Come lavorare per Ryan Air ed essere felici

Saltello da un aereo a un altro. Questo è il riassunto di settembre, fino ad oggi. Altro che sindrome da Rientro. Il giallo, pallido, della mia pelle, da l’idea di quanto lontane siano le ferie, il sole, il mare, il caldo. Stamattina, alle quattro e mezza, quindi tecnicamente questa mattina, ma per i più ieri notte, mi trovavo abbandonato nel mezzo di un aeroporto, pazientemente in attesa che il vecchio Boeing Ryan aprisse le sue porte per un altro indimenticabile volo. Con Ryan Air hai tutti i vantaggi del dover scendere a compromessi e nello stesso tempo dover forzatamente rinunciare alla maggior parte delle comodità. Il compromesso principale è nella quasi totale inadeguatezza degli aeroporti nei quali vola Ryan. Strutture che fino a ieri ospitavano si e no quattro voli cargo, oggi hanno destinazioni tra le più cool, con centinaia di passeggeri che pascolano in cerca di un qualcosa che assomigli a un aeroporto. Tipo quando nei giochi Business Tycoon, devi costruire un aeroporto, ma prima ci metti le rotte, poi gli aerei, poi un tabaccaio e poi ti dimentichi del gioco. Ecco, i passeggeri Ryan sono in questo livello del gioco. Se mai ti dovessi ricordare, torna a giocarci e costruisci anche tettoie, carrelli, e robe da aeroporto normale. Con Ryan hai anche un posto scomodo sull’aereo, e la sensazione di essere di troppo. Un’ospite non voluto.

 

L’altro stupefacente fattore di differenza è che con Ryan vai a prendere l’aereo a piedi. Ordinatamente incolonnato tra birilli bianchi e rossi, passeggi per l’aeroporto fino al tuo aereo, godendo del salutare paesaggio e, in base alla stagione, di un caldo cane o di un freddo mortale.

Questa mattina aspettavamo che l’aereo si aprisse, in fila ai bordi della pista. E mi sono messo a giocare con il mio passaporto, guardando i timbri. Ho sempre sognato di avere un passaporto pieno di timbri. E adesso è nelle mie mani. 

 

Valutavo seriamente la possibilità di addormentarmi in piedi, appoggiandomi lievemente alla spalla del tipo davanti a me, quando ho visto la ragazza bionda che mi stava accanto prendere il telefonino e fare una foto al carrello dei bagagli.

Ho smesso di farmi domande su quello che la gente fotografa quando viaggia. Dalla morte del rullino, sono cambiate molte cose. Fotografare un tipo con i calzini strani, un cartello divertente, un panino buono, è diventato normale. Credo che alle spalle ci sia una ragione di costi. Il costo della foto al tipo con i calzini strani è nullo. Non costa niente. Quindi si può fare senza pensarci troppo. E la gente, quando viaggia, vuole che gli amici a casa vedano quei calzini, quel cartello, quel panino.

Ma la bionda ragazza, che osservo essere proprietaria di due giganteschi capezzoli sparati verso il centro della pista, forse per il freddo, continua a fare foto. Una foto al carrello dei bagagli può essere normale. Poi ci deve essere una ragione. Magari il tipo che carica i bagagli è uguale al suo ex, oppure dietro l’aereo ci sono due alci che fanno l’amore e non me ne sono accorto. Divento, immediatamente, un inguaribile curioso. Come i vecchiettini che osservano i cantieri. Lei se ne accorge. E con un delizioso accento francese, orientando i giganteschi capezzoli verso di me, spiega che la foto è per la sua valigia, per dimostrare che è stata caricata. Così, nel caso si perdesse, ha le foto che dimostrano che la valigia ha iniziato il viaggio con lei. A supportare questa divertente teoria c’è ovviamente l’esperienza di un amico. L’amico a cui succedono tutte le cose, quello a cui una modella fighissima ha offerto da bere per poi asportargli un rene. Quello con il coccodrillo nella doccia. Quello che ha guidato contromano in autostrada, quello che ha conosciuto una delle Olgettine. Quello li.

 

In effetti, la teoria non fa una piega. Vai al nastro bagagli. Aspetti la tua valigia. Non arriva. Aspetti ancora. Non arriva. Capisci che non arriverà, perché hanno iniziato a scaricare i bagagli del volo da Tunisi. Vai al banco. E scopri che non succede solo a te. Fai la coda, ti innervosisci. Pensi di non farcela senza la valigia. Lavarsi i denti, senza la valigia è impossibile. Tocca a te. Parti incazzato nero. Il tipo, che di lavoro raccoglie le denunce di smarrimento di fondamentali, indispensabili, assolutamente necessari bagagli, è decisamente preparato. Ti ignora. Poi tiri fuori il telefonino. E gli fai vedere la foto.

Lui guarda distrattamente. Tu hai le prove che la tua valigia era sull’aereo con te. E’ una prova.

Solo allora ti rendi conto che è una prova completamente inutile. Non prova assolutamente nulla. Una foto non conta un cazzo. E’ sfuocata. C’è un carrello dei bagagli, un tipo con in mano un trolley rosso. Sullo sfondo, nella pila di valigie, anche la tua verde. Ce ne sono altre sette verdi. Adesso ti rendi conto che il tuo amico è un coglione. E che forse ha tutti e due i reni.

 

Ma la cosa, insieme al freddo della pista, mi ha fatto riflettere su quanto gli uomini si affidino alle immagini per dichiarare che esiste, che è vero. Lo ho fotografato, quindi c’è.  Mi sono fatto una foto là, quindi ci sono stato.

 

Questo è il motivo, forse, per il quale su Facebook si postano milioni di foto al giorno. Per dire che è tutto vero.

 

Nella prima guerra del Golfo, il vecchio Saddam aveva avuto la brillante idea di mettersi a lanciare missili Scud su Israele. Lo faceva da una parte dell’Irak dalla quale riusciva a mandarli fino in Israele.

L’aereonautica americana possedeva la risposta. Una apparecchiatura che montata sui caccia, faceva le foto ad alta risoluzione dei possibili convogli di lancio degli Scud e la mandava ai piloti.

I lanci si facevano di notte. E i caccia volavano di notte. E facevano un sacco di foto ad altissima risoluzione. Altissima risoluzione negli anni novanta è qualcosa che adesso il tuo vecchio smartphone dovrebbe sorpassare con grande tranquillità. E i piloti, che avevano ricevuto un training su come un convoglio lancia Scud avrebbe dovuto essere, a miglia di distanza ricevevano la foto e decidevano se sparare. In pochi secondi.

Se c’è una foto, deve essere vero.

Alla fine, stando ai piloti e ai missili che avevano lanciato, centinaia di convogli per Scud sono stati abbattuti. Sono partite le medaglie e i complimenti.

 

Poi, qualche anno dopo una Commissione ha stabilito che meno della metà della metà di quelli bombardati erano convogli per Scud. Erano convogli, autobotti, magari carovane.

 

C’era un immagine, ma non era vera.

 

Forse la fiducia nelle foto non dovrebbe essere così totale.

Forse ci vorrebbe un modo per distinguere, valutare, capire…

 

Poi salgo sull’aereo e cado nel sonno dei giusti. Ripenso alla tipa e alla sua tecnica per non perdere la valigia. Poi sfoglio la rivista Ryan. Osservo una foto di Angela. Angela è una hostess Ryan. Ha fatto il calendario Hostess Ryan 2013. Ha due grosse tette e una vita piccolissima. I proventi del calendario vanno in beneficenza.

Chissà perché, Angela non l’ho mai vista a bordo.

Non mi fido delle foto. Vorrei una prova tangibile.

 

 

PS: trovate più documentazione sulla storia degli Scud in internet. Tutto in inglese. Trovate più documentazione sui capezzoli e sul calendario Ryan in rete. Insomma trovate tutto in rete. Difficilmente troverete le hostess del calendario sul vostro volo. Credo non sia una questione statistica. Ho volato Ryan per dodici mesi. E non ho mai visto Angela. C’è anche da dire che la divisa Ryan ucciderebbe qualsiasi tentativo morboso e sessualmente orientato. Come volare Ryan uccide il piacere di viaggiare.

 

In merito ai capezzoli, alle tettone di Angela e alla storia delle immagini, trovate in rete anche un sacco di discussioni sulla veridicità delle mammografie. Ma questo non è molto pertinente.

 

Surf it fritz!

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