Meduse, rimedi contro la Diet Coke

Avendo passato più di due ore seduto ad ascoltare la quasi totale cancellazione delle mie abitudini alimentari, in favore di un regime militare nel quale nutrirsi è totalmente secondario, ho deciso di pensare seriamente a come affrontare questa cosa.
Per accettare un cambiamento così radicale delle proprie abitudini di vita, un maschio bianco, sopra la trentina, lievemente ossessivo compulsivo, necessita di motivazioni forti e validissime.
Questa, perlomeno, era la mia ultima difesa. In fondo, sono quasi trent’anni che mangio quello che mangio, e sono quello che mangio. E bevo quello che bevo. Insomma, sono quasi trent’anni che faccio molta più attenzione a quello che fumo che a quello che mangio. Quando inizio la mia arringa di difesa, convinto di spuntarla e uscire velocemente dalla stanza per un salutare break a base di alcool, chiedo appunto delle valide motivazioni.
La lista di malattie invalidanti che mi viene snocciolata davanti agli occhi è degna di un’enciclopedia medica. E già alla terza patologia, qualcosa che mi eroderebbe lentamente il fegato, lasciandomi alitosi, dolori, emorragie e morte, sono convinto che la dieta sia il minore dei mali.
Riguardo lentamente il foglio su cui campeggia la lista degli alimenti che non dovrò toccare. Poi la lista, brevissima, degli alimenti con i quali dovrò improvvisare una dieta in grado di mantenermi in vita. Non credo sia possibile che un uomo possa sopravvivere solo di questo. La vedo anche in chiave religiosa. In fondo, nelle principali religioni monoteiste il creato, fauna e flora, è stato messo al servizio dell’uomo. E posso capire che i cavalli siano stati messi a nostra disposizione per spostamenti e gare di dressing, come i tori per eccitanti foto in Provenza o per tirare carri agricoli. Ma il buon vecchio maiale, quello faccio fatica a giustificarlo se non in una visione orientata al banco dei freschi di un supermercato.
La dieta che seguirò per i prossimi trenta giorni assomiglia a un piano new age, misto a un percorso di disintossicazione, con incroci vegani.
Immaginate di rimuovere tutti gli alimenti piacevoli dal frigo della vostra mente, tutti tutti. Mentre lo fate sgranocchiate un gustoso finocchio crudo. La vostra cena.
Trovate delle valide motivazioni per farlo. Poi, saziatevi in abbondanza con carote e zucchine.

Se non ne andasse della mia sopravvivenza, non lo farei.
Di colpo avverto un fortissimo bisogno di bevande gassate. Qualsiasi bevanda gasata. Io non ho mai bevuto nulla di gasato. Io odio le cose gasate.
Eppure sento una fortissima necessità di chiedere tolleranza, come è stato per il Parmigiano, che posso consumare in abbondanza (25gr), una volta alla settimana.
Tolleranza per la Diet Coke. Che da qualche istante, sento come la bevanda della mia vita.
La Diet Coke, come tutte le bevande gasate, frizzanti, leggermente frizzanti, briose, naturalmente effervescenti, mi viene vietata in assoluto. Se fosse per me nei prossimi trenta giorni un bar camperebbe di acqua minerale e finocchio a fettine.

Me ne faccio una ragione, prendo il mio piano dietetico e porto la mia salma a godere dell’ultimo rhum di questo mese. Il Ron Millionario è tra i più buoni, zuccherosi, alcoolici, rhum agricoli del pianeta. Va bevuto così, con la consapevolezza che, insieme al Caroni, prima o poi finirà. Come un quadro di Van Gogh, che dopo ogni occhiata si consuma.
Per sicurezza, mi faccio fare un’aggiunta.
Il funerale della mia grande dieta a piramide, dove un lato è occupato da junk food, un altro da alcool e il terzo da abbondante caffeina. Probabilmente anche il funerale della mia pancetta.

Sono a bagno, in due metri di acqua, più per non sentire il vociare fastidioso dei miei concittadini in trasferta balneare che per fare un vero bagno. È il day after al mio colloquio con la nutrizionista hitleriana che mi ha fatto la dieta. A voler essere precisi, che mi ha suggerito un piano alimentare.
Sono a bagno nell’acqua fresca, benedetto sia il mare. Ciondolo da uno scoglio a un altro, mentre mi godo l’avvicinamento di una medusa. Uno splendido Polmone di Mare, bianco, duro, grosso. Si fa trasportare dalla corrente, verso riva. Lo sfioro, accarezzando la parte superiore. Ha la consistenza di qualcosa di duro, ed è freddo. Ma si, ovvio. È una lattina di Diet Coke. Fresca, dura, necessaria. Prego perché almeno le allucinazioni alimentari mi abbandonino.
La medusa, tutt’altro che un’allucinazione, mi sfiora delicatamente una spalla, la tetta destra e l’avambraccio, prima di appoggiarsi sullo scoglio.

Erano anni che non mi succedeva. Fa ancora male. Maledetta Diet Coke.

Adesso, scrivo dopo una cena a base di carote, cavoli, acqua e tantissima invidia per i miei vicini di tavolo che si sono bruciati mezzo buffet, mangiandomelo davanti.
Sopravvivo. Anche senza zuccheri, anche senza piaceri, anche senza Diet Coke.
Sembrava impossibile, ma ce la sto facendo.

Bastava una semplicissima minaccia di morte per convincermi del delizioso sapore delle verdure scondite.

Morirò magro e con un intestino estremamente regolare.

E con un’insensata voglia di Diet Coke

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