condivisioni impossibili, ammettilo cazzo

Sto lavorando molto sul controllo delle mie emozioni. Questo per chi adora leggere del country da cowboys in questo heavy metal da eroinomani con i camperos. In pratica mi si sfalda la vita tra le dita, ma cerco di darmi un tono come i discendenti delle famiglie nobiliari in rovina. Provo rabbia, frustrazione, dolore, alienazione. E in quanto a decodifica delle emozioni, tutto bene. Ma fatico parecchio a controllare il flusso. Giro per il castello di famiglia con il mio frac, ma non ho i soldi per le sigarette.

Questo, in parte, giustifica la latitanza intellettuale. Tutte le, poche, risorse emotive, sono destinate al controllo del fronte caldo. Battaglia di trincea con la bestia.

Ma, seguendo il filone da libro di auto aiuto da Autogrill, conoscere il nemico è già un grande passo avanti. Col cazzo, avrebbe detto mia nonna, in una delle sue grandiose crisi glicemiche nelle quali veniva posseduta da un simpatico camionista bulgaro.

Oggi, o ieri, insomma nelle due notti passate tra sedili economy e poltroncine di sperduti Gates asiatici, ho pensato di sbattermene per un po’. Io non sono molto collerico. Anzi. Pacificamente convivo con alcuni dei piú grandi idioti del nostro tempo. Quindi, pensavo, basterebbe tornare a quella sana, atea, dolce, indifferenza totale.

Poi ho preso un taxi. Siamo andati per una buona mezz’ora per autostrade e ponti. Ti devi fidare, quando non sei in grado nemmeno di tradurre i cartelli stradali.

Sono arrivato da Winston in perfetto orario. Winston è il boss di Rough Craft. Roba che se appena appena ti piacciono i vecchi piaceri della vita, come una moto, del ferro e tanta fantasia, hai trovato la tua Disney World. Infilata tra i palazzi della periferia di Taipei, due stanzoni.
Ho chiacchierato con Winston, ho osservato i miracoli delle mani che piegano l’acciaio, mi sono gustato il piacere silenzioso delle dita che scorrono sulla vernice glitterata. Una splendida gita.

Ma sono uscito ancora più incazzato di prima. Seduto in un 7/11, con in mano un orrendo caffe con dentro due etti di ghiaccio e tre dita di latte caldo, ho pensato che bisognerá accontentarsi. Più che controllare le emozioni, si tratterá di una convivenza tra due ex amanti.

Speriamo solo che sia la rabbia ad abbandonare il mio corpo, e non il mio corpo ad abbandonarmi.

In aereo ho visto Savages, il film tratto dall’omonimo di Winslow.
Presupponendo che di cinema non mi interessa capire, e confermando che un buon libro è sempre meglio di un buon film, è stato divertente vederlo.

Adess ascolto Bob Marley mentre cerco di pensare a una poesia che sia bella come la notte asiatica che si affaccia alla mia finestra. Uno scarafaggio sta tentando l’irruzione nella mia stanza, strisciando sulla finestra.
Adoro le cittá che non dormono mai. La notte, da solo, ti senti meno solo, se sai che sotto il tuo hotel c’è un SevenEleven aperto, con noodles caldi e odore di unto.

Fatti non foste per i fasti dei fusti

Oddio, sembra davvero che tutta questa sconvolgente attualità ci stia drammaticamente portando a dover avere un’opinione.
Farmi un’opinione su un argomento, solitamente, mi richiede uno sforzo non commisurato ai risultati. Io ho avuto numerose opinioni, costruite con la fatica di raggiungere le fonti, costruirsi un’idea, confrontarsi. Ma, maledetti trent’anni, con il tempo ho imparato una drammatica verità: nella maggior parte dei casi, non serve quasi a nulla avere un opinione fondata su realistiche fonti.

Metti la storia della camorra a Milano. Metti anche uno stordito, tontolone, un po’ ritardato, insomma uno di quelli che non ci arriva subito al nocciolo della questione. Uno così, ci avrebbe messo meno di venti minuti, girando a zonzo per Milano, a capire che qualcosa, camorra, mafie, ndrine, qualcosa nel network dell’onestà era cambiato. Qualcosa nelle facce, nella spocchiositá, nella gestualità.

Metti la storia, infinita, di questa classe politica. Le note spese, i pranzi a scrocco, le jeep comprate perché nevica, le fatture sottobanco. Metti il nostro amico tontolone, quello che abbiamo mandato a Milano per venti minuti nella zona dei locali della Movida. Avrà avuto da ridire con il parcheggiatore abusivo, o con lo spacciatore di coca, ma sarà riuscito ad uscirne. Ecco, mettilo davanti a questa classe politica. Anche lui ci metterà davvero poco a capire. C’è del marcio da anni, da generazioni. Andiamo avanti a ventenni, nel senso di periodi di venti anni.
Ed è un ventennio, tondo e pieno, che questa storia va avanti. Dai ruggenti anni ottanta dello Zampetti, ai deprimenti anni dieci di Zambetti.

La cronaca, le prime cinque pagine di ogni quotidiano, mi schiacciano nella solitudine delle mie opinioni. Costruite su dubbi, insinuati osservando, e dai fatti, trovati cercando.

Ogni volta che osservo la Minetti, osservo crescere in me la certezza dell’utilità della depilazione definitiva, la necessità dell’uso corretto delle narici, l’importanza della figa per un uomo che supera i cinquanta, e le promesse che si fanno per un pompino. Poi mi viene una tristezza infinita. Una solitudine amara.

Sono mesi che mi intristisco a leggere i giornali, ad ascoltare la radio, a guardare i telegiornali.

Sono mesi che mi costringo a tenere a bada, tirando il guinzaglio, le mie fottute opinioni.
Come tutti i catto comunisti, balzello tra la gioia infinita per l’autodistruzione del berlusconismo e l’ansia per la sparizione della sinistra.
Guardo Grillo attraversare a nuoto lo Stretto, vedo Mussolini in canotta.

Sento la crisi stritolare le mie comode abitudini di cittadino pigro. Ma non cambio i miei vizi. Confermo le mie opinioni.

E le porto a passeggio con me.

Dio mi tenga lontano dall’attualità. Adoro la storia, ecco datemi la storia. Leggerò di Grillo e della Minetti fra qualche anno. Con calma.
Sono pessimista. Questo mi ha sempre salvato.

Ma, vi prego, risparmiatemi tutto questo.

Vado via per un po’.
Leggerò di voi. O per lo meno, leggerò.

surf it fritz

Compro, Dunque Sono

Siamo arrivati in libreria senza che io mi ricordassi perché. Addirittura, siamo arrivati in centro senza che io capissi bene perché. Poi ho comprato un paio di pantaloni, di tessuto, marroni. Roba hipster che si associa alla mia barba hipster. 

Poi il Piccolo si è incamminato verso la libreria. Lui prende a grandi passi qualsiasi orizzonte gli si ponga davanti. Inizia semplicemente a camminare. Non fa domande, parte entusiasta. Le braccia larghe, a bilanciare l’ondeggio dei piedi, la testa bassa, a guardare per terra. Parte. E’ in grado di camminare circa tre minuti filati. Entro questo tempo limite cade, prevalentemente per tre ragioni: urta un oggetto, si dimentica la corretta sequenza di movimenti per camminare, si stufa. Quando cade piange. Ma tenta subito di rialzarsi da solo. Mi piace il suo carattere. Si lamenta, cerca di ottenere consenso, ma poi si sbatte da solo. 

Immaginate il Piccolo, in centro, di sabato. Una creatura alta circa sessanta centimetri, che cammina serenamente in mezzo a centinaia di starnazzanti adolescenti e bavosi quarantenni. In questi casi mi affido al mio sviluppatissimo senso paterno. Lo seguo e cerco di evitare ferimenti profondi, rapimenti, ustioni. 

Penso che questo, in fondo, sia il ruolo di un padre. 

La libreria non è propriamente il posto perfetto dove portare il Piccolo. Migliaia di oggetti a portata di mano, pronti per essere lanciati o usati come appiglio. Ma, penso che questo, in fondo, sia il ruolo di un padre. Andare in libreria con il figlio. Magari, è un po’ prestino. Ma mi piace la precocità. 

Avendo davanti tredici ore filate di aereo, più tre di attesa più altre due di volo, tutte in un giorno, sento forte il bisogno di comprare un libro. Un libro che mi faccia godere, che mi tenga attaccato mentre sorvolo mezzo mondo, che mi incolli alla sedia mentre aspetto, che mi tenga sveglio mentre mi collassa il mondo addosso dopo quaranta ore sveglio. 

Libri così, ne converrete, non ne scrivono molti. E poi, fortunatamente, c’è il Digital Entertainment dell’aereo. Ovvero quella sfilza di film che ti si parano a venticinque centimetri dal naso. Io adoro guardare i documentari sulle città di destinazione. Mi piacciono le colonne sonore. O anche le compilation per rilassarsi. Quelle per chi ha paura di volare. Quelle che ti fanno dormire subito. 

Mentre il Piccolo faceva a pezzi un libro della Parodi, senza che ne io ne nessun altro avventore facessimo nulla per impedirlo, ho trovato il nuovo libro di Mughini. 

E l’ho comprato. 

Mi faceva ridere. 

Lo porterò in volo con me. 

Se non si tratta di un gran libro, giuro che mi incazzo. A settemila miglia di distanza, ma mi incazzo. 

 

Ragazze Tatuate che Ballano Ondeggiando a una festa greco romana

Mi alzo che tecnicamente è piena notte. Affondo i piedi nel pavimento gelato. Eseguo rapidi gesti, consumati dall’abitudine. Per non dimenticare il necessaire, devo lavarmi i denti la sera prima, prendere lo spazzolino, metterlo nel necessaire, mettere il necessaire nel trolley, andare a letto.

La mattina dopo, ormai da anni, spengo la sveglia, respiro profondamente, mi alzo, affondo i piedi sul pavimento, che da settembre a maggio è gelato, procedo verso il bagno. Tecnicamente eseguo più azioni nello stesso momento. Il rischio di errore è ridotto al minimo.

La procedura è: mi osservo allo specchio, pisciando, mentre metto la schiuma da barba. Poi cerco il rasoio. Che è nel necessaire. Che vado a prendere nel trolley. Questo, come tutte le mie adorabili abitudini, mi da una sicurezza nel mondo e nella vita.

Insomma, mi alzo, procedo con rasatura, lavaggio sommario, iniziale vestizione. La meta è mediterranea, calda, finalmente lontana dalle fredde destinazioni teutoniche. Mentre mi allaccio i bottoni vado in camera. Osservo la Signora dormire.  A dire il vero, il più delle volte, contemplo le splendide nudità che il disordine del sonno mi offre. Poi vado dal Piccolo. Qui siamo al pantalone, calzino e scarpa. Lo osservo dormire. Russa, il Piccolo. Osservare il proprio figlio dormire da una straordinaria sensazione. Che tutto si sia compiuto. Almeno il giorno prima.

Poi guardo il grosso orologio del corridoio. Mi compiaccio con me stesso di essere dieci minuti in anticipo. Dieci minuti, sono un largo anticipo. Ci sta un the, delle fette biscottate, una scrollatina all’iPad. Sei minuti dopo, distrattamente guardo l’orologio dell’iPad. E connetto. L’orologio del corridoio è dieci minuti indietro. Da almeno due mesi. Tecnicamente oscillo. Credo sia una reazione incontrollabile. Il mio destino è sempre lo stesso. Lanciarmi disperatamente verso l’aeroporto.

Tre ore dopo sono a venti gradi di differenza, davanti a un placido porto, con orde di tedeschi che pascolano sul bordo di una piscina. Sono divertenti, nei loro colori. Le loro pelli sono quelle di chi non ha il mare nel DNA. O si scottano, o diventano giallognoli.

Settembre sta svanendo. Probabilmente anche la mia patente. Se ci fosse una raccolta punti per gli autovelox da casa all’aeroporto, avrei già vinto un set di posate d’argento. Il dilemma è sempre lo stesso: perdo l’aereo, smetto di colpo di fare questa vita, mi siedo sul bordo di un guard rail fuori dal terminal, chiamo la Signora, le sussurro che qualcosa è cambiato e poi mi incammino a piedi verso un bosco. Oppure, corro, schiacciando l’acceleratore, lampeggiando a chiunque assomigli a una macchina, entrando nel parcheggio del Terminal e parcheggiando nel primo buco. Corro verso il check in, la cravatta che ondeggia come la lingua di un cane.

Quando il cane sarà stanco, il padrone dovrà fare da solo, dice un detto canadese.

Settembre sta svanendo anche qui, sul mare. Il sole tramonta prima, lasciando un fresco che fa venire la pelle d’oca e fa tremare i tedeschi ustionati.

Da quando faccio la dieta ho scoperto un sottobosco di umanità decisamente interessante. Ho scoperto, prima di tutto, che la mia dieta è semplicemente un lento processo di riordino delle mie abitudini alimentari. Ho scoperto quanto sia importante mangiare bene. Per il resto, me ne fotto, attendendo le prossime analisi del sangue. Ma, il popolo delle diete è estremamente interessante. E, come i Visitors, è ovunque. Travestito da gente normale. Mangia barrette, insalate scondite, beve ettolitri di acqua con magnesio, toglie con il coltello il condimento dal pollo. Il popolo delle diete conta i kili persi alla settimana. Il popolo delle diete si avvicina a un buffet con il calcolo calorico delle prime tre portate già stampato nel cervello. Gli occhi passano velocemente in rassegna il desiderio. Cioccolato, muffin al cioccolato, brioches alla Nutella, coriandoli di cioccolato su una fottuta torta di mele. Figli di troia, quelli del Cioccolato. Si mettono dappertutto. Ma noi, delle Diete, non ci muoviamo dai nostri passi. E se lo facciamo, sentiamo dolore e rammarico. E anche qualche brufolo sul collo. Ma ormai il corpo è un animale da dominare, da abbattere a furia di barrette e verdure bollite.

 

Ecco, io credo che a parte qualche necessità clinica, la maggior parte di questo popolo sia succube di un infernale esaurimento nervoso.

Adesso li so riconoscere. Trovo gli occhi vivaci, le espressioni demenziali davanti a un Cafè Gourmet, trovo le loro sagaci affermazioni davanti a una Cesar Salad.

Io non sono dei vostri. Io non sono così. Ma quei fottuti bastardi del Cioccolato, quelli sono anche miei nemici.

 

 

Come lavorare per Ryan Air ed essere felici

Saltello da un aereo a un altro. Questo è il riassunto di settembre, fino ad oggi. Altro che sindrome da Rientro. Il giallo, pallido, della mia pelle, da l’idea di quanto lontane siano le ferie, il sole, il mare, il caldo. Stamattina, alle quattro e mezza, quindi tecnicamente questa mattina, ma per i più ieri notte, mi trovavo abbandonato nel mezzo di un aeroporto, pazientemente in attesa che il vecchio Boeing Ryan aprisse le sue porte per un altro indimenticabile volo. Con Ryan Air hai tutti i vantaggi del dover scendere a compromessi e nello stesso tempo dover forzatamente rinunciare alla maggior parte delle comodità. Il compromesso principale è nella quasi totale inadeguatezza degli aeroporti nei quali vola Ryan. Strutture che fino a ieri ospitavano si e no quattro voli cargo, oggi hanno destinazioni tra le più cool, con centinaia di passeggeri che pascolano in cerca di un qualcosa che assomigli a un aeroporto. Tipo quando nei giochi Business Tycoon, devi costruire un aeroporto, ma prima ci metti le rotte, poi gli aerei, poi un tabaccaio e poi ti dimentichi del gioco. Ecco, i passeggeri Ryan sono in questo livello del gioco. Se mai ti dovessi ricordare, torna a giocarci e costruisci anche tettoie, carrelli, e robe da aeroporto normale. Con Ryan hai anche un posto scomodo sull’aereo, e la sensazione di essere di troppo. Un’ospite non voluto.

 

L’altro stupefacente fattore di differenza è che con Ryan vai a prendere l’aereo a piedi. Ordinatamente incolonnato tra birilli bianchi e rossi, passeggi per l’aeroporto fino al tuo aereo, godendo del salutare paesaggio e, in base alla stagione, di un caldo cane o di un freddo mortale.

Questa mattina aspettavamo che l’aereo si aprisse, in fila ai bordi della pista. E mi sono messo a giocare con il mio passaporto, guardando i timbri. Ho sempre sognato di avere un passaporto pieno di timbri. E adesso è nelle mie mani. 

 

Valutavo seriamente la possibilità di addormentarmi in piedi, appoggiandomi lievemente alla spalla del tipo davanti a me, quando ho visto la ragazza bionda che mi stava accanto prendere il telefonino e fare una foto al carrello dei bagagli.

Ho smesso di farmi domande su quello che la gente fotografa quando viaggia. Dalla morte del rullino, sono cambiate molte cose. Fotografare un tipo con i calzini strani, un cartello divertente, un panino buono, è diventato normale. Credo che alle spalle ci sia una ragione di costi. Il costo della foto al tipo con i calzini strani è nullo. Non costa niente. Quindi si può fare senza pensarci troppo. E la gente, quando viaggia, vuole che gli amici a casa vedano quei calzini, quel cartello, quel panino.

Ma la bionda ragazza, che osservo essere proprietaria di due giganteschi capezzoli sparati verso il centro della pista, forse per il freddo, continua a fare foto. Una foto al carrello dei bagagli può essere normale. Poi ci deve essere una ragione. Magari il tipo che carica i bagagli è uguale al suo ex, oppure dietro l’aereo ci sono due alci che fanno l’amore e non me ne sono accorto. Divento, immediatamente, un inguaribile curioso. Come i vecchiettini che osservano i cantieri. Lei se ne accorge. E con un delizioso accento francese, orientando i giganteschi capezzoli verso di me, spiega che la foto è per la sua valigia, per dimostrare che è stata caricata. Così, nel caso si perdesse, ha le foto che dimostrano che la valigia ha iniziato il viaggio con lei. A supportare questa divertente teoria c’è ovviamente l’esperienza di un amico. L’amico a cui succedono tutte le cose, quello a cui una modella fighissima ha offerto da bere per poi asportargli un rene. Quello con il coccodrillo nella doccia. Quello che ha guidato contromano in autostrada, quello che ha conosciuto una delle Olgettine. Quello li.

 

In effetti, la teoria non fa una piega. Vai al nastro bagagli. Aspetti la tua valigia. Non arriva. Aspetti ancora. Non arriva. Capisci che non arriverà, perché hanno iniziato a scaricare i bagagli del volo da Tunisi. Vai al banco. E scopri che non succede solo a te. Fai la coda, ti innervosisci. Pensi di non farcela senza la valigia. Lavarsi i denti, senza la valigia è impossibile. Tocca a te. Parti incazzato nero. Il tipo, che di lavoro raccoglie le denunce di smarrimento di fondamentali, indispensabili, assolutamente necessari bagagli, è decisamente preparato. Ti ignora. Poi tiri fuori il telefonino. E gli fai vedere la foto.

Lui guarda distrattamente. Tu hai le prove che la tua valigia era sull’aereo con te. E’ una prova.

Solo allora ti rendi conto che è una prova completamente inutile. Non prova assolutamente nulla. Una foto non conta un cazzo. E’ sfuocata. C’è un carrello dei bagagli, un tipo con in mano un trolley rosso. Sullo sfondo, nella pila di valigie, anche la tua verde. Ce ne sono altre sette verdi. Adesso ti rendi conto che il tuo amico è un coglione. E che forse ha tutti e due i reni.

 

Ma la cosa, insieme al freddo della pista, mi ha fatto riflettere su quanto gli uomini si affidino alle immagini per dichiarare che esiste, che è vero. Lo ho fotografato, quindi c’è.  Mi sono fatto una foto là, quindi ci sono stato.

 

Questo è il motivo, forse, per il quale su Facebook si postano milioni di foto al giorno. Per dire che è tutto vero.

 

Nella prima guerra del Golfo, il vecchio Saddam aveva avuto la brillante idea di mettersi a lanciare missili Scud su Israele. Lo faceva da una parte dell’Irak dalla quale riusciva a mandarli fino in Israele.

L’aereonautica americana possedeva la risposta. Una apparecchiatura che montata sui caccia, faceva le foto ad alta risoluzione dei possibili convogli di lancio degli Scud e la mandava ai piloti.

I lanci si facevano di notte. E i caccia volavano di notte. E facevano un sacco di foto ad altissima risoluzione. Altissima risoluzione negli anni novanta è qualcosa che adesso il tuo vecchio smartphone dovrebbe sorpassare con grande tranquillità. E i piloti, che avevano ricevuto un training su come un convoglio lancia Scud avrebbe dovuto essere, a miglia di distanza ricevevano la foto e decidevano se sparare. In pochi secondi.

Se c’è una foto, deve essere vero.

Alla fine, stando ai piloti e ai missili che avevano lanciato, centinaia di convogli per Scud sono stati abbattuti. Sono partite le medaglie e i complimenti.

 

Poi, qualche anno dopo una Commissione ha stabilito che meno della metà della metà di quelli bombardati erano convogli per Scud. Erano convogli, autobotti, magari carovane.

 

C’era un immagine, ma non era vera.

 

Forse la fiducia nelle foto non dovrebbe essere così totale.

Forse ci vorrebbe un modo per distinguere, valutare, capire…

 

Poi salgo sull’aereo e cado nel sonno dei giusti. Ripenso alla tipa e alla sua tecnica per non perdere la valigia. Poi sfoglio la rivista Ryan. Osservo una foto di Angela. Angela è una hostess Ryan. Ha fatto il calendario Hostess Ryan 2013. Ha due grosse tette e una vita piccolissima. I proventi del calendario vanno in beneficenza.

Chissà perché, Angela non l’ho mai vista a bordo.

Non mi fido delle foto. Vorrei una prova tangibile.

 

 

PS: trovate più documentazione sulla storia degli Scud in internet. Tutto in inglese. Trovate più documentazione sui capezzoli e sul calendario Ryan in rete. Insomma trovate tutto in rete. Difficilmente troverete le hostess del calendario sul vostro volo. Credo non sia una questione statistica. Ho volato Ryan per dodici mesi. E non ho mai visto Angela. C’è anche da dire che la divisa Ryan ucciderebbe qualsiasi tentativo morboso e sessualmente orientato. Come volare Ryan uccide il piacere di viaggiare.

 

In merito ai capezzoli, alle tettone di Angela e alla storia delle immagini, trovate in rete anche un sacco di discussioni sulla veridicità delle mammografie. Ma questo non è molto pertinente.

 

Surf it fritz!

Palline Vibranti

Da una mia recente analisi, il 50% dei lettori di questo sito è donna, o si dichiara donna, o vorrebbe essere donna.

Essendo i miei lettori già pochini, questo dato statistico è di estrema importanza. Bisognerebbe bandire da questo posto tutti i possibili argomenti scaccia-passera. Motori, elucubrazioni sui capezzoli della Minetti (che Dio l’abbia in Gloria), commenti sul calcio, eccetera.

 

Io non credo di essere totalmente misogino. Credo di esserlo, a conti fatti, per un 30%.

A volte 40%.

Voglio  bene alle donne. Ma fatico a comprendere appieno l’affascinante  rigore logico con cui disorganizzano la loro mente e i loro percorsi cognitivi.

 

Non credo che alle spalle di questo ci sia un disturbo comportamentale, o qualcosa di serio. Credo di essere drammaticamente nella media.

 

Dico questo perché volevo scrivere un lunghissimo pezzo sui motori, su cosa siano stati per me, su cosa abbiano innescato. Ma mi rendo conto che la cosa potrebbe seriamente annoiare più del 50% dei miei lettori. Delle mie lettrici.

 

Alle mie lettrici, oggi, dovrei parlare di Cinquanta Sfumature di Grigio, ma non riesco a capire il fenomeno. Non riesco a digerirlo come lettore, non riesco ad accettarlo come spettatore, non riuscirò a farmelo andare.

Dovrei parlare loro di Gleden, che è un sito per donne sposate che cercano uomini sposati, per farsi trombare in un motel della cerchia esterna di uno svincolo autostradale in pausa pranzo. Il fenomeno mi è chiaro, dalla parte maschile. Non dalla parte femminile. Cioè mi è chiaro il fenomeno di uomini sposati che cercano donne, sposate, nubili, celibi, mutilate, colorate, perché geneticamente propensi a tentare di riprodursi con qualsiasi cosa, come piccoli maialini d’allevamento. Mi sfuggiva la disperazione delle donne, nel fare lo stesso. Quanti uomini belli, soddisfatti, economicamente stabili, mentalmente a posti, frequenteranno un sito per incontri sessuali alla cieca?

 

Io adoro le statistiche, mi danno un senso di stabilità che solo le statistiche sanno dare. E le statistiche dicono che il 68% delle persone (uomini o donne) sposate in Italia, tradisce o tradirebbe la/il suo partner.

Io credo si possa ridefinire la cosa: che tradirebbero saranno almeno il 95%. Che tradiscono il 90%.

Bisogna sempre tener conto, a fini statistici, dei casi umani. Oltranzisti religiosi, fanatici delle diete low cost, e altri profili poveri. Questi tradirebbero, sicuro. Ma non tradiscono.

 

Ma io volevo parlare di motori, di Sausalito, di Urban Outlaw, di gente che letteralmente è ossessionata da valvole e pistoni. La gente che ho sempre cercato, letto, guardato. La gente con cui è bello parlare.

Ho appena finito di scrivere un pezzo per Kustom World sul mio amico Franz. Che non sono io, è Franz Fiorentino. E ho appena finito di rivedermi tutto il materiale che, ordinatamente, avevo raccolto su Miki Dora.

La rete, internet, è stata la spinta definitiva per tutti i borderline, outlaws, deliranti sognatori, che credevano di essere soli.

E io, ordinatamente, lo ripeto, raccolgo tutto il materiale su queste vite, passate a dar retta a valvole, pistoni, onde, ammortizzatori, pinne, cofani e forcelle.

C’è un grossissimo movimento, sotto la pancia mainstream, sotto la pelle commerciale, di gente rapita dal proprio box, da un paio di chiavi inglesi e da tanta pazienza. E’ gente finisce sotto la luce dei riflettori, Vimeo, Kustom World, DiCe, WU Magazine, per caso e disordinatamente. Ma è la stessa gente che ha delle storie incredibili da raccontare.

Non sarà un argomento molto femminile, e nemmeno molto attuale come Gleden, ma è un modo bellissimo per trovare storie stupende, che non hanno bisogno nemmeno di una mano di trucco. Ruvide e decise, sono storie che entrano in circolo direttamente.

Sono in uno di quei momenti in cui raccolgo, ordinatamente, informazioni. Collego notizie, mi informo, conosco persone, osservo visi. Difficilmente scrivo, ma è come se fossi pigiato contro la transenna mentre la band sta suonando il suo pezzo migliore. Prima fila, io e la musica. La musica fatta di storie di ordinaria follia. Urbana.

 

Anche Milano non è più Milano.

Ossimori di Seppiamora

Sono talmente stanco che scrivere mi pesa. Eppure, come sempre, ci sarebbe da scrivere di molte cose. 

Ieri mi sono fermato in una stazione di servizio, in mezzo alle montagne. Ho fatto il pieno, sono andato a pagare, compiacendomi dell’efficienza teutonica nel gestire le pompe di benzina, ho comprato una pera e sono uscito. Umido per un temporale appena passato, il cielo era grigio pesante. Un camion parcheggiato, un’altra macchina. Il silenzio interrotto solo da Laura Pausini. Io credo di non essermi mai sentito così triste come in quel preciso momento. Per il 2012 abbiamo chiuso il concorso per il momento urbano più squallido. Ho finito la pera velocemente e sono scappato verso il traffico, lo smog, il caldo della mia fottuta città.

La mia macchina ha un sistema di intrattenimento in grado di fare cose mai viste, tra cui portarmi ovunque voglio in 22 paesi diversi, con la precisione di una freccia, mandare tutta la musica che ho, ininterrottamente, seguendo attentamente i miei gusti e le mie preferenze, assistermi alla guida con informazioni decisamente inutili ma di colpo indispensabili e farmi telefonare a chi voglio quando voglio. Sapere che si sta viaggiando verso Sud Ovest, e che in dodici kilometri arriverà un temporale, è una di quelle informazioni che nessuno ha mai avuto bisogno. Nemmeno io. 

Ma telefonare si. Soprattutto quando in macchina, seduto e rassegnato, finisco per passarci intere giornate. Intere giornate dal mattino alla sera. Eppure il telefono è l’unica cosa che non funziona. 

Ho pensato, sfoderando tutta la mia cultura da nerd, a diverse soluzioni, tra cui anche la rivisitazione dell’estrema ratio con Windows (Staccare la Spina). Ho staccato la batteria, ho ricollegato il telefono, ho configurato, ho settato, ho smanettato. Ma niente. Ho anche pensato di provare con qualche bottarella con il polso. Ma non ci sono riuscito. 

Così viaggio per ore, senza poter parlare se non da solo. 

Canto, ascolto la radio, fumo. Ma non parlo al telefono.

 

Sono troppo stanco per scrivere. Anche viaggiare senza parlare con nessuno stanca molto di più. 

 

La Vittoria ascoltando Vittorio

In effetti l’argomento mi tocca parecchio. A me come al novanta percento dei manager, professionisti, avvocati, designer, eccetera che passano per lavoro più della metà delle loro vite fuori casa. In una prima fase, quella della pubertà del viaggiatore, la principale preoccupazione è quella di reperire buoni ristoranti, locali fighi, e alberghi che abbiano la connessione internet. Nell’adolescenza del viaggiatore, si passa alla selezione degli alberghi in base alla palestra, al cuscino, e alla vicinanza con una fermata della metro. E’ anche il momento in cui il bagaglio a mano si riduce drasticamente passando alla modalità “stretto indispensabile”. L’età adulta, come tutte le età adulte, è quella del disincanto. Ormai gli alberghi e i ristoranti non sono più argomenti critici. Basta un posto per dormire e qualcosa da mangiare. Le grandi capitali europee, le piccole città dimenticate in anonime vallate, le periferie deprimenti, non fanno molta differenza. È in questo momento, precisamente mentre mangiate una cena che a casa definireste squallida, guardando un telegiornale straniero, nella tremenda solitudine di un tavolo di formica rosa, che prendete il telefono, nervosamente, controllando le foto del mare. È solo il primo passo. Pochi giorni dopo vi sveglierete incastrati nel sedile 22B, giusto sul bordo di un ala di un anonimo Boeing, nel mezzo di un cielo ancora più anonimo. Massaggiando lentamente il collo, vi accorgerete della impellente necessità di recuperare una vita privata. Una qualsiasi, anche non la vostra. Ma almeno una. I messaggi sul cellulare che chiedono se avete recuperato dal fastidioso strappo muscolare sono tutti dei colleghi. Vi siete dimenticati di dirlo a casa. E comunque è passato poco prima di tornare. L’ultimo messaggio di un amico, non collega, risale a due mesi prima. Chiedeva una birra. Ma eravate in Germania, seduti al bancone del bar dell’albergo, ad ascoltare il vostro collega finlandese che raccontava dell’avventuroso recupero di un martello, caduto chissà come nell’intercapedine tra il garage e il muro del vicino. Si chiama, la chiamano, Work Life Balance. È l’ossessione di quasi tutti i Frequent Flyers. Fanno corsi, seminari e conferenze. Guru, ricercatori, life coach, professori. Lo sguardo perso tra la foto di vostra figlia mentre cammina la prima volta, (eravate in fiera in Olanda, pioveva e non trovavate un taxi, ma fortunatamente vi hanno mandato la foto), e la scintillante Gold Card di una catena di alberghi nella quale vi regalano l’upgrade della stanza. Avete sempre più asciugamani degli altri. E c’è anche il phon. Prima passavate le ore a casa a controllare nervosamente il BlackBerry. Per fare carriera. Adesso passate le ore in riunione controllando nervosamente le foto di vostra moglie su Facebook. Tornate a casa come soldati, osservando stupiti la fine dei lavori della metropolitana. Soldati di una guerra per la quale siete partiti volontari. Una ricerca conferma che più di due terzi dei passeggeri di un aereo ha decisamente paura. Di morire. L’Harvard Business Review, che compro per darmi un tono e per leggere di come i professori suppongano di cambiare il mondo, ha stabilito che il tuo problema, quello di avere un lavoro e una famiglia, sia un problema centrale per la maggior parte di noi.

Ci sono delle sere nelle quali osservo pazientemente la straordinaria forza della Signora nell’accettare il mio nomadismo forzato. Ci sono delle sere in cui arrivo talmente tardi che anche in aeroporto sono rimasti solo i barboni. Sono le sere in cui trovo il Piccolo già addormentato, abbracciato alla stella luminosa. Lo guardo respirare. E penso a quanto sia bello crescere abbracciati a una stella luminosa. Sono le sere in cui mi faccio più domande. Non mi rispondo quasi mai. Non ho nemmeno più una scrivania. Il barista vicino all’ufficio non mi conosce. L’edicolante non mi saluta. Ma il portiere dell’albergo mi chiede come sto, come sta mio figlio, che aria tira in Italia.

In ogni caso, se mai ti dovessi trovare senza amici, cornuto, depresso e seduto su un aereo per l’Inghilterra che sta atterrando in un aeroporto secondario per una fiera secondaria, smetti di farti domande. Sei semplicemente la prova evidente che il fallimento può accompagnarsi a pessime camicie di sartoria, gemelli di latta e un finto Rolex che annaspa per tenere i minuti. Ma, e questo non lo troverai scritto su nessuna rivista, recuperare una vita è una delle cose più semplici del mondo. Un giorno, scriverò un libro. E lo venderanno in aeroporto. Dieci regole. Perché tutti i libri del genere sono schematizzati in modo tale che una mente plagiata da Excel e Power Point possa ancora comprenderli. Dieci fottute regole. Vorrei fosse venduto a 19 euro e 90. Mi sembra corretto.

Spiegare a uomini che credono di dominare il mondo come sia possibile dominare la propria vita.

Una delle regole, motivo per il quale il mio libro sarà diverso dagli altri, sarà quella di ascoltare buone storie di mare. Sedersi, fermarsi, ed ascoltare ottime storie di mare.

Le storie di mare sono le uniche che parlano di tatto, gusto, udito, vista e olfatto. Il mare bagna, mentre lo respiri. Lo guardi, mentre senti il freddo di una corrente. Lo senti ruggire, mentre osservi l’indiscussa piccolezza di un uomo nelle onde. Le storie di mare sono fatte di notti di pesca eroiche, le ore diventano minuti, la lenza tira muovendo la barca, il silenzio si fa assordante. Un pesce diventa un’incredibile storia di lotta e conoscenza. I muri delle chiese di mare sono pieni di quadri di onde. Come se fossero santi. Le facce della gente di mare sono piene di onde, di sale, di sole. Sono la poesia che manca nelle loro mani, spezzate da troppe tirate di un pesce ribelle. Le loro voci sono la dolce nenia nella sera calda. L’umido lascia spazio al fresco, le vespe smettono di impazzire per l’odore di pesce, il porto immobile aspetta la notte, lo struscio senza meta riempie i marciapiedi. I bambini corrono, la marea fa dondolare le barche ormeggiate. È l’ora in cui Vittorio si accende, insieme alle stelle. Parla di pesci, di mareggiate, di silenzio, di paura e di lotta. Parla di mare. È il momento in cui , semplicemente ascoltando, ci si rende conto di quanto si è piccoli in tutto questo mare. Sono storie che si possono ascoltare senza respirare. Sono storie di sfide infinite, di rispetto e di amore. L’amore di un uomo per il suo mare. L’amore di una vita per l’infinito. Voglio bene a Vittorio, e alle sue storie. Sono la migliore delle cure. La decima regola, la più importante. Quella segreta, a diciannove euro e novanta.

Importante Postfazione: il mondo è pieno di quarantenni bruciati da anni di voli, hotel e riunioni che si aprono un enoteca in centro o un agriturismo in Toscana. Se ti fa sentire meglio sognare di trovarti in un agriturismo, mentre pulisci il cortile dai mozziconi con il sottofondo dei grilli, fallo pure. La maggior parte non ci riesce. Qualcuno lo fa. Per ogni soldato caduto, c’è un infinita lista di volontari pronti a partire. Il segreto per vincere non è certo abbandonare il campo. In fondo si tratta solo di amare se stessi, pazientemente. In ogni caso, non comprare l’Harvard Business Review, perchè alla fine l’unico suggerimento è quello di assumere persone che aiutino nella gestione della tua vita. E a me non sembra ragionevole assumere persone per bere birre con i tuoi amici o per fare l’amore con tua moglie. Per ogni volta che non lo fai tu, c’è un infinita lista di volontari.

Fallo tu, fidati.

Meduse, rimedi contro la Diet Coke

Avendo passato più di due ore seduto ad ascoltare la quasi totale cancellazione delle mie abitudini alimentari, in favore di un regime militare nel quale nutrirsi è totalmente secondario, ho deciso di pensare seriamente a come affrontare questa cosa.
Per accettare un cambiamento così radicale delle proprie abitudini di vita, un maschio bianco, sopra la trentina, lievemente ossessivo compulsivo, necessita di motivazioni forti e validissime.
Questa, perlomeno, era la mia ultima difesa. In fondo, sono quasi trent’anni che mangio quello che mangio, e sono quello che mangio. E bevo quello che bevo. Insomma, sono quasi trent’anni che faccio molta più attenzione a quello che fumo che a quello che mangio. Quando inizio la mia arringa di difesa, convinto di spuntarla e uscire velocemente dalla stanza per un salutare break a base di alcool, chiedo appunto delle valide motivazioni.
La lista di malattie invalidanti che mi viene snocciolata davanti agli occhi è degna di un’enciclopedia medica. E già alla terza patologia, qualcosa che mi eroderebbe lentamente il fegato, lasciandomi alitosi, dolori, emorragie e morte, sono convinto che la dieta sia il minore dei mali.
Riguardo lentamente il foglio su cui campeggia la lista degli alimenti che non dovrò toccare. Poi la lista, brevissima, degli alimenti con i quali dovrò improvvisare una dieta in grado di mantenermi in vita. Non credo sia possibile che un uomo possa sopravvivere solo di questo. La vedo anche in chiave religiosa. In fondo, nelle principali religioni monoteiste il creato, fauna e flora, è stato messo al servizio dell’uomo. E posso capire che i cavalli siano stati messi a nostra disposizione per spostamenti e gare di dressing, come i tori per eccitanti foto in Provenza o per tirare carri agricoli. Ma il buon vecchio maiale, quello faccio fatica a giustificarlo se non in una visione orientata al banco dei freschi di un supermercato.
La dieta che seguirò per i prossimi trenta giorni assomiglia a un piano new age, misto a un percorso di disintossicazione, con incroci vegani.
Immaginate di rimuovere tutti gli alimenti piacevoli dal frigo della vostra mente, tutti tutti. Mentre lo fate sgranocchiate un gustoso finocchio crudo. La vostra cena.
Trovate delle valide motivazioni per farlo. Poi, saziatevi in abbondanza con carote e zucchine.

Se non ne andasse della mia sopravvivenza, non lo farei.
Di colpo avverto un fortissimo bisogno di bevande gassate. Qualsiasi bevanda gasata. Io non ho mai bevuto nulla di gasato. Io odio le cose gasate.
Eppure sento una fortissima necessità di chiedere tolleranza, come è stato per il Parmigiano, che posso consumare in abbondanza (25gr), una volta alla settimana.
Tolleranza per la Diet Coke. Che da qualche istante, sento come la bevanda della mia vita.
La Diet Coke, come tutte le bevande gasate, frizzanti, leggermente frizzanti, briose, naturalmente effervescenti, mi viene vietata in assoluto. Se fosse per me nei prossimi trenta giorni un bar camperebbe di acqua minerale e finocchio a fettine.

Me ne faccio una ragione, prendo il mio piano dietetico e porto la mia salma a godere dell’ultimo rhum di questo mese. Il Ron Millionario è tra i più buoni, zuccherosi, alcoolici, rhum agricoli del pianeta. Va bevuto così, con la consapevolezza che, insieme al Caroni, prima o poi finirà. Come un quadro di Van Gogh, che dopo ogni occhiata si consuma.
Per sicurezza, mi faccio fare un’aggiunta.
Il funerale della mia grande dieta a piramide, dove un lato è occupato da junk food, un altro da alcool e il terzo da abbondante caffeina. Probabilmente anche il funerale della mia pancetta.

Sono a bagno, in due metri di acqua, più per non sentire il vociare fastidioso dei miei concittadini in trasferta balneare che per fare un vero bagno. È il day after al mio colloquio con la nutrizionista hitleriana che mi ha fatto la dieta. A voler essere precisi, che mi ha suggerito un piano alimentare.
Sono a bagno nell’acqua fresca, benedetto sia il mare. Ciondolo da uno scoglio a un altro, mentre mi godo l’avvicinamento di una medusa. Uno splendido Polmone di Mare, bianco, duro, grosso. Si fa trasportare dalla corrente, verso riva. Lo sfioro, accarezzando la parte superiore. Ha la consistenza di qualcosa di duro, ed è freddo. Ma si, ovvio. È una lattina di Diet Coke. Fresca, dura, necessaria. Prego perché almeno le allucinazioni alimentari mi abbandonino.
La medusa, tutt’altro che un’allucinazione, mi sfiora delicatamente una spalla, la tetta destra e l’avambraccio, prima di appoggiarsi sullo scoglio.

Erano anni che non mi succedeva. Fa ancora male. Maledetta Diet Coke.

Adesso, scrivo dopo una cena a base di carote, cavoli, acqua e tantissima invidia per i miei vicini di tavolo che si sono bruciati mezzo buffet, mangiandomelo davanti.
Sopravvivo. Anche senza zuccheri, anche senza piaceri, anche senza Diet Coke.
Sembrava impossibile, ma ce la sto facendo.

Bastava una semplicissima minaccia di morte per convincermi del delizioso sapore delle verdure scondite.

Morirò magro e con un intestino estremamente regolare.

E con un’insensata voglia di Diet Coke

Kitsch, Pussy, Kustom, Ascelle rigorosamente lacrimanti (Riassunti da una Milano Deserta)

Ore 11.20

Di ritorno dal supermercato, unico non-luogo con più di due esseri umani, affondiamo lentamente nell’asfalto liquefatto mentre tentiamo di scaricare il passeggino, incastrato dentro il sedile della macchina. Il Piccolo ci osserva, in preda a una febbre da cavallo, fuori ronzano le vespe. Quest’anno è pieno di vespe. Non so che relazione scientifica intercorra tra il caldo, le carcasse di gatti morti sotto le siepi e le vespe, ma sembra di stare al confine con una zona disabitata di una periferia remota. Invece siamo a Milano. In una zona disabitata, di una periferia remota.

Ore 13.20

Oggi guardo l’orologio solo quando sono le “e venti”.  Il Piccolo bolle. Ha gli occhi pesanti, respira faticosamente. Se fosse per me, saremmo già andati al Pronto Soccorso. Lo dico alla Signora.

Se fosse per me, direi di andare al Pronto Soccorso.

e già che ci sono, cerco consensi e spiegazioni, aggiungendo

Quest’anno è pieno di vespe.

Ore 15.30

Temperatura rilevata in macchina: 44. Temperatura rilevata sulla fronte del piccolo 39.5. Procediamo, soli come cani abbandonati in una zona disabitata di una periferia remota, verso il Pronto Soccorso. Siamo soli anche dentro il Pronto Soccorso, tolta una gigantesca statua di Kung fu Panda e una gigantesca signora che sta dietro a un vetro, totalmente immersa dentro Canale 5. Non c’è nulla di epico nell’andare in un Pronto Soccorso. Se leggi avidamente, per trovare macabri racconti su tessuti molli, oppure su inefficienze del Sistema Sanitario Nazionale, sbagli. Tutto fila liscio. Siamo noi e un pakistano. Il bimbo pakistano perde sangue da qualche parte, impegnando un infermiera pettinata come una pornodiva anni ottanta e una pediatra con le occhiaie fino alla fine del naso. Il Piccolo è praticamente uno scaldino inanimato.

Ore 16.50

Alla Triennale ci arriviamo in quattro minuti netti. Passando dalla fontana del Castello. Non mi vergogno a dire che alla Triennale non ci ero mai andato. C’è una mostra sul Kitsch. Otto euro. A testa. Il Piccolo è in preda alla febbre, il condizionamento della Triennale è in modalità Steppa Siberiana. Nella mia logica di puericultore, la cosa dovrebbe fare in modo che lui senta meno la febbre. Non so se sia corretto. Ma tanto a casa sarebbe stato lo stesso.

Ore 16.54

Finito di girare la mostra, cerco lo sguardo complice della Signora per due commenti a caldo:

Quest’anno è pieno di vespe.

Questa mostra è un furto legalizzato.

Non andavamo insieme in un museo dai tempi di New York. Il Guggenheim. Dal quale siamo usciti con la netta percezione di una disastrosa ignoranza artistica. Adesso che ci penso anche dal Guggenheim di Bilbao siamo usciti pervasi dalla coscienza della nostra ignoranza. E anche dl JP Getty di Los Angeles. Insomma, migliaia di kilometri per sentire la dolorosa conferma delle nostre lacune. Dalla Triennale esco, invece, con la fortissima sensazione di una sonora inculata.

Ore 17.20

Sorseggio Campari con scorza d’arancia davanti a una scultura nel retro della Triennale. Due grandi pensieri mi assillano. Il primo, pragmatismo di un padre, è sulla infinita scalinata da fare per uscire. Vivere la città con un passeggino ti fa capire quanto ci sia di inumano nell’architettura post fascista. Il secondo riguarda il kitsch. Kitsch non è un termine offensivo. Anche se, guardando tutti quei gattini cinesi che muovono la zampa su e giù, oppure quelle Smart o Mini stipate di Hello Kitty luccicanti, un senso di precarietà del buongusto lascia spazio a un più sano senso di nausea. Ecco, forse ho pagato otto euro per capire la definizione esatta di kitsch: il kitsch non è il cattivo gusto, è semplicemente l’oscillazione barcollante del buongusto, e del buonsenso. Immagina un pendolo, a sinistra il buongusto, a destra il cattivo gusto. E il pendolo che, epiletticamente, oscilla solo verso destra, sempre più a destra, quasi bloccato a destra.

Ore 20.20

Guardo l’orologio alle 20.17 e poi aspetto per poter dire di averlo guardato alle 20.20. Il Piccolo sfebbra. Sessantaquattro euro tra Campari, mostra e Farmacia. Un giorno di ordinaria follia. Mi abbandono sul divano. Penso alle Pussy Riot. Mi piace il nome. Non ho seguito la vicenda. Non mi interessa la cosa, non provo ribrezzo per Sting che canta davanti ai magnati russi. Quando penso a Sting, mi viene in mente la storia sul sesso tantrico. E basta. Forse la storia del sesso tantrico di Sting è un po’ Kitsch. Sicuramente, scrivendo qui  “Pussy” o “pussy riot” attirerò casualmente una trentina di lettori, tra cui i Servizi Russi. I termini di ricerca che portano su questo sito sono solo roba sessuale. La Passerina Ubriaca lo hanno cercato in sette. Sette umani che hanno digitato. Passerina Ubriaca.

 

Domenica Mattina, ore 8.46

Ritiro in edicola il numero di Kustom World di agosto e settembre. Copertina da urlo, foto fighe all’interno. Ma io non cerco questo. In prima pagina, cioè giri la copertina e “tac”, c’è la mia lettera. L’inizio della mia collaborazione con Kustom World.

Ore 8.48

Il mio ego è talmente gonfio che fatico a camminare, ma la ricerca di un bar aperto mi impone di muovermi. Il Piccolo è fresco, seduto nel passeggino. Riflette. Sarebbe bello sapere su cosa. Probabilmente sul fatto che suo padre stia gongolando con una rivista in mano da cinque minuti sotto il sole.

Ore 9.03

I cinesi sono una garanzia. Comprano i bar, generalmente li imbruttiscono, ma li tengono sempre aperti. Sempre significa anche una domenica mattina di agosto, quando a Milano ci sono solo bar di cinesi aperti.

Bevuto il caffè mi siedo a fumare. Consegno la rivista al Piccolo, che la prende tra le mani e indica le macchine. Tempo cinque minuti e la rivista si presenterà, in diversi pezzi di diverse forme, per terra, come se fosse stata infilata in un pacco bomba. (Anche pacco bomba potrebbe portare qui numerosi lettori, compresi i Servizi Russi). Le mani del Piccolo non misurano più di cinque centimetri, ma hanno una potenza incredibile.

Un ragno mi punge la caviglia. Non capisco con quale cazzo di logica pensi di potermi uccidere e mangiare. O magari mi ha punto per stizza.

Riflessioni pesantissime sul Kustom e sul Kitsch si appoggiano sulla mia mente. Tolgo la rivista dalle mani del Piccolo. Vorrei tenerla. E’ uno dei miei inizi. Qualche settimana fa, su un terrazzino afoso davanti al mare, davanti a un caffè ho detto a mio padre di questa cosa. Dello scrivere di Kustom Kulture. Mio padre è un uomo saggio. Ha avuto la pazienza di lasciarmi andare. Sempre. Però, uomo saggio, non dimentica l’importanza del giudizio di un padre. Ma questa volta non ha nulla da dire. Mi guarda, come se gli avessi detto che ho deciso di partecipare alle Gare Europee di Origami su carta da parati. Poi prende il caffè, lo finisce, e cambia discorso.

Ore 14.20

Apro il computer per auto osannarmi su tutti i social network per la mia collaborazione con Kustom World. Celebrare me stesso, come compiangermi e rotolarmi nelle ceneri di una delusione, sono cose che adoro fare. Al momento giusto, ma sono piacevolissime soddisfazioni.

Ore 14.25

Ragiono sul fatto che il link al mio blog, comparso sulla rivista, potrebbe portare qui milioni di visitatori. Lettori, motociclisti, avventurieri, viaggiatori, tatuatori, kustomizzatori, svalvolati e gente che cerca “passerina su moto custom” in internet. Devo preparare questo posto per questa orda di contatti. Mi prende il panico. Chiedo urgentemente un caffè.

 

Post Scriptum Vari:

1) Per Kustom World scriverò di Kustom Kulture. Quindi di cose cool, al confine con il kitsch. Solitamente oggetti o persone decisamente borderline, che fanno cose da borderline, in contesti da borderline. Sono felice di farlo. Forse perchè come tutti i borderline, sono attratto dai miei simili.

2) Io adoro la Russia. Non ci sono mai stato, perchè fa freddo. Banalizzare notizie di attualità, senza mai prendere una posizione, è una delle cose che mi piace fare quando non ho niente da fare. Pertanto ritengo che tutta l’attenzione dei Servizi Russi su questo blog sia inopportuna. In ogni caso sono innocuo.

3) in verità, di tutta la questione delle Pussy Riot (deplorevole esempio di come un gesto kitsch possa diventare pietra di scandalo in un paese dove le minime libertà di espressione sono compromesse) mi ha molto colpito Madonna. Che si è fatta una surfata sull’onda delle Pussy Riot pur di rialzare una carriera morta. E’, da tempo, il momento di Lady Gaga. Anche se, per me, Freddy Mercury, rimane il migliore.

4) quando mi riferivo, al punto 3), a un paese dove le minime libertà di espressione sono compromesse, non mi riferivo all’Italia. Pertanto, l’eccessiva attenzione dei Servizi Italiani è ingiustificata. Sono innocuo.

5) Quanto c’è di Kitsch nel Kustom è un argomento nobile. In fondo, passeggiando nei parcheggi dei raduni, di Madonnine, statuette, gattini e Hello Kitty se ne vedono.

6) Mi è venuto in mente Roberto Parodi. Ma non parlo di Roberto Parodi, perchè è già abbastanza che Roberto Parodi parli di Roberto Parodi. Gli voglio bene.

7) Starò qualche giorno in questo deserto urbano. Poi il progetto è di prendere la moto, portarla a velocità di crociera minima e dirigermi a passo fermo verso un noto rifugio ligure di star, milf e vacche ricche milanesi. Il posto perfetto per ricominciare a scrivere poesie.

 

See ya.