Ragazze Tatuate che Ballano Ondeggiando a una festa greco romana

Mi alzo che tecnicamente è piena notte. Affondo i piedi nel pavimento gelato. Eseguo rapidi gesti, consumati dall’abitudine. Per non dimenticare il necessaire, devo lavarmi i denti la sera prima, prendere lo spazzolino, metterlo nel necessaire, mettere il necessaire nel trolley, andare a letto.

La mattina dopo, ormai da anni, spengo la sveglia, respiro profondamente, mi alzo, affondo i piedi sul pavimento, che da settembre a maggio è gelato, procedo verso il bagno. Tecnicamente eseguo più azioni nello stesso momento. Il rischio di errore è ridotto al minimo.

La procedura è: mi osservo allo specchio, pisciando, mentre metto la schiuma da barba. Poi cerco il rasoio. Che è nel necessaire. Che vado a prendere nel trolley. Questo, come tutte le mie adorabili abitudini, mi da una sicurezza nel mondo e nella vita.

Insomma, mi alzo, procedo con rasatura, lavaggio sommario, iniziale vestizione. La meta è mediterranea, calda, finalmente lontana dalle fredde destinazioni teutoniche. Mentre mi allaccio i bottoni vado in camera. Osservo la Signora dormire.  A dire il vero, il più delle volte, contemplo le splendide nudità che il disordine del sonno mi offre. Poi vado dal Piccolo. Qui siamo al pantalone, calzino e scarpa. Lo osservo dormire. Russa, il Piccolo. Osservare il proprio figlio dormire da una straordinaria sensazione. Che tutto si sia compiuto. Almeno il giorno prima.

Poi guardo il grosso orologio del corridoio. Mi compiaccio con me stesso di essere dieci minuti in anticipo. Dieci minuti, sono un largo anticipo. Ci sta un the, delle fette biscottate, una scrollatina all’iPad. Sei minuti dopo, distrattamente guardo l’orologio dell’iPad. E connetto. L’orologio del corridoio è dieci minuti indietro. Da almeno due mesi. Tecnicamente oscillo. Credo sia una reazione incontrollabile. Il mio destino è sempre lo stesso. Lanciarmi disperatamente verso l’aeroporto.

Tre ore dopo sono a venti gradi di differenza, davanti a un placido porto, con orde di tedeschi che pascolano sul bordo di una piscina. Sono divertenti, nei loro colori. Le loro pelli sono quelle di chi non ha il mare nel DNA. O si scottano, o diventano giallognoli.

Settembre sta svanendo. Probabilmente anche la mia patente. Se ci fosse una raccolta punti per gli autovelox da casa all’aeroporto, avrei già vinto un set di posate d’argento. Il dilemma è sempre lo stesso: perdo l’aereo, smetto di colpo di fare questa vita, mi siedo sul bordo di un guard rail fuori dal terminal, chiamo la Signora, le sussurro che qualcosa è cambiato e poi mi incammino a piedi verso un bosco. Oppure, corro, schiacciando l’acceleratore, lampeggiando a chiunque assomigli a una macchina, entrando nel parcheggio del Terminal e parcheggiando nel primo buco. Corro verso il check in, la cravatta che ondeggia come la lingua di un cane.

Quando il cane sarà stanco, il padrone dovrà fare da solo, dice un detto canadese.

Settembre sta svanendo anche qui, sul mare. Il sole tramonta prima, lasciando un fresco che fa venire la pelle d’oca e fa tremare i tedeschi ustionati.

Da quando faccio la dieta ho scoperto un sottobosco di umanità decisamente interessante. Ho scoperto, prima di tutto, che la mia dieta è semplicemente un lento processo di riordino delle mie abitudini alimentari. Ho scoperto quanto sia importante mangiare bene. Per il resto, me ne fotto, attendendo le prossime analisi del sangue. Ma, il popolo delle diete è estremamente interessante. E, come i Visitors, è ovunque. Travestito da gente normale. Mangia barrette, insalate scondite, beve ettolitri di acqua con magnesio, toglie con il coltello il condimento dal pollo. Il popolo delle diete conta i kili persi alla settimana. Il popolo delle diete si avvicina a un buffet con il calcolo calorico delle prime tre portate già stampato nel cervello. Gli occhi passano velocemente in rassegna il desiderio. Cioccolato, muffin al cioccolato, brioches alla Nutella, coriandoli di cioccolato su una fottuta torta di mele. Figli di troia, quelli del Cioccolato. Si mettono dappertutto. Ma noi, delle Diete, non ci muoviamo dai nostri passi. E se lo facciamo, sentiamo dolore e rammarico. E anche qualche brufolo sul collo. Ma ormai il corpo è un animale da dominare, da abbattere a furia di barrette e verdure bollite.

 

Ecco, io credo che a parte qualche necessità clinica, la maggior parte di questo popolo sia succube di un infernale esaurimento nervoso.

Adesso li so riconoscere. Trovo gli occhi vivaci, le espressioni demenziali davanti a un Cafè Gourmet, trovo le loro sagaci affermazioni davanti a una Cesar Salad.

Io non sono dei vostri. Io non sono così. Ma quei fottuti bastardi del Cioccolato, quelli sono anche miei nemici.

 

 

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