Arabesque e Burlesque

Mi ero dimenticato di un interessante particolare.
La camera è addobbata a festa. Rose rosse sul tavolino, una bottiglia di champagne con due flut, petali di fiore in bagno.
Sembra più il set di un porno di Siffredi old style. Sul letto, petali di rosa e un bigliettino con il benvenuto del direttore che ha il piacere di offrirci una scatola di Godiva.
Il valletto, mai nome più appropriato per un idiano che peserà venti kili e mi arriva alla cintura, aspetta pazientemente la sua mancia. Cerco in tasca e gli metto in mano due banconote.
Sono la fortuna di tutti i valletti, visto che il mio cervello per convertire la valuta locale in euro ci mette circa, mediamente, quattro giorni. Potrei avergli dato duecento euro. Non ne ho idea.
Ma dal sorriso, minimo e forzato, è più probabile che gli abbia dato venti cent.
Lo chiudo fuori, mi tolgo le scarpe, mi siedo sul letto e prendo un petalo di rosa.

Welcome in Dubai, We hope for you a wonderful HoneyMoon!

Eh già.
Appeso contro l’armadio, il mio smoking a noleggio aspetta di essere portato in giro. Per lei, un comodino pieno di libri che il suo personal shopper le consiglia di leggere. Per me, una raccolta di sigari, con scritto piccolo piccolo il prezzo.
Prendo un Romeo Y Julieta. Lo annuso.
E’ un bene che io non abbia soldi sufficienti a fare questa vita tutto l’anno.
Sarei morto da un pezzo.

Accendo il Sigaro, lentamente, come mi è stato insegnato. E’ tristissimo essere sul set perfetto di un film romantico. Perlomeno se sei solo, sudato fradicio e stanco.

Ormai, mi dico, visto che ci siamo, balliamo.
Apro lo champagne. Dio, quanto mi piace, lo champagne.
Apro la scatola di Godiva, cerco lo stereo, accendo e metto Frank Sinatra.

Seppure Witchcraft sia spettacolare, la canzone migliore per fingere di essere Frank Sinatra, armeggiando a piedi nudi con uno champagne in un hotel di lusso, è You Make Me Feel So Young.
Metto un volume vergognoso. Mi scolo lo champagne, mi piazzo davanti allo specchio e parto.
Iuuuuu end aiiiiiii, ranin a cros of medal, iu meik mi fil so ianggggggg, ene iven uen aim old end grei….

Potrei, tranquillamente, vincere tutti i concorsi di Franksinatrismo davanti allo specchio. L’ambiente aiuta.
Anche il mio pubblico mi ama… Dio, vogliono il bis.

Allora parto con il mio pezzo forte.
Ai gat iu ander mai schiiiiinn, aiv gat iu diip in de art of meeeeee.

aiv gat iu aaaaaander mai schinnnn. Ai trai so not tu giv innnn, ai set tu maiself dis afer never go so uelllll.

Ci metto anche lo schiocco di dita, che il mio pubblico adora.

In verità, I’ve got you under my skin è il mio pezzo forte per davvero. Visto che era la canzone del mio primo Thanksgiving day. Secoli fa. Abbandonato in un hotel del centro di Chicago.
Ho passato la serata da solo a bere vino rosso e cantare sottovoce Frank Sinatra. Da quel momento, è diventata la mia canzone per questo genere di momenti.
Che, a quanto pare, si ripetono con allarmante frequenza.

L’umore torna normale. Rimuovo rose, petali e auguri di tutti i manager dell’hotel. Chiamo in reception e annullo un paio di massaggi di coppia, una cena in terrazza, un tour domenicale, il personal shopper.

– Ma quindi il signore è solo?
– Corretto
– Sono davvero spiacente.
– Io, al contrario, estremamente sollevato.
– Desidera compagnia per questa sera?
– No, ho lo champagne. Grazie

Esco in strada, la botta tra aria condizionata a diciannove gradi e i trentasei con umidità al 87 percento mi fa salire il pranzo pressurizzato.
L’odore di gasolio, i clacson, l’aria pesante, le luci dei grattaceli. Bentornato a Dubai.

Recupero un paio di colleghi, che fingendo di non capire, si stavano infilando nel night di fianco all’hotel.
Andiamo a bere, compagni di viaggio. Andare a puttane alle otto e mezza di sera è terribilmente nordico. Abbiate pietà del buongusto, certe cose si fanno dopo la mezzanotte.
Sembro convincente, visto che mi seguono fin dentro a un ristorante iraniano.

Quando non capisco cosa c’è scritto sui menù, faccio due cose: chiamo la cameriera, ordino pollo e riso, che sicuramente mangerò e poi quattro piatti a caso. Così, per vedere cosa mi arriva.

Ho voglia di camminare, il caldo non molla, l’odore di smog nemmeno.

Lascio i colleghi davanti al night, perlomeno in un orario più accettabile per questo genere di cose, e parto verso il nulla.

Passo vicino a una lunga serie di taxi. Scendono turisti fuori forma, sudati e allupati e sottilissime ragazze, su vertiginosi tacchi, con minime minigonne e enormi tette fuori.
Se, appena appena, ti siedi fuori da questo spettacolo, respiri tutto il profondo squallore del gesto atletico.
No, non mi rifersico al pompino in camera, con il panzone sudato che rantola e la ragazza che, suppongo, si domandi come sia possibile avere una pancia così grossa e un pene così piccolo.
Mi rifersico al camminare per strada, sorridendo e scherzando con una puttana, solo per la sicurezza delle sei o settemila miglia che ti separano dalla moglie e dal freddo.

Mi fermo a un chiosco, bevo della Fanta a non so quale gusto.

Punto verso una moschea, e mi siedo sul muretto. Posso osservare il viale, la gente, il casino e le luci.
Devi saperlo, a me Dubai mi perplime parecchio.

Anche perchè farmi cinque ore di volo per fare una foto su un grattacielo e ammazzarmi di shopping al fresco, gelido, di un super centro commerciale non è propriamente l’idea di viaggio che ho.
Guardo verso ovest. Credo sia ovest. Non ho nessun fottuto punto di riferimento.
A parte che non so leggere le stelle, nonostante lo abbia millantanto per anni pur di limonare in spiaggia, ma qui non si vedono stelle.
Fottuto inquinamento luminoso.
Guardo verso est. A tre ore di macchina da qui c’è l’infinito dell’Oceano. Altro che cazzo di piscine e puttane.
Anche se, volendo, una bella, si lasciatemelo dire, vi prego lasciatemelo dire, avanti, cazzo, una bella, dai lasciatemelo dire, una bella, sfiancante, nuotata in piscina ci vorrebbe proprio.

Ritorno verso l’hotel. E’ tardi, sono stanco, domani inizia la battaglia.

Post Scriptum:
Seppure il disco dove Robbie Williams scimmiotta Frank Sinatra sia una divertente variante sul tema, su una cosa non transigo.

Somethin’ Stupid, nella versione originale, dove Frank duetta con Nancy Sinatra, è la canzone perfetta.
Ha il sapore dello champagne.
Per questo, salito in camera, mi concedo l’ultimo ballo e mi finisco la bottiglia.

Io, quando scoppierò d’amore, prenderò una donna e le dirò che non so ballare. E la prenderò per mano e la farà ballare sulle note di Somethin’ Stupid.
E la bacerò, precisamente, quando la voce di Nancy si disperde nella cuffia destra.

Dio come sono romantico.
Ed essere romantico in questo puttanodromo mediorientale non è roba da tutti.
Nemmeno scolarsi una bottiglia di champagne da solo prima del meeting più importante dell’anno.

Se vogliamo, nemmeno addormentarsi nudo con intorno petali di rosa e cenere di sigaro. 

 

Life is short fritz, Inshallah!

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