La Vittoria ascoltando Vittorio

In effetti l’argomento mi tocca parecchio. A me come al novanta percento dei manager, professionisti, avvocati, designer, eccetera che passano per lavoro più della metà delle loro vite fuori casa. In una prima fase, quella della pubertà del viaggiatore, la principale preoccupazione è quella di reperire buoni ristoranti, locali fighi, e alberghi che abbiano la connessione internet. Nell’adolescenza del viaggiatore, si passa alla selezione degli alberghi in base alla palestra, al cuscino, e alla vicinanza con una fermata della metro. E’ anche il momento in cui il bagaglio a mano si riduce drasticamente passando alla modalità “stretto indispensabile”. L’età adulta, come tutte le età adulte, è quella del disincanto. Ormai gli alberghi e i ristoranti non sono più argomenti critici. Basta un posto per dormire e qualcosa da mangiare. Le grandi capitali europee, le piccole città dimenticate in anonime vallate, le periferie deprimenti, non fanno molta differenza. È in questo momento, precisamente mentre mangiate una cena che a casa definireste squallida, guardando un telegiornale straniero, nella tremenda solitudine di un tavolo di formica rosa, che prendete il telefono, nervosamente, controllando le foto del mare. È solo il primo passo. Pochi giorni dopo vi sveglierete incastrati nel sedile 22B, giusto sul bordo di un ala di un anonimo Boeing, nel mezzo di un cielo ancora più anonimo. Massaggiando lentamente il collo, vi accorgerete della impellente necessità di recuperare una vita privata. Una qualsiasi, anche non la vostra. Ma almeno una. I messaggi sul cellulare che chiedono se avete recuperato dal fastidioso strappo muscolare sono tutti dei colleghi. Vi siete dimenticati di dirlo a casa. E comunque è passato poco prima di tornare. L’ultimo messaggio di un amico, non collega, risale a due mesi prima. Chiedeva una birra. Ma eravate in Germania, seduti al bancone del bar dell’albergo, ad ascoltare il vostro collega finlandese che raccontava dell’avventuroso recupero di un martello, caduto chissà come nell’intercapedine tra il garage e il muro del vicino. Si chiama, la chiamano, Work Life Balance. È l’ossessione di quasi tutti i Frequent Flyers. Fanno corsi, seminari e conferenze. Guru, ricercatori, life coach, professori. Lo sguardo perso tra la foto di vostra figlia mentre cammina la prima volta, (eravate in fiera in Olanda, pioveva e non trovavate un taxi, ma fortunatamente vi hanno mandato la foto), e la scintillante Gold Card di una catena di alberghi nella quale vi regalano l’upgrade della stanza. Avete sempre più asciugamani degli altri. E c’è anche il phon. Prima passavate le ore a casa a controllare nervosamente il BlackBerry. Per fare carriera. Adesso passate le ore in riunione controllando nervosamente le foto di vostra moglie su Facebook. Tornate a casa come soldati, osservando stupiti la fine dei lavori della metropolitana. Soldati di una guerra per la quale siete partiti volontari. Una ricerca conferma che più di due terzi dei passeggeri di un aereo ha decisamente paura. Di morire. L’Harvard Business Review, che compro per darmi un tono e per leggere di come i professori suppongano di cambiare il mondo, ha stabilito che il tuo problema, quello di avere un lavoro e una famiglia, sia un problema centrale per la maggior parte di noi.

Ci sono delle sere nelle quali osservo pazientemente la straordinaria forza della Signora nell’accettare il mio nomadismo forzato. Ci sono delle sere in cui arrivo talmente tardi che anche in aeroporto sono rimasti solo i barboni. Sono le sere in cui trovo il Piccolo già addormentato, abbracciato alla stella luminosa. Lo guardo respirare. E penso a quanto sia bello crescere abbracciati a una stella luminosa. Sono le sere in cui mi faccio più domande. Non mi rispondo quasi mai. Non ho nemmeno più una scrivania. Il barista vicino all’ufficio non mi conosce. L’edicolante non mi saluta. Ma il portiere dell’albergo mi chiede come sto, come sta mio figlio, che aria tira in Italia.

In ogni caso, se mai ti dovessi trovare senza amici, cornuto, depresso e seduto su un aereo per l’Inghilterra che sta atterrando in un aeroporto secondario per una fiera secondaria, smetti di farti domande. Sei semplicemente la prova evidente che il fallimento può accompagnarsi a pessime camicie di sartoria, gemelli di latta e un finto Rolex che annaspa per tenere i minuti. Ma, e questo non lo troverai scritto su nessuna rivista, recuperare una vita è una delle cose più semplici del mondo. Un giorno, scriverò un libro. E lo venderanno in aeroporto. Dieci regole. Perché tutti i libri del genere sono schematizzati in modo tale che una mente plagiata da Excel e Power Point possa ancora comprenderli. Dieci fottute regole. Vorrei fosse venduto a 19 euro e 90. Mi sembra corretto.

Spiegare a uomini che credono di dominare il mondo come sia possibile dominare la propria vita.

Una delle regole, motivo per il quale il mio libro sarà diverso dagli altri, sarà quella di ascoltare buone storie di mare. Sedersi, fermarsi, ed ascoltare ottime storie di mare.

Le storie di mare sono le uniche che parlano di tatto, gusto, udito, vista e olfatto. Il mare bagna, mentre lo respiri. Lo guardi, mentre senti il freddo di una corrente. Lo senti ruggire, mentre osservi l’indiscussa piccolezza di un uomo nelle onde. Le storie di mare sono fatte di notti di pesca eroiche, le ore diventano minuti, la lenza tira muovendo la barca, il silenzio si fa assordante. Un pesce diventa un’incredibile storia di lotta e conoscenza. I muri delle chiese di mare sono pieni di quadri di onde. Come se fossero santi. Le facce della gente di mare sono piene di onde, di sale, di sole. Sono la poesia che manca nelle loro mani, spezzate da troppe tirate di un pesce ribelle. Le loro voci sono la dolce nenia nella sera calda. L’umido lascia spazio al fresco, le vespe smettono di impazzire per l’odore di pesce, il porto immobile aspetta la notte, lo struscio senza meta riempie i marciapiedi. I bambini corrono, la marea fa dondolare le barche ormeggiate. È l’ora in cui Vittorio si accende, insieme alle stelle. Parla di pesci, di mareggiate, di silenzio, di paura e di lotta. Parla di mare. È il momento in cui , semplicemente ascoltando, ci si rende conto di quanto si è piccoli in tutto questo mare. Sono storie che si possono ascoltare senza respirare. Sono storie di sfide infinite, di rispetto e di amore. L’amore di un uomo per il suo mare. L’amore di una vita per l’infinito. Voglio bene a Vittorio, e alle sue storie. Sono la migliore delle cure. La decima regola, la più importante. Quella segreta, a diciannove euro e novanta.

Importante Postfazione: il mondo è pieno di quarantenni bruciati da anni di voli, hotel e riunioni che si aprono un enoteca in centro o un agriturismo in Toscana. Se ti fa sentire meglio sognare di trovarti in un agriturismo, mentre pulisci il cortile dai mozziconi con il sottofondo dei grilli, fallo pure. La maggior parte non ci riesce. Qualcuno lo fa. Per ogni soldato caduto, c’è un infinita lista di volontari pronti a partire. Il segreto per vincere non è certo abbandonare il campo. In fondo si tratta solo di amare se stessi, pazientemente. In ogni caso, non comprare l’Harvard Business Review, perchè alla fine l’unico suggerimento è quello di assumere persone che aiutino nella gestione della tua vita. E a me non sembra ragionevole assumere persone per bere birre con i tuoi amici o per fare l’amore con tua moglie. Per ogni volta che non lo fai tu, c’è un infinita lista di volontari.

Fallo tu, fidati.

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