Restano poche parole, abbiamo tempo per farlo

Camminando più avanti, verso Nord, ci sono le baracche dei pescatori. Rientrano in porto la mattina, con l’alba, ciondolando sulle loro barche. Non hanno nomi strani, le barche. I pescatori si chiamano quasi tutti Mimmo. Fumano mentre mettono a posto le reti nelle ceste di plastica nera. I gabbiani aspettano che almeno uno dei Mimmo si ricordi di loro. I villeggianti aspettano che il loro Mimmo, quello con cui credono di avere confidenza, selezioni per loro la sogliola migliore. Le cicale di mare aspettano che uno dei Mimmo le infili in un banco frigo, messo sotto il sole. Una specie di ebollizione lenta, con acqua fredda.

Il maresciallo passa, tenendo la macchina al minimo, guardando fisso nel vuoto. La camicia aperta, il finestrino aperto.

Nel bene o nel male, queste sono terre che aspettano di essere calpestate da viaggiatori. E’ quasi un peccato essere qui ed essere fermi.

Non viaggiare, su queste colline, su queste spiagge. Sono panorami che devono scorrere lenti, attraverso due lenti, dentro un casco.

Lo sanno loro, la terra e gli alberi, che fanno ombra sulle statali. Lo sa questa gente, che ha costruito interi paesi tutti sulla statale. Lo sa la gente che passa, che solo distrattamente guarda di lato.

Abbiamo tempo per farlo, questo viaggio. E lo faremo.

Restano poche parole, mentre passa il treno. Un regionale, pigro, cinque carrozze. Dietro arriva una vecchia Guzzi. Fa polvere. Sta passando. Guarda distrattamente.

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