Let’s move to the next level – Un giorno a Madrid

Siamo fermi al semaforo. Io e lui. Io, seduto su duecentocinquanta kili di caldo. Lui chiuso in sei tonnellate di Suv, tutto nero. I vetri, i sedili, la carrozzeria, le ruote. Persino ad essere ottimisti, cosa da cui mi guardo bene, si dovrebbe dubitare fortemente della sua faccia. Io dubito sempre di chi appende il rosario allo specchietto retrovisore. E anche di chi si fida ciecamente della vernice nera.
Sto appeso a un filo d’aria che sembra passare dentro il casco. Aria calda, ma pur sempre aria. Ho le palle roventi, fottuto bicilindrico. Verde. Lui schiaccia. Io apro. Mi sembra evidente che non ci sia discussione. Bisogna urgentemente arrivare al prossimo semaforo prima di lui. Cosa non facile da chiedere al vecchio Generale Buendia. Che è una moto generosa, senza dubbio. Ma ha anche dei limiti. Apro tutto il gas. Prima finita in un attimo. Seconda finita quasi subito. Terza, e si può respirare. Senza togliere nemmeno un dito. Il bello è che anche il mio socio, dall’alto del suo scatolone nero, non smette mai di aprire. Corriamo come due deficienti. Non so bene perché. Chiedetelo a lui, ha iniziato lui.

Mentre l’aereo butta giù il muso con decisione, molta decisone, verso Madrid, guardo tutta questa terra, tutte queste colline. E tutte queste strade, bianche, tortuose, infinite e deserte. Si sogna, quando si atterra. Si sogna sempre, quando si vola. Forse perchè si ha la certezza di essere a un passo da una morte orribile. Sogno un motore forte, rumoroso, un sacco di polvere, non troppo caldo. Perdere lentamente il contatto con la ruota posteriore. Puntare la collina. Arrivare in cielo.

Il tassista è un perfetto esempio di fallimento generazionale. E’ pettinato come il cantante dei Kooks, parla come un indio strafatto di foglie di coca, e guida come Anthony Kiedis la sera che stava per scrivere Under The Bridge. Adora puntare la prima corsia, frenare appena, tornare in terza corsia e nel frattempo tirare su, giù, su, giù, su, giù il finestrino. Maledetta coca. Dovrebbero abusarne solo quelli tremendamente ricchi che possono permettersi di farsi in privacy, a bordo della piscina.

Non che ci sia un grande problema di budget, ma ho le mie abitudini. Mangio qui, perchè so cosa aspettarmi. Il conto, sette euro e cinquanta, rispecchia in tutto il suo splendore l’eccelsa qualità e l’impeccabile servizio. Se poi aggiungi che ai tavoli che danno sulla strada si siedono le mignotte russe che prestano servizio alla “Sauna Lounge” davanti, e se aggiungi anche la blatta che passeggia tra i tavoli, ti chiedi come cazzo sei finito in tutto questo. Se fossi un osservatore raffinato, non ti fermeresti alle puttane, alle blatte e ai gamberi che non sono mai stati realmente crostacei ma più probabilmente avanzi di gatto. Andresti qualche metro avanti. E’ un bar sull’angolo, davanti alla chiesetta. Ci sono parcheggiate sempre fuori almeno sei o sette lunghissime forcelle. Roba da nordici. Senza un filo di ammortizzatore, rigidi da far impallidire gli amici trentini. Roba che può essere omologata solo in Russia, corrompendo il funzionario. Ci sono lunghe barbe, qualche sbarbato, molta buona musica, un discreto numero di curiosi, tra cui il sottoscritto, almeno una trentina di moto, compresa una Ural d’annata, o dannata. Roba forte. E’ il miglior modo di bere una birra nel centro di Madrid.

Mi fermano, forse perchè tengo il Corriere sotto al braccio. Mi chiedono, festosi, cosa si possa fare a Madrid di notte. Domanda del cazzo, fottuti idioti. Madrid è la mia città. Non lo dico io, lo dice la statistica. E’ la città in cui ho passato più tempo nel 2011. Vuoi farti un viaggio con pessima MDMA? Vuoi farti un rosario in una cappella dell’Opus Dei? Vuoi un sensazionale giro tra musei e locali che mettono ancora i Metallica (in pratica altri musei)? Vuoi mignotte, parchi, hipster, sballoni, ex tossici, paella surgelata, tinto del verano, birra ghiacciata, frutta fresca alle quattro di mattina, giovani ventenni felici di ballare i Guns’n’Roses, vecchi trentenni che si danno un tono grazie ai mocassini di Zara? Vuoi un quartiere davvero Gay, una via di travestiti, un indiano che vende Hard Disk, un cinese che vende erba infilata nelle ricariche telefoniche? Vuoi darti un tono, mangiare carne, vedere il miglior spettacolo di tango della città, sudare nella bolgia, camminare per venti minuti in pieno centro senza incontrare nessuno, vuoi una panchina perfetta per chiederle di sposarti, vuoi il numero di un buon dentista sudamericano, con un ottimo bar giusto sotto lo studio? Ecco, però dimmi cosa vuoi. Non pensare che, venendo da qualche posto sperduto nel mezzo dell’Italia, passato agli annali solo perchè Ryan Air ha deciso di farci un volo diretto per Madrid, io possa sapere che cazzo tu voglia fare.

Quindi rispondo: bah, fatevi un giro in centro. Si beve, e ci si diverte un sacco.

Cammino verso l’hotel. Mi hanno dato una camera che puzza di disinfettante. Non ho fretta. E’ solo un altro giorno a Madrid.

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