Kitsch, Pussy, Kustom, Ascelle rigorosamente lacrimanti (Riassunti da una Milano Deserta)

Ore 11.20

Di ritorno dal supermercato, unico non-luogo con più di due esseri umani, affondiamo lentamente nell’asfalto liquefatto mentre tentiamo di scaricare il passeggino, incastrato dentro il sedile della macchina. Il Piccolo ci osserva, in preda a una febbre da cavallo, fuori ronzano le vespe. Quest’anno è pieno di vespe. Non so che relazione scientifica intercorra tra il caldo, le carcasse di gatti morti sotto le siepi e le vespe, ma sembra di stare al confine con una zona disabitata di una periferia remota. Invece siamo a Milano. In una zona disabitata, di una periferia remota.

Ore 13.20

Oggi guardo l’orologio solo quando sono le “e venti”.  Il Piccolo bolle. Ha gli occhi pesanti, respira faticosamente. Se fosse per me, saremmo già andati al Pronto Soccorso. Lo dico alla Signora.

Se fosse per me, direi di andare al Pronto Soccorso.

e già che ci sono, cerco consensi e spiegazioni, aggiungendo

Quest’anno è pieno di vespe.

Ore 15.30

Temperatura rilevata in macchina: 44. Temperatura rilevata sulla fronte del piccolo 39.5. Procediamo, soli come cani abbandonati in una zona disabitata di una periferia remota, verso il Pronto Soccorso. Siamo soli anche dentro il Pronto Soccorso, tolta una gigantesca statua di Kung fu Panda e una gigantesca signora che sta dietro a un vetro, totalmente immersa dentro Canale 5. Non c’è nulla di epico nell’andare in un Pronto Soccorso. Se leggi avidamente, per trovare macabri racconti su tessuti molli, oppure su inefficienze del Sistema Sanitario Nazionale, sbagli. Tutto fila liscio. Siamo noi e un pakistano. Il bimbo pakistano perde sangue da qualche parte, impegnando un infermiera pettinata come una pornodiva anni ottanta e una pediatra con le occhiaie fino alla fine del naso. Il Piccolo è praticamente uno scaldino inanimato.

Ore 16.50

Alla Triennale ci arriviamo in quattro minuti netti. Passando dalla fontana del Castello. Non mi vergogno a dire che alla Triennale non ci ero mai andato. C’è una mostra sul Kitsch. Otto euro. A testa. Il Piccolo è in preda alla febbre, il condizionamento della Triennale è in modalità Steppa Siberiana. Nella mia logica di puericultore, la cosa dovrebbe fare in modo che lui senta meno la febbre. Non so se sia corretto. Ma tanto a casa sarebbe stato lo stesso.

Ore 16.54

Finito di girare la mostra, cerco lo sguardo complice della Signora per due commenti a caldo:

Quest’anno è pieno di vespe.

Questa mostra è un furto legalizzato.

Non andavamo insieme in un museo dai tempi di New York. Il Guggenheim. Dal quale siamo usciti con la netta percezione di una disastrosa ignoranza artistica. Adesso che ci penso anche dal Guggenheim di Bilbao siamo usciti pervasi dalla coscienza della nostra ignoranza. E anche dl JP Getty di Los Angeles. Insomma, migliaia di kilometri per sentire la dolorosa conferma delle nostre lacune. Dalla Triennale esco, invece, con la fortissima sensazione di una sonora inculata.

Ore 17.20

Sorseggio Campari con scorza d’arancia davanti a una scultura nel retro della Triennale. Due grandi pensieri mi assillano. Il primo, pragmatismo di un padre, è sulla infinita scalinata da fare per uscire. Vivere la città con un passeggino ti fa capire quanto ci sia di inumano nell’architettura post fascista. Il secondo riguarda il kitsch. Kitsch non è un termine offensivo. Anche se, guardando tutti quei gattini cinesi che muovono la zampa su e giù, oppure quelle Smart o Mini stipate di Hello Kitty luccicanti, un senso di precarietà del buongusto lascia spazio a un più sano senso di nausea. Ecco, forse ho pagato otto euro per capire la definizione esatta di kitsch: il kitsch non è il cattivo gusto, è semplicemente l’oscillazione barcollante del buongusto, e del buonsenso. Immagina un pendolo, a sinistra il buongusto, a destra il cattivo gusto. E il pendolo che, epiletticamente, oscilla solo verso destra, sempre più a destra, quasi bloccato a destra.

Ore 20.20

Guardo l’orologio alle 20.17 e poi aspetto per poter dire di averlo guardato alle 20.20. Il Piccolo sfebbra. Sessantaquattro euro tra Campari, mostra e Farmacia. Un giorno di ordinaria follia. Mi abbandono sul divano. Penso alle Pussy Riot. Mi piace il nome. Non ho seguito la vicenda. Non mi interessa la cosa, non provo ribrezzo per Sting che canta davanti ai magnati russi. Quando penso a Sting, mi viene in mente la storia sul sesso tantrico. E basta. Forse la storia del sesso tantrico di Sting è un po’ Kitsch. Sicuramente, scrivendo qui  “Pussy” o “pussy riot” attirerò casualmente una trentina di lettori, tra cui i Servizi Russi. I termini di ricerca che portano su questo sito sono solo roba sessuale. La Passerina Ubriaca lo hanno cercato in sette. Sette umani che hanno digitato. Passerina Ubriaca.

 

Domenica Mattina, ore 8.46

Ritiro in edicola il numero di Kustom World di agosto e settembre. Copertina da urlo, foto fighe all’interno. Ma io non cerco questo. In prima pagina, cioè giri la copertina e “tac”, c’è la mia lettera. L’inizio della mia collaborazione con Kustom World.

Ore 8.48

Il mio ego è talmente gonfio che fatico a camminare, ma la ricerca di un bar aperto mi impone di muovermi. Il Piccolo è fresco, seduto nel passeggino. Riflette. Sarebbe bello sapere su cosa. Probabilmente sul fatto che suo padre stia gongolando con una rivista in mano da cinque minuti sotto il sole.

Ore 9.03

I cinesi sono una garanzia. Comprano i bar, generalmente li imbruttiscono, ma li tengono sempre aperti. Sempre significa anche una domenica mattina di agosto, quando a Milano ci sono solo bar di cinesi aperti.

Bevuto il caffè mi siedo a fumare. Consegno la rivista al Piccolo, che la prende tra le mani e indica le macchine. Tempo cinque minuti e la rivista si presenterà, in diversi pezzi di diverse forme, per terra, come se fosse stata infilata in un pacco bomba. (Anche pacco bomba potrebbe portare qui numerosi lettori, compresi i Servizi Russi). Le mani del Piccolo non misurano più di cinque centimetri, ma hanno una potenza incredibile.

Un ragno mi punge la caviglia. Non capisco con quale cazzo di logica pensi di potermi uccidere e mangiare. O magari mi ha punto per stizza.

Riflessioni pesantissime sul Kustom e sul Kitsch si appoggiano sulla mia mente. Tolgo la rivista dalle mani del Piccolo. Vorrei tenerla. E’ uno dei miei inizi. Qualche settimana fa, su un terrazzino afoso davanti al mare, davanti a un caffè ho detto a mio padre di questa cosa. Dello scrivere di Kustom Kulture. Mio padre è un uomo saggio. Ha avuto la pazienza di lasciarmi andare. Sempre. Però, uomo saggio, non dimentica l’importanza del giudizio di un padre. Ma questa volta non ha nulla da dire. Mi guarda, come se gli avessi detto che ho deciso di partecipare alle Gare Europee di Origami su carta da parati. Poi prende il caffè, lo finisce, e cambia discorso.

Ore 14.20

Apro il computer per auto osannarmi su tutti i social network per la mia collaborazione con Kustom World. Celebrare me stesso, come compiangermi e rotolarmi nelle ceneri di una delusione, sono cose che adoro fare. Al momento giusto, ma sono piacevolissime soddisfazioni.

Ore 14.25

Ragiono sul fatto che il link al mio blog, comparso sulla rivista, potrebbe portare qui milioni di visitatori. Lettori, motociclisti, avventurieri, viaggiatori, tatuatori, kustomizzatori, svalvolati e gente che cerca “passerina su moto custom” in internet. Devo preparare questo posto per questa orda di contatti. Mi prende il panico. Chiedo urgentemente un caffè.

 

Post Scriptum Vari:

1) Per Kustom World scriverò di Kustom Kulture. Quindi di cose cool, al confine con il kitsch. Solitamente oggetti o persone decisamente borderline, che fanno cose da borderline, in contesti da borderline. Sono felice di farlo. Forse perchè come tutti i borderline, sono attratto dai miei simili.

2) Io adoro la Russia. Non ci sono mai stato, perchè fa freddo. Banalizzare notizie di attualità, senza mai prendere una posizione, è una delle cose che mi piace fare quando non ho niente da fare. Pertanto ritengo che tutta l’attenzione dei Servizi Russi su questo blog sia inopportuna. In ogni caso sono innocuo.

3) in verità, di tutta la questione delle Pussy Riot (deplorevole esempio di come un gesto kitsch possa diventare pietra di scandalo in un paese dove le minime libertà di espressione sono compromesse) mi ha molto colpito Madonna. Che si è fatta una surfata sull’onda delle Pussy Riot pur di rialzare una carriera morta. E’, da tempo, il momento di Lady Gaga. Anche se, per me, Freddy Mercury, rimane il migliore.

4) quando mi riferivo, al punto 3), a un paese dove le minime libertà di espressione sono compromesse, non mi riferivo all’Italia. Pertanto, l’eccessiva attenzione dei Servizi Italiani è ingiustificata. Sono innocuo.

5) Quanto c’è di Kitsch nel Kustom è un argomento nobile. In fondo, passeggiando nei parcheggi dei raduni, di Madonnine, statuette, gattini e Hello Kitty se ne vedono.

6) Mi è venuto in mente Roberto Parodi. Ma non parlo di Roberto Parodi, perchè è già abbastanza che Roberto Parodi parli di Roberto Parodi. Gli voglio bene.

7) Starò qualche giorno in questo deserto urbano. Poi il progetto è di prendere la moto, portarla a velocità di crociera minima e dirigermi a passo fermo verso un noto rifugio ligure di star, milf e vacche ricche milanesi. Il posto perfetto per ricominciare a scrivere poesie.

 

See ya.

 

Farfalle o Passerina

Mentre cerco di portare il mio livello di alcool a una soglia accettabile che mi permetta di addormentarmi pacificamente senza sentire ne il treno ne i rimorsi medici sull’abuso di alcool, mi chiedevo che tipo di scala sociale ci sia tra le diverse specie di farfalline notturne.  Come si può intuire già dal mio chiamarle “farfalline” notturne, la mia conoscenza delle varie specie di insetti che popolano i dintorni delle luci di notte al mare è minima. Mi limito a saper distinguere alcune specie in base all’oggetto che devo usare per ucciderle o scacciarle. Che poi, solitamente, è la ciabatta. Ma mi diletto, con discreti risultati, anche con lo straccio da cucina e, udite udite, con il pacchetto di tabacco.

Sono di tanti tipi. Piccolissime, medie, grandicelle, con le ali grandi, lunghe, tozze, marroncine, nere. Il grosso faretto che illumina il balcone è una specie di richiamo sociale, tipo la zona a luci rosse di Amsterdam per il maschio europeo in trasferta di lavoro nella capitale olandese. Sono tutte lì intorno, anche se fanno finta di non esserci. Convivono pacificamente. Qui non ci sono gechi, lucertole, rane, serpenti e topi. O perlomeno mentre io bevo del Grechetto ghiacciato e acido. Magari a luci spente, il terrazzo si popola di animali evoluti in grado di inghiottire le farfalline. Sono consapevole del fatto che tutto dipende dalla mia presenza. Proteggo, mentre bevo, le farfalline. Questo mi fa sentire decisamente meglio. Bevo meglio.

Qualcuna mi cade addosso. Roba che, per alcuni, potrebbe rappresentare un grosso problema. La Signora, ad esempio, non t0llera che nessun insetto le si appoggi addosso. Siamo fuggiti da molti ristoranti, molte spiagge, molte discoteche, alcuni bar, qualche parcheggio, per via degli insetti che le cadevano addosso. La scala che usa per descrivere le dimensioni dell’insetto piovutole addosso è solitamente taroccata da un moltiplicatore decimale. Una farfalla di mezzo centimetro diventa un grosso insetto, normalmente chiamato scarafaggio, di cinque centimetri. Sono tutti scarafaggi. Anche se, all’evidenza di qualche cadavere, passato sotto le mie ciabatte, ha dovuto constatare che si tratta di “farfalline”.

Sto per ritenermi soddisfatto della quantità di Grechetto ingerita, inizio a sentire molto meno il traffico in sottofondo, e il fastidioso vociare della gente che va in spiaggia. Come se in spiaggia, alle dieci di sera ci fosse qualcosa da fare. A meno che tu non sia un adolescente, tra i dodici e i ventinove anni, accompagnato da un altro adolescente, anch’egli tra i dodici e i ventinove, o anche da un giovane adulto tra i ventinove e i cinquantasei, non hai nessun fottutissimo motivo per andare in spiaggia. E’ maledettamente umido, decisamente fastidioso, tremendamente inutile.

Le spiagge di notte sono aperte per l’amore e per il vino. Insomma per il meglio della vita.

Eppure ci vanno tutti. Donne apparecchiate come se dovessero battere per mantenere i figli. I quali sono ingorgati nei passeggini, imbalsamati da vestiti fastidiosi sia per il caldo sia per gli osceni disegni. Padri di famiglia con bermuda vergognosi e infradito ridicole. Tutti a camminare avanti e indietro. Passando sotto le mie finestre. Per questo sono costretto a bere Grechetto.

Sono stufo del vino locale, la Passerina. Troppo dolce. Ieri un tipo, in spiaggia, mi ha avvicinato per chiacchierare. Mi ha chiesto se fossi andato ad assaggiare la Passerina Ubriaca. C’era una sagra. La sagra della Passerina Ubriaca. Ho subito pensato a come il tipo abbia scoperto qualche sordido ricordo di trasferte lavorative in paradisi sessuali. La sagra della Passerina Ubriaca.

Avrei voluto essere l’assessore al Turismo, che ha approvato a bilancio la Sagra della Passerina Ubriaca. Alla voce, eventi soft-core.

Bevo Grechetto. Il vino bianco è un buon surrogato del rhum. Per qualche giorno. Poi bisogna saggiamente tornare al Rhum.

Questa cosa delle farfalline dovrò cercarla in internet. Cercare di capire che tipo di relazione sociale hanno, anche se sono fisicamente molto diverse.

Mi godo il momento, cullato dal Grechetto, di quando sentirò tutta la responsabilità di un piccolo Padreterno mentre spegnerò la luce.

Il momento in cui smetteranno di essere protette, e falchi, topi, lupi volpi o forse più semplicemente qualche lucertola, faranno una grande cena. Secondo me senza far troppa differenza di specie e razze.

 

i Diari del Litorale – De Luxe Edition

Per quelli che ci tengono alle cronache, credo sia importante riportare un lieve peggioramento del tempo, un lieve accorciamento delle giornate, un lieve malessere nel pensare a Novembre. Lieve.

Bevo vino bianco, che sembra caduto nello zucchero, freddo ghiacciato. Fumo, anche se volevo smettere. Ma ho pensato che era meglio smettere di voler smettere. Scrivo titoli di poesie, cortissime mail di lavoro, qualche pezzo di racconto. Attacco il pc a una presa in un muro, sotto la lavatrice, e tiro il filo fino al tavolo da dove si vede il mare. Leggo Rampini. E invidio Rampini. Mi piacerebbe saper raccontare le cose come le racconta lui. Anche se venti pagine di Rampini, in ferie, sono uno sforzo eccessivo per il mio cervello.

Ogni tanto ascolto un motore, lontano sulla statale, e poi sempre più vicino. Riconosco il rumore di quasi tutte le moto. E mi viene bene. Peccato non esista un lavoro così. Lo farei davvero bene.

Mentre mi passa un leggero vento da Sud tra le dita dei piedi, nudi, penso velocemente a Novembre. Mi viene di farlo. Poi quando sono a Novembre, mi viene di pensare ad Agosto. Che ne so, questo Novembre, appeso su una scala di un aereo, chiuso nel cappotto, cercando centimetri di sciarpa libera per coprire centimetri di faccia, pensavo ad Agosto.

Come quando sono in moto, in maglietta, che sento il vento caldo battere in faccia e penso a Novembre, quando il gelo taglia quei piccolissimi pezzi lasciati scoperti. Due giacche, dei guanti imbottiti, una sciarpa, gli occhialoni, eppure passa il freddo.

Uno non va in moto per scappare. E uno non se ne sta con i piedi appoggiati su un tavolo, davanti al mare, per scappare.

I titoli delle poesie, mi vengono bene in questi giorni. Tipo: “Basilico, ferrovia e sabbia”.

 

Restano poche parole, abbiamo tempo per farlo

Camminando più avanti, verso Nord, ci sono le baracche dei pescatori. Rientrano in porto la mattina, con l’alba, ciondolando sulle loro barche. Non hanno nomi strani, le barche. I pescatori si chiamano quasi tutti Mimmo. Fumano mentre mettono a posto le reti nelle ceste di plastica nera. I gabbiani aspettano che almeno uno dei Mimmo si ricordi di loro. I villeggianti aspettano che il loro Mimmo, quello con cui credono di avere confidenza, selezioni per loro la sogliola migliore. Le cicale di mare aspettano che uno dei Mimmo le infili in un banco frigo, messo sotto il sole. Una specie di ebollizione lenta, con acqua fredda.

Il maresciallo passa, tenendo la macchina al minimo, guardando fisso nel vuoto. La camicia aperta, il finestrino aperto.

Nel bene o nel male, queste sono terre che aspettano di essere calpestate da viaggiatori. E’ quasi un peccato essere qui ed essere fermi.

Non viaggiare, su queste colline, su queste spiagge. Sono panorami che devono scorrere lenti, attraverso due lenti, dentro un casco.

Lo sanno loro, la terra e gli alberi, che fanno ombra sulle statali. Lo sa questa gente, che ha costruito interi paesi tutti sulla statale. Lo sa la gente che passa, che solo distrattamente guarda di lato.

Abbiamo tempo per farlo, questo viaggio. E lo faremo.

Restano poche parole, mentre passa il treno. Un regionale, pigro, cinque carrozze. Dietro arriva una vecchia Guzzi. Fa polvere. Sta passando. Guarda distrattamente.

La Ferrovia, il caldo e lo strano odore del silenzio

Questo posto mi piace un sacco. C’è il mare che finisce direttamente dentro le case. Per farmelo piacere un sacco, basterebbe molto di meno. Basterebbe il mare. Ma c’è il mare che finisce dentro le case. La gente cammina, e il mare arriva quasi a bagnare i piedi. Poco dietro c’è la ferrovia. Passano i treni che vanno giù al Sud. Poi ripassano per tornare al Nord. C’è l’odore del silenzio, tra le cicale. Lungo la ferrovia ci sono i canneti, ci sono i gatti che si nascondono dentro le canne e aspettano. Aspettano che passi il caldo, penso io. Sono tutti estremamente socievoli. Parlano volentieri, fermandosi all’ombra di una palma. Aspettando che passi il caldo. Ho una finestra che da sul mare, e al mattino arriva l’aria bagnata, fresca, insieme al primo treno merci. Vuoto. Il mare è molto paziente, qui. Si muove lentamente verso Nord, azzurro, verde e bianco. Tutto sembra rallentato dal caldo. Anche le parole. Si parla lo stretto necessario qui, a meno di non essere all’ombra di una palma. I pescatori rientrano al mattino, con il  primo vento bagnato. Portano vongole e pesce piccolo. E odore di silenzio.

La sera, prima di mangiare sul terrazzo, prendo il long board e vado fino in fondo al paese. A respirare la gente, lo struscio, l’aria importante che ci si da quando si è al mare.

I miei tempi sono quelli di mio figlio. Ci stupiamo di un treno, ci fermiamo ad osservare un sasso, ci piacciono i motorini e anche i cani. I cani meno dei motorini. Beviamo acqua spesso. Insieme.

Ogni tanto ci guardiamo e decidiamo di andare ancora qualche passo avanti. Ad essere sinceri non è facile avere dei piedi così piccoli e camminare così tanto.

La sera, con il caldo che bagna le porte e le finestre, aspettiamo la luna. E’ rossa da qualche giorno. Poi, finalmente, leggo. Aspettando che qualche treno porti un filo d’aria.

Qui si sta davvero bene.

Lost in Adriatico

Per un purista del mare come me, la prima volta è stata davvero scioccante. Venivo da un mese di Isola D’Elba, che a dire il vero di mare ne avevo visto ben poco. Perdutamente innamorato, senza nessuna voglia di stare con i miei, ma con l’unica opzione di muovermi verso l’Adriatico per non passare il ferragosto a casa solo.
A vent’anni il Ferragosto a Milano fa tristezza, ti salta subito in mente l’ottobre freddo che arriva, l’università, il pavè bagnato…
Allora ho preso un treno, anzi tre.
Ho fatto il mio primo bagno credendo che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’acqua. Calda, opaca, immobile. Mai visto un mare così. Ho fatto il primo bagno della mia vita senza punti di riferimento. Senza scogli, insenature, fondali. In un infinito caldo, unto, continuo.
I bagni, qui li chiamano chalet, tutti in fila, gli ombrelloni, i campi da beach volley. Non riuscivo ad orientarmi.
Ognuno ha un suo mare. Il mio è quello di Paraggi, di Camogli, di San Fruttuoso, di Recco e di Sori. Terra verticale, verde, rossa, gialla, olivi e glicini, scogli e acqua gelata. Gente di onde, di vento e di tempeste, santuari arroccati, la vecchia Aurelia come un serpente stanco, e il sole che tramonta in fondo al molo, dentro al mare.

Ho imparato, con il tempo, a vivere. Ad apprezzare i mari e gli oceani, come le persone e i luoghi. Viaggiare forse mi è servito prevalentemente a questo. Come acqua su uno scoglio, lentamente smussa, leviga, placa, tutti gli angoli ribelli di una mente.

Così adesso me ne sto, molto più in pace con me stesso di quando avevo vent’anni, a guardare l’Adriatico infinito, mosso da un vento caldo del Sud, e tutta la sua gente. Guardo i gabbiani immobili nel vento con mio figlio, e respiro il fresco delle colline alla mattina presto con mio padre. Senza aspettare niente. Guardo passare la gente, ordinatamente disordinata, vestiti da sera e tacchi alti. Ascolto il delizioso borbottio di tutte le Harley che passeggiano sul viale, bevo orrendo vino bianco gelato, leggo Baricco e un paio di altri libri, sfoglio giornali e passeggio tra gli ombrelloni seguendo i passi di mio figlio.

Ci sono storie che devono aspettare il tempo per venire a galla. E non è mai detto che ci arrivino.

Finalmente, fingendo distrattamente di essermi innamorato di un block notes e di una penna che costano come l’intera foresta che hanno abbattuto per farli, noto con piacere che sullo scaffale della libreria sono finalmente comparse le mie preferite. Snobbate dalle grandi catene, derise dai critici, rovinate dal popolo che vuole la storia da milleseicento pagine, le raccolte di racconti sono la cosa più importante da mettersi in borsa per l’estate. Del racconto e del romanzo, come del fare l’amore e dello sposarsi, non è il caso di parlare troppo a lungo.
Ma io sono uomo di racconti. Ci può essere solo una manciata di romanzi nella vita di un uomo, ma non devono mai mancare i racconti. Che sono il più bell’esercizio dello scrivere.

Poi, di dove finisca un racconto e inizi un romanzo, di quando smetti di sorridere per ridere, di dove finisca esattamente il mare, si potrebbe, forse si dovrebbe, parlare a lungo. Per ore. D’estate. Guardando il mare. L’Adriatico sembra fatto apposta per questo.

Due grandi questioni rovinano questa calma placida.
Pensavo a Lost. Io non ho mai visto Lost. Eppure ho provato a leggere la trama. Un dedalo di storie, colpi di scena, gente che non centrava nulla che di colpo è nel pieno di una serie di episodi. Succedono cose, cambiano persone, muoiono, trombano, si odiano, si perdono, si riprendono, si lasciano, trovano oggetti, recuperano passati. Roba tipo Beautiful, ma meno trash, più hipster, molto più trendy. Pensavo al genio, solitario, con la barba sfatta, una mezza pista di coca lasciata sul mobile del bagno, le chiavi della vecchia Toyota sul tavolo, musica low fi in sottofondo, che scrive tutto questo. Un genio. Che sicuramente come hobby surgela i femori delle sue vittime. O pensa di farlo. Un uomo sano, non puó produrre storie così.

Poi pensavo a Costantino Vitaliano. C’è uno in spiaggia, fisico fresco di palestra, depilazione ossessiva, mutanda bianca, che gli assomiglia in modo imbarazzante.
La mutanda bianca. La fine di tutto. La mutanda bianca. L’infinito che abbraccia la banalità. La mutanda bianca. La conferma della differente percezione della dignità umana. Lo slip da bagno. Lo slip bianco. Tutto muore. Eppure assomiglia a Costantino.
Che fine ha fatto Costantino? E perché io lo ricordo così bene da apprezzare le doti dei suoi sosia?

Piccole e Inutili Regole di Vita

Un giorno, qualche anno fa, in una bollente libreria milanese, ho scoperto che c’è un sacco di gente che discute sul leggere, come leggere, cosa leggere, quando leggere. Era una presentazione di un libro. Ho deciso di non andarci mai più. Alle presentazioni dei libri.

Un giorno, qualche anno fa, in un gelido concessionario di moto, ho scoperto che c’è un sacco di gente che discute sull’andare in moto, come andare in moto, cosa fare in moto, quando andare in moto. Ho deciso di non andare mai più in un concessionario di moto. Se non per comprare una moto. Che non accade troppo spesso.

Ho scoperto, in sintesi, qualche anno fa, che c’è un sacco di gente che, invece di fare le cose, discute sul come, quando, dove e perchè farle.

Io mi rendo perfettamente conto che uno dei miei limiti principali è questa dannata fretta. Mi sembra di aver perso già troppo tempo, mi sembra che nessuno mi ridarà i miei giorni.

Ci sono troppe storie da ascoltare, troppe storie da scrivere, troppi posti da vedere, persone da incontrare, persone da dimenticare, persone da amare.

Questa dannata fretta, questa dannata fame, questo disorientante bisogno di continuare a crederci, mi sta logorando lentamente. Si chiama vita. E’ il prezzo da pagare.

Lo pago volentieri, quando ritrovo in una pagina di un racconto tutta la silenziosa voglia di vivere, quando ritrovo in una piccola, semplicissima onda, tutta l’adrenalina che può portarmi in cielo, quando ritrovo in una statale deserta, l’odore di campagna che entra nel casco.

Chi discute troppo ha smesso di essere innamorato…

Io sono troppo innamorato per perder tempo a discutere.

 

 

 

Let’s move to the next level – Un giorno a Madrid

Siamo fermi al semaforo. Io e lui. Io, seduto su duecentocinquanta kili di caldo. Lui chiuso in sei tonnellate di Suv, tutto nero. I vetri, i sedili, la carrozzeria, le ruote. Persino ad essere ottimisti, cosa da cui mi guardo bene, si dovrebbe dubitare fortemente della sua faccia. Io dubito sempre di chi appende il rosario allo specchietto retrovisore. E anche di chi si fida ciecamente della vernice nera.
Sto appeso a un filo d’aria che sembra passare dentro il casco. Aria calda, ma pur sempre aria. Ho le palle roventi, fottuto bicilindrico. Verde. Lui schiaccia. Io apro. Mi sembra evidente che non ci sia discussione. Bisogna urgentemente arrivare al prossimo semaforo prima di lui. Cosa non facile da chiedere al vecchio Generale Buendia. Che è una moto generosa, senza dubbio. Ma ha anche dei limiti. Apro tutto il gas. Prima finita in un attimo. Seconda finita quasi subito. Terza, e si può respirare. Senza togliere nemmeno un dito. Il bello è che anche il mio socio, dall’alto del suo scatolone nero, non smette mai di aprire. Corriamo come due deficienti. Non so bene perché. Chiedetelo a lui, ha iniziato lui.

Mentre l’aereo butta giù il muso con decisione, molta decisone, verso Madrid, guardo tutta questa terra, tutte queste colline. E tutte queste strade, bianche, tortuose, infinite e deserte. Si sogna, quando si atterra. Si sogna sempre, quando si vola. Forse perchè si ha la certezza di essere a un passo da una morte orribile. Sogno un motore forte, rumoroso, un sacco di polvere, non troppo caldo. Perdere lentamente il contatto con la ruota posteriore. Puntare la collina. Arrivare in cielo.

Il tassista è un perfetto esempio di fallimento generazionale. E’ pettinato come il cantante dei Kooks, parla come un indio strafatto di foglie di coca, e guida come Anthony Kiedis la sera che stava per scrivere Under The Bridge. Adora puntare la prima corsia, frenare appena, tornare in terza corsia e nel frattempo tirare su, giù, su, giù, su, giù il finestrino. Maledetta coca. Dovrebbero abusarne solo quelli tremendamente ricchi che possono permettersi di farsi in privacy, a bordo della piscina.

Non che ci sia un grande problema di budget, ma ho le mie abitudini. Mangio qui, perchè so cosa aspettarmi. Il conto, sette euro e cinquanta, rispecchia in tutto il suo splendore l’eccelsa qualità e l’impeccabile servizio. Se poi aggiungi che ai tavoli che danno sulla strada si siedono le mignotte russe che prestano servizio alla “Sauna Lounge” davanti, e se aggiungi anche la blatta che passeggia tra i tavoli, ti chiedi come cazzo sei finito in tutto questo. Se fossi un osservatore raffinato, non ti fermeresti alle puttane, alle blatte e ai gamberi che non sono mai stati realmente crostacei ma più probabilmente avanzi di gatto. Andresti qualche metro avanti. E’ un bar sull’angolo, davanti alla chiesetta. Ci sono parcheggiate sempre fuori almeno sei o sette lunghissime forcelle. Roba da nordici. Senza un filo di ammortizzatore, rigidi da far impallidire gli amici trentini. Roba che può essere omologata solo in Russia, corrompendo il funzionario. Ci sono lunghe barbe, qualche sbarbato, molta buona musica, un discreto numero di curiosi, tra cui il sottoscritto, almeno una trentina di moto, compresa una Ural d’annata, o dannata. Roba forte. E’ il miglior modo di bere una birra nel centro di Madrid.

Mi fermano, forse perchè tengo il Corriere sotto al braccio. Mi chiedono, festosi, cosa si possa fare a Madrid di notte. Domanda del cazzo, fottuti idioti. Madrid è la mia città. Non lo dico io, lo dice la statistica. E’ la città in cui ho passato più tempo nel 2011. Vuoi farti un viaggio con pessima MDMA? Vuoi farti un rosario in una cappella dell’Opus Dei? Vuoi un sensazionale giro tra musei e locali che mettono ancora i Metallica (in pratica altri musei)? Vuoi mignotte, parchi, hipster, sballoni, ex tossici, paella surgelata, tinto del verano, birra ghiacciata, frutta fresca alle quattro di mattina, giovani ventenni felici di ballare i Guns’n’Roses, vecchi trentenni che si danno un tono grazie ai mocassini di Zara? Vuoi un quartiere davvero Gay, una via di travestiti, un indiano che vende Hard Disk, un cinese che vende erba infilata nelle ricariche telefoniche? Vuoi darti un tono, mangiare carne, vedere il miglior spettacolo di tango della città, sudare nella bolgia, camminare per venti minuti in pieno centro senza incontrare nessuno, vuoi una panchina perfetta per chiederle di sposarti, vuoi il numero di un buon dentista sudamericano, con un ottimo bar giusto sotto lo studio? Ecco, però dimmi cosa vuoi. Non pensare che, venendo da qualche posto sperduto nel mezzo dell’Italia, passato agli annali solo perchè Ryan Air ha deciso di farci un volo diretto per Madrid, io possa sapere che cazzo tu voglia fare.

Quindi rispondo: bah, fatevi un giro in centro. Si beve, e ci si diverte un sacco.

Cammino verso l’hotel. Mi hanno dato una camera che puzza di disinfettante. Non ho fretta. E’ solo un altro giorno a Madrid.

Scaramanticamente Tuo

Prologo

sto ancora lottando contro questa maledetta idea. Da settimane, mesi, forse. L’idea è semplice: mettere in piedi una lista dei libri migliori che ho letto. Dei cinquanta libri migliori che ho letto. I cinquanta migliori di sempre.

Io adoro le liste, mi danno un senso di completezza  che solo pochissime altre cose mi hanno saputo dare. Adoro anche i libri.

E a vederla così non ci dovrebbero essere problemi, a fare questa maledetta lista.

 

Capitolo primo

In un tiepido mattino di maggio ho parcheggiato la moto in una vietta secondaria intorno al gigantesco ospedale. Ho preso corridoi, ascensori, corridoi, scale, corridoi, pianerottoli, corridoi, scale, ascensori, e sono arrivato davanti allo studio numero 2.

La dottoressa mi ha misurato, toccato, parlato, osservato e ascoltato. Senza mai tradire un qualsiasi dubbio. Poi mi ha dato da fare gli esami del sangue.

 

Capitolo secondo

Il mio medico curante ha quasi duemila pazienti, una lievissima forma di depressione, sette informatori del farmaco alla settimana, uno studio talmente piccolo che ci si passa le malattie anche senza volerlo mentre si aspetta la visita, e una innata dose di cinismo che lo rende perfetto per me.

Mi conferma gli esami della dottoressa. Scrive fitto fitto sul computer.

Poi mi dice: vedrai che non sarà cancro.

Capitolo terzo:

esattamente ventuno giorni dopo vado a ritirare gli esami. Ventuno giorni, per questo genere di notizie, sono parecchie notti, e moltissimi giorni. Troppi.

Sono tra i primi, ho fretta. Ritiro il referto, lascio tutto nella busta e mi catapulto verso lo studio del mio medico. Non ho il cancro. Non hai il cancro, mi dice. Te lo avevo detto, aggiunge. Per forza, penso io. Cazzo volevi dirmi?

 

Epilogo:

E’ stato il giugno più lungo degli ultimi trentatrè anni. Mi sono fatto moltissime domande, ho badato pochissimo alle risposte. Ho pensato tantissimo, dormendo pochissimo, a questa maledetta lista di libri. Ha senso cercare di trovare il libro migliore della tua vita?

Si. Come ha senso cercare la persona migliore della tua vita, la notte migliore della tua vita, la canzone migliore della tua vita, il piatto migliore della tua vita. E cercare di trovare qualcosa ancora di meglio. Sempre che ti rimanga tempo per farlo.