in piedi la mia agenda con ostinata pazienza, ti direbbero che difficilmente sarebbero capaci di trovare uno più stronzo di me. E se chiedessi a uno dei miei venditori, ti confermerebbe che non esistono figli di puttana più figli di puttana di me. Se chiedessi a uno qualsiasi dei miei compagni di viaggio, ti risponderebbero più o meno così: arrogante, stronzo, figlio di puttana, isterico, lunatico, bastardo, egoista, pazzo. Lo so perchè me lo hanno detto. Ma, ovviamente, è più semplice scrivere 25%.

Alla fine delle tre slides ho messo una frase bella, che non centra un cazzo, ma in cui credo molto: Change is always for better.

Oggi mi è toccato fare tutto il giro. Tre clienti, a sorpresa. O forse no. Ho dei problemi di gestione dell’agenda. In ogni caso, la cosa sembrava abbastanza programmata, visto che la sala riunioni era pronta, il caffè servito e il proiettore pronto.

Snocciolo un benvenuto caldo e confortevole. Fatturato, posizionamento, mission e vision. Liturgia della Parola, inizio della Messa.

Poi le mie tre slides. Chi sono, perchè sono qui, perchè dovete fidarvi di me, come cambierò, in meglio, le vostre squallide esistenze.

Sussulto, solo un secondo, spacciandolo per un colpo di singhiozzo, leggendo la frase magica: Change is always for better.

Vado avanti, nessuno se ne accorge.

Chiudo e scappo.

Mi siedo sulla sbarra che da sui campi dietro l’ufficio.

A volte penso che non sia così male essere così in culo al mondo. Credevo di amare solo l’estate, ho scoperto di poter amare anche l’autunno.

E’ un vestito bellissimo, questo autunno, per Milano. E’ un peccato mortale non amare una donna così bella con un vestito così bello.

E’ un peccato, in vertià, non amare.

Credevo si trattasse di un piccolo cambiamento, è una transformazione. Con tutto il bene che porta, con tutto il male che porta.

Change is always for better.

Sono arrivato a ottobre, quasi a novembre direi, smontando con chirurgica precisione tutte le regole che avevo costruito e osservato, con certosina pazienza, per trent’anni.

Regole, pensavo, per definire, gestire e compattare un amore.

Regole che adesso stanno ordinatamente appoggiate vicino a altre cose della mia vita che ho buttato.

D’altronde l’amore, ci è stato insegnato, è l’arma principale da sfoderare, il vessillo da portare, lo scudo con cui difendersi, la via di fuga da percorrere.

Niente di più corretto.

Ecco. Formalmente non dovrei essere nella hot list di quelli che possono parlare d’amore.

Diciamo che, in una immaginaria lista di conferenzieri sull’amore, io posso fare la riserva della riserva. Tipo che se la star della serata ha una colica renale, il suo sostituto si è schiantato con la bici contro un tram, e il terzo si è perso in metrò, potete chiamarmi.

Ma, non confondetevi, solo perchè non ho voglia di parlarne. Solo per quello. Non certo per questo grande, grosso, casino. Perchè, questo ve lo devo dire, lo ho fatto e lo sto facendo per amore.

Ma ne scriverò, perchè parlarne è inutile, per ora.

 

Bentanto, siete qui giunti per ricevere una preziosa pillola sull’amore e sulla perfezione della vostra relazione.

Credo di poter dire di possedere il segreto più assoluto ed eccelso in merito.

Anche se, la maggior parte di voi non vorrà sentirselo dire, e tornerà a gestire delle noiosissime storie di incroci di egoismo, leccature di fallimenti, ingessature di paure, e tutte quelle forme di delirio che vi ostinate a chiamare amore.

Il segreto dell’amore perfetto è qui dentro.

No, dove cazzo guardi. Dentro la frase: il segreto dell’amore perfetto.

Il segreto dell’amore è l’amore.

Si.

Solo questo.

Ma aspetta.

Amore per te stesso.

Chi non si ama, non potrà mai amare. Credo che questa frase sia rubata a qualche cazzo di libro. Ma non ti so dire di chi. Giocherei un venti euro su Paolo Cohelo. Oppure su Fabio Volo. O su Fabio Cohelo.

Ma non importa.

Amati. Santissimi Numi, dici di voler amare, sei disperato, solo, angosciato, perchè non trovi una donna. Sei triste, depressa, infelice, perchè non trovi un uomo.

Perchè vorresti dare loro questa cosa tremendamente grande, che è il tuo amore, la tua vita, il tuo futuro.

E poi non ti ami. Ti deprimi, ti ossessioni, ti intristisci.

E che cazzo, è un po’ come il ciccione che vuole insegnare agli altri a dimagrire.

Io non amerei mai una donna che non si ama davvero.

Lo ho fatto. Ed eccomi qui.

Amati, cazzo.

Fallo. Tutti i santi giorni. Corteggiati, invitati a cena, sorprenditi con un libro, risolvi i tuoi cazzo di casini, tieniti bello per te stesso, accarezzati, fatti delle sorprese.

Saresti stata stupenda, te lo dico con il senno di poi, se ti fossi amata veramente. Ti avrei amato veramente anche io. Alla follia.

Amatevi. Cazzo.

Prima di amare gli altri.

Si, anche in senso fisico. Amate il vostro spirito. Amate il vostro corpo. Amate il vostro passato. Correggete il vostro futuro. Amatevi.

Il Segreto dell’amore è nell’amore.

Ho finito.

Amen.

Ma è molto vero. Molto. Davvero.

Poi, dirvi che sia facile sarebbe mentirvi. Ma tutte le cose belle sono difficili da ottenere. Un buon rhum richiede anni di invecchiamento. Un libro richiede notti insonni. Una modella russa richiede molti soldi. (ecco hai rovinato tutto, vecchio maiale, sembravi quasi meglio di Fabio Volo).

Non sapete nemmeno quanto io veda, tutti i giorni, gente che si lamenta di non essere amata e che non si ama.

Amen, fratelli.

Io vi amo. Direttamente quanto amo me stesso. Quindi molto. Ma posso migliorare.

 

Svariati Post Scriptum (lettura opzionale):

Fabio Volo è morto. Come personaggio. Dai, fatevene una ragione. E’ finito.

Tra pochi giorni esce al cinema il film sul “Paradiso Degli Orchi”. Bene, amatemi e portatemi al cinema. Fatemi una sorpresa. Vi prego. Chi non ha letto Pennac non merita il mio amore. E più in generale non merita l’amore.

E’ pur vero che dietro a ogni successo ci sono molti fallimenti. Iniziare ad amarvi potrebbe costarvi molta fatica. Perlomeno a me sta costando molta fatica.

Il prezzo medio di una modella russa varia da città a città. Diciamo che mediamente, in Europa, costa sui 200 Euro l’ora. E’ un prezzo particolarmente elevato se pensate che, pur essendo modella, pur essendo russa, pur essendo pagata, farà con voi esattamente le stesse cose che farebbe la, che ne so, vostra vicina di casa, o la vostra dirimpettaia di scrivania. Vi invito, pertanto, a considerare l’investimento e offrire una cena, dello champagne e due tulipani alla vostra vicina, alla dirimpettaia, alla panettiera.

L’autopresentazione (Self Short Overview) è un processo iniziato dal MIT di Boston, per i suoi speakers e i suoi graduates che negli anni ottanta iniziavano ad andare in giro per il mondo. Consta in tre slides, generalemente tre, che devono ottenere l’ambizioso risultato di far vedere al vostro pubblico che siete decisamente preparati, di successo e orientati al futuro. Se non lo avete mai fatto, fatevi la vostra SSO. E’ figo averne una. Poi se non avete nessuno a cui farla vedere, io ci sono. Un bicchiere di rhum e vi ascolto. E’ molto figo farsi autopubblicità.

Nonostante le cicatrici della mia vita aumentino a dismisura ogni giorno, sono davvero convinto che il cambiamento sia sempre positivo. E, anche se il vecchio Steve è stato gonfiato a dismisura negli anni, vi lascio un prezioso regalo: qui. Risponde alla domanda che, nei vostri picchi depressivi, vi siete fatti troppe volte: e se morissi domani? Ecco, il vecchio Steve un giorno si è accorto che quel domani era davvero domani. E si è risposto. Devo a Steve Jobs questa cosa: io la chiamo fretta di vivere, e mi possiede e mi divora. Perchè l’unica domanda vera è: cosa succederebbe se davvero domani fosse il mio ultimo giorno? Faresti ancora tutte le cazzate che fai oggi per giustificarti, fingere di amarti, nasconderti? Non penso.

Ti ameresti. 

(ovviamente il video è in inglese. Ti ami poco se non lo capisci. L’inglese, dico. Ma sono cazzi tuoi).

E se tu morissi domani? 

Life is short fritz… 

Io Sono Leggenda (Lo ScacciaFighe)

Ieri, abbozzando un difficile sorriso davanti al cielo grigio, al freddo atomico, e a una pila di cose da stirare alta quasi come un bambino di sei anni, ho riepilogato brevemente l’elenco di libri, dispense, materiale vario, che devo preparare per l’esame di venerdì. Mi manca, a oggi, la lettura (lo studio, in verità) di un intero tomo di 426 pagine, dall’accattivante titolo: Lean Thinking. Wow. Un rapido calcolo matematico mi ha fatto arrivare alla conclusione che devo abbozzare un centinaio di pagine a sera. Quattro sere. Si lo so, sono cinque. Ma non si inizia mai a studiare la sera stessa. E’ molto meglio passare una sera intera seduti fissi davanti al mobile bar, odorando il posacenere e bevendo rhum. Io non ho nemmeno un mobile bar. Ma ho un posacenere bello pieno. Cento pagine a notte, comunque. 

Il Taylorismo e il Fordismo a confronto con il Toyotismo. Argomentone. Il ragionamento sul Muda, lo spreco (in giapponese, perchè questo cazzo di libro è tutto sui termini giapponesi) che è il vero nemico. Come il Peccato per i cattolici, lo Spreco per i Toyotisti è una cosa gravissima. 

Va da se che se sei cattolico giapponese e toyotista, il peggio che ti può capitare è peccare sprecando. 

Nel buio della tua stanzetta da giapponese cattolico toyotista, nella solitudine della notte, lasci che la mano cada lentamente verso le mutande. Ah, fermo è peccato! E per di più, ogni singolo spermatozoo sprecato è un Muda! 

Questo genere di ragionamenti scorrono piacevoli nella mia mente mentre affronto con stile la pulizia del bagno, spruzzando detergente ovunque e passando con una spugna sporca che ho trovato sotto la lavatrice. 

Ecco, senza lamentarsi troppo, ma è evidente che in questa situazione sia necessario fare due importanti ragionamenti. 

Il primo, piacevole autoerotismo mentale, è che la mia cultura cresce a ritmi spaventosi. Ormai, la mia delirante deriva tuttologica veleggia verso un mare di macro conoscenze generaliste. So un po’ di tutto. 

Ma il vero ragionamento drammatico è nel constatare quanto questo sia segnale preoccupante di scacciafighismo. 

Io sto diventando uno scacciafighe. 

Meglio, io sto diventando una leggenda nel settore: Lo Scacciafighe. Il Gran Visir degli Scacciafighe, il Boss dei Nerd, la quintessenza della solitudine sentimentale, la Mecca dell’astinenza sessuale. 

Niente, solo per constatarlo. 

Non che mi preoccupi, al momento, la cosa. Sono concentrato sulla regolazione dello spruzzino detergente, che mi sembra lievemente otturato e pertanto non riesce ad erogare un getto uniforme sull’asse del cesso, costringendomi a un doppio passaggio di mano con la spugnetta, provocando un Muda interiore e un pericoloso spreco di energie cinetiche. Le ripercussioni sono gravissime. Dal piccolo problema dell’erogatore, al doversi alimentare ulteriormente per sopperire alla carenza energetica generata dal numero ulteriore di passate di spugna, fino al gravoso gap economico da sostenere per alimentarsi ulteriormente, per arrivare al fallimento finanziario il passo è brevissimo. 

Un battito d’ali di farfalla a New York provoca un terremoto a Pechino. Un cazzo di erogatore potrebbe mandarmi in rovina. 

Oh cazzo, sto diventando uno ScacciaFighe. Lo sono già.

Appoggio lo spruzzino detergente, mi siedo e mi accendo una sigaretta. 

Quando, tutto questo, è iniziato? 

Abbandono per un attimo i necessari ragionamenti sull’apertura dell’infisso per fumare, con conseguente spreco di calore, lievitazione della bolletta, pericoloso deficit economico, eccetera eccetera, per concentrarmi. 

Dunque. 

Io ho un grande vantaggio rispetto alla media dei maschi che mi circondano. Io sono in grado di capire, nella maggior parte dei casi, il modo di ragionare delle donne. In tutte le delicate fasi della loro vita. Le capisco. Questo mi ha sempre dato un vantaggio competitivo enorme, perchè, va da se, capire una donna ti mette nella facile condizione di poterla circuire e dominare. 

Cosciente del mio dono, per anni ho seguito attentamente moltissime donne, accrescendo la mia esperienza e giungendo a un livello di affinità elettiva difficilmente replicabile dal maschio medio. 

Inoltre possiedo un discreto gusto nel vestire, un corpo nella media, una massa doverosa di capelli, e lo spirito giusto per prendermi in giro. Elementi fondamentali per far sentire una donna a proprio agio. 

Ho una macchina con i sedili di pelle, le figure sul navigatore, e il riscaldamento bi zona, elementi che attirano inevitabilmente una donna, illudendola del fatto che alle spalle di questo ci sia stabilità, forza e dinamismo. 

D’accordo, non possiedo una cabrio. Quello è un rigore a porta vuota. Sto ancora studiando la relazione tra alcuni elementi e il crollo delle difese di una donna. Tipo il fisico da nuotatore. Che non possiedo. Ma ho compreso che quello è lo standard di perfezione che una donna ritiene necessario per cedere in tempo record, utero, dignità e vestiti. 

La cabrio è la stessa cosa. Non ho ancora capito che relazione ci sia tra cavalli fiscali, tetto hard top, sedili in pelle e figa, ma posso con certezza affermare che la forza centrifuga esplosa durante una forte accelerazione di una Porche o di una BMW, nel maschio provoca un lieve indurimento del pene e l’arrivo dell’intestino nella trachea, ma nella femmina provoca fenomeni molto più interessanti quali l’approssimativo orgasmo sensoriale, la caduta dell’inibizione, e un forte senso di sottomissione. 

Poco importa se poi tu non sia proprietario della suddetta autovettura. Per comprarla, nel 98% dei casi, hai fatto rate massacranti. Questo, fisicamente, ti rende proprietario di un finanziamento impegnativo su un asset che perde la metà del suo valore in meno di due anni. Insomma, un investimento da deficiente. Ma questo non è importante. 

Alcune donne, una minoranza, è sessualmente attirata dal fallimento e dai suoi luoghi comuni. 

Funky hippies del cazzo che non lavorano, non studiano, non fanno una beneamata minchia tranne che coltivare una barba ispida e un gusto orrendo per i capi di velluto di H&M. 

Hipster del cazzo. 

Artisti falliti, scrittori incompresi, artigiani mancati, cinquanta sfumature del fallimento. Una miriade di femmine sono attirate dal ferormone del fallimento. Diventano, in pochi istanti, inconsapevoli seconde madri, accoglienti tate, forti compagne pronte a giustificare il tuo non fare un cazzo per tirarti fuori. 

Sono le donne più pericolose. Perchè odiano il successo e la realizzazione degli altri, e giustificano in ogni caso il deciso procedere dei loro uomini verso la morte intellettuale. Tra l’altro, sono le stesse donne attratte dalla musica latino americana e di conseguenza dagli enormi peni dei ballerini cubani. 

Ecco, questo non è il mio genere di donna. Anche perchè io tendo a fallire a modo mio. E non ho bisogno di una seconda madre. 

Insomma, ho sempre avuto un discreto fascino e la capacità di caricare un discreto numero di complimenti e apprezzamenti. 

Non sono mai stato afflitto dall’annoso problema della uteropenia, la carenza di uteri, nonostante io abbia un ritardo medio sulle mode (abbigliamento) di due stagioni (oggi mi vesto come andava di moda nel 2011), nonostante i miei gusti musicali siano decisamente ostici per una femmina, nonostante la mia (non nascosta) venerazione per la cinematografia d’autore sovietica, nonostante il mio malcelato cattocomunismo serpeggiante, nonostante la lieve forma di compulsività ossessiva con cui ripeto le mie abitudini, nonostante il fatto che io dica (la maggior parte delle volte) quello che penso, sotto forma di giocosa battuta (ed esprimendolo con un linguaggio più adatto a uno scaricatore portuale stanco di una dura giornata di lavoro). 

(dire quello che penso è, nella maggior parte dei casi, un irrimediabile errore umano, sappiatelo). 

Nonostante tutto, insomma. 

Però, or ora, mi trovo a dover ammettere che, inspiegabilmente, c’è un certo qual margine di discussione sul fatto che io stia davvero diventando uno SacciaFighe. 

Non lo potrò mai diventare totalmente. Non mi intendo di calcio, non mi puzzano le ascelle, e controllo con una certa regolarità il tartaro. In più il mio reddito iniziale, insieme a una certa arroganza professionale (su cui baso tutto il mio lavoro) mi rende sempre salvo. 

Però, è innegabile, qualcosa è cambiato. 

Finita la sigaretta, finisce anche il problema. 

Ritengo, al momento, il problema dell’erogatore di detergente e le quattrocento pagine da studiare, prioritari rispetto alla quasi totale mancanza di relazioni con esseri umani di sesso opposto. 

Ma, lentamente, si insinua in me la consapevole essenza dello Scacciafighe. 

So come combattere questo male. 

Una volta finito di combattere il fordismo, combatterò lo Scacciafighismo. 

Sulla questione degli erogatori, cazzo, devo ammettere di essere impotente. 

Eppure, è da queste piccole cose che si vede un uomo vero. 

 

 

 

 

Guida Inutile per Dubai – tariffario puttane aggiornato

Mentre inizio a scrivere un compatto gruppo di puttane entra nella lobby, portando una ventata di caldo umido e una rassegna di profumi degni di una vera e propria perversione olfattiva.
Camminano su tacchi impressionanti, quasi scivolando sul marmo, verso l’entrata del night dell’hotel.
Una turista americana, dallo sguardo bovino e dalle tette gonfie, le osserva mentre procede decisa in una delicata pulizia delle unghie del piede destro.
Il sinistro, corredato di cerotti per calli, è appoggiato sulle ballerine. Il fidanzato, forte di una muscolatura più adatta a un bufalo che a un uomo, sta giocando da mezz’ora con un cammello dorato.
Due tavoli più a destra, due balene tedesche conversano animatamente, fermandosi solo per bere del the bollente.
La routine delle lobby è una delle cose che preferisco per dissolvermi nelle storie degli altri.
Ordino del Sangre De Toro, un vino che dovrebbe costare meno di una decina di euro a bottiglia e che qui mi costa la bellezza di quarantacinque dollari a bicchiere.
E’ la mia ultima sera.
Non è facile, staccarsi dal caldo e dal mare. Mi ero ripromesso di scrivere una lista delle dieci cose che mi sono piaciute di Dubai, mentre ero a rosolare sotto il sole cocente sulla terrazza della piscina, ma sono rimasto coinvolto in un affaire di cannocchiali e panzoni.
Una storia troppo interessante per essere evitata. Ero a conoscenza dell’esistenza di un vasto pubblico di appassionati di aerei.
Quelli, per intenderci, che si mettono contro le recinzioni per fare le foto mentre tu atterri e guardi fuori.
Non so come si chiamino. Ma trovarmene una decina, appostati sull’angolo della terrazza dell’hotel, armati di computer, cannocchiale e birra, mi ha lasciato parecchio perplesso.
In effetti l’hotel è in una posizione strategica, perlomeno per loro e per le puttane.
C’è del fermento, in questo clan, perchè la Emirates spalma nel corso della giornata un paio di partenze di A380, il nuovo Airbus a due piani gioiello dell’aviazione e simbolo del progresso.
Così si sono presi un aereo, un Boeing 777, ci tengono a precisare, da Francoforte, per fare due giorni qui. In osservazione.
Non riesco a nascondere la mia perplessità. Il panzone con cui parlo, lasciandosi un baffo di schiuma di birra sul labbro superiore, scivola in uno dei cinquecento luoghi comuni che affollano il Medio Oriente.
Mi dice, compiaciuto, che la Emirates, in quanto più grande compagnia al mondo, è la prima per investimenti di rinnovo della flotta.
Argomento, peraltro, di cui nessuno tranne che un manipolo di spostati armati di cannocchiale, potrebbe apprezzare.

Ma la cosa mi fa sorgere un dubbio, un atroce dubbio. Che anche voi siate di quella vasta schiera di uomini e donne che vivono nel fango della disinformazione?
La Emirates è la migliore compagnia al mondo secondo SkyTrax, ma i vecchi baffoni della Lufthansa sono la prima compagnia aerea per ricavo operativo e gli yankee della Fed Ex per tonnellate.

Dubai, specialmente per un italico cittadino, è piena zeppa di luoghi comuni. Con i quali, l’italico medio, non si scontra nemmeno troppo, felice di puttane, piscine e sole.

Anche qui, va detto, i concittadini si riconoscono con discreta facilità, anche se la Palma d’Oro per tamarraggine va agli amici russi che uniscono l’abile cafonaggine dell’ostentazione a un particolare gusto per le impossibili associazioni cromatiche.

Eccoci quindi a una breve, ma densa, guida per Veri professionisti del turismo, veri uomini e vere donne, dall’animo senza confini.

Partiamo dalla base, la domanda che ulcera l’intestino delle mogli rimaste in Italia e che sollazza i sogni dei mariti imbarcati sull’Emirates delle sette e un quarto. 

Ma è vero che a Dubai ci sono le puttane?

Bene, la risposta è semplicissima. Il numero di prostitute presenti a Dubai è superiore al numero di prostitute presenti in tutta Europa. Tutta Europa, hai capito bene.
Dubai è un’emirato, uno dei sette, arabo unito. E sono emirati che applicano la legge islamica. La Sharia, credo si chiami.
Insomma, non puoi limonare in strada, non puoi fare il dito a un coglione che ti taglia la corsia, non puoi trombare in macchina, e nemmeno lasciare che la tua fidanzata provi la minigonna a passeggio. Nemmeno farti una birra su una panchina. 
Però Dubai è anche un immenso conglomerato di hotel. E la legge, non scritta, è che quello che succede in hotel rimane in hotel.
Occhio non vede cuore non duole, rivisitato in salsa mediorientale.

Dubai, per il turista europeo, è una grande Las Vegas senza casinò.

La tamarraggine a cui tende il cittadino medio europeo, qui è portata ai massimi livelli, grazie a un proficuo connubio con il petroldollaro.
A Dubai puoi fare paracadutismo, surf, kite surf, wind surf, montagne russe, sciare, mungere una cammella, snowbordare sulle dune, guidare una Ferrari e cenare sul porto nello stesso giorno.
Il sogno di ogni tamarro fatto realtà.

Devi però sapere che:

– il sistema economico che vedi luccicare nelle finestre dei grattacieli è crollato miseramente. Addirittura svendono i monolocali e i bilocali, e molti restano sfitti. Quindi non ti illudere. Il gioco è finito. Se non ci fosse l’emiro di Abu Dhabi, il cugino incazzoso, sarebbero messi come l’Italia.
Beh, come l’Italia senza Berlusconi. No, non come l’Italia senza la mafia. Qui la mafia è discretamente importante.
Il 97% delle attività passa dalla famiglia reale. Che a casa mia si chiama mafia. Insomma, se vuoi aprire la piadineria che sogni da sempre, proprio vicino all’hotel a forma di vela, (Burj Al Arab), sappi che devi farti amico qualcuno della famiglia reale.
Che è un concetto abbastanza allargato. Tipo al quindicesimo grado.
Cugini dei cugini dei cugini dei cugini dei cugini. Camorra, Desert Version.

– Gli Emiri sono tutto tranne che integralisti. Smetti con questi cazzo di commenti da leghista ubriaco di Tavernello alla festa della Lega di Sedrina.
Dubai è il primo paese al mondo per immigrazione. I locali, per darti un’idea, sono il 20%. Gli immigrati, se la matematica non ti molla proprio adesso, l’80%.
Tanti, tanti davvero, indiani e iraniani. No. Di italiani non ce ne sono tanti. Inoltre, per tua deliziosa informazione, Dubai ha pagato e costruito una chiesa cattolica e un tempio indhi.
Proprio mentre tu guardavi Borghezio minacciare di mangiare maiale sulla terra dove avrebbero dovuto costruire una moschea.
La chiesa, ci sono stato, Saint Mary, è un multisala. Più di millesettecento posti, due proiettori, aria condizionata, e due altari. Roba da lusso

– Si, è tutto bellissimo, ma tutto ha un prezzo. Ricostruire l’America e l’Europa in mezzo al deserto, ha un prezzo molto alto in termini di inquinamento.
Giusto per fartelo sapere. So che non ti senti in colpa. Ma ultimamente frequenti i mercatini a kilometro zero, e compri le prugne coltivate dal tuo vicino.
Poi vieni qui e bevi birra Peroni, prodotta in uno stabilimento di Roma e comodamente aviotrasportata. E piazzi l’aria condizionata a meno sette.
Fallo. Io ieri ho bevuto Prosecco mangiando pesce francese. Ma poi non comprare le prugne.

– Gli Emiri hanno una forte accezzione cazzodurista. Devono, per forza, fare tutto in grande. Il palazzo più alto (che si chiama Burj Khalifa perchè lo ha finito di pagare Al Khalifa che è l’emiro di Abu Dhabi, poi ci torniamo), il porto più grande, l’hotel più grosso, l’hotel più alto, l’hotel più largo, lo scivolo più lungo.
All’infinito. Dev’essere una forma di cazzodurismo senile che prende chi ha tanti soldi.

– Quello con il soldi, appunto, è l’emiro di Abu Dhabi. Che, nei ritratti appesi ovunque, è parecchio incazzoso. Lui ha il 90% del petrolio degli emirati. Ergo, un sacco di potere. Una banca, fatta di perforazioni e grande fiducia nel fatto che le auto elettriche restino un sogno hipster per ricchi sfigati. Da qualche tempo, paga i debiti del cugino meno fortunato, quello di Dubai, che vive di turismo e denaro in nero. (Dubai è interamente costruita sul riciclaggio indiano, pachistano e iraniano, ma questo è poco cool da sapere). Passando per le ville della famiglia reale, in effetti, vieni preso da una certa tristezza.

Però, dall’alto della mia perversione statistica, qualche numero è davvero interessante. Tipo, Dubai ha 1500 moschee.
Millecinquecento. Per due milioni di abitanti. La metropolitana (verde e rossa, facile facile, come Milano) è la più lunga al mondo senza guidatore. Noi milanesi stiamo aspettando l’Expo 2015 per avere due stazioni della linea Lilla senza guidatore, questi ne hanno 75 kilometri.
Il Dubai Mall, con 31 milioni di metri quadrati di superficie commerciale, è il centro commerciale più grande al mondo.
Immaginalo come un grosso, grasso, vibratore.
Davvero.
Gli effetti sono gli stessi. Su tua moglie, che mugola di piacere ogni due vetrine, e su di te, che senti un forte dolore rettale ad ogni passaggio della carta di credito e che, umanamente, ti stanchi dopo dieci minuti.

Davanti c’è la torre (Burj Khalifa, appunto) più alta al mondo. Con dentro un hotel di Giorgio Armani. E settantacinque ascensori. E un sacco di coda per salire a vedere giù (che è uno sport che adoro fare: Chicago, Taipei, Singapore, Shanghai…) 

L’Atlantis, che è l’hotel che sta sulla punta dell’isola a forma di Palma (penisola per esattezza), è stato inaugurato con quindici minuti di fuochi d’artificio, una roba in piccolo, per la famiglia. Un miliardo di dollari di fuochi. Dividilo per quindici minuti.

Mi piace, questo cazzodurismo.

Mi perplime il turismo, Dubai è un posto che non meriterebbe più di quarantotto ore. Ma forse, nemmeno trentasei.
Ma sembra l’unica occasione, al momento, per osservare da vicino la replica perfetta di Babele. 

PS: il tariffario delle puttane al momento non è disponibile. Attendo ancora l’aggiornamento del mio collega tedesco che, leggenda narra, sia stato avvistato al bancomat a prelevare duemila dollari americani.  In ogni caso, portati la carta di credito. Servirà. 

 

Arabesque e Burlesque

Mi ero dimenticato di un interessante particolare.
La camera è addobbata a festa. Rose rosse sul tavolino, una bottiglia di champagne con due flut, petali di fiore in bagno.
Sembra più il set di un porno di Siffredi old style. Sul letto, petali di rosa e un bigliettino con il benvenuto del direttore che ha il piacere di offrirci una scatola di Godiva.
Il valletto, mai nome più appropriato per un idiano che peserà venti kili e mi arriva alla cintura, aspetta pazientemente la sua mancia. Cerco in tasca e gli metto in mano due banconote.
Sono la fortuna di tutti i valletti, visto che il mio cervello per convertire la valuta locale in euro ci mette circa, mediamente, quattro giorni. Potrei avergli dato duecento euro. Non ne ho idea.
Ma dal sorriso, minimo e forzato, è più probabile che gli abbia dato venti cent.
Lo chiudo fuori, mi tolgo le scarpe, mi siedo sul letto e prendo un petalo di rosa.

Welcome in Dubai, We hope for you a wonderful HoneyMoon!

Eh già.
Appeso contro l’armadio, il mio smoking a noleggio aspetta di essere portato in giro. Per lei, un comodino pieno di libri che il suo personal shopper le consiglia di leggere. Per me, una raccolta di sigari, con scritto piccolo piccolo il prezzo.
Prendo un Romeo Y Julieta. Lo annuso.
E’ un bene che io non abbia soldi sufficienti a fare questa vita tutto l’anno.
Sarei morto da un pezzo.

Accendo il Sigaro, lentamente, come mi è stato insegnato. E’ tristissimo essere sul set perfetto di un film romantico. Perlomeno se sei solo, sudato fradicio e stanco.

Ormai, mi dico, visto che ci siamo, balliamo.
Apro lo champagne. Dio, quanto mi piace, lo champagne.
Apro la scatola di Godiva, cerco lo stereo, accendo e metto Frank Sinatra.

Seppure Witchcraft sia spettacolare, la canzone migliore per fingere di essere Frank Sinatra, armeggiando a piedi nudi con uno champagne in un hotel di lusso, è You Make Me Feel So Young.
Metto un volume vergognoso. Mi scolo lo champagne, mi piazzo davanti allo specchio e parto.
Iuuuuu end aiiiiiii, ranin a cros of medal, iu meik mi fil so ianggggggg, ene iven uen aim old end grei….

Potrei, tranquillamente, vincere tutti i concorsi di Franksinatrismo davanti allo specchio. L’ambiente aiuta.
Anche il mio pubblico mi ama… Dio, vogliono il bis.

Allora parto con il mio pezzo forte.
Ai gat iu ander mai schiiiiinn, aiv gat iu diip in de art of meeeeee.

aiv gat iu aaaaaander mai schinnnn. Ai trai so not tu giv innnn, ai set tu maiself dis afer never go so uelllll.

Ci metto anche lo schiocco di dita, che il mio pubblico adora.

In verità, I’ve got you under my skin è il mio pezzo forte per davvero. Visto che era la canzone del mio primo Thanksgiving day. Secoli fa. Abbandonato in un hotel del centro di Chicago.
Ho passato la serata da solo a bere vino rosso e cantare sottovoce Frank Sinatra. Da quel momento, è diventata la mia canzone per questo genere di momenti.
Che, a quanto pare, si ripetono con allarmante frequenza.

L’umore torna normale. Rimuovo rose, petali e auguri di tutti i manager dell’hotel. Chiamo in reception e annullo un paio di massaggi di coppia, una cena in terrazza, un tour domenicale, il personal shopper.

– Ma quindi il signore è solo?
– Corretto
– Sono davvero spiacente.
– Io, al contrario, estremamente sollevato.
– Desidera compagnia per questa sera?
– No, ho lo champagne. Grazie

Esco in strada, la botta tra aria condizionata a diciannove gradi e i trentasei con umidità al 87 percento mi fa salire il pranzo pressurizzato.
L’odore di gasolio, i clacson, l’aria pesante, le luci dei grattaceli. Bentornato a Dubai.

Recupero un paio di colleghi, che fingendo di non capire, si stavano infilando nel night di fianco all’hotel.
Andiamo a bere, compagni di viaggio. Andare a puttane alle otto e mezza di sera è terribilmente nordico. Abbiate pietà del buongusto, certe cose si fanno dopo la mezzanotte.
Sembro convincente, visto che mi seguono fin dentro a un ristorante iraniano.

Quando non capisco cosa c’è scritto sui menù, faccio due cose: chiamo la cameriera, ordino pollo e riso, che sicuramente mangerò e poi quattro piatti a caso. Così, per vedere cosa mi arriva.

Ho voglia di camminare, il caldo non molla, l’odore di smog nemmeno.

Lascio i colleghi davanti al night, perlomeno in un orario più accettabile per questo genere di cose, e parto verso il nulla.

Passo vicino a una lunga serie di taxi. Scendono turisti fuori forma, sudati e allupati e sottilissime ragazze, su vertiginosi tacchi, con minime minigonne e enormi tette fuori.
Se, appena appena, ti siedi fuori da questo spettacolo, respiri tutto il profondo squallore del gesto atletico.
No, non mi rifersico al pompino in camera, con il panzone sudato che rantola e la ragazza che, suppongo, si domandi come sia possibile avere una pancia così grossa e un pene così piccolo.
Mi rifersico al camminare per strada, sorridendo e scherzando con una puttana, solo per la sicurezza delle sei o settemila miglia che ti separano dalla moglie e dal freddo.

Mi fermo a un chiosco, bevo della Fanta a non so quale gusto.

Punto verso una moschea, e mi siedo sul muretto. Posso osservare il viale, la gente, il casino e le luci.
Devi saperlo, a me Dubai mi perplime parecchio.

Anche perchè farmi cinque ore di volo per fare una foto su un grattacielo e ammazzarmi di shopping al fresco, gelido, di un super centro commerciale non è propriamente l’idea di viaggio che ho.
Guardo verso ovest. Credo sia ovest. Non ho nessun fottuto punto di riferimento.
A parte che non so leggere le stelle, nonostante lo abbia millantanto per anni pur di limonare in spiaggia, ma qui non si vedono stelle.
Fottuto inquinamento luminoso.
Guardo verso est. A tre ore di macchina da qui c’è l’infinito dell’Oceano. Altro che cazzo di piscine e puttane.
Anche se, volendo, una bella, si lasciatemelo dire, vi prego lasciatemelo dire, avanti, cazzo, una bella, dai lasciatemelo dire, una bella, sfiancante, nuotata in piscina ci vorrebbe proprio.

Ritorno verso l’hotel. E’ tardi, sono stanco, domani inizia la battaglia.

Post Scriptum:
Seppure il disco dove Robbie Williams scimmiotta Frank Sinatra sia una divertente variante sul tema, su una cosa non transigo.

Somethin’ Stupid, nella versione originale, dove Frank duetta con Nancy Sinatra, è la canzone perfetta.
Ha il sapore dello champagne.
Per questo, salito in camera, mi concedo l’ultimo ballo e mi finisco la bottiglia.

Io, quando scoppierò d’amore, prenderò una donna e le dirò che non so ballare. E la prenderò per mano e la farà ballare sulle note di Somethin’ Stupid.
E la bacerò, precisamente, quando la voce di Nancy si disperde nella cuffia destra.

Dio come sono romantico.
Ed essere romantico in questo puttanodromo mediorientale non è roba da tutti.
Nemmeno scolarsi una bottiglia di champagne da solo prima del meeting più importante dell’anno.

Se vogliamo, nemmeno addormentarsi nudo con intorno petali di rosa e cenere di sigaro. 

 

Life is short fritz, Inshallah!

Le donne che non voglio frequentare (sono di fretta)

Nei prossimi sedici giorni, sarò in Italia meno di ventuno ore. Di cui quattro in aeroporto, due per arrivarci, e otto per dormire. 

Diciamo che sono, un filino, sotto pressione. Normali contrazioni della mia agenda. 

Mi fermo, venti secondi, per ingerire una banana, prima di entrare in sala riunioni. E’ la mia ultima riunione in Italia. Poi, per un po’, mi levo dai coglioni. E percepisco una certa felicità, probabilmente dovuta al fatto che le donne che ho davanti percepiscono la mia sparizione come una liberazione. 

Sono abituato a questa sensazione. Molte donne lo hanno fatto. 

Le ho tutte davanti. Con le loro ballerine, con i loro profumi. 

Ho ancora la banana tra la trachea e il colon. Ho un rapporto difficile, in questo periodo, con tutto quello che mi fa perdere tempo. 

Tipo mangiare, stirare, le donne, e fare la raccolta differenziata. 

Annuncio il mio ritorno per la metà di ottobre. Respirate adesso, che lo potete fare. 

Dato che sono di fretta, mi appoggio ai cari amici del Deboscio per un breve riassunto delle donne che non voglio frequentare

qui

Poi, visto che le donne che frequentano questo blog, che hanno un cane nella borsetta e le Hogan ci rimangono male, anche per loro metto qui una lista: 

qui 

Insomma tutti contenti. 

Io corro, scusate ma devo farlo. Poi, quando mi fermo, vi racconto. 

Però, una cosa la pensavo davvero: io non riesco a tollerare le persone che mi fanno perdere tempo. Ecco, passino le tue Hogan o il fatto che tu sia pelato e guidi una Z4. Fai, della tua vita, quello che vuoi. Ho smesso, quasi un anno fa, di avere ragione su tutto. Al momento mi sento anche meglio. A non avere ragione su tutto. Ma ti prego, non mi far perdere tempo. 

Con tutte le tue cazzate. 

Saluti, amici lettori. Adesso vado. Faccio due valigie, una leggera, magliette e camicie, una pesante, maglioni e scarponcini. Una la lascio a casa, una me la porto in aeroporto. Poi butto i vasetti di yougurth. Prendo le ventisei camicie che devo stirare. Non le butto. Le porto in tintoria. Insieme ai vasetti di yougurth. O no. Poi vado a salutare il Piccolo. Cosciente del fatto che fino a tre anni i bambini non hanno il senso del tempo. Quindi è inutile che, con tono malinconico, mi sieda di fronte a lui e gli dica: Piccolo, papà parte e torna fra due settimane. E’ meglio che mi sieda davanti a lui e ci si finisca, in due, e velocemente prima che la mamma ci becchi, un pacchetto di Dixie. 

Io, a pensarci bene, a quello che mio padre ha fatto nel corso degli anni, sarei stato più contento con un pacchetto di Dixie finito abusivamente. 

Poi corro in aeroporto. Prendo un aereo, fidandomi ciecamente della prenotazione fatta da una delle mie donne, quella con i mocassini e i pantaloni a sette ottavi. Che poi di aerei, nelle prossime due settimane, ne prenderò parecchi. 

See ya fritz