Kitsch, Pussy, Kustom, Ascelle rigorosamente lacrimanti (Riassunti da una Milano Deserta)

Ore 11.20

Di ritorno dal supermercato, unico non-luogo con più di due esseri umani, affondiamo lentamente nell’asfalto liquefatto mentre tentiamo di scaricare il passeggino, incastrato dentro il sedile della macchina. Il Piccolo ci osserva, in preda a una febbre da cavallo, fuori ronzano le vespe. Quest’anno è pieno di vespe. Non so che relazione scientifica intercorra tra il caldo, le carcasse di gatti morti sotto le siepi e le vespe, ma sembra di stare al confine con una zona disabitata di una periferia remota. Invece siamo a Milano. In una zona disabitata, di una periferia remota.

Ore 13.20

Oggi guardo l’orologio solo quando sono le “e venti”.  Il Piccolo bolle. Ha gli occhi pesanti, respira faticosamente. Se fosse per me, saremmo già andati al Pronto Soccorso. Lo dico alla Signora.

Se fosse per me, direi di andare al Pronto Soccorso.

e già che ci sono, cerco consensi e spiegazioni, aggiungendo

Quest’anno è pieno di vespe.

Ore 15.30

Temperatura rilevata in macchina: 44. Temperatura rilevata sulla fronte del piccolo 39.5. Procediamo, soli come cani abbandonati in una zona disabitata di una periferia remota, verso il Pronto Soccorso. Siamo soli anche dentro il Pronto Soccorso, tolta una gigantesca statua di Kung fu Panda e una gigantesca signora che sta dietro a un vetro, totalmente immersa dentro Canale 5. Non c’è nulla di epico nell’andare in un Pronto Soccorso. Se leggi avidamente, per trovare macabri racconti su tessuti molli, oppure su inefficienze del Sistema Sanitario Nazionale, sbagli. Tutto fila liscio. Siamo noi e un pakistano. Il bimbo pakistano perde sangue da qualche parte, impegnando un infermiera pettinata come una pornodiva anni ottanta e una pediatra con le occhiaie fino alla fine del naso. Il Piccolo è praticamente uno scaldino inanimato.

Ore 16.50

Alla Triennale ci arriviamo in quattro minuti netti. Passando dalla fontana del Castello. Non mi vergogno a dire che alla Triennale non ci ero mai andato. C’è una mostra sul Kitsch. Otto euro. A testa. Il Piccolo è in preda alla febbre, il condizionamento della Triennale è in modalità Steppa Siberiana. Nella mia logica di puericultore, la cosa dovrebbe fare in modo che lui senta meno la febbre. Non so se sia corretto. Ma tanto a casa sarebbe stato lo stesso.

Ore 16.54

Finito di girare la mostra, cerco lo sguardo complice della Signora per due commenti a caldo:

Quest’anno è pieno di vespe.

Questa mostra è un furto legalizzato.

Non andavamo insieme in un museo dai tempi di New York. Il Guggenheim. Dal quale siamo usciti con la netta percezione di una disastrosa ignoranza artistica. Adesso che ci penso anche dal Guggenheim di Bilbao siamo usciti pervasi dalla coscienza della nostra ignoranza. E anche dl JP Getty di Los Angeles. Insomma, migliaia di kilometri per sentire la dolorosa conferma delle nostre lacune. Dalla Triennale esco, invece, con la fortissima sensazione di una sonora inculata.

Ore 17.20

Sorseggio Campari con scorza d’arancia davanti a una scultura nel retro della Triennale. Due grandi pensieri mi assillano. Il primo, pragmatismo di un padre, è sulla infinita scalinata da fare per uscire. Vivere la città con un passeggino ti fa capire quanto ci sia di inumano nell’architettura post fascista. Il secondo riguarda il kitsch. Kitsch non è un termine offensivo. Anche se, guardando tutti quei gattini cinesi che muovono la zampa su e giù, oppure quelle Smart o Mini stipate di Hello Kitty luccicanti, un senso di precarietà del buongusto lascia spazio a un più sano senso di nausea. Ecco, forse ho pagato otto euro per capire la definizione esatta di kitsch: il kitsch non è il cattivo gusto, è semplicemente l’oscillazione barcollante del buongusto, e del buonsenso. Immagina un pendolo, a sinistra il buongusto, a destra il cattivo gusto. E il pendolo che, epiletticamente, oscilla solo verso destra, sempre più a destra, quasi bloccato a destra.

Ore 20.20

Guardo l’orologio alle 20.17 e poi aspetto per poter dire di averlo guardato alle 20.20. Il Piccolo sfebbra. Sessantaquattro euro tra Campari, mostra e Farmacia. Un giorno di ordinaria follia. Mi abbandono sul divano. Penso alle Pussy Riot. Mi piace il nome. Non ho seguito la vicenda. Non mi interessa la cosa, non provo ribrezzo per Sting che canta davanti ai magnati russi. Quando penso a Sting, mi viene in mente la storia sul sesso tantrico. E basta. Forse la storia del sesso tantrico di Sting è un po’ Kitsch. Sicuramente, scrivendo qui  “Pussy” o “pussy riot” attirerò casualmente una trentina di lettori, tra cui i Servizi Russi. I termini di ricerca che portano su questo sito sono solo roba sessuale. La Passerina Ubriaca lo hanno cercato in sette. Sette umani che hanno digitato. Passerina Ubriaca.

 

Domenica Mattina, ore 8.46

Ritiro in edicola il numero di Kustom World di agosto e settembre. Copertina da urlo, foto fighe all’interno. Ma io non cerco questo. In prima pagina, cioè giri la copertina e “tac”, c’è la mia lettera. L’inizio della mia collaborazione con Kustom World.

Ore 8.48

Il mio ego è talmente gonfio che fatico a camminare, ma la ricerca di un bar aperto mi impone di muovermi. Il Piccolo è fresco, seduto nel passeggino. Riflette. Sarebbe bello sapere su cosa. Probabilmente sul fatto che suo padre stia gongolando con una rivista in mano da cinque minuti sotto il sole.

Ore 9.03

I cinesi sono una garanzia. Comprano i bar, generalmente li imbruttiscono, ma li tengono sempre aperti. Sempre significa anche una domenica mattina di agosto, quando a Milano ci sono solo bar di cinesi aperti.

Bevuto il caffè mi siedo a fumare. Consegno la rivista al Piccolo, che la prende tra le mani e indica le macchine. Tempo cinque minuti e la rivista si presenterà, in diversi pezzi di diverse forme, per terra, come se fosse stata infilata in un pacco bomba. (Anche pacco bomba potrebbe portare qui numerosi lettori, compresi i Servizi Russi). Le mani del Piccolo non misurano più di cinque centimetri, ma hanno una potenza incredibile.

Un ragno mi punge la caviglia. Non capisco con quale cazzo di logica pensi di potermi uccidere e mangiare. O magari mi ha punto per stizza.

Riflessioni pesantissime sul Kustom e sul Kitsch si appoggiano sulla mia mente. Tolgo la rivista dalle mani del Piccolo. Vorrei tenerla. E’ uno dei miei inizi. Qualche settimana fa, su un terrazzino afoso davanti al mare, davanti a un caffè ho detto a mio padre di questa cosa. Dello scrivere di Kustom Kulture. Mio padre è un uomo saggio. Ha avuto la pazienza di lasciarmi andare. Sempre. Però, uomo saggio, non dimentica l’importanza del giudizio di un padre. Ma questa volta non ha nulla da dire. Mi guarda, come se gli avessi detto che ho deciso di partecipare alle Gare Europee di Origami su carta da parati. Poi prende il caffè, lo finisce, e cambia discorso.

Ore 14.20

Apro il computer per auto osannarmi su tutti i social network per la mia collaborazione con Kustom World. Celebrare me stesso, come compiangermi e rotolarmi nelle ceneri di una delusione, sono cose che adoro fare. Al momento giusto, ma sono piacevolissime soddisfazioni.

Ore 14.25

Ragiono sul fatto che il link al mio blog, comparso sulla rivista, potrebbe portare qui milioni di visitatori. Lettori, motociclisti, avventurieri, viaggiatori, tatuatori, kustomizzatori, svalvolati e gente che cerca “passerina su moto custom” in internet. Devo preparare questo posto per questa orda di contatti. Mi prende il panico. Chiedo urgentemente un caffè.

 

Post Scriptum Vari:

1) Per Kustom World scriverò di Kustom Kulture. Quindi di cose cool, al confine con il kitsch. Solitamente oggetti o persone decisamente borderline, che fanno cose da borderline, in contesti da borderline. Sono felice di farlo. Forse perchè come tutti i borderline, sono attratto dai miei simili.

2) Io adoro la Russia. Non ci sono mai stato, perchè fa freddo. Banalizzare notizie di attualità, senza mai prendere una posizione, è una delle cose che mi piace fare quando non ho niente da fare. Pertanto ritengo che tutta l’attenzione dei Servizi Russi su questo blog sia inopportuna. In ogni caso sono innocuo.

3) in verità, di tutta la questione delle Pussy Riot (deplorevole esempio di come un gesto kitsch possa diventare pietra di scandalo in un paese dove le minime libertà di espressione sono compromesse) mi ha molto colpito Madonna. Che si è fatta una surfata sull’onda delle Pussy Riot pur di rialzare una carriera morta. E’, da tempo, il momento di Lady Gaga. Anche se, per me, Freddy Mercury, rimane il migliore.

4) quando mi riferivo, al punto 3), a un paese dove le minime libertà di espressione sono compromesse, non mi riferivo all’Italia. Pertanto, l’eccessiva attenzione dei Servizi Italiani è ingiustificata. Sono innocuo.

5) Quanto c’è di Kitsch nel Kustom è un argomento nobile. In fondo, passeggiando nei parcheggi dei raduni, di Madonnine, statuette, gattini e Hello Kitty se ne vedono.

6) Mi è venuto in mente Roberto Parodi. Ma non parlo di Roberto Parodi, perchè è già abbastanza che Roberto Parodi parli di Roberto Parodi. Gli voglio bene.

7) Starò qualche giorno in questo deserto urbano. Poi il progetto è di prendere la moto, portarla a velocità di crociera minima e dirigermi a passo fermo verso un noto rifugio ligure di star, milf e vacche ricche milanesi. Il posto perfetto per ricominciare a scrivere poesie.

 

See ya.

 

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